Vedere vincere Wout van Aert
Prima di proporre in redazione un pezzo di questo genere, su questo tono, ho ponderato a lungo la mia scelta. Non per qualcosa, ma perché anche io faccio parte di quella schiera di sfigati cronici che, forse per una questione generazionale, ma anche di percorso di crescita, educazione, letture, visioni, crede (anche se non troppo ciecamente o fedelmente) nella magia. E quindi, prima di pensare di scrivere un pezzo con le parole “vincere” e “van Aert” nel titolo c’ho pensato molto bene e ho fatto scongiuri e nel caso chiedo già scusa in anticipo ai tanti fedelissimi del corridore belga. Il fatto è che vedere vincere Wout van Aert è un privilegio per noi, per chi gli corre di fianco, anche per i suoi compagni di squadra, senza dimenticare quanto per esempio, in questi giorni, alla Vuelta, sia fondamentale per i successi di Brennan (nel momento in cui scrivo il 21enne inglese ha conquistato 5 tappe, 4 delle quali con l’ausilio del belga). Senza andare poi a scomodare i successi passati della squadra neerlandese, ne abbiamo già parlato e sarebbe da scriverne un libro, chissà. Ogni sua vittoria sembra arrivare da un luogo più profondo, più scuro, più umano di quello che il ciclismo concede di solito. Ci sono corridori che vincono perché devono, per ruolo, stipendio e genetica, Van Aert invece vince come una bella stagione dopo un lungo inverno, un sollievo oltre a un trionfo.
Due tappe alla Vuelta, in questi giorni. Due arrivi che non cambiano la storia del ciclismo, anzi, ma un po’ la nostra e pure la sua. Noi che lo abbiamo tifato nei momenti bui e sappiamo cosa significa vederlo così feroce e chirurgico, in pace con la strada che significa tornare a fare quello che sa fare meglio ovvero vincere. Solo così possiamo dire che Van Aert è tornato a essere Van Aert, e questo basta.
Il privilegio sta tutto qui: nel poter assistere a un atleta che non ha mai smesso di essere grande, che in questa stagione ha trovato ritmo e vittorie, che quel giorno a Roubaix… insomma quel giorno a Roubaix… Che ne ha passate e lo sappiamo: cadute e operazioni, malanni e primavere buttate, redenzioni e abissi. E noi lì, a guardarlo arrancare, a cercare nei suoi gesti un segnale, un lampo, un indizio che dicesse: sta tornando. E dopo l’ennesimo problema che pochi mesi fa lo ha messo fuori dal Tour eccolo: è tornato.
Le due vittorie alla Vuelta non sono solo due vittorie. Sono una dichiarazione di esistenza. Sono il momento in cui un corridore ritrova il filo e lo tira con forza, con rabbia che diventa gratitudine. Gratitudine verso il ciclismo, ok, verso la strada e verso chi lo ha aspettato. Gratitudine verso se stesso, soprattutto.
Per questo vederlo vincere è sempre un privilegio, perché sappiamo cosa c’è dietro. Sappiamo quanto gli è costato. Sappiamo che ogni metro di quelle due tappe è stato un metro rubato alla sfortuna, alla paura, al dubbio. Sappiamo che non sta vincendo per dimostrare qualcosa agli altri, ma per dimostrare qualcosa a se stesso, che è ancora lì, che non è finito, che il ciclismo non gli ha tolto niente che non possa riprendersi. Roubaix e poi queste tappe alla Vuelta – ma in generale un 2026 in cui ha toccato un altissimo livello, forse uno dei suoi migliori di sempre.
Fra due settimane ci sono i Mondiali in Canada. Non sappiamo cosa succederà, e va bene così. Non serve che vinca. Non serve che faccia il numero. Non serve che sia un van Aert iridato. Serve solo che sia questo van Aert, che ha ritrovato la strada, sé stesso, quello che ha ricominciato a vincere per sé e anche per gli altri perché è così che piace a lui e non rompetegli le scatole se, nel senso di quando, si fa a fettine per vedere vincere un compagno di squadra.
Il privilegio è tutto qui: vederlo tornare tutte le volte e sapere che lo abbiamo aspettato bene.
Le avventure di Tadej Pogačar
Tadej Pogačar ha solo ventun’anni, i capelli a spazzola biondi e occhi grandi che risaltano uno sguardo vispo, assetato di vittorie e affamato di conoscenza. Due nei spuntano sulla guancia sinistra, mentre qualche lentiggine gli macchia il viso: se lo guardi pensi sia uscito da un libro di Mark Twain. Quando piove, si trasforma: ha caratteristiche simili a un anfibio e la forma di un ciclista navigato. La sua zattera è un mezzo a due ruote; non arriva dal Missouri, ma da Komenda, un piccolo paesino della Slovenia a nord di Ljubljana, dove vivono circa mille persone dedite principalmente all’agricoltura e all’allevamento. In bicicletta è salito per imitare il fratello più grande, perché: <>. Ha seguito le sue impronte nel team Radenska Rog, poi suo fratello si è fermato e ha scelto di fare altro, mentre Tadej ha iniziato la propria scalata al vertice del ciclismo.
È considerato un predestinato: un marchio che può mettere pressione o suscitare invidia. Pogačar, però, ha spalle corazzate e caratteristiche inconsuete rispetto a tanti suoi giovani colleghi emergenti: sa gestire bene le situazioni più intricate ed è abile nel leggere la corsa; è riflessivo in gara tanto quanto nei momenti in cui si racconta sceso dalla bici. In un’intervista concessa tempo fa a rouleur.cc dice di sentirsi diverso dal suo capitano Aru, di non accusare la pressione e di fregarsene se una corsa non va come sarebbe dovuta andare. Il suo è uno dei volti che sta cambiando il ciclismo di questi anni, ma se Bernal macina pedalate con una cadenza così devastante da scuotere le montagne, se van der Poel e van Aert sono talento e perseveranza, se Evenepoel è un divoratore che non si pone limiti e Pidcock recita la parte dello showman, Pogačar è pura saggezza, un cavaliere Jedi capace, in poco tempo, di controllare la propria forza.
Tadej Pogačar migliora di corsa in corsa, giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata. Lo abbiamo definito una anfibio, ma è anche una spugna. Assorbe il meglio da chi gli corre a fianco ed è capace di amministrarsi come se fosse in gruppo da oltre vent’anni. Se chiedi in giro notizie su di lui, le parole chiave che emergono con maggiore frequenza sono: intelligenza e capacità di gestire la corsa; se lo osservi con attenzione non è bellissimo da vedere, non ha la grazia o lo stile di altri corridori che come lui hanno avuto la voglia di concedersi al ciclismo, ma è tremendamente efficace. La sua pedalata non gli fa perdere un briciolo di energia, la sua posizione in sella non gli fa disperdere nemmeno un watt.
Questo articolo è apparso sul numero 7 di alvento ottobre/novembre 2019 dove potete trovare la versione completa
La lunga strada di Jasper
Jasper Philipsen ha vinto a Parigi, al Tour de France, nel 2022. Potrebbe bastare una didascalia del genere per rendere memorabile un atleta perché chi vince al Tour entra nella storia e perché vincere al Tour, a Parigi, sui Campi Elisi, per chiunque e, forse, soprattutto, per un velocista è l’appuntamento sognato da una vita, la serata, e ultimamente a Parigi si arriva di sera, che proprio non ci si può perdere e si attende romantici e malinconici. Ma Jasper Philipsen, classe 1998, belga di Mol, di tappe al Tour de France ne ha vinte ben undici: l’ultima pochi giorni fa, dopo aver sbagliato tutto, lui e la squadra per giorni, la prima proprio quell’anno a Carcassonne. Non solo: conta sei successi alla Vuelta, una Milano Sanremo, una Gent Wevelgem, una Kuurne-Bruxelles-Kuurne e la classifica a punti della Grande Boucle. A Mol, la sua città natale, era nato anche il ciclista che l’ha sempre ispirato, Tom Boonen, diciotto anni prima, nel 1980. Non hanno condiviso la carriera, ma Jasper è riuscito a fare qualche allenamento con Boonen quando era poco più che un ragazzino e quelle uscite se le ricorda ancora oggi. Philipsen non è solo nato nella stessa città di Boonen ma, ciclisticamente parlando, gli somiglia pure. Parliamo di velocità allo sprint, di abilità di movimento quando il gruppo scalcia ed impazzisce nel caos della volata dopo tappe che paiono un biliardo, ma anche di maestria sul pavè, quando il ciclismo, in primavera, approda nell’Inferno del Nord. Boonen di Roubaix ne ha vinte quattro, Philipsen ancora non ci è riuscito, ma l’ha sfiorata sia nel 2023 che nel 2024 concludendo poi secondo, in entrambi i casi dietro a Mathieu van der Poel, suo compagno di squadra e miglior vagone del suo treno in Alpecin Deceuninck.
La scena l’abbiamo vista tutti più volte e ne siamo rimasti ammirati: la potenza di van der Poel che apre la strada alla velocità pura di Philipsen che, sfruttando quella scia, pare ancora più forte, più abile, più talentuoso, quasi impossibile da superare. Ha raccontato Jasper che qualche volta questo binomio gli ha anche causato dubbi, quasi non potesse vincere senza van der Poel, quasi la sua presenza fosse necessaria per la vittoria e da solo valesse meno. Sembra abbia superato quel timore proprio grazie ai successi in cui van der Poel non c’era ed a quelli in cui è riuscito ad essere all’altezza di quel capitano così ingombrante. Sin dai primi successi importanti ha sempre dichiarato quanto fosse per lui importante riuscire a mantenere quell’approccio leggero e libero che permette di affrontare i rischi di una specialità complessa come la volata, senza farsi bloccare dalle paure. Ci è riuscito, almeno fino all’inizio di questo Tour, nonostante periodi più o meno positivi. Poi, il ventidue luglio di quest’anno, a Voiron, ha ritrovato il successo ed ha confessato che rischiava di smettere di crederci, eppure di non aver aspettato altro che quel giorno, di aver corso solo per quel giorno che non arrivava mai, nonostante tutto il lavoro di preparazione. Qualcosa di simile ha detto Mathieu van der Poel. Allora, sì, van der Poel e Philipsen sono più forti assieme, si completano atleticamente in quel puzzle che è lo sprint e fra il pavé delle classiche, questo accade proprio per le qualità singolari di entrambi, per il talento di entrambi. La strada di Boonen, Philipsen la sta percorrendo e la sta percorrendo con convinzione, ora che, da ciclista professionista, Mol è spesso lontana.
Alpe d'Huez, 14 luglio: il giorno dell'anarchia
Questo testo – di seguito trovate solo un estratto – è apparso sul numero 22 di alvento (Agosto 2022)
Testo: Alessandro Autieri
Foto: Paolo Penni Martelli
Abbiamo passato tre giorni accampati all’Alpe d’Huez per pedalare, mangiare, bere e ballare, conoscere gente da tutto il mondo. Insomma, vivere in prima persona uno dei più incredibili spettacoli di tifo e festa nello sport
Eppure lassù, in cima all’Alpe d’Huez, dentro Notre-Dame des Neiges, hanno suonato l’organo Kleuker. Non importa per chi hanno intonato la musica, nemmeno chi sarà poi il vincitore. Prendete ad esempio Tom Pidcock che scalerà la salita in circa 41′, un tempo quasi umano rispetto al passato, fatto da chi di umano non sembra avere nemmeno le sembianze, faccia da elfo scappato in bicicletta da una brughiera inglese, fisico che non è nulla a confronto a certi suoi colleghi, eppure capacità fuori dal comune nel salire, ma anche nello scendere: la sua impresa in fuga sull’Alpe partirà da una sfrenata picchiata giù per il Galibier.
Non importa se, lungo i tornanti, Froome ci ricorderà chi è stato andando in fuga dove lo hanno insultato, beccandosi stavolta le urla a favore di tutto il pubblico; o se Ciccone, staccandosi nel finale, non vestirà la maglia a pois. Non importa neppure se Pogačar proverà, senza riuscirci, a distanziare Vingegaard, dopo il primo giorno di crisi di tutta la sua carriera, sul Granon. Non importa come finirà il Tour. Chi vincerà o chi perderà, perché il 14 luglio, nel giorno della festa nazionale francese, c’è l’Alpe d’Huez. Il 14 luglio a Bourg d’Oisans, a valle, le campane rintoccheranno un motivo di festa, lassù echeggierà l’organo, in mezzo sarà il delirio.
Eppure è così: devi pedalarla tutta a testa bassa e ignorare chi ti dice Per un amatore non è poi così difficile, come racconta Enzo, dal Trentino. L’ha percorsa partendo dalla cima, passando per il Col de Sarenne per scendere fino a Bourg d’Oisans e risalire di nuovo. È da solo col suo furgone dotato di ogni confort, cucina, lavandino, letto, e con se ha una Merida appartenuta a Michele Scarponi. «Dovrei incontrare degli amici il giorno della gara». In realtà dice domenica, ma la tappa si correrà giovedì. Sono giorni di festa ed è come fosse domenica da ore ormai, in mezzo a quel cosmo ciclistico che si forma con il passaggio, senza soluzione di continuità, di migliaia e migliaia di bici, e poi camper, auto, gente a piedi. Giorno e notte. Le stime diranno che lungo tutta la salita saranno oltre un milione di persone, chissà.
Devi pedalarla tutta a testa bassa, ignorare le strutture che si intravedono in cima (quasi) da ogni tornante, su quell’altopiano dove c’è di tutto: ristoranti, bar, supermercati, una piscina, un cinema, un centro congressi, persino farmacie, la stazione dei pompieri e della gendarmeria. Lassù non devi guardare altrimenti vedrai gli indiani spuntare da dietro i tornanti, mentre in cima, sotto il ghiacciaio Pic Blanc, troverai orrendi palazzoni, hotel con oltre trentamila posti per dormire, gru in procinto di costruire ancora e ancora. Lassù ci saranno migliaia di camper – la maggior parte dalla Slovenia, patriottici tifosi di Pogačar e Roglič, perché va bene la festa, ma i campioni fanno da traino a un intero popolo accorso qui in massa – e nemmeno più uno spazio dove parcheggiare un’auto o dove fermarsi a bivaccare. Ci sarà gente costretta a salire ancora più in alto di quello che si poteva credere, accampandosi in alcuni tratti delle piste da sci; altri circonderanno con le loro tende il laghetto subito dopo il traguardo, lì faranno fare il bagno ai loro cani mentre delle papere sguazzeranno alla ricerca di una pace che troveranno solo dal giorno dopo il passaggio della corsa.
Eppure, devi pedalare, testa bassa e menare, e superare quei tornanti, i virage, che spianano, danno sollievo e sembrano lanciarti per affrontare rettilinei crudeli come unghie infilate senza pietà nelle cosce. Tornanti aperti – pieni di gente e biciclette poggiate sui muretti già da giorni – da dove arrivano folate di vento che asciugano il sudore, illudono e scandiscono il ritmo: dal numero 21 dedicato a Coppi, primo vincitore qui nel 1952, al numero 1 di Guerini, vincitore nel 1999 dopo aver colpito in pieno un fotografo in mezzo alla careggiata. Passando per il 7 di Bugno o per il 3 e il 2 di Pantani, autore di un tempo di scalata inarrivabile.
13,8 km alla media del 8,1%, le misure dell’Alpe. 21 virages, proprio così: anche quando devi spedire una lettera indirizzata all’Église Saint-Ferréol scriverai sopra virage 7. Non serve altro. Dicono che siano stati numerati ancora prima di intestarli ai vincitori di tappa per far capire ai turisti – qui si scia dagli anni ’30 – quanto manca alla zona dei resort o per dare un’indicazione agli spazzaneve sull’avvicinamento alla cima. La chiamano anche la montagna degli olandesi per via delle otto vittorie arancioni, e di arancione si traveste tutta la zona davanti all’Église Saint-Ferréol: il dutch corner, appunto. E quando arrivi lì in bicicletta c’è un po’ di sollievo, perché è una bolgia. Qualche curva sopra, invece, ci sarà l’alcolico covo dei norvegesi: musica a palla, colore in prevalenza rossoblù. A capo di tutto il Vichingo personaggio di culto delle salite del Tour, vestito da sciatore di altri tempi e con in testa un elmetto con le corna. «Se volete venire, ogni sera facciamo un party con musica e birra fino a tardi». Mentre ce lo dice ai piedi ha un paio di sci. Qualche curva sotto, invece, la zona presa in custodia dai tifosi di Geraint Thomas, bandierone appeso al muro con la faccia del corridore da giovane e di fianco una gigantografia sopra un telo con Thomas in maglia gialla. Una coppia dal Galles è arrivata con un camper lungo, infinito, e sarà costretta a salire fino in cima perché su quel tornante non c’è più posto. Hanno portato un gatto persiano di nome Ripley, lo tengono in una gabbia che è più grande di diverse tende viste lungo la salita, «ma – specifica l’umana che se lo porta con se ovunque – è solo per una questione di sicurezza mattutina, in realtà durante il giorno lo lasceremo più libero e poi verrà a fare una passeggiata con noi al guinzaglio. Più che un gatto per noi è un amico fedele». Sono qui ormai da quasi una settimana, hanno fatto migliaia di chilometri e non vedono l’ora di sostenere il vincitore del Tour del 2018, ancora in piena lotta per il podio.
Per leggere la versione completa: https://alvento.cc/prodotto/alvento-22/
All'assalto del Tour de France 2022
Una voce dall’ammiraglia, attraverso la radio, arriva direttamente all’orecchio di un giovane danese: «Show everyone who’s the best in the world, Jonas». Il ragazzo danese, pallido, apparentemente impassibile, dal volto scavato e dagli occhi di ghiaccio, è Jonas Vingegaard, venticinque anni in quei giorni di luglio 2022, secondo al Tour de France proprio l’anno precedente, dietro a quello che di lì in avanti sarebbe stato il suo rivale per eccellenza, Tadej Pogačar. Lo sloveno aveva conquistato gli ultimi due Tour de France e quell’anno cercava la tripletta: ci sarebbe riuscito nel 2024, con l’accoppiata Giro-Tour, e ora lotta per la quinta Grande Boucle ma questa è un’altra storia. Quel giorno in maglia gialla c’era Jonas Vingegaard, era un sabato, era il 23 luglio, il Tour arrivava a Rocamadour prima di dirigersi verso Parigi. La classifica generale parlava chiaro: Vingegaard si trovava a difendere un margine di 3’26” su Tadej Pogačar e di otto minuti su Geraint Thomas. Quel giorno sarebbe potuto cambiare qualcosa, ma non si sarebbe stravolto nulla. Il danese aveva in pugno il Tour e gli altri non potevano che inseguire e cercare di limitare i danni. Quella cronometro la vinse Wout van Aert, semplicemente perfetto, ad una media di quasi 47.6 chilometri orari, Vingegaard, suo compagno di squadra, non solo non perse ma riuscì ancora, piazzandosi al secondo posto, a rifilare qualche secondo, briciole in realtà, tanto allo sloveno quanto a Geraint Thomas. Quella sera non c’erano più dubbi, il giorno dopo, la passerella di Parigi, l’avrebbe visto sfilare con la sua squadra, con un bicchiere di champagne e la maglia gialla finalmente sulla pelle. Aveva scalzato il sovrano. La detronizzazione era avvenuta nell’undicesima tappa ed era stata una svolta voluta, cercata, tatticamente studiata e senza esclusione di colpi. Era un giorno segnato con un circolino rosso: Jonas va all’assalto del Tour e Jonas c’era andato.
La frazione partiva da Albertville e arrivava sul Col du Granon, dopo 151.7 chilometri ammazza gambe. Gli uomini dell’allora Jumbo-Visma hanno attaccato a tutta sin dai chilometri iniziali, mettendo fatica nelle gambe di Tadej Pogačar e obbligando lui e la sua squadra a rispondere a tutti gli scatti. Fatica e nervi, una brutta accoppiata quando si tratta di ciclismo. Dapprima l’andatura imposta da Wout van Aert, poi Jonas Vingegaard e Primož Roglič che, con una serie ripetuta e continuata di attacchi mettono alle strette l’avversario. Tra l’altro, ma questi sono i casi del ciclismo, che forse tanto casi non sono, due anni prima, nel 2020, fu proprio Roglič a perdere il Tour, alla penultima tappa, una cronoscalata a La Planche des Belles Filles, per mano di Pogačar. Una sorta di restituzione, se vogliamo vederla così. Più semplicemente una giornata no. Fa caldo sul Tour, sempre. Quel giorno però c’è un atleta a soffrire e sudare più di tutti, è lo sloveno. Quando cede all’ennesimo attacco di Vingegaard, al traguardo mancano circa cinque chilometri. Il danese pare quasi non sudare, sale deciso e mette secondi su secondi di divario, Tadej Pogačar è una maschera di sale e cattivi pensieri. Il re giallo sta perdendo il Tour. A Parigi manca ancora molto, troppo, ma la sensazione è netta. Arriverà in vetta in sesta posizione, a quasi tre minuti, 2’51” per la precisione. Quella mattina Vingegaard aveva 39 secondi di ritardo, una rimonta ed un sorpasso netto. Lo sloveno si rilancerà verso Peyragudes, dove conquisterà la tappa, ma la maglia gialla la saluterà definitivamente quel giorno e in salita, almeno in quella Grande Boucle, da quel momento, contro Vingegaard non ci sarà niente da fare. Nel Tour delle vittorie di Wout van Aert, di Tom Pidcock, di Jasper Philipsen, di Michael Matthews, di Fabio Jakobsen e di Dylan Groenewegen, fra gli altri, quel ragazzo danese dai sentimenti difficili da decifrare aveva ribaltato una storia che pareva già scritta ed era tornato in Danimarca, a casa, con addosso la canicule francese e il trofeo più importante del ciclismo.
La brace di un altro fuoco: Evans al Tour de France 2011
Forse, ma dirlo adesso è facile e non conta nulla, il Tour de France 2011 ha iniziato a prendere forma nella testa di Cadel Evans almeno nove anni prima. Era il 2002, il Giro d’Italia percorreva la diciassettesima tappa, da Corvara in Badia a Folgaria-Passo Coe, e Cadel Evans era in maglia rosa. Quel giorno, un giovedì, arrivò quarantunesimo, a oltre diciassette minuti dal vincitore di tappa, Pavel Tonkov. È una crisi di fame ad insinuarsi nel corpo di Evans e a mandare alla deriva muscoli e pensieri, mentre le telecamere indugiano in quella sofferenza, occhi lucidi, gambe che sopportano il peso di dieci salite e polmoni che scoppiano. Quel Giro lo vinse Paolo Savoldelli, ma per Cadel Evans finì di fatto quel giorno, anche se arrivò a Milano. Un fuoco spento bruscamente. Il Tour de France 2011 nasce lì, in un giorno con la disperazione- sportiva, ci mancherebbe- dentro. Nasce lì anche se nessuno lo sa, nemmeno lui. Ha venticinque anni, Cadel, in quel momento, e tanto tempo per rifarsi. Tanto ma non troppo, perché un atleta, a venticinque anni, è già nel pieno della maturità. Australiano, di un paese piccolissimo nel nord dell’Australia con poco meno di cento abitanti, Evans è cresciuto vedendo il Tour de France in televisione e della Grande Boucle ha fatto il suo mito, la sua ossessione gialla. Gianni Mura, in una delle cronache dai suoi Tour, scrisse che Cadel Evans non aveva proprio il fisico da ciclismo, piuttosto sembrava quasi un meccanico. Può essere, però Cadel Evans fa di mestiere il ciclista, dice che il doping è merda, è timido, parla poco, ma quando è necessario sa essere uno dei più chiari del gruppo, ché la diplomazia su certe questioni non serve a niente e non è neppure bella da vedere. Ha vinto il Campionato del Mondo nel 2009, a Mendrisio, e nel 2010, al Tour ha mandato giù un altro boccone amaro: in maglia gialla, con una frattura al braccio, è andato alla deriva. Un altro fuoco spento. A trentatré anni, questa volta.
Ma del fuoco spento resta la brace e, se non si aspetta troppo, ciò che è stato può tornare. Cadel Evans è tornato al Tour de France 2011 e per tutta la Grande Boucle è stato lì, nelle prime posizioni, correndo da protagonista: ha vinto sul Mûr-de-Bretagne, ha fatto i conti con la lunga avventura di Thomas Voeckler in maglia gialla (fino alla terzultima tappa), in salita ha pagato dal più giovane dei fratelli Schleck, Andy, ma era anche normale che accadesse. Ha sofferto, ha aspettato, ha pensato, progettato, dato tutto: alla vigilia della penultima frazione, la cronometro di 42.5 chilometri a Grenoble, era terzo in generale, a 57″ dalla maglia gialla di Andy Schleck, davanti a lui anche il fratello Frank Schleck. Ma le lancette sono sempre state il suo mestiere: doveva stare tranquillo, fare il suo passo e non perdere l’occasione che gli si era presentata o, per meglio dire, l’occasione che aveva costruito, confezionato, con tutta la sofferenza che aveva addomesticato negli anni. A inizio Tour aveva chiesto poche cose: non avere infortuni, stare bene di salute e potersela giocare fino in fondo. Evans nemmeno lo sapeva, ma quel giorno tutte le televisioni in Australia, del suo paese e non solo, erano sintonizzate sul Tour, tutti aspettavano “Cuddles”, come era soprannominato. Non riuscì a vincere la cronometro, troppo forte anche per lui Tony Martin, tuttavia, giungendo secondo, rifilò oltre due minuti e mezzo al più giovane dei fratelli Schleck e conquistò la maglia gialla. Il giorno dopo, a Parigi, c’era solo la sua felicità, quasi ingenua, quasi incredula, quasi bambina. Chissà se davvero qualcosa di quel Tour è nato in quella brutta giornata del 2002 oppure in quella delusione al Tour 2010. Chissà se la sofferenza l’ha davvero aiutato oppure sarebbe stato lo stesso. Oppure semplicemente ognuno ha il proprio tempo ed è solo questione di aspettarlo e di andargli incontro. Perché a fuoco spento c’è ancora la brace.
Lettere dai Vosgi
I Vosgi sono considerati, per gli appassionati di bici e di Tour, una catena montuosa di seconda importanza. Effettivamente, a questi monti che si trovano vicino ai confini tedeschi mancano le altitudini e le lunghezze delle salite delle Alpi, le pendenze a doppia cifra dei Pirenei, e anche la storia dell’enorme Massiccio Centrale. Le cime che popolano i Vosgi sono basse: si va dai 1148 metri della Planche des Belles Filles fino ai 1424 metri del Grand Ballon.
Terra storicamente contesa tra Francia e Germania, dopo il trattato di Francoforte del 1871 era entrata a far parte del Secondo Reich. Sulle montagne dei Vosgi si rifugiano i giovani che rifiutano di partire per la leva dell’impero del Kaiser. Le forme di resistenza degli alsaziani, con il loro rifiuto della lingua, della cultura e dell’amministrazione tedesche, vengono raccontate da René Bazin in Les Oberlés. Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale sarà terra di combattimenti sul fronte occidentale, tornerà a far parte della Francia.
Tornando al ciclismo, la salita storicamente più importante della catena è il Ballon d’Alsace, scalato dal Tour fin dal 1905, alla sua terza edizione. Il primo a transitare in vetta è René Pottier. Amatore e pistard di successo, in quello stesso anno aveva fatto il suo esordio alla Parigi-Roubaix e alla Bordeaux-Parigi, arrivando secondo entrambe le volte. Per la sua scalata del Ballon d’Alsace, il direttore del Tour Henri Desgrange disse che era stata “una delle cose più appassionanti che io abbia mai visto”. Costretto al ritiro prima di Parigi, Pottier transiterà nuovamente per primo sul Ballon d’Alsace nel 1906, vincendo quella tappa Nancy-Digione di 416 chilometri dopo 15 ore e 18 minuti, e con 200 chilometri di fuga in solitaria. Il col du Ballon d’Alsace fu per quattro volte sede di arrivo del Tour, con le vittorie da ricordare di Merckx nel ’69, e di Bernard Thévenet tre anni più tardi.
La storia recente del Tour ai Vosgi è invece intrinsecamente legata alla Planche des Belles Filles, affrontata per sei volte tra il 2012 e il 2022. I professionisti scoprirono questa salita negli anni ’90, in occasione della corsa dei Trois Ballons. Nel suo percorso classico, la Planche è lunga 5,9 chilometri per una pendenza media dell’8,5%, con punte del 20 nel durissimo finale. Nella sua versione Super Planche, prima dell’arrivo c’è un altro chilometro in cui si tocca il 24%, praticamente un Mur de Huy.
Al suo primo inserimento nella Grande Boucle, la tappa andò a Chris Froome dopo un grandissimo lavoro del Team Sky in funzione sua e del capitano Bradley Wiggins. Nello scorso decennio, la Planche ha sorriso molto agli scalatori italiani. Nel 2014 arriva solo al traguardo Vincenzo Nibali, trionfante in maglia di campione italiano dopo una giornata di pioggia e clima intrepido. Tre anni più tardi è Fabio Aru a replicare l’impresa, staccando Froome e compagnia e assicurandosi la vittoria col tricolore addosso. Nel 2019 Giulio Ciccone non sarebbe invece riuscito a vincere la tappa, secondo dietro a Teuns, ma la fuga di giornata lo avrebbe portato a indossare la maglia gialla.
La ventesima tappa del Tour de France 2020, quello corso tra agosto e settembre a causa del Covid, è anche il giorno della prima grande consacrazione di Tadej Pogacar nel mondo del ciclismo. Chi non ricorda quella cronoscalata, quei 36 chilometri nei quali il giovanissimo sloveno recupera quasi due minuti a Roglic, dominatore di quel Tour e favorito anche nella prova contro il tempo. E come dimenticare i volti esterrefatti di Dumoulin e Van Aert, che osservano Roglic perdere via via il vantaggio accumulato nelle diciannove tappe precedenti. Una maglia bianca che spiana la Planche, un’enorme novità a cui, nel tempo, ci siamo ormai fermamente abituati.
Una bicicletta per continuare: storia di Pogačar alla Roubaix
Era il 12 aprile, mancavano 120 chilometri al traguardo e la Parigi-Roubaix era una corsa in sospeso. Sarà vero che, da quando nel ciclismo sono arrivati certi talenti, non ci sono più chilometri vuoti, vani, utili solo a spostarsi da un punto all’altro. Ogni chilometro, invece, conta i metri, conta i centimetri e la distrazione non perdona, porta via, come sempre e di più. È un ciclismo che richiede a chi osserva la stessa attenzione di chi corre, perché il rischio di perdersi qualcosa può essere ovunque. Riguardare è un doppiaggio che ha perso sincronia, ciascuno ha voglia di essere il primo a sapere, a conoscere, a “provare”. A voltarsi e gridare quel che è accaduto. Sarà pur vero, dicevamo tutto questo, ma in quella domenica di aprile, il ciclismo aveva rimesso tutto in discussione perché figlio della strada, delle biciclette e degli esseri umani. Di discussioni, in realtà, quando corre Tadej Pogačar ce ne sono poche, anche se quel giorno, ad essere sinceri, ha raccontato una storia diversa e più umana che mai. Una foratura alla ruota anteriore, poi una alla ruota posteriore e l’impossibilità di continuare hanno reso precario l’equilibrio del cAmpione del Mondo e solo l’assistenza neutrale Shimano, intervenendo e fornendo una bicicletta allo sloveno per proseguire, ha permesso di annullare lo standby. Di quella bicicletta si è parlato molto e, forse, come inseguitori in una giornata da Tour de France, quelle “appiccicose di caucciù”, il rischio è la “fringale”, la crisi di fame: dimenticarsi il nutrimento pur di non perdere la ruota davanti. Fuor di metafora, dietro a quella bicicletta, che pare scontata e non lo è, c’è una storia che non si narra quasi mai nei dettagli. E scappa via, come una bicicletta con cui fare un tratto di strada e mettersi al sicuro dal tempo e dall’avversario che se ne va.
Si è spiegato che, è vero, quelle dell’assistenza sono biciclette relativamente “vecchie”, termine da prendere con le pinze, perché parliamo comunque di modernità. Il fatto deriva esclusivamente dalla necessità di avere telai con reggisella telescopico. In questo modo gli atleti hanno la possibilità di regolare l’altezza della sella comodamente dal manubrio, senza doversi per forza fermare ad eseguire l’operazione. In questo senso si parla di modelli non più nuovissimi: il piantone ha una forma rotonda, obbligatoria per un reggisella di quel tipo, e difficilmente riscontrabile nella nuova produzione. Sulla stessa linea si potrebbe inserire la particolarità dei cavi dei freni a vista, una rarità ormai. Tutte le biciclette Shimano sono state riverniciate, al fine di garantire anche da un punto di vista di marchio la neutralità, ma provengono tutte dallo stesso fornitore e sono bici di alta qualità. Sull’ammiraglia dell’assistenza tecnica Shimano ne sono posizionate sette: misure differenti per ciascuna e ben cinque tipologie di pedali diversi. Lo scambio dei meccanici Shimano con le squadre è costante, soprattutto prima delle gare, quando vengono comunicate le misure dei pedali ed i vari sistemi di trasmissione. In una recente intervista, è stato specificato che si segnala anche il verso in cui inserire la brugola per operare sul mezzo. Il concetto di assistenza è questo. Poi ogni chilometro conta e nel ciclismo, da sempre, i capovolgimenti sono all’ordine del metro, prima ancora che del chilometro. Poi alla Roubaix, Wout van Aert ha superato Tadej Pogačar e ha fatto felici molti, anche coloro che per lo sloveno hanno un debole. Ma quell’assistenza, quella bicicletta sono parte di quell’universo in mutamento, anche se non se ne parla, in preda a tutto quel che accade.
Tim Merlier, il Mago delle volate
Non sempre un soprannome rispecchia perfettamente, quasi visivamente, le caratteristiche di chi lo porta, lo indossa come un abito che, di frequente, si sostituisce anche al nome. A volte, però. accade, e il caso di Tim Merlier è proprio questo. Nato a Wortegem-Petegem, il 30 ottobre del 1993, per tutti è “Il Mago”. La sua magia è la volata, la sua grande specialità, il primo piatto, il talento originale, la dote, l’istinto che ha dentro. Una magia è qualcosa che, sull’orlo dell’irrazionale, dall’inaspettato, dell’impossibile, almeno nella realtà degli esseri umani, trasforma o modifica il circostante. Alla magia credono i bambini, non più gli adulti che la spostano nell’universo dell’immaginazione. Osservare Tim Merlier in volata è quanto di più simile ad una magia. Trova spazi che i più non vedono oppure in cui, pur vedendoli, non hanno il coraggio, la prontezza, la lucidità di intrufolarsi, in quell’esercizio folle e caotico che è uno sprint di gruppo. Rimonta posizioni con una facilità di raro pregio e vince. Il 15 aprile del 2026 ha vinto la Ronde van Limburg davanti a Fernando Gaviria e Floris van Tricht: guardare quelle immagini è come osservare un prestigiatore. Il Mago Merlier si esibisce così ed in questo modo ha già conquistato tre tappe al Tour de France, quattro al Giro d’Italia, tre Scheldeprijs, tre Nokere Koerse, sette frazioni all’UAE Tour e tre alla Parigi Nizza, oltre a tutto il resto.
Ha trentatré anni, ha tempo per fare meglio ed è nella piena maturità atletica. Eppure Tim Merlier non è partito dalle volate. Sia chiaro: in termini di velocità e spunto se l’è sempre cavata, ma velocista, forse, lo è diventato con il tempo. I suoi inizi hanno poco a che fare con il biliardo dell’asfalto liscio che ora domina, bensì con la terra ed il fango del ciclocross. Quando era più giovane correva assieme a Wout van Aert e pare che i due condividano un’amicizia profonda. Dalle parole di van Aert si scopre molto del carattere di Merlier. Un ragazzo semplice, tranquillo, che, fino a qualche tempo fa, nonostante il suo nome di ciclista stesse iniziando a farsi strada tra i grandi del ciclismo, appena poteva si recava nel bar gestito dalla madre, proprio nel paese in cui è nato, e cercava in tutti i modi di rendersi utile, dando una mano. Allo stesso modo ha sempre fatto in corsa, capitano capace di lavorare per i propri compagni, di sacrificarsi. Tranquillo nel privato e tranquillo sul lavoro, quasi inscalfibile, e le cose non sono sempre andate bene per lui, però ha continuato e, così facendo, le ha aggiustate. In questo periodo, nel 2019, era senza squadra, ad esempio. Non ha saltato un giorno di allenamento e, al ritorno nel plotone, ha pure vinto. All’inizio era tutto una novità, una sorpresa, ora dovrebbe essersi abituato, invece non c’è mai nulla di scontato in quel che fa ed in quel che ottiene. Sì, Tim Merlier è un mago, uno di quelli che conosce ogni trucco dei propri giochi ma, quando li rivede e capisce di cosa è stato capace, resta ancora a bocca aperta.
Per qualche chilometro in più
Simone Gualdi è seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango come se la Strade Bianche gli avesse chiesto i documenti e poi gli avesse detto che non bastavano, e lui, invece di protestare, avesse deciso di rispondere pedalando. Ha lo sguardo di uno che non sta pensando a niente e quindi sta pensando a tutto, che è il modo più onesto di stare al mondo dopo una corsa così. È arrivato trentesimo quel giorno, che è un numero che non dice niente a nessuno, forse, anche se andrebbe analizzato: per la sua giovane età, per l’impatto che da un paio di anni sta avendo: prima come non-professionista chiamato ogni tanto a correre con i professionisti, oggi come neo-professionista. Se guardi la foto capisci che non c’è niente da spiegare: certe giornate non si vincono, si vivono, e lui l’ha vissuta tutta, senza fare il fenomeno, né il turista a Siena, senza martirizzarsi, che cosa stupida per uno che fa sport. Ha fatto il corridore e quando è arrivato, invece di cercare una telecamera o un applauso, si è seduto per terra, come fanno quelli che non hanno niente da dimostrare e tutto da costruire. Come fanno quelli che sanno che la fatica costa, ma crea benessere, non è un incidente, ma un investimento.
Gualdi è uno che non si rompe. Non si rompe quando la corsa si mette di traverso, non si rompe quando il vento ti taglia la faccia, non si rompe quando la salita ti chiede il conto. Come è fatto aiuta a spiegare metà delle cose: testardo e continuo, come tutti quelli che fanno questo sport. L’altra metà la spiegano le gambe, che non sono quelle del predestinato che ti fa saltare dalla sedia, ma quelle del corridore che ti fa dormire tranquillo la notte perché sai che domani, qualsiasi cosa succeda, lui c’è.
E infatti c’è sempre, come dimostrato nelle ultime stagioni: terzo alla Liegi U23, dietro Widar e Remijn, quarto agli Europei U23, dietro Widar, Decomble e Alvarez e davanti Remijn, secondo al Tour des 100 Communes, dietro Brennan, terzo nella generale della Course de la Paix con vittorie nella classifica a punti e dei giovani, secondo al Triptyque Ardennais, dietro Toussaint, sesto al Circuit des Ardennes, quattrodicesimo e sedicesimo all’Avenir, dodicesimo al Giro Next Gen e poi tra i professionisti: due top ten al Laigueglia, al Wallonie, alla Famenne. Due top venti alla Faun Drome, una top 20 alla Faun-Ardeche e alla Muscat Classic. E poi il titolo italiano juniores, la maglia di miglior giovane alla Lunigiana, il passaggio alla Intermarché, la promozione già firmata per il 2026. Uno che non sbaglia mai la corsa, che non butta via una giornata, che non si perde nei buchi neri delle stagioni storte. Uno che se gli chiedi di tirare tira, se gli chiedi di aspettare aspetta, se gli chiedi di provarci ci prova, e non fa mai la cosa sbagliata al momento sbagliato, che nel ciclismo moderno è come trovare un bar aperto alle quattro del mattino: raro, prezioso, quasi commovente.
La cosa che colpisce, quando ci parli, è che non sembra un ragazzo del 2005. Ha la calma di chi sa, la lucidità da studente che si porta i libri in corsa perché la vita non aspetta il calendario UCI, quella voce che non alza mai il volume ma ti costringe ad ascoltare. Non fa il brillante, né il duro, né il poeta: fa il corridore. E lo fa con una naturalezza che sembra quasi un mestiere antico, di quelli che si imparano guardando gli altri e poi facendo meglio. È uno che studia, non solo sui libri: studia la corsa, studia gli avversari, studia i compagni, studia se stesso. E quando sbaglia, non si giustifica: prende appunti.
Alla Strade Bianche, per esempio, non ha fatto niente di speciale e proprio per questo ha fatto tutto bene. Ha preso polvere, sassi, strappi, vento, e non ha mai dato l’impressione di essere fuori posto. Sembrava uno che quella corsa la conoscesse da tempo, anche se era la prima volta che la faceva così, da grande, con la gente che ti guarda e si aspetta che tu faccia qualcosa di speciale. E lui qualcosa di speciale l’ha fatto: è rimasto in piedi. Che non è poco, in una giornata in cui metà del gruppo sembrava aver sbagliato sport. E quando è arrivato, invece di fare il giro delle telecamere o di cercare un applauso, si è seduto per terra. Come fanno quelli che non hanno bisogno di raccontarsi perché si raccontano da soli, ogni volta che mettono il numero sulla schiena.
Gualdi è un corridore che puoi mettere ovunque e non ti tradisce mai. Lo metti nelle Ardenne e ti fa la corsa. Lo metti a tirare per un capitano e ti fa il lavoro. Lo metti a giocarsi la sua chance e non si spaventa. È uno che non ti fa venire il mal di testa, che non ti costringe a inventarti scuse, che non ti obbliga a spiegare perché oggi non è andata. Con lui va sempre, magari non va forte, magari non va spettacolare, ma va. E nel ciclismo di oggi, dove in molti potrebbero essere fenomeni e altri corrono il rischio di non essere affidabili, avere uno così è come trovare un barista che ti riconosce al primo caffè: un lusso che non ti aspettavi.
E poi c’è quella cosa che non si vede nei numeri e non si vede nemmeno nelle foto, ma si intuisce in quel modo di stare seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango e lo sguardo che non guarda nessuno: la fame. Non la fame di gloria, non la fame di copertine, non la fame di like. La fame di capire fin dove può arrivare. La fame di migliorarsi. La fame di crescere. La fame di vedere se un giorno, invece di tirare per qualcuno, può essere lui quello per cui tirano gli altri. E non è un’idea campata in aria: è una possibilità concreta. Perché uno così, con questa testa, con questa continuità, con questa capacità di stare nelle corse dure senza fare il fenomeno ma senza sparire, prima o poi una corsa importante la vince. Magari non la più importante, magari non quella che fa impazzire i tifosi, ma una di quelle che fanno curriculum, che fanno carriera, che fanno rispetto.
E allora sì, magari oggi lo trovi seduto per terra, schiena al muro, la faccia impastata di fango e l’aria di uno che sta facendo i conti con la giornata. Ma non fatevi illusioni: quelli così non restano giù a lungo. Si alzano, si scrollano la polvere, guardano la strada e ripartono come se fosse la cosa più normale del mondo. E il bello è che, per uno come lui, lo è davvero.
Foto: Poci’s Pix























