La prima frase è sempre la più difficile, aveva ragione Wisława Szymborska. E noi la prima frase di questo racconto la scriviamo per raccontare di Nicolas Zukowsky che, dopo una caduta, ha finito il proprio Giro d’Italia seduto su un marciapiede, in una giornata di sole, con l’estate addosso, accanto a dei bambini felici, dolorante ad una spalla e pensieroso. Anche il canadese Zukowsky ha visto il bianco dei trulli, ha intuito il fresco al loro interno, ha sfiorato le tende di ciniglia di un vecchio negozio di alimentari e tutte quelle persone a bordo strada, che sono tornate com’è tornato a casa il Giro.
Anche lui avrà avuto la sensazione di annoiarsi, almeno un poco e avrà cercato un modo per non pensare a quel lungo drittone che, per buona parte del pomeriggio, ha traghettato la corsa dalla partenza all’arrivo. Poi, a poco più di 120 chilometri dall’arrivo, una caduta, probabilmente causata dalla distrazione, e quel marciapiede su cui sedersi ad aspettare di salire in ammiraglia. I bambini lo guardano, non capiscono bene cosa sia successo.
Mentre Zukowsky è immobile, Francisco Muñoz è in fuga da più di cinquanta chilometri e corre, in solitudine, accanto a ulivi su ulivi. È scattato subito Muñoz e sperava qualcuno lo seguisse, serviva un lucido folle e non l’ha trovato. Ha scosso la testa, qualche brutto pensiero l’avrà pur fatto, forse anche qualche imprecazione, nella mente e alla radiolina, ma gli hanno detto di continuare, ha continuato e per 132,5 chilometri è stato “l’uomo solo al comando”.
Un motivo vero non c’è, un senso non l’ha una fuga così, ma sempre ci sono state, sempre ci saranno e sempre qualcuno è stato dalla loro parte, disperato. Sì, è pieno di ulivi tra Alberobello e Lecce: sono tantissimi, alcuni veramente giganti, secolari. Dalle fronde ombrose e dai rami nodosi che assumono forme di cose, di volti e di persone. Forse qualcuno somiglierà pure ad un ciclista, forse avrà qualche nodo a disegnare qualcosa di simile a una bicicletta e i ciclisti sono quelle persone che sul punto di “morire” pianterebbero un ulivo, ancora convinti di vederlo fiorire. I fugaioli più di altri, ma non solo.
Del Toro, Roglič e Ayuso che si giocano uno sprint intermedio, a spezzare la noia, per qualche secondo, e siamo solo alla quarta tappa, oppure Mads Pedersen a cui oggi è davvero capitato di tutto, è finito in fondo al gruppo ed ha inseguito più volte eppure, come non lo sappiamo ma lo indagheremo perché c’è dell’equilibrismo e non solo, all’ultimo chilometro era lì davanti, non sono da meno. La noia è svanita negli ultimi chilometri e, se da un lato era normale accadesse, dall’altro ci si è messo un circuito finale che, tra restringimenti e curve, ha incrementato i rischi, i pericoli, proprio mentre si parla sempre più spesso e giustamente di sicurezza. Anche Giulio Ciccone si è trovato ad inseguire, scortato dai compagni di squadra che, a fine giornata, hanno dovuto lavorare ancora e più forte di prima. C’era Muñoz a bordo strada, caduto pure lui, e non è il finale più giusto, tutt’altro. Non è il finale che sognava quella calda estate in cui con il fratello maggiore pedalò per la Galizia. Non quando si recò al velodromo più vicino perché voleva essere un ciclista, voleva diventarlo. I suoi genitori avevano paura, eppure lui ciclista è diventato lo stesso e oggi è andato incontro agli ulivi.
La volata tanto attesa trova Casper van Uden davanti a tutti: ventitré anni, dalla pista. Un talento forse discontinuo ma pur sempre un talento che, oggi, l’ha combinata bella, pilotato magistralmente dalla squadra. Ha gioito, van Uden e poi è corso incontro ai propri compagni di squadra. Ha corso letteralmente, una volta lasciata la bicicletta, all’insù, sul viale d’arrivo, quasi fossero i cento metri. Stringe, abbraccia, grida qualcosa a qualsiasi compagno incontri. Viene stretto, abbracciato, scosso da qualunque compagno incontri. Ad un certo punto sono in cinque ad aprire le braccia per accoglierlo. Quegli uomini sono la corteccia dei rami e del tronco degli ulivi perché sono lì, ovunque gli ulivi provino a resistere contro il cielo, mentre le radici corrono chissà dove.
Foto: Poci’s Pix