La schiettezza e l'orgoglio: intervista a Roberto Reverberi

Poco dopo la metà della Vuelta 1996, Bruno Reverberi ha fatto le valigie ed è tornato a casa. In ammiraglia è restato il figlio, Roberto. È il 19 settembre. Il giorno seguente, nel tardo pomeriggio, Roberto telefona a casa, risponde papà: «Papà, abbiamo vinto. Abbiamo vinto con Biagio Conte». Bruno Reverberi non ci crede. «Sai, più di vent’anni fa non c’era tutta l’informazione che c’è oggi e papà non sapeva nulla. Probabilmente pensava fosse uno scherzo, ci ho messo diversi minuti per convincerlo che era effettivamente andata così. Suo figlio aveva vinto la prima corsa in cui si era trovato in ammiraglia da solo». In realtà il ciclismo era di casa dai Reverberi, almeno dai tempi in cui, con Roberto ancora piccolo, Bruno aveva corso qualche periodo nei dilettanti. Successivamente il passaggio come direttore sportivo nelle categorie minori e qualche anno dopo nel professionismo. Parliamo di circa 39 anni fa. Roberto si era subito appassionato al ciclismo guardando papà. Aveva anche provato a correre, per circa sei anni, ma ben presto si era reso conto che non sarebbe mai diventato un corridore di livello. «Inizialmente seguivo papà e facevo il meccanico. Mi piaceva, e per sette, otto anni ho continuato. Poi mi sono sposato e ho deciso di aprire e gestire un negozio. Il fatto è che a me la vita del direttore sportivo è sempre piaciuta, soprattutto per il fatto organizzativo. Mi piace pianificare, organizzare, studiare tutto nei minimi dettagli. Forse, in cuor mio, ho sempre saputo che, alla fine, sarei ritornato». Bruno sa che la passione di Roberto è il ciclismo e vede in lui alcune delle doti fondamentali per fare bene questo lavoro. Passa qualche tempo e Roberto torna. Questa volta in ammiraglia accanto a papà.

«Io e papà siamo molto diversi. Il mio carattere somiglia a quello di mia mamma. Papà è uno molto forte, duro, autoritario direi. In famiglia come con i corridori. Lui ci va giù dritto. Ha ben chiare poche e semplici regole e quelle devono essere rispettate. Io cerco di mediare maggiormente, dico ciò che c’è da dire ma lo pondero bene prima. Il punto è che poi, quando mi rendo conto di non essere ascoltato, sbotto e quando sbotto non ce n’è per nessuno. Non so se sia un bene, forse sarebbe meglio essere più lineari». Con papà si parla molto di ciclismo ma Roberto avverte: «Certi argomenti è meglio evitare proprio di toccarli. Ogni tanto ho provato a impuntarmi ma con lui è una battaglia persa. Non ti dirà mai che hai ragione. Magari lo pensa ed agisce di conseguenza ma non lo ammette nemmeno per scherzo. Una cosa però devo dirla: mi ha sempre lasciato fare la mia strada liberamente, non si è mai intromesso, non mi ha mai condizionato nelle decisioni».

Roberto Reverberi è di poche parole con i suoi corridori, questione di chiarezza e schiettezza. «Io lo dico sempre: i treni passano una volta sola nella vita. Posso dirti una volta che per fare la vita da ciclista devi impegnarti, altrimenti è meglio se vai a lavorare. Non te lo dirò una seconda volta. A me fa sorridere chi continua a criticare le squadre per i corridori lasciati a piedi. Sia chiaro e cerchiamo di ricordarcelo: non siamo un ente assistenziale. Un conto è dare una possibilità, un conto è approfittarsene. Alcuni ragazzi se ne approfittano e a questo gioco non ci sto».

Negli anni Roberto Reverberi ne ha viste davvero di tutti i colori e con cortesia estrema, ma anche fermezza, ci tiene a non lasciare dubbi. «Molti ragazzi che sono venuti in Bardiani hanno corso subito il Giro d’Italia, la Milano-Sanremo o altre gare importanti. Da noi funziona così: se sei forte, se hai le caratteristiche adatte per una gara, hai tutta la squadra a disposizione anche se sei giovane. A queste condizioni devi metterci tutto l’impegno possibile. Non puoi permetterti di fare il turista, di trovare scuse ogni volta che c’è da andare in fuga, di pensare a vivacchiare. Nel ciclismo non si può vivacchiare. Alcuni non lo hanno ancora capito: ci sono atleti con un fisico e delle potenzialità incredibili che si buttano via perché non hanno la testa giusta. Non sai quanto mi fa arrabbiare questa cosa».

Bardiani è sempre stata una squadra di formazione, in cui molti giovani hanno spiccato il volo e Reverberi ne è orgoglioso. «La cosa più bella che possa succedere a un direttore sportivo è veder vincere un neo professionista. Valgono anche i piazzamenti, i tentativi. È inutile girarci intorno: o sei un campione, o ci provi da lontano, o ti metti a disposizione. Si tratta dei ruoli, chi non rispetta i ruoli fa un danno tremendo a tutta la squadra. Pensano di fare di testa loro per un piazzamento che salvi il contratto, in realtà fanno peggio. Noi vediamo tutto, vediamo chi si impegna, chi è solo sfortunato, chi ha qualità, chi si mette a disposizione e chi fa il furbo. Negli anni i furbi ho imparato a riconoscerli a chilometri di distanza».

Quando parla di ricordi ed emozioni, Reverberi pensa alla maglia gialla di Ciccone al Tour de France, quella che lo ha commosso perché «Giulio era stato fermo un anno e mezzo per un’ablazione e noi abbiamo continuato a crederci. Fosse stato in una squadra World Tour, chissà…». Alla mente poi affiora il piazzamento di Sacha Modolo alla Sanremo: «Alla Tirreno-Adriatico lo vedevo che era fresco come una rosa. Al ritorno, in auto, c’erano lui e Pozzovivo, e ho detto al Pozzo: “Hai da fare nel fine settimana? No? Porta Sacha a provare il percorso. Questo arriva nei cinque”. Alla fine è arrivato quarto. Ma ci credevamo solo io e Domenico, gli altri quasi mi prendevano in giro. Bisogna guardarli i corridori, c’è poco da fare». Quest’anno Bardiani ha in parte cambiato politica, inserendo in squadra due atleti di esperienza del calibro di Enrico Battaglin e Giovanni Visconti. Per stare vicino ai giovani e aiutarli a crescere nel migliore dei modi. «Giovanni ha proprio l’indole del capitano, è un atleta modello. Lo vedi che li consiglia in ogni cosa, dal pranzo alle frenate brusche in corsa. Lavorare con uomini così è un piacere».

Questo cambio di politica è dato anche da un cambio abbastanza radicale nel modo di orientarsi del ciclismo. «I giovani si fanno ingolosire sempre più dalle squadre World-Tour perché credono di avere più opportunità lì. Così per sperare di inserire qualche buon corridore dobbiamo cercare sempre ragazzi più giovani. Faccio notare una cosa: le corse non vengono disputate da trenta ragazzi per squadra. Non è detto che tu correrai perché sei in quel team. Lì ci sono i capitani che hanno sempre la precedenza, non puoi inventare molto, non puoi inventare fughe o azioni particolari. Ti vengono a riprendere e ti mettono a lavorare. Preferisci fare panchina in una squadra di grande livello o provare a crescere in una buona squadra? Noi abbiamo vinto trenta tappe al Giro d’Italia, non so se rendo l’idea. La domanda è semplice, basta rispondersi».

La colpa però non è solo dei ragazzi. «Quante litigate ho fatto e faccio quotidianamente con i procuratori? Molti pensano solo a inserire i ragazzi nelle squadre per la soddisfazione di dire di averli inseriti. Sai quanti ne hanno bruciati facendo così? Il loro compito dovrebbe essere quello di fare il bene dei ragazzi, così fanno tutto tranne che il loro bene». Il tempo ha cambiato anche Roberto e la constatazione per quanto amara è molto significativa. «All’inizio mi fidavo ciecamente di tutto ciò che mi dicevano i corridori, li giustificavo sempre, non mettevo mai in dubbio una parola. Così qualcuno cercava di fare il furbo, di schivare le fatiche e magari consigliava male i compagni. Non tutti gli atleti esperti si mettono a disposizione del gruppo. Rimanendo deluso ho capito che certe volte bisogna aspettare a fidarsi, bisogna essere lungimiranti. Purtroppo il mondo non è sempre come ci piacerebbe che fosse. Basta saperlo e provare a prenderne le misure».

Foto: Paolo Penni Martelli


Voler bene alla bicicletta: intervista ad Antonio Tarducci

Antonio Tarducci ricorda benissimo le mani di suo papà. Quasi tutti le ricordiamo in ogni dettaglio le mani di nostro padre, il ricordo di Antonio, però, è particolare. «Se ripenso alle mani di papà mentre aggiustava le biciclette mi sembra di rivederle. Non riparava biciclette di professionisti, erano normalissime biciclette della vita di ogni giorno». Quelle mani erano sporche di olio e segnate dalla fatica, come le sue, mentre ci parla. Ma, e Tarducci lo spiega bene, il senso del suo lavoro è proprio qui, nell’artigianalità. «Un grande costruttore qualche tempo fa me lo disse prendendomi da parte: “Antonio, ricordalo sempre, noi siamo dei biciclettai”. Ecco, essere biciclettaio, è questo che mi rende orgoglioso. Qualcuno che lavora plasticamente con le biciclette, che le plasma. La bicicletta è un mezzo che viene dalla povertà, un mezzo che ha visto la povertà, che l’ha affrontata e l’ha riscattata. Su quella sella puoi viaggiare, spostarti, vedere ogni angolo di mondo, anche quelli più nascosti, più intimi, senza spendere una lira. Fatico a vedere un difetto nelle biciclette. Guardiamole assieme: che difetto gli vedi?».

Il papà di Antonio, Ugo, ha iniziato questo mestiere nel 1960 a Viareggio e da quei giorni non ha mai smesso di ricordare al figlio la cosa che più conta in ogni mestiere: osservare. Così gli occhi di un padre e di un figlio sono cresciuti assieme: «Qui si impara sempre ed ogni giorno devi alzarti dal letto sapendo che imparerai, altrimenti parti col piede sbagliato. Bisogna porsi accanto a chi questo lavoro lo sa fare meglio di te e guardare. Se stai lì e guardi, cresci. L’ho sempre fatto: in un angolo, in silenzio, quasi timidamente per la paura di disturbare. Servono uomini esperti che non abbiano timore di condividere ciò che sanno, in particolare per quanto concerne i giorni di corsa, la loro organizzazione, e giovani curiosi che abbiamo fame di sguardi».

I due maestri di Tarducci sono indubbiamente stati Luciano Galleschi ed il mitico “Falcone”. «Avevo vent’anni e per fare il mio lavoro cercavo sempre un posto accanto a Falcone. C’era grande rispetto, divoravo tutto con gli occhi». L’indole di Antonio è quella sanguigna, tipicamente toscana; gli anni però, Tarducci ne ha cinquantacinque, hanno smorzato quell’anima da “toscanaccio” che oggi resta lì, sotto pelle. «Se ho un rammarico è quello di non aver visto crescere mio figlio che ora ha ventiquattro anni. Lui è cresciuto con mamma. Gli mancano due esami alla laurea e i suoi anni più belli me li sono persi. Ricordo come anni fa facevo queste code chilometriche alle cabine telefoniche di ogni città per riuscire a parlarci qualche minuto. La lontananza è una brutta bestia, non ti fa stare tranquillo, ti immalinconisce e così fatichi anche a lavorare. per lavorare bene devi essere sereno. La vita è così, non ci si può fare molto. Però col tempo ti fai un esame di coscienza e capisci che, alla fine, non sei così male. Ti senti soddisfatto di te e sei felice al solo pensiero della famigliola che hai a casa».

Avere a casa un figlio così giovane è anche la molla per capire tutti i “suoi” ragazzi, quelli che Antonio definisce “come figlioli”. «Essere meccanico significa essere a disposizione. Io sono un uomo a disposizione di altri uomini. Non c’è nulla di male, sai? Questa consapevolezza mi ha portato a superare tutte le difficoltà che normalmente si incontrano. Se tu sai che devi reagire per aiutare gli altri, lo fai. Il rapporto umano con questi ragazzi è fondamentali, per capirli, per aiutarli e soprattutto per rispettarli. Cerco sempre di sdrammatizzare. Il punto è che bisogna capire quando si può sdrammatizzare, quando serve e quando invece bisogna stare in silenzio e dare spazio allo sfogo o ai pensieri. Non si può sempre scherzare. C’è un’interiorità da rispettare». Così Tarducci ci racconta dei viaggi in auto in assoluto silenzio dopo una sconfitta o dopo una delusione. Così ci parla della responsabilità che avverte forte. «Non sono mai stato un campione ma ho corso anche io in bicicletta. La verità? Ho sempre avuto paura delle volate. Ne ho anche oggi per i ragazzi. Il nostro è un lavoro di responsabilità, basta un nostro piccolo errore e si può compromettere tutto. Tu devi fare il massimo, non devi poterti rimproverare nulla perché più di così non potevi fare. È l’unico modo per essere sereni. A questo penso spesso».

Dei vecchi tempi, quelli che ora il Covid fatica persino a permettere di immaginare, Antonio ricorda sale di alberghi piene di gente, le chiacchierate nei cortili e quei tavoli con una birra e qualche risata. «Quando arrivi alle partenze e vedi questi piazzali vuoti, ti prende un morso allo stomaco. Quanto è cambiato il nostro caro vecchio ciclismo in questi tempi?». La sua indole sanguigna torna quando parla della gara che ha organizzato per dieci anni, il Trofeo città di Viareggio. «In questo periodo non si sta facendo più nulla per i giovani, questo è un dramma. I ciclisti professionisti di domani sono i ragazzini di oggi. Vorrei tornare a organizzare qualcosa, spero di poterlo fare un domani. Con gli amici di sempre, con Emanuele, con Marietto, tutte persone che vogliono bene a quelle biciclette lì».

Anche Antonio Tarducci vuole bene alla bicicletta, a queste come a quelle che ha a casa, fra le biciclette d’epoca, la sua grande passione, ereditata da papà. La voglia di ritornare a Viareggio è una voglia particolare, qualcosa che riappacifica con sé stessi e con ciò che c’è attorno. «Basta poco, basta tornare a casa, alzarsi la mattina e camminare in Piazza Mazzini, fermarsi al caffè Margherita e dare una sbirciata al lungomare». Sì, perché, alla fine, anche qui a Benidorm c’è il mare ed è bellissimo ma ognuno ha il suo mare. E quello è inconfondibile.


Christophe, la neve, il martello, un vecchio Gallo

Baffi come si usavano un tempo a disegnargli il viso e ad acuire uno sguardo che, si racconta, ammaliava le donne.
Grossi polpacci lordi come il ciclismo a cui apparteneva, un maglione di lana sporco sudato alla fine di ogni gara anche se lui, Eugène Christophe, era uno che ci teneva particolarmente allo stile.

Lo chiamavano il vecchio Gallo – le vieux Gaulois – proprio per il suo aspetto. Vinse la Milano-Sanremo del 1910 tra freddo, neve e pioggia. Freddo, neve e pioggia annunciate a pochi minuti dalla partenza fissata alle 5.30 sul piazzale di Porta Genova “sotto una pioggia fine e noiosa, con aria pungente”: su novantaquattro che dovevano partire si presentarono al via in sessantatré, mancarono all’appello tra gli altri anche Faber e Gerbi, e arrivarono al traguardo in quattro, il secondo a un’ora di distacco da Christophe.

Non fosse stato per la sua abilità nel ciclocross – sostiene proprio Christophe, che vinse sette titoli nazionali francesi nel fango – non avrebbe mai scavallato il Turchino. «Un tempo cupo, spaventoso. Incontrammo la neve a bordo strada e un vento gelido che sibilava. Avevo mani e piedi completamente congelati. Prima di scollinare mi misi la bici in spalla e proseguii». Grandinava a tratti, chicchi grossi come pugni stretti, gli occhi lacrimavano, le labbra erano gonfie e tumefatte per il gelo.

Scese a rotta di collo, aveva un distacco di circa sei minuti dalla testa; incontrò Van Hauwaert sul punto di ritirarsi con un mantello sulle spalle per ripararsi dal freddo e accompagnato da un ragazzo che lo aveva incontrato per strada. C’era ancora neve, ma ora lo scenario era cambiato.

Il cielo si fece terso, sempre più freddo, venti, trenta centimetri di neve depositata sulla strada. Scese ancora dalla bici per superare alcuni tratti e affondò coi piedi: gli prese un crampo allo stomaco e un principio di congelamento, quasi svenne su una roccia e si poggiò ai lati della strada. Passava di lì un uomo; Christophe, che di italiano sapeva poche parole se non probabilmente solo casa e acqua, si fece capire, e quell’uomo lo prese in spalle e lo portò nella piccola locanda che gestiva. Si asciugò, fece qualche esercizio, bevve del rum, si racconta, per riscaldarsi, e nel frattempo altri corridori che videro la luce accesa si fermarono ed entrarono. Alcuni, raccontò tempo dopo proprio Christophe, misero le mani congelate direttamente tra le fiamme del camino. Ma Christophe tornò a fibrillare: aveva una missione.

«Dove pensi di andare?» gli disse il padrone di casa «Non vorrai mica tornare lì fuori?»
«Certo, ma non vi preoccupate: andrò fino a Sanremo in treno».

Invece, ripresosi, pedalando, superando uno per uno gli avversari, Christophe giunse a Sanremo verso le sei di sera, primo e vincitore, ad attenderlo una folla gremita. «A volte pensavo di aver sbagliato strada perché in giro non c’era più nessuno». Secondo arrivò Ganna “in stato semplicemente pietoso” che fu squalificato: «La mia carriera è finita con questa spaventosa Milano-Sanremo» dichiarò prima di essere trasportato via in braccio.

Lo chiamavano il Vecchio Gallo, ma anche il ciclista fabbro. Da bambino a scuola, quando non avresti scommesso un centesimo sul suo avvenire, picchiava forte sul ferro con il martello. Dopo quella vittoria alla Sanremo fu ricoverato un mese all’ospedale per congelamento e ci mi se un bel po’ prima di riprendersi. Fece secondo al Tour nel 1912 e divenne il favorito l’anno successivo. Si scalava il Tourmalet, il leader della classifica fino al giorno prima, Defraye, si ritirò dopo aver superato Osquich, Soulor e Aubisque. Ormai sembrava fatta per Christophe, secondo in classifica con il rivale Thys alle sue spalle a distanza di sicurezza. In cima al Tourmalet passò primo, si fermò per invertire le ruote, e si lanciò in discesa quando arrivarono le prime notizie su un vantaggio di circa diciotto minuti in classifica generale. All’improvviso sentì che c’era qualcosa che non andava, era il manubrio della bici: «Ho rotto la forcella» si disse. Disperato, iniziò a piangere, avrebbe dovuto fare tutto da solo come imponeva il regolamento. La sua fortuna, in quel frangente, fu quella di essere abile a battere il ferro: dopo una decina di chilometri a piedi trovò su indicazione di una bambina una fucina a Saint-Marie-de-Campan, di proprietà del signor Lecomte – e ancora oggi in quel luogo si ricorda quell’avvenimento con una targa – e lavorò per oltre quattro ore. I commissari lo stavano aspettando proprio lì, avevano chiuso le porte a chiunque volesse osservare quella scena. Il signor Lecomte voleva aiutare Christophe: «Posso aggiustare la tua forcella» ma non era permesso dai giudici che stavano lì a osservare come aguzzini. «Per lavorare mi servono entrambe le mani» disse il corridore quasi troppo velocemente, con gli occhi rossi di rabbia e lacrime, i vestiti strappati. «Come posso azionare il mantice allo stesso tempo per mantenere viva la fiamma?». Un bambino si intrufolò e gli diede una mano, Christophe ripartì dopo quattro ore con le tasche piene di pane che gli aveva dato la moglie del fabbro, non prima però di essersi preso una piccola rivincita morale con un giudice affamato. «Hai davvero fame? Non puoi andare da nessuna parte: il carceriere deve restare col carcerato, però guarda se vuoi lì c’è del carbone». Giunse a Luchon in serata, Christophe, penalizzato ulteriormente per aver avuto un aiuto esterno nel riparare la bici. Chiuse quel Tour al settimo posto, stanco, ma felice tra le braccia della sua amata che lo aspettava a Parigi.

È stato, lui sì per davvero, il primo corridore a indossare la maglia gialla: era il 1919 e quel Tour lo stava per vincere. Vestì il simbolo del primato, di un giallo sbiadito che, sempre parole sue, lo facevano sembrare un ridicolo canarino. Anche in quel Tour ruppe la forcella in un tratto in pavè a poche tappe dal termine mentre era in testa alla classifica. Nel ’22, ancora in corsa per vincere il Tour, lungo la discesa del Galibier, ruppe ancora una volta la forcella.

Suo nipote Bernard qualche tempo fa ha raccontato che Eugene non ha mai voluto parlare di quella maglia gialla, quanto piuttosto di quel giorno sui Pirenei, e lo descrive, come farebbe qualsiasi nipote, come un uomo probo «tanto che rettificò i giornalisti che gli attribuivano quindici chilometri percorsi a piedi invece che dieci, quel giorno sui Pirenei». E quando era in pensione sfidava i suoi ragazzi in bicicletta: «L’ultimo paga da bere! – esclamava – Ci faceva andare avanti e poi verso la fine ci superava come una moto».

Anni dopo il suo ritiro, il giornalista Jock Wodley gli fece visita nel suo paese natale, a Malakoff vicino Parigi. Christophe, racconta Woodley, mi raccontò di non essersi mai sentito un uomo ricco dal punto di vista economico, ma di ricordi felici e dotato di buona salute. Andava ancora in bici, soprattutto nelle zone vicino casa sua, ma senza mai fare troppo sul serio. «Sulla bici ho sofferto a sufficienza».

Foto: Archivio S.E.S.


Di Adriano Malori o del giorno in cui ti portano via

«Durante la mia riabilitazione ho visto bambini lottare per alzare un braccio e lo facevano da quando erano nati. Ecco, cose di questo tipo ti aprono gli occhi». Era passato poco più di un anno dal 22 gennaio 2016, quando Adriano Malori raccontò così a “La Gazzetta dello Sport”. Era passato poco più di un anno da quel messaggio: «La caduta è grave, Adriano Malori è grave».

Uno dei tanti messaggi scambiati in una serata di lavoro mentre qui era ancora inverno e, a dodicimila chilometri di distanza, in Argentina, al Tour de San Juan, c’era un sole che spaccava le pietre. Ma questo non importa. Non sarebbe cambiato nulla, del resto cosa importano le stagioni quando ti portano via? È sempre un brutto giorno per andare via. È sempre inverno quando ti portano via. Ancora peggio quando quel giorno d’estate era proprio quello in cui volevi partire, volevi andare lontano, molto lontano e avevi già preparato tutto. Eri andato a parlare con Francisco Ventoso e glielo avevi detto. Gli avevi detto che quel finale ti piaceva, che avresti provato a sparigliare le carte. Chissà, magari, presagisci lo strappo, qualche volta. Forse ti senti solo più strano, più triste o più felice, eppure dovrebbe essere un giorno qualunque. Forse, quella voglia di fuggire è desiderio di restare. Di essere qualche metro più in là. Spasmo inquieto come è inquieto il giorno in cui ti portano via.

Adriano Malori era in testa al gruppo quel giorno, quell’ora, quel minuto, quel secondo. Lui che forse in qualche modo crede nel destino ma non lo sopporta: «Non ho mai accettato l’idea che sia il destino a sorprenderci e a decidere per noi. No, non è possibile». Era in testa al gruppo e tirava come sa tirare il gruppo uno specialista contro il tempo. Chiedetelo a uno scalatore che per tenergli la ruota deve masticare vento e acido lattico. Ve lo racconterà lui come ci si sente lì dietro. Cade, Malori. Cade e cade dalla testa del gruppo, quando la velocità è vettore innescato, moto di reazione che trascina tutto ciò che prima spingeva. Cade Malori e cade buona parte del gruppo. Le biciclette si agganciano e si abbattono come pedine del domino. Qualcuno scriveva che un ciclista sa bene che la morte può capitare ma non ci pensa. Corre come se quel rischio non ci fosse. Sono degli illusionisti i ciclisti, degli illusionisti che si illudono di credere alla loro illusione. Per questo si rialzano subito tutti e sembrano dare per scontato che così debba sempre accadere. Quel giorno no, quel giorno Malori non si rialza, è immobile, non reagisce agli stimoli. È il giorno in cui ti portano via.

L’afa di Buenos Aires è soffocante quanto la sensazione di non avere via d’uscita. Malori è in uno stato di coma indotto, per salvaguardarne le funzioni vitali, si sa poco delle sue condizioni di salute. Il danno neurologico sembra grave ma non c’è nulla di certo. Alla famiglia si parla di prognosi in queste situazioni: un modo come un altro per dire che tutto, persino la migliore scienza, è al servizio del tempo e non si ammettono deroghe. Poi c’è il risveglio, c’è il momento in cui sai di essere ancora tu, in cui capisci di esserci ancora. Adriano Malori fatica a trovare la coordinazione per parlare ma qualcosa riesce a dire. Per gli altri è un sospiro di sollievo, per gli altri è la consapevolezza che non sei andato via del tutto e il resto lo si può affrontare. Lo sconforto arriva dopo, quando il sollievo lascia spazio alle parole dei medici, alla realtà, ed essere qui non basta più. C’è il classico odore di disinfettanti degli ospedali, a Pamplona. C’è quando Malori si arrabbia con quel diavolo di destino e gli dice che non c’è, che non esiste, che lui tornerà in sella alla sua bici. Ci sono i camici bianchi dei medici, costretti a rimangiarsi tante parole. Se non vai troppo via, se non ti portano troppo lontano, puoi tornare. Puoi tornare a decidere tu dove andare.

Adriano Malori sorprende tutti per la velocità con cui torna in corsa. Non va piano, tutt’altro. Ma ognuno è abituato ad una propria velocità, ognuno ha inciso nelle proprie viscere il ricordo di ciò che gli è stato consegnato e di ciò che si è preso anche quando faceva talmente male che avrebbe voluto lasciare. Adriano Malori se ne accorge. Non è più lo stesso, non è più la stessa cosa. La sua rivincita è stata tornare, non accettare nulla di tutto ciò che gli veniva detto. Ora è diverso, ora deve dirsi la verità. I giorni in cui ci portano via ma restiamo qui, sono i giorni in cui cambia tutto. I giorni in cui non ti arrabbi più per un meccanico che ti ha messo la sella quei cinque millimetri troppo in alto.

Sono i giorni in cui immagini come avrebbe potuto essere non poter più cogliere una rosa e regalarla a qualcuno, salire in bicicletta e stupirti perché quella casa aveva un colore diverso una settimana prima. Malori lo annuncia in una conferenza stampa affollata il 10 luglio del 2017: non sarà più un ciclista, intraprenderà una nuova carriera come preparatore atletico e pedalerà per guardare quanto può essere bella la strada davanti agli occhi. Ha smascherato il destino, lo ha sorpreso, ha deciso che solo lui avrebbe potuto scegliere dove andare e come farlo. Perché poi non è importante nemmeno stabilire se il destino esista oppure no. Per essere uomini o donne non c’è altra possibilità che avere coraggio. Ed essere umani è, prima di tutto, una scelta di coraggio. Anche nel giorno in cui ti portano via.

Foto: KT/BettiniPhoto©2017


Tutto quello che dice la gente

Blanka Kata Vas è un gioco di contrasti. Probabilmente incontrandola in una qualunque città, anche nella sua, anche a Budapest, non immagineresti tante cose. Quella carnagione color pastello, quei tratti delicati e quelle gote che ad ogni sorriso si riscaldano, sono la sublimazione di ciò che Blanka è. C’è un qualcosa di leggiadro, qualcosa di armonioso in questa ragazza nata il 3 settembre del 2001. Come la sua stagione, quella che sfuma nei contorni dell’estate e pizzica l’aria del colore delle albicocche. Ciò che sembra è anche ciò che è, perché Blanka è così, non c’è inganno o maschera in lei. L’imbroglio può essere in chi la guarda o magari in chi sin da bambina l’ha vista, l’ha guardata. Perché come siamo, spesso, finisce per diventare un’imposizione. Se c’è una ragione per cui tante persone non si piacciono o non si piacciono più è per questo. Perché qualcuno vedendole ha iniziato a porre limiti, a porre confini, a cancellare le righe dell’immaginazione per stabilire quelle ferree di una rete. La rete che diventa ostacolo per l’osservato è in realtà la rete in cui è intrappolato l’osservatore. Un tranello difficile da spezzare perché per rompere quei fili e correre liberi dall’altra parte bisogna abituarsi alla bellezza dei contrasti, alla loro natura. E per abituarsi alla bellezza dei contrasti è necessario abbandonare il sonno della ragione che si adagia su ciò che ha sempre visto e diviene miope.

Parlare di Blanka Kata Vas, per noi, significa parlare di tutti quei ragazzi e di tutte quelle ragazze che in un qualche modo si sono sentiti dire: «Ma figurati se quel lavoro può fare per te. Cosa pensi di fare? Non illuderti. Non credere alle favole». E per chi dice così, chi ascolta è sempre “troppo” o “troppo poco”. Per carattere, per fisico, per capacità, anche per luogo di nascita. Il problema è che molti di fronte a queste obiezioni si tirano indietro, si fermano, credono di essere “troppo” o “troppo poco”. Vi ricordate la rete dell’osservatore? Ecco, ora è rete per l’osservato. Ed il peggio è che, se l’osservato non se ne libera, un domani, diventerà rete per i suoi figli, per i suoi nipoti, per qualunque bambino incontrerà e a cui dirà: «Vuoi fare questo? Ma non farmi ridere dai. Tu vai bene per fare quest’altro». Non c’è nulla da fare: se gli occhi non sono abituati a vedere oltre, ad ammirare il contrasto, non lo apprezzeranno mai. Il contrasto non è altro che possibilità, non è altro che una manciata di futuro. Contrasto può essere apparenza di constatai come tutto ciò che già è in noi e che noi non conosciamo. Forse perché non ci conosciamo. È scoprire che tutto ciò per cui ti dicevano che non ce l’avresti mai fatta, è ciò per cui ce la fai. Il contrasto è una rivendicazione, un rifiuto e un’accettazione: «Gli aspetti del mio carattere, del mio modo di fare e tutto il resto, non sono un limite a ciò che voglio fare, sino a che questo limite non lo pongo io. Perché non voglio farlo o perché non mi interessa».

Guardare Blanka Kata Vas in sella può essere un buon esercizio per abituarsi. Quella ragazza, quella stessa dalla pelle color tramonto e dai modi delicati, è nel suo luogo quando è su quella sella. C’è sintonia con quegli ingranaggi meccanici. Blanka è uguale e diversa quando sale su una bici da cross o da mountain bike, si modella sulle rughe del terreno che percorre. Lo guarda, lo scruta con un’attenzione che silenzia qualunque boato. Centimetro, dopo centimetro, dettaglio dopo dettaglio. Uno zoom impietoso sulle difficoltà per focalizzarle e costruire la soluzione. Che poi altro non è se non qualcosa che scioglie. Questa è la forza delle soluzioni: il cambiare stato a qualcosa che c’è e che persiste ma che in altra forma può essere affrontato. Chi scioglie, adatta. Chi adatta è pronto per ciò che voleva. Lo si fa con i problemi e anche con se stessi. Lo si fa per ciò che si vuole fare, lasciando Kiskunlachàza e trasferendosi in Belgio, dove di terra ne trovi quanta ne vuoi. Lo si fa dandosi nuova forma che è poliedricità, mutevolezza e per questo bellezza perché sei tu all’ennesima potenza, perché ti sei definito e non ti sei lasciato definire.

Così quando a Essen viene a farti i complimenti Marianne Vos magari non ci credi ma di certo sai che hanno visto, che tutti hanno visto. Ed abituarsi alle possibilità, anche a quelle che magari non penseremmo, è una lezione, è la brezza di inizio settembre, è novità e nuova soluzione. Per imparare a non sbarrare più la strada davanti alle impressioni o al sentire comune. Certo, perché probabilmente incontrando Kata Blanka Vas non la immagineresti mai ciclocrossista e biker. Ma il segreto è proprio quello: le persone sono molto più di ciò che possiamo immaginare ed ogni volta che lo riconosciamo, che non frapponiamo la nostra “piccola idea” alla loro visione, gli regaliamo un pezzo di domani. E se anche quel domani non si avverasse le lasciamo libere di provare quello che vorrebbero nel loro domani. E se questo non è futuro, poco ci manca.

Foto: Anton Vos/CV/BettiniPhoto©2020


Tutte le domande di Lucinda Brand

Lucinda Brand ha raccontato spesso un pensiero che ha puntellato la sua mente mentre era in ricognizione sulle pietre della Paris-Roubaix. Ina Teutenberg e Steve de Jongh avevano procurato giusto qualche giorno prima le biciclette da utilizzare per la classica del Nord e quello era il giorno della ricognizione. Lucinda Brand viene da una “Piccola Venezia”, Dordrecht, nei Paesi Bassi, è questo in fondo. Una cittadina antichissima, costruita sull’acqua, con vicoli strettissimi e negozi che si intravedono da barche elettriche che percorrono il corso d’acqua. Tra porti antichi, ponti bui e case costruite sul fiume, tutto sembra scorrere lì, a pochi chilometri da Rotterdam. Sarà per questo che Brand sente così forte quella realtà tagliente tra Parigi e Roubaix e la descrive così bene, facendo filtrare parole dove prima non erano mai arrivate: «Come fa una bicicletta a non rompersi su queste pietre?».

E forse non c’è domanda migliore di questa per raccontare l’inferno del Nord. Pensiamo spesso che il problema siano le domande e la soluzione le risposte. Pensiamo che si racconti con le risposte e che le domande siano, al massimo, una richiesta di racconto. In realtà non è così o, per quanto, non è sempre così. Certe domande raccontano più di qualsiasi risposta. Le persone, molte volte, si possono capire meglio ponendo attenzione a quello che chiedono piuttosto che a quello che dicono. Sì, perché chiedere o chiedersi qualcosa è sempre più difficile, se non altro per le risposte che potresti darti.

Per esempio, lì, in mezzo alle pietre potresti risponderti che «no, la bicicletta non si rompe, ma tu sei già a pezzi e manca ancora troppo. Come arrivi al traguardo?». E, quando inizi a risponderti così, sei tu ad essere rotto in mille pezzi. Perché non è la domanda a bloccarti, è la risposta. La domanda avrebbe potuto darti la spinta che serviva. Quella spinta è nascosta nel sebbene. «Sebbene io sia distrutta, sebbene non sia forte come questo cavallo di metallo, arriverò al traguardo». Sono i nostri sebbene a renderci forti. In quel momento la tua realtà torna a scorrere: quando non hai paura di farti domande, puoi tornare a Venezia, a Dordrecht o su qualunque barca in un vecchio porto. Quella paura ti passa con gli anni e con le domande che ti arrivano tra capo e collo quando non te le aspetti. Quella paura ti passa anche grazie a chi non si preoccupa delle domande che farai ma delle risposte che saprai dare alle domande che ti verranno fatte. Per esempio grazie a un fratello. Quel fratello, per Lucinda, è Giancarlo. Il papà di Lucinda e Giancarlo era un ciclista professionista e Giancarlo vuole correre sin da bambino. Giancarlo inforca la bicicletta e corre. Eccome se corre. Lucinda lo vede e vuole imitarlo. Possiamo immaginarcela mentre chiede di poterlo seguire, di poter imparare. Succede tra fratelli e sorelle, un istinto di emulazione che è la più feroce dichiarazione d’amore: «Voglio assomigliarti».

Giancarlo fa sul serio, Lucinda inizialmente è più impacciata e, nei primi tempi, Giancarlo deve tornare indietro, deve aspettarla. Così, però, non è possibile proseguire. Giancarlo non può aspettarla sempre e Lucinda non vuole neppure chiederglielo. Il problema sono gli angoli, come sempre nella vita, il problema sono le curve. Non c’è molta scelta: se non vuoi frenare gli altri devi imparare a guardarli e avere il coraggio di credere che puoi seguire la loro scia. Avere la fantasia per immaginare tuo fratello che si volta e, vedendoti, ti dice: «Ah sei qui». Che è come dire: «Adesso possiamo davvero andare via assieme».

Giancarlo non si è chiesto cosa avrebbe potuto pensare Lucinda vedendolo andare via da solo, non ha avuto paura di quella domanda . Sapeva cosa avrebbe risposto alla sua domanda, al suo perché, e sapeva che Lucinda avrebbe capito, prima o poi. Bastava lasciar passare qualche curva e qualche brivido a mezz’aria sull’equilibrio. Vedete? Sono le domande che raccontano: il coraggio, la paura, le rincorse e anche le scivolate. Come quando Lucinda andò da papà e gli chiese di iniziare a gareggiare. Una domanda, una delle poche, fatte a cuor leggero, forse. Sì, perché c’è papà e le risposte di un padre non possono far male, no? No, le risposte di un padre non devono far male ed è appunto per questo che possono far male.

Un padre non deve preoccuparsi del male temporaneo, per quanto lo faccia soffrire, un padre deve preoccuparsi del male non guaribile, quello delle decisioni prese quando è ancora notte, quando non si vede abbastanza bene la strada, quando non è ancora tempo di decidere. Quelle decisioni, mascherate da felicità, sono terremoti dell’esistenza, te la distruggono. Per questo, quel giorno, papà disse no. «Se non ti alleni molto, non ti farò gareggiare». Lo disse per lei. Perché alle domande può anche esserci una risposta dolorosa e non è un dramma. Dopo aver chiesto saprai cosa fare e da lì dipenderà solo da te. Che fa paura, ma fa anche felici.

Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2020


Il sapore dell'asfalto di Willunga Hill

Non si può parlare di Old Willunga Hill senza parlare di numeri. Nel ciclismo, si sa, i numeri contano fino a un certo punto. In realtà non solo nel ciclismo, anche nella vita. Perché poi certi spunti o certe spinte con i numeri hanno ben poco a che fare. E ogni giorno vive di spunti e spinte, a prescindere da ciò che raccontano i numeri. Gli spunti sono quelli della mente e di qualcosa che non sappiamo dove esattamente ma è da qualche parte in noi, come l’essenza, come il sapore del pane. Dov’è il sapore del pane? Anche le spinte, quando non sono puramente materiali, di mani che si allungano, e il ciclismo per fortuna conserva questa grazia, questa capacità di allungare la mano verso chi non va più avanti, sono frutto di quella stessa mente e di quella stessa essenza. Willunga Hill è così distante dai numeri che dovrebbero raccontarla. Sapete perché? Perché raccontare l’asfalto solo con i numeri è roba da topografi e l’uomo dell’asfalto sa ben altre cose, come del pane.

Willunga Hill è fatta, costruita, da 3500 metri di strada disciolta dal caldo torrido affacciata sui vitigni di McLaren Vale. Lì solo sterpaglie, più secche dell’aria che non si sente lassù, e vegetazione che per resistere si è addomesticata alle temperature e ai vizi del proprio cielo. Quanti sono 3500 metri in relazione a tappe di duecento chilometri? Pochi, ben pochi. Però c’è la pendenza e quella strada ha una pendenza notevole, del 7,5%. La pendenza è l’inclinazione. L’inclinazione è durezza ma anche predisposizione, tendenza, volontà. Non significa solo che per salire durerai fatica, significa anche che per salire dovrai essere predisposto. E qui c’è già tutto, perché fatica e predisposizione procedono appaiate, come i rapporti che innestano la pedalata. Senza predisposizione, senza volontà, la fatica non ti porterà in cima. Ma senza fatica, la volontà sarà sterile capriccio, vuota parola di cui riempirsi la bocca. Messa così, Willunga Hill è solo una salita, non molto lunga, anzi decisamente breve, ma ripida, molto ripida. Non diresti mai che a questa salita possa essere intrecciato il nome di un corridore come accade per Mortirolo, Stelvio, Alpe d’Huez o Mont Ventoux. Non lo diresti mai perché ti sei abituato, o ti hanno abituato, a contare la realtà piuttosto che a sentirla.

Sia chiaro: Willunga Hill dal punto di vista strettamente ciclistico non ha nulla a che vedere con le vette citate prima. Questo bisogna dirlo forte e chiaro ma questo dice tutto e niente. A Willunga Hill, ultima, e forse unica, ascesa del Tour Down Under ha vinto per sei anni consecutivi Richie Porte. Richie Porte, lui promessa delle promesse, lui martoriato dalla sfortuna, lui nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, a Willunga Hill è sempre stato impeccabile. A tal punto che Willunga sembrava una benedizione e una maledizione. Era sin troppo facile pronosticare Porte vincitore a Willunga Hill ed era diventato difficile, troppo difficile, credere a Porte sul suo podio, quello che non gli era mai appartenuto ma forse per questo era più suo di tante cose realmente sue, quello del Tour de France. Porte era il vincitore di Willunga e Willunga era la salita di Porte. E per quanto potesse fare Porte per impressionare i suoi rivali, Willunga ed il Tour restavano tali. Gli inizi spumeggianti sono belle storie le prime volte, poi diventano eterno ritorno dell’impossibile e alla fine, forse, stufano anche. Sicuramente Richie Porte non ha vinto a Willunga nel 2020 perché gli è mancato qualcosa o perché ha trovato qualcuno più forte di lui, Matthew Holmes nello specifico. Il punto non è questo. Il punto è che, forse proprio qui, c’è il sapore del pane, c’è la vera storia dell’asfalto. Quella di cui i numeri non dicono niente.

Qui Porte ha capito che l’ovvio è la storia di chi ha poca fantasia. E lo ha capito perdendo dove aveva sempre vinto. Sì, perché è facile dire: ”Puoi fare bene al Tour” ma stai parlando di una sensazione che ormai non ricordi nemmeno. Anche le cellule hanno una memoria: è quella che ci fa reagire in modo simile a situazioni simili, è quella attraverso cui impariamo come reagire. Quella memoria ogni tanto va risvegliata con le vibrazioni dell’inaspettato altrimenti si abitua al ricordo e non lo crea. Porte sapeva sin troppo bene come era vincere a Willunga Hill e forse quel giorno lo dava anche per scontato. Per questo ha perso. Quello che aveva dimenticato era come fosse perdere lì dove tutti sapevano che avrebbe vinto. Perdere lì dove sembrava impossibile.

Quel giorno Richie Porte ha letto una storia diversa. Da lì lo spunto e la spinta. Perché ora che l’ovvio era andato in frantumi, l’aria era tornata. Quando la strada sale troppo e anche la volontà sembra non bastare, devi rilanciare perché di ciò che ricordi, in quel momento, non interessa a nessuno. Oggi quella memoria è diversa ed ha come sfondo i Campi Elisi ed un terzo posto al Tour de France. Una gara di tre settimane con salite così diverse da Willunga, nei numeri ma non nella sostanza. Perché che ti è ancora possibile far bene al Tour, puoi impararlo anche un giorno di gennaio, dall’altra parte del mondo. Di tutto questo sa quel pane, di tutto questo sa quell’asfalto.

Foto: Dario Belingheri/BettiniPhoto©2020


Il cielo sopra Pauline Ferrand Prévot

«Credo che essere campionessa del mondo di tre discipline nello stesso anno sia la peggior cosa che mi sia mai accaduta. Anche ammalata ho continuato a lavorare sodo. Alla fine sono stata costretta a ritirarmi da una gara dopo l’altra. Ho concluso la mia stagione con un ritiro e non so quando tornerò in sella. La bicicletta è sempre stata il mio più grande amore, ora è diventata un terribile incubo». Quanto coraggio è servito a Pauline Ferrand Prévot per scrivere queste poche righe? Era passato solo qualche giorno da una delle mattinate più difficili della sua vita. Nell’agosto del 2016, a Rio, durante la prova olimpica di mountain bike, l’allora ventiquattrenne francese, era scesa di sella e, delusa in volto, si era ritirata. Invano i giornalisti presenti avevano cercato di dare una spiegazione a quella decisione: la stagione di Ferrand Prévot era stata costellata di problematiche fisiche ma, nonostante questo, i risultati non avevano tardato ad arrivare ed in quel momento la ragazza di Reims sembrava non aver proprio nulla da chiedere. La città delle cattedrali, non aveva più vetrate e nessun cielo dentro una stanza. Qualcosa dentro era andato in frantumi e dei vetri erano rimasti solo i tagli: Pauline era stanca. Non fisicamente, o per quanto non solo. Pauline era stanca mentalmente, psicologicamente. La tremenda verità è che Ferrand Prévot sul finire di quell’estate era stanca di essere se stessa. Avrebbe preferito essere una ragazza qualunque, sconosciuta ai più, magari studiosa di architettura o di lettere in qualche università locale. Pauline Ferrand Prevot avrebbe voluto essere una delle tante ragazze che ancora potevano permettersi di fallire, di sbagliare, di rinunciare, di ritirarsi, di cambiare vita, di andare al mare, magari.

Quel grido scritto era una protesta: «Non sono quella che credete. Non sono invincibile. Soffro, sto male, sono fragile anche io. Sono stanca. Guardatemi: sono stufa. Voglio essere una ragazza qualunque». Una richiesta di debolezza, se così possiamo chiamarla. I mesi trascorrono, viene autunno e poi inverno. Ferrand Prévot non riesce a riprendere in mano una bicicletta. Il team manager della Canyon SRAM, Ronny Lauke, la conosce in quel periodo ed è in quel periodo che avviene la firma con il nuovo team. Sì, perché puoi essere completamente distrutta ma il lavoro è lavoro ed in qualche modo devi proseguire. «In Pauline si è spento qualcosa. Noi l’abbiamo contattata- racconta Lauke- perché cercavamo un’atleta polivalente, forte come lei. Non immaginavamo quasi nulla di ciò che sarebbe accaduto poco dopo. Pauline era una ragazza, una ciclista, che non riusciva più a essere contenta di vedere una bicicletta». Pauline Ferrand Prevot deve ripartire. Il punto, in questi casi è: da dove si riparte? Da tre mesi in cui non ha mai toccato una bicicletta mentre le sue pause anteriori erano state al massimo di quindici giorni? Da quelle maglie, quelle coppe e quelle medaglie sul letto? Dal passato che nei ricordi della gente, ora, è stupendo a confronto di uno scialbo quotidiano? Dalla paura: e se riparto e scopro che, oltre a stare male, non so più vincere? Cosa faccio dopo? In realtà, se vuoi ripartire davvero devi guardarti allo specchio e sbatterti in faccia verità più crude di sberle.

«Quando vinci tutto- racconta Ferrand Prévot a Cyclingtips- quando hai vinto tutto, vivi nel terrore perché non sai più cosa fare per continuare a vincere. Quante cose si possono ancora vincere? Per quante cose puoi ancora lavorare? Quanti sogni e traguardi puoi ancora porti? E anche se trovassi nuovi obbiettivi non li fronteggeresti in maniera serena. Li affronteresti con la pressione di dover garantire un risultato, di non essere mai da meno». Ferrand Prévot non è più quella ragazza lì. Forse per questo guardando indietro sorride: «Non si può vincere tutto, non si può vincere sempre. Non è possibile essere sempre al massimo, fare sempre il meglio. Sembra quasi ovvio. Forse lo è. Adesso lo capisco anche io. All’epoca no, all’epoca non lo sapevo, non lo capivo. Ci ho messo tempo ed è stato quel tempo a ridarmi la piacevolezza del salire in bicicletta, del godermi la possibilità di pedalare e di farlo serenamente». E c’è ancora quel rumore di vetri rotti, come dopo ogni incidente, come dopo la recidiva della endofibrosi iliaca, frantumati a terra, ma torna anche il cielo. I vetri possono rompersi per diversi motivi, talvolta sono gli spettri della nostra mente a frantumarli, talvolta sono questi stessi spettri a cadere a terra. Un vetro a terra taglia sempre e qualunque finestra distrutta è un faccia a faccia con ciò c’è fuori e che ci spaventa. Passa l’aria, passa il freddo, talvolta il gelo. Ma senza questo, senza tutto questo, non può esistere cielo. Questo Pauline Ferrand Prévot lo ha capito, prima e molto meglio di altri.

Foto: Pauline Ferrand Prévot/Instagram


La strada in più di Daryl Impey

Daryl Impey è la persona giusta per spiegare un concetto molto complesso: l’unicità. Il termine va sviscerato per bene per arrivare a comprenderlo nel significato più profondo. Ancor di più, se il concetto di “unicità” o di “insostituibilità” si inserisce in una logica di squadra, logica che il ciclismo impone. Impey sa bene che “unicità” ha ben poco a che vedere con “totalità”, semmai a che vedere con “specializzazione”. Quando si lavora con altre persone, l’unica possibilità per essere insostituibili non è reclamare sempre maggiori competenze o possibilità, bensì è svolgere nel modo migliore possibile le mansioni che ti sono affidate.

Non sarai insostituibile nel momento in cui saprai fare tutto al meglio, possibilità riservata a pochi, pochissimi, sarai insostituibile nel momento in cui riuscirai a svolgere il tuo compito al meglio. Piccolo o grande che sia. Ed è di quel compito che devi andare fiero, senza mai sederti, senza mai abdicare ai varchi che ti si presentano per imparare, per crescere. Devi imparare, devi crescere ma devi farlo con lo spirito di chi, facendo ciò che fa, è in pace con se stesso e non ha nulla da rivendicare al mondo esterno. Quel continuo desiderio di rivendicazione rischia di essere il peggiore dei mali. Il sudafricano, nativo di Johannesburg, lo ha dichiarato qualche anno fa: «Mi sembra chiaro: per avere la possibilità di restare in una grande squadra devi comprendere come diventare insostituibile». Impey era insostituibile nel treno dei velocisti e questo lo rendeva già oggetto del desiderio di molte squadre ma sentiva che non era ancora tutto, che c’era altro. Il passo era iniziare a «fare qualche chilometro in più», che altro non vuol dire se non darsi qualche possibilità in più.

Impey riesce a darsi queste possibilità perché è sereno. Perché non le rincorre con la rabbia di chi vuole dimostrare di «non essere solo quello», dove “quello” sta per tutte le abilità già acquisite, ma con la tranquillità di chi può dire «sono anche questo». E c’è una differenza abissale. Da una parte cerchi una verità che gratifichi gli altri, dall’altra una verità che gratifichi te stesso. Impey, nei primi anni di carriera aveva lavorato con Chris Froome al team Barloworld, era la stagione 2008-2009, e avendolo osservato all’epoca, oggi dice: «Forse non avresti mai detto che Froome sarebbe diventato quello che è oggi. Una cosa, però, è certa: si allenava instancabilmente, non trascurava alcun dettaglio, e lo faceva con tanta voglia».

Impey si sarà ricordato di questo quando al Tour de France 2013, a Montpellier, vestì la maglia gialla. La dicitura “primo sudafricano in maglia gialla” avrebbe potuto montare la testa a molti. Non a lui. Lui capì che quello era solo un gradino in più, un altro gradino per imparare qualcosa, un altro balzo verso quell’idea di unicità a cui mirava. Se sei veramente “unico”, nel senso di cui vi abbiamo parlato, lo capisci quando puoi innalzarti sopra agli altri con vanto ma non lo fai. Quando resti quello che sei, con orgoglio, anche quando potresti fare altrimenti. Non è il momento per fare altrimenti, è il momento per riflettere su quello che puoi fare.

Daryl Impey resta quello che è sempre stato ma riprende a lavorare e lo fa con l’idea che c’è altro sulla sua strada. Gli indizi, per il vero, probabilmente non partono neppure da qui, bensì da dieci anni prima, quando Impey si rimise in sella dopo una spaventosa caduta al Tour of Turkey. Le prove, invece, arrivano negli anni quando l’atleta, oggi trentaseienne, riesce a mettere insieme un bottino piuttosto sostanzioso di successi, non facendo mai mancare, per un solo istante, la fedeltà ai propri capitani.

Il tutto grazie a un’indole che conosce perfettamente il meccanismo dei tentativi, che sa quanto, anche i tentativi con gli esiti peggiori, restituiscano qualcosa. Fosse anche solo la coscienza del fatto che era meglio non tentare. Quando vince a Brioude, la nona tappa del Tour de France 2019, Impey fatica a parlare ma qualcosa lo dice: «Si tratta di un sogno, del mio sogno, che si realizza». E d’altra parte come lo spieghi? Anche avessi “un materasso di parole” dovresti limitarti a rendere una vaga idea di quell’emozione. Meglio lasciare la pagina bianca perché lì la fantasia sguazza libera. I suoi compagni di squadra invece hanno tante parole, di quelle vere, di quelle che modificano il mondo attorno con il loro venire pronunciate, e sono tutte per lui. Perché poi, quando vince uno così, sono tutti contenti. Perché quando vince uno così, in fondo, vincono tutti quelli che potranno vincere raramente o forse mai. Quando vince Daryl Impey, vince un esempio.

Quel cerchio apertosi nel 2008 si richiuderà nel 2021 quando Impey tornerà a essere compagno di Chris Froome alla Israel Start Up Nation. «Chris mi ha telefonato e mi ha detto che crede in me, che ha fiducia in me e che vuole avermi nella sua squadra. Le nostre carriere hanno percorso diversi tratti assieme e conosco bene Froome. Sono certo che lui possa vincere un altro Tour de France. Quel giorno sarebbe bellissimo non limitarsi ad esserci, ma dare un contributo importante a quella vittoria». L’osservazione è profonda e pesca nella curiosità di tutti coloro che conoscono la storia di Impey. Chissà quale forma Daryl Impey inventerà per quel contributo, quanti chilometri in più percorrerà e quanto si reinventerà per aggiungere ancora un pizzico di unicità al suo essere ciclista.

Foto: ASO/Pauline Ballet


Dov'è la casa di Ceylin

Ceylin del Carmen Alvarado ha imparato a sentirsi a casa. Rafael, suo padre, viaggiò ben presto dalla Repubblica Dominicana verso l’Olanda ed il resto della sua famiglia lo raggiunse quando Ceylin aveva appena cinque anni. A quell’età, i ricordi sono ancora nebulose, semmai restano i colori e i profumi, e puoi “fare casa” qualunque luogo ti cresca. Però, se è vero che buona parte della personalità si forma nei primi anni di vita, le esperienze di quel tempo ti consegnano qualcosa che resta inciso in quello che sei. Papà è un ciclista e vuole che la ragazza impari a pedalare seriamente sin da giovanissima. «Lo sport che pratico non sarebbe stata la scelta più logica per il luogo in cui sono cresciuta. Io vengo da Rotterdam» – racconta a CyclingTips – «quante atlete professioniste provengono da lì? Credo solo io e Lucinda Brand». Cabrera è così distante, di lei nella fredda Olanda resta quasi solo la lingua; Alvarado parla ancora spagnolo fra le mura di casa. Ma a Ceylin non manca nulla o almeno così sembra. Fra le vie di Rotterdam come nella terra fangosa in qualche città al centro dell’inverno.

«Sono cresciuta in fretta. Quando sono arrivata io, atlete come Helen Wyman, Nikki Harris e Marianne Vos, avevano lasciato e questo mi ha aiutato, senza dubbio. Soprattutto, però, mi ha guidato la capacità innata che ho in me. Riesco a far mio qualunque tipo di percorso e quando questo accade mi viene naturale fare la mia gara. C’è una natura estremamente fisica in questo sport. Mi spiego?». Circostanze e possibilità, come terra e bicicletta. Perché per saper pedalare nel fango devi saperlo accarezzare, certo, devi saper scegliere la traiettoria migliore, caricarti la bicicletta in spalla e coprirti gli occhi dagli schizzi: in breve devi saperne accettare il potere e la forza. Altrimenti rischi di essere un Don Chisciotte alle prese con i mulini a vento. Ma devi anche essere capace di imporre la tua legge, di spingere quelle ruote più forte che puoi, di strapparle delle scie sbagliate come salveresti qualcuno dalle sabbie mobili. Se non ci riesci, torni a essere Don Chisciotte. Circostanze e possibilità come vita e tempo. «Ho le mie giornate nere e a volte sto male. Dall’esterno sembra mi riesca tutto facile, lo so. Lo faccio sembrare facile, ma non è facile. Da junior ho avuto molti problemi al ginocchio, febbri ghiandolari e polmonite». Quel sorriso, bellissimo, nascosto sotto quei ricci neri che la fanno tutta capelli non è circostanza, è volontà e resta anche quando la luce si spegne.

Alvarado, “facendosi casa ovunque”, ha imparato il valore della sincerità. La vita dei ciclisti è vita del mondo e al mondo che ti accoglie devi la verità di ciò che pensi. Diversamente non sono il mondo, la città, la terra o il fango, a non accoglierti, sei tu a non accogliere te stessa e non potrai sentirti a casa nemmeno per un attimo: «Mathieu van der Poel è pagato per correre o per dare spettacolo? Io sono pagata per correre o per far divertire? Io credo di essere pagata per fare la mia corsa ma so che, se faccio la mia corsa, il pubblico si diverte». Dritta al punto tanto da non sembrare una ragazza di ventidue anni: «Certo che il tema dell’uguaglianza e della non discriminazione sono questioni importanti. Come potrei dire di no? Personalmente, però, non ho avuto alcuna esperienza negativa, forse per questo non sento la necessità di parlarne ogni volta. Solo quello. Oggi il tema si sente in maniera particolare perché il ciclismo sta crescendo sempre più». Alvarado ricorda la sua prima bicicletta: «Non provengo da una famiglia benestante. La mia prima squadra noleggiava le nostre biciclette, così ho potuto iniziare a gareggiare. Ma, prima o poi, i genitori devono comprare una bicicletta per i loro figli e non tutti possono permetterselo: comprare una bicicletta costa molto di più rispetto a comprare un paio di scarpe da calcio. Il ciclismo è uno sport costoso e diventerà sempre più costoso. Le federazioni devono iniziare un lavoro dalla base».

Nel 2020 Ceylin del Carmen Alvarado ha vinto sia il Campionato Mondiale a Dubendorf che il Campionato Europeo a ‘s-Hertogenbosch e di questo bisognerebbe parlarne, questo rende bene l’idea di chi sia. Oppure no? Forse l’idea di chi è davvero Ceylin è racchiusa altrove e lì andiamo a prenderla. «Probabilmente chi fa ciclocross ha un alone meno professionistico rispetto a chi fa strada. Però io qui ho mio padre, meccanico, mia madre, soigneur, e mio fratello, al primo anno da under23. Loro sono i miei appoggi». Già, perché chi viaggia, alla fine, lo capisce. Casa può essere il luogo da cui parti ma più spesso casa è il luogo in cui vuoi tornare. Un luogo da lasciare lì, con ancora qualcosa da sistemare, per avere una buona scusa per farci ritorno. E, se non possiamo sempre scegliere da dove partire, abbiamo il dovere di scegliere dove tornare.

Foto: Twitter/Trofeo Sven Nys