I camionisti che, lungo la strada statale che pareva non finire mai dei primi chilometri della quinta tappa del Giro d’Italia, da Ceglia Messapica a Matera, seduti a bordo dei loro camion, fermi in attesa del passaggio della corsa, abbassavano il finestrino e aprivano la portiera del loro mezzo per osservare meglio uno squarcio di gara, prima di rimettersi al lavoro e continuare il viaggio anche a notte fonda, forse, sapranno solo da una voce alla radio che Mads Pedersen ha vinto di nuovo e Edoardo Zambanini, sul traguardo, si è letteralmente mangiato le mani per essere arrivato secondo.

È un mercoledì lavorativo come tanti altri, maggio si sente, il calore del sole nel primo pomeriggio suggerisce un piccolo sonno e la televisione racconta che dai vetri delle ammiraglie si intuisce anche il profilo di un meccanico appisolato per qualche minuto. Jacopo Mosca è in testa al gruppo da chilometri e chilometri, e da solo si porta dietro il plotone, cercando di cuocere i tre fuggitivi. Nell’aria, però, si intuisce che il finale, pieno zeppo di su e giù, sarà da “nervoso alle gambe”.
La locuzione suggerisce quella sensazione di inquietudine, di irrequietezza per cui non si riesce a stare fermi, muovendosi di continuo, anche con un certo fastidio. Lo conferma il gruppo che da Montescaglioso in avanti pare un elastico, che si allunga e si accorcia in continuazione, cambiando forma e perdendo pezzi. I velocisti puri, tra cui Olav Koji, sono i primi a cedere, ma non è una giornata per loro. Verso Matera, accanto ai Sassi, veri e propri insediamenti rupestri scavati nella roccia, a dominare la scena, servono gambe che bruciano e scalpitano. Quello di Jay Vine non è nervoso alle gambe, è spirito di servizio, ma se pensiamo alla caduta che lo coinvolse ai Paesi Baschi e alla tripla frattura vertebrale, vederlo portare in giro il gruppo come fa racconta molto di cosa sia un ciclista.

Spirito di servizio è anche quello di Mathias Vacek per Mads Pedersen, ma il ventiduenne in maglia bianca ha le gambe che gli scappano. Si vede quando chiude su Roglic, si vede quando chiude su Caruso e persino quando porta davanti la maglia rosa di Pedersen. Nessuno lo sa ancora, si scorge solo l’immagine del danese che scivola indietro nel gruppo, solo poi il danese stesso rivelerà di aver sofferto molto per restare attaccato, nel finale.

Bene, Vacek guadagna persino un paio di metri sul gruppo, e si volta a cercare il capitano. Se non sono gambe brucianti queste, quali lo sono? Dinamite c’è anche nei muscoli di Pedersen perché nessuno mette in dubbio la sua sofferenza ma così è un gran bel soffrire. È gigantesco, Pedersen, un colosso che da marzo non esce dalla top ten in un ordine d’arrivo, ma anche un ragazzo di ventinove anni: “Mi hanno detto di fare il Giro, mi piace correre in bicicletta e mi pagano per farlo”. Così semplice da sembrare poetico. E a Matera queste cose non serve spiegarle.

Incompiuta è l’opera di Edoardo Zambanini che con quelle gambe affamate è risalito lungo le transenne e ha superato tutti a velocità doppia. Tutti tranne uno e quell’uno è il primo, è Mads Pedersen, colui che era più importante da superare e che, forse, con qualche metro in più avrebbe pure oltrepassato. Resta la mano da morsicare in un gesto di stizza e un’inquadratura dall’elicottero per vedere meglio quel che si è fatto e per ampliare l’orizzonte.

Perché, forse, se nessuno avesse mai visto dall’alto Matera, nessuno saprebbe quant’è bella veramente, anche dove imperfetta. Una voce alla radio di uno di quei camion sta parlando proprio di questo, di tutto questo. Viene da Matera, dove servono gambe nervose e dove ci sono Sassi che non sono solo sassi.

Foto: Poci’s Pix

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