Roger De Vlaeminck, uno dei soli tre ciclisti nella storia ad aver vinto tutte le classiche monumento, dopo la sua seconda vittoria alla Parigi-Roubaix disse: «Da campione del mondo di ciclocross, mi sarei rifiutato di correre su un percorso come quello di oggi. Ho ventisette anni, sono troppo giovane per morire». All’Inferno del Nord sarebbe tornato però a correre altre otto primavere, raccogliendo ancora due vittorie e tre secondi posti.
A quel ristrettissimo gruppo di chi è riuscito a vincere tutte e cinque le classiche monumento, formato anche da Eddy Mercxk e Rik Van Looy, domenica poteva aggiungersi Tadej Pogačar. Con la vittoria, lo sloveno sarebbe diventato anche il primo della storia a vincere le cinque classiche consecutivamente.
Per il campione del mondo, la situazione si era complicata, in modo non ancora irrimediabile, a oltre 120 chilometri dal traguardo. Una foratura nel solitamente anonimo settore di Quérénaing a Maing lo aveva costretto a rincorrere un gruppo già a piena velocità, dopo una prima metà di corsa passata a quasi cinquanta di media. Nel gruppo principale c’era soprattutto la Alpecin – e lo stesso van der Poel – a rendere la vita durissima al campione del mondo. La rincorsa, con una lotta a distanza tra la UAE e le altre formazioni, si risolveva dopo più di venti chilometri, giusto in tempo per affrontare davanti la Foresta di Arenberg.
Come in ogni edizione, è proprio nella Trouée d’Arenberg che la corsa si accende. Leggenda vuole che non si vince la Parigi-Roubaix in questo settore, ma la si può perdere. Una foratura in questo tratto vuol dire perdere almeno un minuto e mezzo, perché il gruppo è allungatissimo, e i tanti ciclisti dispersi nelle retrovie non permettono alle ammiraglie di seguire da vicino i propri capitani. Questa volta, la vittima della sorte è Mathieu van der Poel, che fora per ben due volte, mentre i compagni lo aiutano come possono in una commedia dell’assurdo.
La gara di ogni altro atleta al mondo sarebbe compromessa. Mancano ancora 90 chilometri al traguardo, ma alla Parigi-Roubaix trovarsi a due minuti e mezzo di ritardo significa non avere opportunità di rientrare. Sarebbe vero per tutti, ma van der Poel ci ha fatto a lungo credere che per lui questa regola non sarebbe valsa. Quell’inseguimento commovente, risalendo gruppi e gruppetti fino a rientrare sugli altri favoriti della vigilia, poteva essere realizzato solo dal capitano della Alpecin. Che ha corso con grandi gambe, ma anche con grande intelligenza: tirava a lungo, ne approfittava per rifiatare quando trovava qualche compagno di (breve) avventura, e poi li salutava nei tratti di pavé. Con questo metodo si è infine riportato anche sul gruppo dei migliori, che comprendeva nomi di primo piano delle classiche del nord: Pedersen, Bisseger, Laporte, Stuyven e Mick Van Dijke.
Quasi tutti, perché ancora più avanti si trovava la coppia di battistrada composta da Pogačar e van Aert. Anche i due favoriti avevano avuto dei problemi meccanici nei lunghi chilometri di inseguimento di van der Poel, ma erano riusciti a riportarsi davanti. Per Tadej in realtà era stato semplice, mentre van Aert aveva avuto bisogno di più tempo (e dell’aiuto della coppia Red Bull Pithie-Meeus) per riportarsi in testa. In quel momento, si era rivelata fondamentale la presenza di Christophe Laporte.
Per i critici di van Aert, Laporte viene immediatamente associato a un momento di scarsa cattiveria agonistica del capitano della Visma. Nel 2023, alla Gand-Wevelgem, i due compagni di squadra vanno in fuga insieme, e si ritrovano con un vantaggio monstre sul gruppo. Per van Aert non sarebbe un problema staccare il francese, o anche batterlo allo sprint, ma decide di lasciarlo vincere. Non l’avesse mai fatto. Per molti, è un chiaro simbolo di come a van Aert manchi quella cattiveria che contraddistingue ogni vero campione di ciclismo. Eddy Merckx non avrebbe mai lasciato una vittoria a un proprio compagno di squadra, è la critica che gli viene mossa.
Se non ci fosse stato Laporte nel gruppo di testa, il rientro del belga dopo la foratura sarebbe stato ancora più difficoltoso. La sua presenza infatti intimidiva gli altri, perché l’ex campione europeo ha raccolto una serie di buoni piazzamenti in queste classiche di primavera, ed è comunque un avversario da non sottostimare grazie anche al suo sprint. Per di più, spesso si metteva in fila per rompere i cambi e spezzare il ritmo. Tutto ovviamente lecito, ma anche di vitale importanza per permettere al proprio capitano di rientrare nel momento più difficile della sua Parigi-Roubaix.
Van Aert ha vinto non solo (e non tanto) perché aveva la gamba migliore, ma anche perché è stato tatticamente il più lucido negli ultimi cento chilometri. Nei momenti decisivi è stato lui ad animare la corsa. C’era lui in testa, nella Foresta di Arenberg, quando van der Poel ha forato per la prima volta, pregiudicandosi di fatto la quarta vittoria consecutiva. Ed è stato di nuovo lui a delineare lo scenario di coppia in testa alla corsa, con l’attacco sferrato prima dell’ingresso nel settore di Auchy-lez-Orchies a Bersée, al quale ha resistito solo Tadej. Un attacco perfetto perché è arrivato non sul pavé, ma nel paio di curve in asfalto che lo precedevano, approfittando della presenza in testa al gruppo dello stesso Laporte.
E non ha fatto l’errore di collaborare troppo, di dare il massimo per voi vedersi staccare da Pogačar. In particolare prima del Carrefour de l’Arbre. Era nell’ultimo settore da cinque stelle, posizionato a meno di venti chilometri dal traguardo, che il campione del mondo aveva l’occasione più ghiotta per infilare la quinta monumento consecutiva. E van Aert ha approfittato dei chilometri precedenti per rifiatare e rimanere il più possibile a ruota. D’altronde, era proprio il campione del mondo il favorito, l’uomo da battere dopo che van der Poel era rimasto attardato. E su lui andava la maggior parte del carico di lavoro. Van Aert è tornato a lavorare proprio superato quel settore di pavé, perché sapeva che ormai sarebbe dovuti arrivare allo sprint a due. Era questa la situazione più favorevole per il belga della Visma, che d’altronde non aveva avuto mai modo di staccarsi di ruota Pogacar.
Sulla carta, Wout doveva essere il favorito in una volata a due. Le cose non erano però così scontate, e per vari motivi. In primis, non ci sono gerarchie chiare dopo 258 chilometri (54 dei quali sul pavé) corsi a 48.9 chilometri orari di media. E poi, solo tre settimane fa Pogačar aveva vinto la sua prima Milano-Sanremo battendo Tom Pidcock in uno sprint a due. Quattro anni fa, van Aert era capace di battere Philipsen e Cavendish sugli Champs-Élysées. Ma solo lo scorso anno perdeva la Dwars door Vlaanderen contro Powless in quella che veniva considerata la figuraccia peggiore della storia della Visma.
Wout van Aert aveva già perso una classica monumento in una volata a due. Era il Giro delle Fiandre del 2020, quello corso a ottobre nella stagione stravolta dal Covid. È il primo capitolo su strada della rivalità van Aert – van der Poel, che i due ciclisti vivono da quando sono atleti juniores nel ciclocross. L’olandese, con la maglia di campione in carica, prende la volata dalla testa. La posizione migliore, sulla carta, sarebbe quella dell’atleta Visma. Parte lo sprint, i due si affiancano, ma a van Aert non riesce il sorpasso e il photofinish assegna la vittoria al rivale di una vita. Sappiamo come sono andate le carriere dei due da quel giorno. Quello che non sappiamo, è cosa sarebbe successo se la volata fosse andata diversamente, anche solo di pochi centimetri. Non lo sappiamo, ma dopo quanto visto ieri a Roubaix è meno importante.
Anche nel velodromo, van Aert sceglie di partire in seconda posizione. Pogačar si trova quindi avanti, da dove ha già battuto Pidcock nel finale di Via Roma. Questa volta, però, non è la maglia iridata ad alzare le braccia al cielo. Infatti il belga, prima dell’ultima curva, parte con la sua volata. Lo affianca, ed è subito chiaro che tra i due non c’è storia. Troppo veloce, troppo potente, forse troppo affamato. Sembra quasi ovvio che dovesse andare in questo modo, che fosse giusto veder trionfare van Aert in questo dodici aprile dell’anno 2026.
Tutto quello che è seguito alla gara è stato forse ancora più bello. A partire dalla dedica di Wout, che appena tagliato il traguardo ha alzato il dito al cielo. Il ricordo è per Michael Goolaerts. Nati nello stesso anno e cresciuti entrambi nella provincia di Anversa, nelle Fiandre settentrionali, i due avevano corso da avversari in tutte le categorie giovanili. Si erano poi ritrovati compagni di squadra e amici alla Vérandas Willems-Crelan, all’esordio tra i professionisti. Otto anni fa, l’otto aprile del 2018, i due fiamminghi facevano il loro esordio all’Inferno del nord. Ma mentre van Aert arrivava tredicesimo, Goolaerts si fermava per un malore, e sarebbe morto la sera stessa. Un infarto a un atleta professionista di ventitré anni, che solo una settimana prima era in fuga al Giro delle Fiandre. Una tragedia che van Aert non ha mai dimenticato, ed era diventato il suo obiettivo onorare l’ex compagno nella corsa che gli aveva tolto la vita.
Poi ci sono gli abbracci alla famiglia, i baci alla moglie Sarah e i cinque ai figli Georges e Jerome. Anche la famiglia di van Aert era stata oggetto delle critiche dei media fiamminghi, troppe volte crudeli verso il loro più grande talento dell’ultimo decennio. Troppo spesso si sono chiesti come facesse ad andare sorridente dai figli, al traguardo, dopo aver magari perso uno sprint in cui era favorito.
E c’è la gioia di un intero popolo, quello belga, che aspettava da anni che un loro corridore tornasse a vincere nella settimana santa, nelle due domeniche in cui il Belgio si ferma per Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. L’ultimo trionfatore era stato Gilbert, con il suo arrivo in solitaria al velodromo nel 2019. Un digiuno di sette anni che non aveva avuto precedenti, e che solo van Aert, l’atleta che tutti aspettavano, poteva spezzare. E così impazzivano le voci dei commentatori della televisione vallone e di quella fiamminga, a testimonianza di come il ciclismo sia davvero il collante che unisce le due popolazioni che condividono il Belgio. Mentre a Mechelen, ai tifosi del KV importava già poco della sconfitta appena avuta in casa ed esultavano dagli spalti.
Le parole più belle, alla fine, sono quelle che ha regalato proprio Wout. Lui, che ha vinto dieci tappe al Tour, tre alla Vuelta e una al Giro, e poi Milano-Sanremo, Amstel Gold Race, Strade Bianche, Omloop e tantissime altre corse, veniva finora ricordato soprattutto come un grande perdente. Uno che aveva collezionato decine di piazzamenti nelle monumento, ma che era rimasto totalmente eclissato dal suo grande rivale di carriera. Per poi doversi accontentare di finire terzo o quarto, sempre terzo o quarto negli ultimi anni. Uno che, nei momenti più belli e in cui sembrava più in forma, si era dovuto fermare per dei bruttissimi infortuni. La ferita alla coscia al Tour nel 2019, la caduta alla Dwars door Vlaanderen nel 2024 e lo stop alla Vuelta nello stesso anno. Come fai a crederci ancora, dopo tutte queste sconfitte? «Ho smesso di crederci molte volte, ma il giorno dopo mi sono alzato e ho ricominciato di nuovo a lottare».

