Ho visto gente andare, perdersi e tornare
E perdersi ancora
E tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare
Per diverse strade
O con diverse scarpe
Su una strada sola
Tu non credere
Se qualcuno ti dirà
Che non sono più lo stesso ormai
Nell’ultimo lustro, il mondo delle classiche è stato egemonizzato da due titani. Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel hanno vinto dodici delle ultime quattordici monumento, e solo Philipsen ed Evenepoel sono stati capaci di detronizzarli, seppur per un solo giorno. L’appassionato vive sentimenti contrastanti. Da una parte è testimone e quindi partecipe della Storia, inserendosi in quel filone di imprese sportive iniziato, probabilmente, quando i primi homo sapiens si sfidavano in velocità o con la clava. D’altra parte, si è dovuto abituare a un finale già scritto quasi ogni volta che uno dei due è al via. La curiosità riguarda il come vincerà, cosa si inventerà questa volta, più che il chi.
Il gruppo però non si ferma a quei due nomi. Ci sono tanti altri talenti che sono stati protagonisti in queste settimane di gare sul pavé, sui muri, sulle strette strade del nord Europa. Ci sono due altri grandi corridori, che in un’epoca diversa avrebbero potuto levarsi, forse, maggiori soddisfazioni. Sono Mads Pedersen e Wout van Aert, che dovranno rinviare di un altro anno l’appuntamento con la vittoria nelle classiche del pavé.
Di questo inizio primavera di ciclismo ricorderemo sicuramente lo splendido stato di forma di Mads Pedersen. Il campione del mondo del 2019 era andato già tre volte a podio tra Roubaix e Fiandre, ed era alla ricerca di quel primo successo in una Monumento che ancora gli manca. Che le gambe ci fossero si vedeva già nella serie di piazzamenti riscossi nelle corse fiamminghe. Mads ha fatto secondo alla E3 Saxo Classic, che è un po’ la prova generale del Giro delle Fiandre, battuto solo da van der Poel. La distanza tra il primo e il secondo era stata di un minuto, la stessa che c’era tra il secondo e il terzo. Pedersen era il primo degli umani.
Il danese della Lidl-Trek ha avuto modo di rifarsi due giorni dopo, vincendo per la terza volta in carriera la Gand-Wevelgem. La Gand è solitamente considerata una corsa più “leggera”, con un percorso accidentato ma non troppo impegnativo. Fare la differenza non è semplice e solo un grande ciclista in grande condizione può pensare di arrivare da solo sul traguardo. Pedersen ha attaccato per la prima volta a oltre 70 km dall’arrivo, e solo in pochi sono riusciti a rimanere con lui. Dopo altri 15 km, sul Kemmelberg, ha di nuovo aumentato il passo, e nessuno ha resistito. Ha vinto alla maniera dei grandi, dopo oltre cinquanta chilometri passati in testa in solitaria.

Pedersen sembrava quindi il favorito a spezzare la diarchia Pogačar-van der Poel. Nonostante la grande potenza, anche lui si è dovuto difendere sui muur più duri del Giro delle Fiandre. Spesso ha dovuto concedere qualche metro, ma senza mollare e riportandosi sotto con il suo passo. Al pari dei suoi rivali ha visto Pogačar andar via sull’Oude Kwaremont senza poter opporre resistenza, ma ha vinto lo sprint dei battuti chiudendo con un secondo posto.
Pedersen sapeva bene di poter giocare le sue carte migliori sulla Parigi-Roubaix, la gara forse più consona per le sue caratteristiche. Ha corso da protagonista, tanto che è stato proprio lui il primo tra i big ad attaccare, ad oltre 100 km dall’arrivo. Quando aveva dimostrato di potersi giocare la vittoria è intervenuta la malasorte. Una foratura nel momento sbagliato lo ha escluso dai giochi. Non è certamente la prima volta che capita, all’Inferno del Nord, e non sarà l’ultima. «Purtroppo oggi sono stato sfortunato e ho forato in un brutto momento – ha detto a fine gara. Sappiamo che alla Roubaix può succedere di tutto, nel bene e nel male, e oggi è andata così». È arrivato un terzo posto, un altro podio che ti fa sentire di valere e che ti ricorda l’epoca drammatica in cui ti ritrovi.
Se Pedersen era il più in forma degli altri, su van Aert si concentravano sicuramente la curiosità e le aspettative più alte. Lo scorso anno, la frattura della clavicola rimediata alla Dwars door Vlaanderen gli aveva impedito di partecipare alle due corse preferite, quelle che sono sempre state maledette per lui. Chi, come me, ha una certa simpatia verso il fiammingo di Herentals, si aspettava un segnale. Ci sarebbe bastato un fischio, un segno di riconoscimento, per ricordarci che van Aert c’è ancora, che ancora può giocarsi la grande vittoria. Nella stessa corsa dove l’anno scorso era caduto si era manifestata l’occasione di riscatto. Quattro fuggitivi: tre sono della Visma, uno è van Aert. La vittoria dovrebbe ormai essere in tasca per i gialloneri olandesi, il solo Powless non dovrebbe essere d’intralcio. E invece si sceglie una tattica pazza, dettata dal desiderio di far vincere il capitano. Nessuno dei Visma attacca, Jorgenson e Benoot continuano a tirare. Van Aert lancia la volata, ma a vincere è lo statunitense della EF. Sulla linea del traguardo il fiammingo si prende le proprie responsabilità: «Sono stato un egoista, è stato un grosso errore».
La giornata più commovente è arrivata al Giro delle Fiandre. Quando la corsa comincia a scaldarsi, con i primi attacchi di Pogačar e compagnia, van Aert sembra non averne. Rimane attardato, deve contare sull’aiuto dei compagni. Sembra che non ci siano le gambe, almeno fino agli ultimi cinquanta chilometri. Forse ha perso l’esplosività dei tempi migliori, la capacità di rispondere agli scatti, ma il fondo è intatto. Si riporta sui favoriti, tenta anche un allungo per affrontare in testa l’Oude Kwaremont. E poco dopo è il più attivo quando Pogačar decide di bissare il successo del 2023. Nello sprint finale si deve accontentare del quarto gradino del podio. Viene battuto da Pedersen e van der Poel, avrebbe, forse, meritato di più.
La convincente prova di domenica ci faceva dire che sette giorni dopo avrebbe potuto dire la sua per la vittoria alla Roubaix, dove non avrebbe dovuto rispondere agli allunghi in salita dell’iridato e dell’eterno rivale van der Poel. E invece van Aert ha subìto. Dai primi attacchi: sulla Foresta di Arenberg era sulle ruote di Pogačar quando lo sloveno ha forzato il ritmo. Non poteva seguire quel mostruoso cambio di passo. Si è fatto sfilare ed è rimasto subito attardato. Mentre i suoi rivali lottavano per la vittoria, lui doveva organizzare una rimonta impossibile. Dialogava coi compagni di gruppo, gente che ha (e lo dico con rispetto) neanche la metà del suo talento, cercando un accordo per un inseguimento che sapeva già essere inutile.
Si è messo anche al servizio del suo giovanissimo compagno di squadra, l’inglese Matthew Brennan, quando sembrava avere la gamba migliore della squadra. Anche alla Roubaix van Aert ha dato il suo meglio negli ultimi cinquanta chilometri. Ma ormai il distacco era troppo alto, per provare a riprenderli. Nel velodromo van Aert ha lottato di nuovo in volata con Pedersen, e di nuovo ha chiuso al quarto posto.
A Roubaix il figlio Georgie gli ha chiesto: «Papà, perché sei arrivato ancora quarto?». «In tre andavano più forte», ha risposto Wout. Gli anni passano: qualche dubbio comincia ad affiorare sul fatto che i suoi momenti migliori, in queste gare, siano ormai alle spalle. Ha superato i trent’anni, sarebbe fisiologico aspettarsi un calo, soprattutto nell’esplosività e nel cambio di ritmo. Ma Gilbert ha vinto il Giro delle Fiandre a 35 e la Parigi-Roubaix addirittura a 37. I campioni spesso non invecchiano, evolvono.
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