Lettere dai Vosgi

I Vosgi sono considerati, per gli appassionati di bici e di Tour, una catena montuosa di seconda importanza. Effettivamente, a questi monti che si trovano vicino ai confini tedeschi mancano le altitudini e le lunghezze delle salite delle Alpi, le pendenze a doppia cifra dei Pirenei, e anche la storia dell’enorme Massiccio Centrale. Le cime che popolano i Vosgi sono basse: si va dai 1148 metri della Planche des Belles Filles fino ai 1424 metri del Grand Ballon.
Terra storicamente contesa tra Francia e Germania, dopo il trattato di Francoforte del 1871 era entrata a far parte del Secondo Reich. Sulle montagne dei Vosgi si rifugiano i giovani che rifiutano di partire per la leva dell’impero del Kaiser. Le forme di resistenza degli alsaziani, con il loro rifiuto della lingua, della cultura e dell’amministrazione tedesche, vengono raccontate da René Bazin in Les Oberlés. Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale sarà terra di combattimenti sul fronte occidentale, tornerà a far parte della Francia.
Tornando al ciclismo, la salita storicamente più importante della catena è il Ballon d’Alsace, scalato dal Tour fin dal 1905, alla sua terza edizione. Il primo a transitare in vetta è René Pottier. Amatore e pistard di successo, in quello stesso anno aveva fatto il suo esordio alla Parigi-Roubaix e alla Bordeaux-Parigi, arrivando secondo entrambe le volte. Per la sua scalata del Ballon d’Alsace, il direttore del Tour Henri Desgrange disse che era stata “una delle cose più appassionanti che io abbia mai visto”. Costretto al ritiro prima di Parigi, Pottier transiterà nuovamente per primo sul Ballon d’Alsace nel 1906, vincendo quella tappa Nancy-Digione di 416 chilometri dopo 15 ore e 18 minuti, e con 200 chilometri di fuga in solitaria. Il col du Ballon d’Alsace fu per quattro volte sede di arrivo del Tour, con le vittorie da ricordare di Merckx nel ’69, e di Bernard Thévenet tre anni più tardi.
La storia recente del Tour ai Vosgi è invece intrinsecamente legata alla Planche des Belles Filles, affrontata per sei volte tra il 2012 e il 2022. I professionisti scoprirono questa salita negli anni ’90, in occasione della corsa dei Trois Ballons. Nel suo percorso classico, la Planche è lunga 5,9 chilometri per una pendenza media dell’8,5%, con punte del 20 nel durissimo finale. Nella sua versione Super Planche, prima dell’arrivo c’è un altro chilometro in cui si tocca il 24%, praticamente un Mur de Huy.
Al suo primo inserimento nella Grande Boucle, la tappa andò a Chris Froome dopo un grandissimo lavoro del Team Sky in funzione sua e del capitano Bradley Wiggins. Nello scorso decennio, la Planche ha sorriso molto agli scalatori italiani. Nel 2014 arriva solo al traguardo Vincenzo Nibali, trionfante in maglia di campione italiano dopo una giornata di pioggia e clima intrepido. Tre anni più tardi è Fabio Aru a replicare l’impresa, staccando Froome e compagnia e assicurandosi la vittoria col tricolore addosso. Nel 2019 Giulio Ciccone non sarebbe invece riuscito a vincere la tappa, secondo dietro a Teuns, ma la fuga di giornata lo avrebbe portato a indossare la maglia gialla.
La ventesima tappa del Tour de France 2020, quello corso tra agosto e settembre a causa del Covid, è anche il giorno della prima grande consacrazione di Tadej Pogacar nel mondo del ciclismo. Chi non ricorda quella cronoscalata, quei 36 chilometri nei quali il giovanissimo sloveno recupera quasi due minuti a Roglic, dominatore di quel Tour e favorito anche nella prova contro il tempo. E come dimenticare i volti esterrefatti di Dumoulin e Van Aert, che osservano Roglic perdere via via il vantaggio accumulato nelle diciannove tappe precedenti. Una maglia bianca che spiana la Planche, un’enorme novità a cui, nel tempo, ci siamo ormai fermamente abituati.


La Parigi-Roubaix 2026 ha insegnato a crederci

Roger De Vlaeminck, uno dei soli tre ciclisti nella storia ad aver vinto tutte le classiche monumento, dopo la sua seconda vittoria alla Parigi-Roubaix disse: «Da campione del mondo di ciclocross, mi sarei rifiutato di correre su un percorso come quello di oggi. Ho ventisette anni, sono troppo giovane per morire». All’Inferno del Nord sarebbe tornato però a correre altre otto primavere, raccogliendo ancora due vittorie e tre secondi posti.

A quel ristrettissimo gruppo di chi è riuscito a vincere tutte e cinque le classiche monumento, formato anche da Eddy Mercxk e Rik Van Looy, domenica poteva aggiungersi Tadej Pogačar. Con la vittoria, lo sloveno sarebbe diventato anche il primo della storia a vincere le cinque classiche consecutivamente.

Per il campione del mondo, la situazione si era complicata, in modo non ancora irrimediabile, a oltre 120 chilometri dal traguardo. Una foratura nel solitamente anonimo settore di Quérénaing a Maing lo aveva costretto a rincorrere un gruppo già a piena velocità, dopo una prima metà di corsa passata a quasi cinquanta di media. Nel gruppo principale c’era soprattutto la Alpecin – e lo stesso van der Poel – a rendere la vita durissima al campione del mondo. La rincorsa, con una lotta a distanza tra la UAE e le altre formazioni, si risolveva dopo più di venti chilometri, giusto in tempo per affrontare davanti la Foresta di Arenberg.
Come in ogni edizione, è proprio nella Trouée d’Arenberg che la corsa si accende. Leggenda vuole che non si vince la Parigi-Roubaix in questo settore, ma la si può perdere. Una foratura in questo tratto vuol dire perdere almeno un minuto e mezzo, perché il gruppo è allungatissimo, e i tanti ciclisti dispersi nelle retrovie non permettono alle ammiraglie di seguire da vicino i propri capitani. Questa volta, la vittima della sorte è Mathieu van der Poel, che fora per ben due volte, mentre i compagni lo aiutano come possono in una commedia dell’assurdo.

La gara di ogni altro atleta al mondo sarebbe compromessa. Mancano ancora 90 chilometri al traguardo, ma alla Parigi-Roubaix trovarsi a due minuti e mezzo di ritardo significa non avere opportunità di rientrare. Sarebbe vero per tutti, ma van der Poel ci ha fatto a lungo credere che per lui questa regola non sarebbe valsa. Quell’inseguimento commovente, risalendo gruppi e gruppetti fino a rientrare sugli altri favoriti della vigilia, poteva essere realizzato solo dal capitano della Alpecin. Che ha corso con grandi gambe, ma anche con grande intelligenza: tirava a lungo, ne approfittava per rifiatare quando trovava qualche compagno di (breve) avventura, e poi li salutava nei tratti di pavé. Con questo metodo si è infine riportato anche sul gruppo dei migliori, che comprendeva nomi di primo piano delle classiche del nord: Pedersen, Bisseger, Laporte, Stuyven e Mick Van Dijke.

Quasi tutti, perché ancora più avanti si trovava la coppia di battistrada composta da Pogačar e van Aert. Anche i due favoriti avevano avuto dei problemi meccanici nei lunghi chilometri di inseguimento di van der Poel, ma erano riusciti a riportarsi davanti. Per Tadej in realtà era stato semplice, mentre van Aert aveva avuto bisogno di più tempo (e dell’aiuto della coppia Red Bull Pithie-Meeus) per riportarsi in testa. In quel momento, si era rivelata fondamentale la presenza di Christophe Laporte.

Per i critici di van Aert, Laporte viene immediatamente associato a un momento di scarsa cattiveria agonistica del capitano della Visma. Nel 2023, alla Gand-Wevelgem, i due compagni di squadra vanno in fuga insieme, e si ritrovano con un vantaggio monstre sul gruppo. Per van Aert non sarebbe un problema staccare il francese, o anche batterlo allo sprint, ma decide di lasciarlo vincere. Non l’avesse mai fatto. Per molti, è un chiaro simbolo di come a van Aert manchi quella cattiveria che contraddistingue ogni vero campione di ciclismo. Eddy Merckx non avrebbe mai lasciato una vittoria a un proprio compagno di squadra, è la critica che gli viene mossa.

Se non ci fosse stato Laporte nel gruppo di testa, il rientro del belga dopo la foratura sarebbe stato ancora più difficoltoso. La sua presenza infatti intimidiva gli altri, perché l’ex campione europeo ha raccolto una serie di buoni piazzamenti in queste classiche di primavera, ed è comunque un avversario da non sottostimare grazie anche al suo sprint. Per di più, spesso si metteva in fila per rompere i cambi e spezzare il ritmo. Tutto ovviamente lecito, ma anche di vitale importanza per permettere al proprio capitano di rientrare nel momento più difficile della sua Parigi-Roubaix.

Van Aert ha vinto non solo (e non tanto) perché aveva la gamba migliore, ma anche perché è stato tatticamente il più lucido negli ultimi cento chilometri. Nei momenti decisivi è stato lui ad animare la corsa. C’era lui in testa, nella Foresta di Arenberg, quando van der Poel ha forato per la prima volta, pregiudicandosi di fatto la quarta vittoria consecutiva. Ed è stato di nuovo lui a delineare lo scenario di coppia in testa alla corsa, con l’attacco sferrato prima dell’ingresso nel settore di Auchy-lez-Orchies a Bersée, al quale ha resistito solo Tadej. Un attacco perfetto perché è arrivato non sul pavé, ma nel paio di curve in asfalto che lo precedevano, approfittando della presenza in testa al gruppo dello stesso Laporte.

E non ha fatto l’errore di collaborare troppo, di dare il massimo per voi vedersi staccare da Pogačar. In particolare prima del Carrefour de l’Arbre. Era nell’ultimo settore da cinque stelle, posizionato a meno di venti chilometri dal traguardo, che il campione del mondo aveva l’occasione più ghiotta per infilare la quinta monumento consecutiva. E van Aert ha approfittato dei chilometri precedenti per rifiatare e rimanere il più possibile a ruota. D’altronde, era proprio il campione del mondo il favorito, l’uomo da battere dopo che van der Poel era rimasto attardato. E su lui andava la maggior parte del carico di lavoro. Van Aert è tornato a lavorare proprio superato quel settore di pavé, perché sapeva che ormai sarebbe dovuti arrivare allo sprint a due. Era questa la situazione più favorevole per il belga della Visma, che d’altronde non aveva avuto mai modo di staccarsi di ruota Pogacar.

Sulla carta, Wout doveva essere il favorito in una volata a due. Le cose non erano però così scontate, e per vari motivi. In primis, non ci sono gerarchie chiare dopo 258 chilometri (54 dei quali sul pavé) corsi a 48.9 chilometri orari di media. E poi, solo tre settimane fa Pogačar aveva vinto la sua prima Milano-Sanremo battendo Tom Pidcock in uno sprint a due. Quattro anni fa, van Aert era capace di battere Philipsen e Cavendish sugli Champs-Élysées. Ma solo lo scorso anno perdeva la Dwars door Vlaanderen contro Powless in quella che veniva considerata la figuraccia peggiore della storia della Visma.

Wout van Aert aveva già perso una classica monumento in una volata a due. Era il Giro delle Fiandre del 2020, quello corso a ottobre nella stagione stravolta dal Covid. È il primo capitolo su strada della rivalità van Aert – van der Poel, che i due ciclisti vivono da quando sono atleti juniores nel ciclocross. L’olandese, con la maglia di campione in carica, prende la volata dalla testa. La posizione migliore, sulla carta, sarebbe quella dell’atleta Visma. Parte lo sprint, i due si affiancano, ma a van Aert non riesce il sorpasso e il photofinish assegna la vittoria al rivale di una vita. Sappiamo come sono andate le carriere dei due da quel giorno. Quello che non sappiamo, è cosa sarebbe successo se la volata fosse andata diversamente, anche solo di pochi centimetri. Non lo sappiamo, ma dopo quanto visto ieri a Roubaix è meno importante.

Anche nel velodromo, van Aert sceglie di partire in seconda posizione. Pogačar si trova quindi avanti, da dove ha già battuto Pidcock nel finale di Via Roma. Questa volta, però, non è la maglia iridata ad alzare le braccia al cielo. Infatti il belga, prima dell’ultima curva, parte con la sua volata. Lo affianca, ed è subito chiaro che tra i due non c’è storia. Troppo veloce, troppo potente, forse troppo affamato. Sembra quasi ovvio che dovesse andare in questo modo, che fosse giusto veder trionfare van Aert in questo dodici aprile dell’anno 2026.

Tutto quello che è seguito alla gara è stato forse ancora più bello. A partire dalla dedica di Wout, che appena tagliato il traguardo ha alzato il dito al cielo. Il ricordo è per Michael Goolaerts. Nati nello stesso anno e cresciuti entrambi nella provincia di Anversa, nelle Fiandre settentrionali, i due avevano corso da avversari in tutte le categorie giovanili. Si erano poi ritrovati compagni di squadra e amici alla Vérandas Willems-Crelan, all’esordio tra i professionisti. Otto anni fa, l’otto aprile del 2018, i due fiamminghi facevano il loro esordio all’Inferno del nord. Ma mentre van Aert arrivava tredicesimo, Goolaerts si fermava per un malore, e sarebbe morto la sera stessa. Un infarto a un atleta professionista di ventitré anni, che solo una settimana prima era in fuga al Giro delle Fiandre. Una tragedia che van Aert non ha mai dimenticato, ed era diventato il suo obiettivo onorare l’ex compagno nella corsa che gli aveva tolto la vita.

Poi ci sono gli abbracci alla famiglia, i baci alla moglie Sarah e i cinque ai figli Georges e Jerome. Anche la famiglia di van Aert era stata oggetto delle critiche dei media fiamminghi, troppe volte crudeli verso il loro più grande talento dell’ultimo decennio. Troppo spesso si sono chiesti come facesse ad andare sorridente dai figli, al traguardo, dopo aver magari perso uno sprint in cui era favorito.

E c’è la gioia di un intero popolo, quello belga, che aspettava da anni che un loro corridore tornasse a vincere nella settimana santa, nelle due domeniche in cui il Belgio si ferma per Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. L’ultimo trionfatore era stato Gilbert, con il suo arrivo in solitaria al velodromo nel 2019. Un digiuno di sette anni che non aveva avuto precedenti, e che solo van Aert, l’atleta che tutti aspettavano, poteva spezzare. E così impazzivano le voci dei commentatori della televisione vallone e di quella fiamminga, a testimonianza di come il ciclismo sia davvero il collante che unisce le due popolazioni che condividono il Belgio. Mentre a Mechelen, ai tifosi del KV importava già poco della sconfitta appena avuta in casa ed esultavano dagli spalti.
Le parole più belle, alla fine, sono quelle che ha regalato proprio Wout. Lui, che ha vinto dieci tappe al Tour, tre alla Vuelta e una al Giro, e poi Milano-Sanremo, Amstel Gold Race, Strade Bianche, Omloop e tantissime altre corse, veniva finora ricordato soprattutto come un grande perdente. Uno che aveva collezionato decine di piazzamenti nelle monumento, ma che era rimasto totalmente eclissato dal suo grande rivale di carriera. Per poi doversi accontentare di finire terzo o quarto, sempre terzo o quarto negli ultimi anni. Uno che, nei momenti più belli e in cui sembrava più in forma, si era dovuto fermare per dei bruttissimi infortuni. La ferita alla coscia al Tour nel 2019, la caduta alla Dwars door Vlaanderen nel 2024 e lo stop alla Vuelta nello stesso anno. Come fai a crederci ancora, dopo tutte queste sconfitte? «Ho smesso di crederci molte volte, ma il giorno dopo mi sono alzato e ho ricominciato di nuovo a lottare».


Strade Bianche 2018: la prima di Benoot

Guardate questa foto. ⬇️

Tiesj Benoot ha appena vinto la sua prima corsa da professionista. Ed è una gara che conta tanto, perché negli anni la Strade Bianche ha guadagnato prestigio e importanza. Quello che gli manca, non avendo una storia di molte edizioni alle spalle, lo recupera con un’epica che contraddistingue il suo percorso, e con quella la totale imprevedibilità con cui può vincere un puncheur da classiche vallonate, un passista da pavé, ma anche uno scalatore da grande giro.

Dicevamo della foto: Benoot ha appena vinto la Strade Bianche, ma la prima sensazione che appare sul volto è la fatica. Non la felicità, ma la fatica di aver concluso uno dei giorni più difficili della sua carriera, battendo avversari di assoluto livello e arrivando da solo al traguardo. Guardate il suo volto, completamente coperto dal fango che si è alzato dagli undici settori di sterrato per appoggiarsi sulle guance, sulla fronte, sulle labbra. Fango che ti entra in bocca, che se ti schizza negli occhi neanche ci vedi. Nei giorni precedenti alla corsa aveva piovuto praticamente sempre, e le strade bianche si erano trasformate in un pantano. Fango che i ciclisti, le moto e le auto che ti precedono ti alzano addosso, sporcandoti dal casco alla punta delle scarpe. È il cerone che i nostri attori, i ciclisti al via, hanno dovuto indossare per prendere parte alla dodicesima edizione delle Strade Bianche.

La loro iniziativa sembra quella decisiva, con il vantaggio sul gruppo dei migliori che sale fino a due minuti. A trenta chilometri dall’arrivo attacca Tiesj Benoot, e con lui rimane solo Serry. Il giovane della Lotto rimane in compagnia del connazionale per un po’, e poi si riporta in solitaria sulla coppia di testa. Sono stanchissimi tutti e tre, dopo una giornata epica e con una gara aperta a settanta chilometri dal traguardo. Eppure Benoot sembra avere ancora energia, e attacca nuovamente sull’ultimo settore di strade bianche, Le Tolfe. Si alza sui pedali, accelera. Anche Van Aert e Bardet si alzano sui pedali, ma non riescono a seguirlo. È qua che si decide la corsa, perché i due non rivedranno più Benoot fino al podio di Siena.

L’edizione del 2018 rimane una delle più epiche della Strade Bianche, con quel clima gelido che rendeva il tre marzo una giornata, e una corsa, da vera classica del nord. Dei 146 partenti, solo in 53 arrivano al traguardo entro il tempo massimo. Roglic arriva quarantottesimo, tre secondi prima di Gaviria. L’ultimo arrivato è Sepp Kuss. Boasson Hagen arriva fuori tempo massimo, mentre Stuyven e Nibali – che due settimane dopo vincerà la Sanremo – sono tra i tanti ritirati. Una giornata così dura che Van Aert prima si ferma e poi cade sul muro di via Santa Caterina. Dopo il traguardo si stende a terra a Piazza del Campo. Col volto pieno di fango, come tutti gli altri arrivati del tre marzo.


Giallo al Tour de France

Tra le strade di Lilla, affollate e gioiose per la Grand Départ della festa mobile, si aggira un uomo alto e massiccio. Indossa un completo scuro, che contrasta con le magliette indossate da appassionati e curiosi, tra i quali prevale la tinta gialla. In bocca tiene una pipa carica, ma ancora spenta. Ogni tanto estrae con la mano destra un fazzoletto di seta dal taschino della giacca, per asciugarsi la fronte madida di sudore. Il commissario Maigret, della 1° Squadra mobile, è stato incaricato dal Direttore generale della polizia per risolvere il mistero dell’estate: capire chi vincerà il centododicesimo Tour de France. I primi sospettati sono i soliti due, che si sono accaparrati le ultime cinque edizioni della corsa.

Gli indizi si trovano lungo i 3338 chilometri di questo Tour da Lilla a Parigi. Il percorso somiglia a due serpenti che circondano due piccoli ranocchi. Le prime otto tappe saranno nella Francia settentrionale. La nona e la decima saranno in Francia centrale, con una serie di trasferimenti che andranno considerati tra i fattori di stress. Da mercoledì 16 luglio ci si sposterà al sud, per affrontare i Pirenei e poi le Alpi, completando una rotazione antioraria che terminerà nuovamente sugli Champs-Elysees, dopo l’arrivo a Nizza del 2024.
Le difficoltà vere di questo Tour cominceranno giovedì 17 con le prime montagne vere. Il gruppo arriva nei Pirenei per tre giorni di fuoco. Il giovedì si arriva ad Hautacam, dove nel 2022 Vingegaard mise il punto esclamativo sul suo primo Tour vinto arrivando in solitaria. Il giorno successivo c’è la cronoscalata del Col de Peyresourde, 8 chilometri all’8% di media che potrebbero spostare gli equilibri, e anche mandare fuori tempo massimo qualche ruota veloce.

A questo Tour non mancheranno sicuramente le salite che hanno fatto la storia della corsa gialla. Il 19 luglio si affronterà, per l’87esima volta, il Col du Tourmalet, con lo scollinamento a 2115 metri sul livello del mare che varrà il Souvenir Jacques Goddet. Tre giorni dopo toccherà al Mont Ventoux, dove ci si aspettano oltre 35 gradi.
Le ultime occasioni per ribaltare la corsa alla maglia gialla, o per levarsi una soddisfazione dopo un Tour deludente, saranno nella diciottesima e diciannovesima frazione. Due tappe brevi, ma con cinque GPM Hors Categorie: Glandon, Madeleine e Col de la Loze il giovedì, Col du Pré e La Plagne venerdì.

 

 

Il bello del Tour è (anche) nella qualità media altissima dei 184 partenti. Tutti hanno un buon motivo per brillare: chi lotta per la classifica generale, chi per quella del miglior scalatore. Qualcuno punta sulle volate, qualcuno sull’inserirsi in una fuga che arrivi al traguardo. Molti lavoreranno per i propri compagni di squadra, e si toglieranno grandi soddisfazioni quando vedranno vincere un altro con la divisa dello stesso colore.
In diversi vorrebbero ribaltare quei pronostici che danno la maglia gialla già decisa da una lotta a due. Per rovesciare questo dualismo c’è bisogno di una rivoluzione. Remco Evenepoel ha dalla sua le cronometro, ma tra Pirenei e Alpi potrebbe perdere il vantaggio accumulato nella quinta frazione, la cronometro di 33 chilometri a Caen in cui è il grande favorito. Per Primož Roglič potrebbe essere l’ultima occasione per conquistare l’unico grande giro che manca in bacheca. Sono passati quasi cinque anni da quella cronoscalata sul La Planche des Belles Filles che aprì una nuova era di ciclismo. Nella Red Bull il capitano potrebbe essere però un altro: il tedesco Florian Lipowitz, che ha impressionato nell’ultimo Delfinato. Lotteranno per la generale anche Gall, Skjelmose, Guillaume Martin e Ben O’Connor, gli spagnoli Enric Mas e Carlos Rodriguez. Difficile vederli più in alto del terzo gradino del podio.

La prima tappa di questo Tour è disegnata per i velocisti, che si giocheranno quindi la prima maglia gialla. I tre sprinter più forti al mondo sono al via di questo Tour: Philipsen, Merlier e Milan sono sullo stesso livello. Saranno decisivi i treni e i poisson-pilote, gli ultimi uomini. Philipsen può contare sul miglior ciclista al mondo nelle gare da un giorno, Mathieu Van der Poel, per il quale ogni altra parola sarebbe superflua. Milan ha Simone Consonni, con cui corre e vince in strada e in pista. Il mago Merlier avrà al suo fianco, anzi proprio davanti, Bert Van Lerberghe. I due, nati a un mese di distanza l’uno dall’altro nelle Fiandre Occidentali, si conoscono benissimo da quando erano piccoli, e hanno costruito insieme molti dei successi di Tim. Proveranno a inserirsi in questa lotta Biniam Girmay, reduce da tre vittorie lo scorso anno, ma mai in palla nel 2025. Da citare anche i nomi di Alberto Dainese, Dylan Groenewegen, Jordi Meeus e Søren Wærenskjold.

Sebbene sia commissario da tanti anni, Maigret tiene in particolare considerazione i fuggitivi. Sulle due ruote fuggire significa onorare la corsa, colorarla anche nei momenti più grigi, quando si chiudono gli occhi e ci si appisola (sul divano, in corsa mai). Per questo Maigret tiferà Ben Healy, i ragazzi della Arkea e della Cofidis, Warren Barguil e Jonas Abrahamsen, e tutti quelli che passeranno ore e ore a prendere il vento davanti, sfidando la balena del gruppo e una probabilità sfavorevole.

Mi faccio coraggio, mi avvicino e chiedo a Maigret chi lo vincerà, questo Tour. Mi guarda senza lasciar trasparire alcuna emozione. Indica verso l'alto, il sole, e spiega che il grande caldo sarà un fattore: farà le sue vittime, influendo sulla corsa più di tanti Gran Premi della Montagna. Un nome però non me lo fa, neanche quello che sarebbe più scontato da pronunciare. D’altronde Maigret non si sbilancia mai.

Foto: Poci's Pix


La Primavera di Mads e Wout

Ho visto gente andare, perdersi e tornare
E perdersi ancora
E tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare
Per diverse strade
O con diverse scarpe
Su una strada sola
Tu non credere
Se qualcuno ti dirà
Che non sono più lo stesso ormai

Nell’ultimo lustro, il mondo delle classiche è stato egemonizzato da due titani. Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel hanno vinto dodici delle ultime quattordici monumento, e solo Philipsen ed Evenepoel sono stati capaci di detronizzarli, seppur per un solo giorno. L’appassionato vive sentimenti contrastanti. Da una parte è testimone e quindi partecipe della Storia, inserendosi in quel filone di imprese sportive iniziato, probabilmente, quando i primi homo sapiens si sfidavano in velocità o con la clava. D’altra parte, si è dovuto abituare a un finale già scritto quasi ogni volta che uno dei due è al via. La curiosità riguarda il come vincerà, cosa si inventerà questa volta, più che il chi.

Il gruppo però non si ferma a quei due nomi. Ci sono tanti altri talenti che sono stati protagonisti in queste settimane di gare sul pavé, sui muri, sulle strette strade del nord Europa. Ci sono due altri grandi corridori, che in un'epoca diversa avrebbero potuto levarsi, forse, maggiori soddisfazioni. Sono Mads Pedersen e Wout van Aert, che dovranno rinviare di un altro anno l’appuntamento con la vittoria nelle classiche del pavé.

Di questo inizio primavera di ciclismo ricorderemo sicuramente lo splendido stato di forma di Mads Pedersen. Il campione del mondo del 2019 era andato già tre volte a podio tra Roubaix e Fiandre, ed era alla ricerca di quel primo successo in una Monumento che ancora gli manca. Che le gambe ci fossero si vedeva già nella serie di piazzamenti riscossi nelle corse fiamminghe. Mads ha fatto secondo alla E3 Saxo Classic, che è un po’ la prova generale del Giro delle Fiandre, battuto solo da van der Poel. La distanza tra il primo e il secondo era stata di un minuto, la stessa che c’era tra il secondo e il terzo. Pedersen era il primo degli umani.

Il danese della Lidl-Trek ha avuto modo di rifarsi due giorni dopo, vincendo per la terza volta in carriera la Gand-Wevelgem. La Gand è solitamente considerata una corsa più “leggera”, con un percorso accidentato ma non troppo impegnativo. Fare la differenza non è semplice e solo un grande ciclista in grande condizione può pensare di arrivare da solo sul traguardo. Pedersen ha attaccato per la prima volta a oltre 70 km dall’arrivo, e solo in pochi sono riusciti a rimanere con lui. Dopo altri 15 km, sul Kemmelberg, ha di nuovo aumentato il passo, e nessuno ha resistito. Ha vinto alla maniera dei grandi, dopo oltre cinquanta chilometri passati in testa in solitaria.

Dwars door Vlaanderen: Wout van Aert (BEL – Team Visma - Lease a Bike) - Mads Pedersen (DEN - Lidl - Trek) - Foto Peter De Voecht /PN/SprintCyclingAgency©2025

Pedersen sembrava quindi il favorito a spezzare la diarchia Pogačar-van der Poel. Nonostante la grande potenza, anche lui si è dovuto difendere sui muur più duri del Giro delle Fiandre. Spesso ha dovuto concedere qualche metro, ma senza mollare e riportandosi sotto con il suo passo. Al pari dei suoi rivali ha visto Pogačar andar via sull’Oude Kwaremont senza poter opporre resistenza, ma ha vinto lo sprint dei battuti chiudendo con un secondo posto.

Pedersen sapeva bene di poter giocare le sue carte migliori sulla Parigi-Roubaix, la gara forse più consona per le sue caratteristiche. Ha corso da protagonista, tanto che è stato proprio lui il primo tra i big ad attaccare, ad oltre 100 km dall’arrivo. Quando aveva dimostrato di potersi giocare la vittoria è intervenuta la malasorte. Una foratura nel momento sbagliato lo ha escluso dai giochi. Non è certamente la prima volta che capita, all’Inferno del Nord, e non sarà l’ultima. «Purtroppo oggi sono stato sfortunato e ho forato in un brutto momento - ha detto a fine gara. Sappiamo che alla Roubaix può succedere di tutto, nel bene e nel male, e oggi è andata così». È arrivato un terzo posto, un altro podio che ti fa sentire di valere e che ti ricorda l’epoca drammatica in cui ti ritrovi.

Se Pedersen era il più in forma degli altri, su van Aert si concentravano sicuramente la curiosità e le aspettative più alte. Lo scorso anno, la frattura della clavicola rimediata alla Dwars door Vlaanderen gli aveva impedito di partecipare alle due corse preferite, quelle che sono sempre state maledette per lui. Chi, come me, ha una certa simpatia verso il fiammingo di Herentals, si aspettava un segnale. Ci sarebbe bastato un fischio, un segno di riconoscimento, per ricordarci che van Aert c’è ancora, che ancora può giocarsi la grande vittoria. Nella stessa corsa dove l’anno scorso era caduto si era manifestata l’occasione di riscatto. Quattro fuggitivi: tre sono della Visma, uno è van Aert. La vittoria dovrebbe ormai essere in tasca per i gialloneri olandesi, il solo Powless non dovrebbe essere d’intralcio. E invece si sceglie una tattica pazza, dettata dal desiderio di far vincere il capitano. Nessuno dei Visma attacca, Jorgenson e Benoot continuano a tirare. Van Aert lancia la volata, ma a vincere è lo statunitense della EF. Sulla linea del traguardo il fiammingo si prende le proprie responsabilità: «Sono stato un egoista, è stato un grosso errore».

La giornata più commovente è arrivata al Giro delle Fiandre. Quando la corsa comincia a scaldarsi, con i primi attacchi di Pogačar e compagnia, van Aert sembra non averne. Rimane attardato, deve contare sull’aiuto dei compagni. Sembra che non ci siano le gambe, almeno fino agli ultimi cinquanta chilometri. Forse ha perso l’esplosività dei tempi migliori, la capacità di rispondere agli scatti, ma il fondo è intatto. Si riporta sui favoriti, tenta anche un allungo per affrontare in testa l’Oude Kwaremont. E poco dopo è il più attivo quando Pogačar decide di bissare il successo del 2023. Nello sprint finale si deve accontentare del quarto gradino del podio. Viene battuto da Pedersen e van der Poel, avrebbe, forse, meritato di più.

La convincente prova di domenica ci faceva dire che sette giorni dopo avrebbe potuto dire la sua per la vittoria alla Roubaix, dove non avrebbe dovuto rispondere agli allunghi in salita dell’iridato e dell’eterno rivale van der Poel. E invece van Aert ha subìto. Dai primi attacchi: sulla Foresta di Arenberg era sulle ruote di Pogačar quando lo sloveno ha forzato il ritmo. Non poteva seguire quel mostruoso cambio di passo. Si è fatto sfilare ed è rimasto subito attardato. Mentre i suoi rivali lottavano per la vittoria, lui doveva organizzare una rimonta impossibile. Dialogava coi compagni di gruppo, gente che ha (e lo dico con rispetto) neanche la metà del suo talento, cercando un accordo per un inseguimento che sapeva già essere inutile.

Si è messo anche al servizio del suo giovanissimo compagno di squadra, l’inglese Matthew Brennan, quando sembrava avere la gamba migliore della squadra. Anche alla Roubaix van Aert ha dato il suo meglio negli ultimi cinquanta chilometri. Ma ormai il distacco era troppo alto, per provare a riprenderli. Nel velodromo van Aert ha lottato di nuovo in volata con Pedersen, e di nuovo ha chiuso al quarto posto.

A Roubaix il figlio Georgie gli ha chiesto: «Papà, perché sei arrivato ancora quarto?». «In tre andavano più forte», ha risposto Wout. Gli anni passano: qualche dubbio comincia ad affiorare sul fatto che i suoi momenti migliori, in queste gare, siano ormai alle spalle. Ha superato i trent’anni, sarebbe fisiologico aspettarsi un calo, soprattutto nell’esplosività e nel cambio di ritmo. Ma Gilbert ha vinto il Giro delle Fiandre a 35 e la Parigi-Roubaix addirittura a 37. I campioni spesso non invecchiano, evolvono.


Juan Ayuso alle grandi manovre

Quando sale sul palco di San Benedetto del Tronto, Juan Ayuso ha un sorriso appena accennato. A soli 22 anni ha vinto una delle gare a tappe più importanti del calendario ciclistico, arricchendo un palmarès che già comprendeva il Giro dei Paesi Baschi e altri dieci successi tra i professionisti. Però sembra non aver troppo tempo per festeggiare, perché questa Tirreno-Adriatico è solo una tappa di un percorso più grande.

Questa settimana rappresentava un passaggio obbligatorio verso il Giro. Era arrivato alla Corsa dei Due Mari con le stimmate del favorito. Dopo l’ottima crono inaugurale, ha dovuto aspettare la penultima frazione per prendere la maglia azzurra. Un Ganna in condizione super gli ha impedito di vestire prima il simbolo del leader, ma sul terreno a lui più congeniale è riuscito a mettere luce tra sé e gli avversari, arrivando in solitaria a Frontignano.

Non è stata una Tirreno-Adriatico semplice per il gruppo, che si è trovato spesso a correre in condizioni metereologiche avverse. In conferenza stampa Ayuso ha parlato dell’importanza di vivere giornate di questo tipo: «Sono cresciuto molto durante questa settimana, anche mentalmente, soprattutto nelle tappe in cui pioveva ed era freddo. Sono prove importanti, perché al Giro ci saranno delle giornate così e mi ci devo abituare».

Il primo obiettivo dell’anno di Ayuso può dirsi completato con successo. Lunedì sarà alla Volta Catalunya, dove troverà, tra gli altri, Roglič, il suo grande rivale per la Corsa Rosa. Per la prima volta in carriera, il valenciano avrà l’occasione di partire da capitano in un grande giro. «In una squadra come la UAE devi sfruttare ogni occasione che ti viene data - ha detto Ayuso - perché è la migliore del mondo e ci sono tanti che sono in grado di vincere».
Al Giro ci saranno ad aiutarlo Adam Yates, Del Toro, McNulty e Majka, tutti corridori che potrebbero puntare a una top 10. Non ci sarà il campione in carica, Pogačar, e per questo Ayuso potrà finalmente correre da leader: «Quando c’è Tadej in corsa bisogna aiutarlo, perché è il migliore al mondo, forse il migliore della storia».

Alla Tirreno-Adriatico ha superato alcuni degli avversari che troverà anche al Giro, nella lotta per la maglia rosa. Antonio Tiberi può dirsi soddisfatto del terzo posto in classifica generale. È andato benissimo nella crono inaugurale, mentre a Frontignano, con la gamba che non era delle migliori, si è gestito e ha limitato i danni. Buone anche le prove di Derek Gee e Jai Hindley, che sulla carta sarà il vice di Roglic, mentre hanno deluso i gemelli Yates.

In ottica italiana, i protagonisti della settimana sono stati Filippo Ganna e Jonathan Milan. Dal primo ci si aspettava una cronometro fantastica a Lido di Camaiore, ma siamo rimasti impressionati dalla sua capacità di lottare con gli avversari anche nelle tappe mosse e di difendersi su una salita non facile come quella di Frontignano. Le gambe sono pronte per i due obiettivi di questa primavera: la Milano-Sanremo di sabato e la Parigi-Roubaix a metà aprile. Lo sforzo fatto sul Monterolo, quando è rimasto agganciato a corridori ben più portati per una salita del genere, è un test perfetto in vista del Poggio. E ha già dimostrato di avere un ottimo spunto in volata, soprattutto quando si arriva in un gruppo ristretto.

Milan partiva con i gradi di miglior sprinter tra i 168 partenti, e non ha deluso le attese: le due volte che è arrivato in gruppo ha alzato le braccia al cielo, grazie anche all’ottimo aiuto di tutta la Lidl-Trek. Il secondo giorno, sull’arrivo di Follonica, è partito in testa, lanciato dallo scudiero Consonni - uno che a casa ha tre medaglie olimpiche -, e ha dato una bicicletta di distanza agli avversari. Non sono mancati i momenti difficili per il 24enne friulano, che è finito a terra nella terza tappa. Ma poi si è rifatto a San Benedetto, superando Sam Bennett con il colpo di reni. Milan che è poi tornato a casa, per il secondo anno consecutivo, con la maglia ciclamino della classifica a punti.

È stata una Tirreno-Adriatico a tinte tricolori, con le quattro vittorie italiane e i due posti sul podio finale. Ai già citati Ganna e Milan va aggiunto Andrea Vendrame, che al terzo giorno ha fatto suo l’arrivo di Colfiorito. Una tappa lunghissima (240 km), con un forte maltempo e oltre 3000 metri di dislivello complessivo. Tutte caratteristiche adattissime a un coriaceo come Vendrame, che in carriera ha raccolto poche vittorie, ma di livello e al termine di giornate impegnative. In una volata a gruppo ristretto, quando tutti si aspettavano Van der Poel o Pidcock, l’ha spuntata il puncheur della Decathlon.

Anche la maglia verde dei Gran Premi della montagna è stata appannaggio di un italiano, Manuele Tarozzi. Tarozzi è uno che in gruppo non ci sa stare. Ha già sette giornate di fuga nel 2025 (tre alla Tirreno e quattro all’UAE Tour), e l’elenco è destinato ad aumentare. Finora ha mostrato una tendenza a vincere in posti esotici: Tour of Rwanda nel 2023, Tour of Qinghai Lake e Tour de Langkawi lo scorso anno. La classifica dei GPM è un giusto premio per chi ha consacrato la propria vita da ciclista all’arte imprevedibile, e di certo gravosa, dell’avanscoperta.

A inizio settimana, Mathieu Van der Poel aveva annunciato di essere alla partenza soprattutto in preparazione della Milano-Sanremo. Ma il campione del mondo - varie volte e in varie specialità - aveva anche detto che non partecipa mai a una gara solo per indossare la maglia e così è stato. Ha attaccato nella terza tappa, non riuscendo però a distanziare gli avversari. Nei due giorni successivi ha chiuso al terzo e al secondo posto: battuto prima da un paio di velocisti di professione come Kooij e Pluimers, poi dal fuggitivo di giornata, il norvegese Fredrik Dversnes, che si è opposto in solitaria al rientro del gruppo, e per una volta ha avuto ragione lui.
Ho sempre pensato alla corsa dei due mari e alla Parigi-Nizza come due gare felici, perché non temono un effetto finale di nostalgia. Sabato c’è già la Sanremo, e poi ci si sposterà nel nord Europa per la stagione delle classiche. Sarà un lungo viaggio fino al Giro di Lombardia di metà ottobre.

A San Benedetto del Tronto, sul lungomare, è presente dal 1997 il Monumento Nespolo. L’opera riporta alcuni versi di Dino Campana: “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. Anche i rumori delle ruote che girano, dei freni che stridono, delle catene che si muovono tra i rapporti, delle bici che solcano il pavé…


Michał Kwiatkowski: essere un campione

Erano passati 584 giorni dall’ultima vittoria di Kwiatkowski. Lunedì 17 febbraio, il campione polacco della Ineos ha alzato di nuovo le braccia al cielo al termine della Clásica Jaén Paraiso Interior. Per un corridore con il suo palmares, la Clásica Jaén è una corsa di secondo ordine: si tratta infatti di una gara di livello 1.1 e con una storia molto recente, essendo nata solo quattro anni fa. In Spagna la considerano una sorella minore della Strade Bianche, per il percorso ricco di settori in sterrato e l’arrivo in salita a Ubeda, città Patrimonio Unesco per la sua architettura di chiara ispirazione rinascimentale.

La gara fa parte del circuito Europe Tour, ma non mancavano alcuni tra i corridori più forti del gruppo. Presenti, tra gli altri, Wout Van Aert, Ben Tulett, Isaac Del Toro, Tim Wellens, Brandon McNulty, Egan Bernal e Ben Turner. Il percorso, mosso e caratterizzato da tanti settori di sterrato. Dieci, per la precisione, per un totale di oltre trenta chilometri di strade bianche concentrati nel finale.

Tra i big gli attacchi cominciano presto, in un gruppo composto da poche decine di elementi. Un ruolo da protagonista lo interpreta Egan Bernal, in grande forma e con addosso la maglia di campione della Colombia. Bernal è marcato a uomo e a 65 km dall’arrivo, in un momento in cui tutti si guardano, è Kwiatkowski a partire. Un corridore così esperto non si muove mai a caso, e l’attacco ha un doppio scopo: da una parte può provare a giocarsi la vittoria, dall’altra esclude i tanti compagni della Ineos presenti nel gruppo principale dall’onere di collaborare.

L’unico a saltargli sulla ruota è Brandon McNulty, e i due si danno cambi regolari fino a riportarsi sulla fuga di giornata. Nel gruppo principale non c’è accordo: in molti provano ad attaccare, ma nessuno riuscirà a rientrare sul polacco col dorsale numero 11. Che al traguardo ci arriva da solo, perché lungo i settori di sterrato si staccano uno a uno tutti i compagni di fuga, alcuni per forature, altri perché, semplicemente, non ce la fanno a tenere il ritmo inesorabile.

La vittoria in terra andalusa è un successo minore per uno che ha vinto un Mondiale, una Sanremo, due Amstel Gold Race e altrettante Strade Bianche, ma per noi, parafrasando Willie Peyote, è “solo un’ottima scusa per uscire a bere e parlare di Kwiatkowski”.
Il polacco si afferma già da giovanissimo. Da juniores vince due volte il titolo di campione europeo e due Course de la Paix, e diventa professionista a 20 anni con la Caja Rural. Nel 2010 era difficile che un atleta passasse tra i professionisti così giovane, ma Kwiatkowski andava troppo forte per completare il classico cursus honorum tra gli under 23. La prima vittoria tra i professionisti arriva due anni dopo, nel prologo della Dwars door West-Vlaanderen.

Il polacco, originario di Chełmża, è sempre stato un corridore atipico e completo, in grado di dare il meglio in ogni tipo di percorso. A inizio carriera andava bene sia in salita che nelle classiche del nord, dove raccoglieva ottimi piazzamenti. Il quarto posto in classifica generale alla Tirreno-Adriatico del 2013 faceva pensare che Kwiato sarebbe diventato un ciclista da classifiche generali.

Ma alla fine non si è voluto snaturare, e ha preferito continuare a essere un corridore totale, dotato anche di un buono spunto. Questa scelta è stata decisiva per la sua carriera: quanti corridori abbiamo visto impegnare tempo ed energie per finire a raccogliere qualche top 10 nei Grandi Giri? Quante volte ci siamo detti che avrebbero fatto meglio a concentrarsi sui successi di tappa e sulle vittorie nelle gare di un giorno? Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince la Strade Bianche, raccoglie ottimi piazzamenti nelle Classiche delle Ardenne ed è tra i migliori al mondo nelle brevi corse a tappe. Completa l’anno in bellezza conquistando i Mondiali in linea di Ponferrada. Quel giorno Kwiatkowski, aiutato dai compagni della Polonia, compie un’impresa, e diventa il primo (e finora unico) corridore del suo paese a indossare la maglia iridata. A Ponferrada non mancano avversari temibili come Valverde, Gilbert, Van Avermaet o Peter Sagan. Però Kwiato sente che la gamba è quella giusta, e cerca di sorprendere i rivali attaccando in discesa, a sette chilometri dall’arrivo. Si riporta subito sui fuggitivi, di cui fa parte anche Alessandro De Marchi.

Quel giorno risalta il suo grande acume tattico. Rimane sulla scia dei suoi nuovi - e temporanei - compagni di fuga per circa un chilometro. Riprende fiato, mentre dietro il gruppo si avvicina pericolosamente. A sei chilometri dall’arrivo, con la strada in salita, piazza un altro attacco e rimane da solo. Dietro si forma un gruppetto con i favoriti che collaborano, ma non riescono a riprenderlo. Al traguardo può alzare entrambe le braccia al cielo, e poi toccarsi la testa, forse per realizzare quello che ha appena fatto, forse per chiedersi se quella che sta vivendo sia la realtà.

Nei giorni importanti, quando poteva giocarsi le carte da capitano, Kwiato ha vinto spesso, e ha sempre corso da protagonista senza tirarsi indietro. Soprattutto nelle gare che hanno il percorso più adatto a lui, e cioè le Strade Bianche, coi suoi settori di sterrato e i continui saliscendi, e l’Amstel Gold Race. Alla Liegi e alla Freccia Vallone ha chiuso sul podio senza vincere mai, forse perché gli è un po’ mancata l'esplosività per essere tra i migliori anche sulle pendenze più aspre.

Lo spunto è sempre stato ottimo, soprattutto quando era più giovane. La sua capacità di far la differenza negli sprint a ranghi ridotti gli ha permesso di vincere la Milano-Sanremo nel 2017. In quell’occasione Kwiato non era certamente favorito, perché si trovava in un gruppetto a tre con Peter Sagan e Julian Alaphilippe, sulla carta molto più veloci. Il polacco della Sky lascia a Sagan l’ingrato compito di condurre lo sprint. Lascia un po’ di spazio tra la sua ruota e quella dell’avversario. Sembra un dettaglio da nulla, ma è proprio grazie a questo accorgimento che può sfruttare al massimo la scia del rivale, per poi uscire al vento negli ultimi 75 metri e trionfare grazie al colpo di reni. Un altro piccolo aspetto che ci mostra la sua completezza: oltre alla resistenza (l’endurance), alla bravura nei percorsi mossi e nelle classiche del nord, Kwiato ha nel suo “bagaglio ciclistico” anche un colpo di reni da sprinter di primo livello.

Abbiamo parlato della vita da capitano di Kwiatkowski, ma accanto a questa ha condotto anche una vita da supergregario. Con l’arrivo nel Team Sky/Ineos, ha quasi sempre partecipato al Tour con il compito di aiutare il proprio capitano. Non si è mai tirato indietro quando è stato chiamato a svolgere questo ruolo: ha preso il vento per chilometri e chilometri in testa al gruppo, quando serviva andava nelle retrovie per portare borracce e gel ai compagni. Dietro i successi di Froome, Thomas e Bernal c’è anche il suo prezioso aiuto.

E quando il leader di turno non poteva più competere per la generale, Kwiato era capace di non far rimpiangere troppo la sua assenza, portando a casa un ambito successo di tappa. Come nel 2020, a La Roche-sur-Foron, dove ha vinto al fotofinish arrivando a braccetto con il suo compagno di squadra Carapaz. O come nel 2023, quando si inserisce nella fuga di giornata per aiutare i propri compagni, e finisce per trionfare sul Grand Colombier, salita hors categorie.

Quanti ciclisti nel gruppo hanno nel palmares un Mondiale, hanno battuto Sagan allo sprint alla Sanremo, hanno vinto Strade Bianche, Amstel e sul Massiccio del Giura, e hanno aiutato i propri capitani a vincere tre Tour? Credo che l’elenco includa un solo nome, quello di un campione, quello di Michał Kwiatkowski.


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