Un bolide in attesa: intervista a Filippo Ganna

Fuori auto parcheggiate in battuta di sole. Caldo soffocante. Dentro una bici blu che poi è un bolide. Qualche sedia e un buffet. Si suda: naturale quando è il primo giorno d'estate, anche se c'è un leggero accenno di aria condizionata. Arriva Ganna e l'attesa diventa entusiasmo. Domande e foto. Verrebbe da definirlo teso, ma forse è calma, e intanto lui, qualsiasi cosa sia quella sensazione, la smorza sorridendo e lasciandosi andare a qualche battuta.
Verrebbe da definirlo tirato a lucido ma dice di non essere al massimo: «Dopo il Giro ho staccato un po'. È necessario per stare sempre sul pezzo» ci racconta.
Faccia da studente universitario fuori corso, lui più che studente potrebbe salire in cattedra, ma non diteglielo, spegnerebbe subito quell'idea soffiando sul fuoco. «C'è gente che arriva e si afferma subito. Poi però le loro carriere durano un attimo. Io non sono un pacco Prime: devo lavorare sodo per vincere. Sono cresciuto gradualmente in questi cinque anni per rincorrere i miei sogni, le mie vittorie».

A Tokyo non ci pensa, dice, non è il momento. È fatto così, anche se in gruppo lo vedi grande e grosso come non avesse timore di nulla, quando ce lo hai vicino è un ragazzo con occhiali da vista, un po' di barba di quella che cresce sui volti dei più giovani. È in maglietta e pantaloncini. «Sto ancora sudando dalla gara di ieri del campionato italiano. Deluso per la crono? Nemmeno un po'. Sapevo che quello era il mio attuale livello: ho fatto un lavoro di carico per essere pronto più avanti».

Più avanti, ma quando? Tokyo è l'obiettivo, la maglia azzurra un prestigio, pensare alle medaglie un privilegio. Ogni volta che si corre per la nazionale è una spinta in più. Un senso a tutti i sacrifici. Ogni volta come la prima volta, anche se hai conquistato cinque titoli mondiali. «La maglia azzurra che indosseremo a Tokyo ce l'ho già a casa, la volevo in anteprima. Per me è il significato di una carriera: curata nei minimi particolari, la cerniera col tricolore, la scritta in oro».
Diplomatico, dice di non dare troppo peso, al momento, a quel che sarà in Giappone: «Se stessi qui a pensare a ogni gara l'attesa mi mangerebbe e invece così gestisco le pressioni. Vado a Tokyo pensando che sarà una gara come un'altra. Certo, mica per portare un numero sulla maglia, ma consapevole di aver programmato tutto per il meglio. Magari solo alla partenza mi renderò conto di dove sono e di cosa potrò realizzare».

Quando racconti un corridore con l'attitudine alla vittoria, ti ritrovi a esaltare il gesto e magari a dare per scontato i suoi successi, ma ai Giochi Ganna avrà di che lottare. Con se stesso: dovrà resettarsi dalla cronometro all'inseguimento a squadre. Il tempo sarà amico-nemico. «I miei compagni dell'inseguimento vanno forte – racconta con un sorriso – mi hanno messo in difficoltà: sono io a dovermi adattare a loro. Alla medaglia non ci penso, intanto rompiamo il ghiaccio con la cronometro: mentalmente e atleticamente non è semplice passare da un tipo di sforzo all'altro. Anche dal punto di vista ambientale: due situazioni completamente differenti da gestire. Su strada hai il paesaggio che muta continuamente e la gente intorno, su pista hai gli spettatori, lo sguardo a terra e vedi legno su legno».

Contro gli altri: favoriti nel velodromo che ospiterà la gara olimpica «le furie rosse danesi», mentre non vuole fare nomi per la crono. «Van Aert, Evenepoel, Dennis, Dumoulin? Tutti quelli che partono sono in corsa per le medaglie».

Spiega come non ci sia un vero segreto per il successo al Giro, ma semmai ha ben chiaro qual è stato il suo ruolo: «Il mio vero obiettivo non erano le cronometro. Lo scopo di tutto era tenere alto il morale. Negli anni, maturando, mi sono accorto di avere grande capacità di fare gruppo. L'importante era stare vicini a Bernal in ogni situazione per smorzare la tensione: immaginatevi le difficoltà nell'essere sul pezzo tre settimane e giocarsi un Giro».
E la chiosa, leggera, arriva proprio sui suoi capitani: «Thomas mi ha scritto dopo la partita con il Galles: “D'altra parte, l'Italia ha stile”. Bernal invece è come un fratellino più piccolo, anche se poi alla fine vince sempre lui».

Filippo ora appare più disteso, finite le interviste, il sole fuori resta alto e le auto sembrano prendere fuoco. La sua bici, in esposizione, viene portata via. Sul tavolo qualche bottiglietta d'acqua. Firma un paio di autografi, si cambia la maglietta per una foto di gruppo, ancora sorridente, allentando la pressione di una giornata dedicata a media e sponsor. Sale in auto e si allontana. Mentre Tokyo, a migliaia di chilometri da qui, ogni giorno è sempre più vicina.

Foto: Paolo Penni Martelli


Quel giorno ad Albi

È la tipica estate francese quella che si abbatte sul Tour de France il 17 luglio 1999. L'asfalto si squaglia sulle strade tra Saint-Flour e Albi e in lontananza, nei tratti in pianura, sembra dissolversi in pozze d'acqua.

È un miraggio: lo chiamano fata Morgana dal nome della fata che nella mitologia celtica procurava ai marinai visioni di meravigliosi castelli in aria o in terra per ingannarli e accompagnarli verso una morte certa. In realtà per i corridori la pianura stessa è quasi una fantasia in una frazione che prevede “sette salite secche”, per dirla alla Gianni Mura. Proprio l'allievo di Brera diceva che certe azioni si sentono, si prevedono sin dal ritrovo di partenza.

Quel sabato di metà Tour, fra i tifosi con cappellini bianchi e a pois, si annusa odore di fuga. Salvatore Commesso quella mattina si lamenta: «Vorrei attaccare, ma la fuga giusta parte sempre quando sono dietro a prendere l'acqua». Non particolarmente benaugurante in una giornata in cui, a quaranta gradi, i rifornimenti d'acqua dovranno essere molto frequenti, se non si vuole far la fine del catrame arso sulle strade.

Eppure Commesso, Totò per coloro che lo conoscono meglio, la fuga la centra. La maglia è targata Saeco, un tricolore conquistato pochi giorni prima. In realtà, all'inizio, più che l'entusiasmo prevale lo sbigottimento: «A dire la verità mi sono dato del deficiente. Mi aspettavano 230 chilometri allo scoperto, bel giorno per prendere la fuga giusta». Come dargli torto? In realtà questo pensiero sarà balenato nella testa di tutti i sedici corridori che sono andati all'attacco dopo soli otto chilometri. Konyšev, per esempio, lo ascolta e molla la presa. Qualche ora dopo si mangerà le mani. Il giorno dopo, forse spinto da quel rimorso, vincerà a Saint Gaudens.

In una giornata così nervosa, però, non basta essere in fuga: gli attaccanti si scherniscono a colpi di allunghi e finte che o li portano davanti o li cacciano indietro fino a venire nuovamente inghiottiti dal plotone che fa del menefreghismo la propria religione. Della serie: «Giocatevela voi che noi abbiamo altro a cui pensare». Soprattutto perché si avvicina una terza settimana da incubo. La rottura, davanti, avverrà a quaranta chilometri dall'arrivo, mentre si sale a Besse, quando Garcia Acosta, forzando l'andatura, si porta dietro Totò Commesso e Marco Serpellini. Sarà il canto del cigno per lo spagnolo che ben presto rimbalzerà, senza forze.

Entrambi sanno che, se si arriva in due, vince Commesso e così accade. Serpellini prova a staccarlo una prima volta, senza riuscirci, ai meno tre dal traguardo, l'ultimo scatto, ai mille metri, è telefonato, inutile. Così in una Albi addormentata dall'afa alza le braccia un giovane ventiquattrenne di Torre del Greco, in maglia di campione italiano. Secondo Serpellini, terzo Piccoli, quarto Lanfranchi. Sesta vittoria italiana. Uno schiaffo ai cugini francesi che, in quel Tour, non indovineranno mai una tappa.

Nella città di Commesso si cercano coralli e la cultura ciclistica è abbastanza povera. Salvatore inizierà a correre grazie a una società ciclistica fondata dal padre Aniello e dagli zii, la Macellerie fratelli Commesso. Anni dopo confesserà di aver fatto sempre di testa sua quando correva e di aver ascoltato poco i propri direttori sportivi. Uno sbaglio, ammetterà. Quel giorno dirà solamente di essere dispiaciuto per Serpellini perché «avrebbe meritato anche lui la vittoria, ma nel ciclismo vince uno solo». Gianni Mura scriverà della superstizione di Totò Commesso che, se vede un gatto nero attraversargli la strada in allenamento, frena e cambia strada.

Lui, in conferenza stampa, nasconderà l'indole di campano vivace dietro la timidezza del successo: «Dai, non posso saltare sui tavoli e festeggiare come piace a me qui, con questa maglia addosso. Ma non preoccupatevi, in privato mi scateno».


Affinità elettive

Sono passati ormai quasi trent'anni da quando Davide Rebellin era un ragazzino di belle speranze che passava professionista in maglia GB-MG. È proprio vero; si dice: è passata un'epoca. Ti guardi indietro e trovi Rebellin negli ordini d'arrivo, ti guardi avanti e leggi ancora il suo nome. Rebellin: tra i rappresentanti di una delle più forti generazioni del ciclismo italiano.

In mezzo alla sua carriera, che poi è anche la sua vita, Rebellin ha vissuto vicende di ogni sorta, si è rialzato da cadute che lo hanno ferito e potevano inevitabilmente spezzarlo, ha realizzato un filotto di successi sulle Ardenne che fece storia, e quando buona parte dei protagonisti di oggi non era nemmeno nata, conquistava la maglia rosa sul Monte Sirino in una tappa del Giro che forse qualcuno ricorderà perché sparì il segnale nelle fasi decisive della corsa, e ci ritrovammo con lui nel finale mentre scattava per conquistare la tappa e il prestigioso simbolo del primato.
Era maggio del 1996, ovvero quando van der Poel aveva un anno, van Aert due, Bernal, Evenepoel e Pogačar a malapena forse erano stati immaginati, Roglič non avrebbe pensato per altri 20 anni - o quasi - di diventare ciclista, Valverde non era ancora professionista. Era maggio del 1996, e chi vi scrive registrava le tappe su una VHS per via del rientro pomeridiano a scuola, e ancora ricorda quando tornò a casa e quella volta invece delle immagini della tappa la telecamera era fissa sul traguardo.

Oggi, 25 anni dopo, Rebellin corre ancora. Lo ha fatto con squadre italiane, francesi, tedesche, croate, polacche, kuwaitiane. Per chiudere il cerchio è tornato in Italia con un team Continental Under 23 dove il più vecchio dopo di lui ha quasi 25 anni in meno. Eppure non si può immaginare oggi un Rebellin che abbia intenzione di smettere, esempio concreto di chi vede strade ripide da scalare davanti a sé e non sente alcun tipo di timore reverenziale.
Ho conosciuto per caso una coppia di ragazzi qualche giorno fa a Castelfranco Veneto. Mi hanno raccontato di come accada ogni tanto che una famiglia di cinghiali vada a fare visita a Rebellin: «Si avvicinano a lui e si fanno accarezzare, e la mamma cinghiale non dice nulla perché sentono vibrazioni positive da Davide e non hanno paura». Insomma, realtà o leggenda, anche questo è Rebellin.
Uno che ti parla sempre con voce pacata, quasi mite, soppesando le parole come un vecchio saggio. Uno del "Mollare mai", semplice quanto realistica locuzione tanto in voga tra i ciclisti, non per forza solo tra i corridori. Uno che ieri è arrivato decimo sul Monte Grappa all'Adriatica Ionica Race, nonostante i suoi (meravigliosi) quasi 50 anni. Gli altri ragazzi prendano appunti.


Visto sulla strada non tradisce mai (il ciclismo)

Il telefono del papà di Gidas Umbri, corridore della Colpack in gara nell'Adriatica Ionica Race, continua a squillare. È la mamma del ragazzo che vuole sapere come sta andando la corsa: "Ha superato la salita? Come pedalava? Era ancora in gruppo?".

«Lei si preoccupa sempre così - mi fa papà Umbri - una volta in una corsa in pista tra gli allievi Gidas cadde e mia moglie si fiondò da lui facendosi largo come una forsennata - per fortuna non si era fatto nulla».

Il ciclismo muove la passione non solo nei genitori dei ragazzi in corsa, ma anche, o soprattutto nella gente che si accalca a bordo strada. Come succede da tempo per la Pro Loco di Moruzzo, un piccolo centro in provincia di Udine. Ai piedi della sua collina, che sorge dall'alto con vista sul capoluogo friulano, oggi era previsto il Traguardo Volante.

I membri della Pro Loco ieri sono andati a fare spesa, hanno comprato palloncini azzurri e carta crespa per decorare le strade e omaggiare corsa e corridori. Uno striscione con su scritto "Moruzzo c'è" è ben in vista: dal 2003 viene portato su e giù dallo Zoncolan ogni volta che la corsa arriva sulla terribile salita friulana.

E poi ci sono i preparativi. In mattinata qualcuno si prende mezza giornata libera da lavoro per dare una mano ad addobbare la strada, per far sentire il suo calore a chi pedala; è gente che perlopiù di ciclismo agonistico ne sa il giusto, ma non è quello che interessa: il ciclismo piace a prescindere dal risultato. A prescindere da presenti o assenti, a prescindere da chi vince o arriva ultimo. «Perché il ciclismo è l'unico sport che valorizza il territorio e noi ci teniamo a far conoscere questa splendida terra che è il Friuli, dando il meglio che possiamo offrire - mi racconta Fausto, il presidente della Pro Loco. Perché il ciclismo viene a casa tua e come ospiti dobbiamo trattarlo il meglio possibile».

E poi la febbrile attesa: con la gente che minuto dopo minuto si accalca sull'incrocio delle "Cjuie" punto perfetto dove veder passare il gruppo, prima che la corsa svolti a destra in direzione Fagagna.

Passa il quartetto di fuggitivi, la gente applaude, Rastelli, corridore della Colpack (in fuga inizialmente doveva esserci Gidas, racconta con una punta di orgoglio e di rammarico sempre suo papà) è in testa a scandire il ritmo, Donegà fa una fatica bestiale un po' per la pendenza, non esagerata per la verità, un po' per l'afa che avvolge un tipico pomeriggio di giugno, tipico, se non fosse stato per questa eccezione che è il ciclismo. «Spettacolo, cultura, passione, la possibilità di scoprire luoghi che altrimenti nessuno conoscerebbe: questo è per noi il ciclismo» mi spiega sempre Fausto. «Un giorno speriamo che anche il (grande) Giro d'Italia passi di qui».

C'è chi si prepara a rastrellare il bordo strada per raccogliere più borracce possibili; ma la gioia è di tutti: dal bambino con la maglia fucsia di una squadra locale, al ragazzo che domani ha l'esame di maturità ma ha preferito una sgambata in bici per scaricare la tensione, fino a chi, subito dopo il passaggio della corsa, dovrà correre al lavoro.

Poi passa il resto del gruppo, con Rebellin e Viviani, Cimolai, Sobrero e Scartezzini. Dura tutto pochi minuti, anzi secondi, qualcuno scatta foto, altri dei video che non guarderanno, ma resterà una meravigliosa giornata che rompe l'ordinario, passata ad aspettare il gruppo colorato e i suoi protagonisti in bicicletta. Questa è la forza del ciclismo, uno sport che, visto sulla strada, non tradisce mai.


Di ferite e leggerezza

Quasi nessuno riuscirebbe ad immaginare quanta passata pesantezza si celi dietro il sorriso di Rigoberto Urán, vincitore della penultima tappa del Tour de Suisse. Quanta angoscia in quel pomeriggio di inizio degli anni duemila, mentre quel ragazzino, in Colombia, cercava disperatamente il padre fra le strade di casa, non riuscendo a trovarlo. «Tuo padre è stato ucciso», ad un certo punto, qualcuno gli avrà detto così, o qualcosa di simile. Chi può uccidere un padre di famiglia che, per mantenere i propri figli, vende biglietti della lotteria? Non c'è risposta certa, ma, anche se ci fosse, non basterebbe comunque ad un ragazzo che ha perso un genitore, così, d'improvviso, dopo che era uscito di casa per lavorare. Già, lavorare. Papà glielo aveva detto proprio il giorno in cui, ancora bambino, lo aveva sorpreso a rubare bottiglie vuote per le strade di Urrao. Lo avrebbe portato a vendere biglietti della lotteria, se avesse voluto guadagnare qualcosa, e gli avrebbe comprato anche una bicicletta nuova per permettergli di sperare di diventare ciclista, terminati gli studi. Ma non doveva più rubare quelle bottiglie, non aveva senso. E ritorna quella domanda senza risposta: perché?

Urán cresce così, con questa zavorra da portarsi sulle spalle. Un'ingiustizia primordiale. E le ingiustizie possono spingere a fondo, possono incattivire, portare sulla cattiva strada. Certe volte è sufficiente un ricordo per salvarti, forse una promessa. Uràn sa bene cosa aveva promesso a papà e crede ancora in quella promessa, nonostante la vita gli abbia mostrato come non sempre vincano i più onesti o i più gentili. Forse il contrario. Non gli importa, come non importava a sua padre che certamente sapeva questa realtà, ma continuava sulla propria strada.

Urán studia, si allena e lavora. Inizialmente in bicicletta è goffo, cade e si ammacca tutto. Si rialza, qualche cerotto e via. Lo fa per se stesso, per sua madre e per sua sorella Martha. Lo fa perché «la vita mi ha insegnato a lottare. Perché la vita non è poi molto diversa da una corsa a tappe: oggi perdi, domani vinci». Il suo è un riscatto privo di rabbia e rancore, un riscatto intriso di leggerezza che è poi l'unico modo di sopravvivere a certe tragedie senza lasciare che ti distruggano. Di portare quel dolore dignitosamente, dandogli un significato e dando il giusto significato a tutto il resto. Perché Urán sa benissimo che ci sono cose più importanti di una caduta al mondiale di Firenze, di una volata persa per un soffio all'Olimpiade o dell'anno in cui i risultati non vogliono proprio saperne di arrivare. Per questo sorride e dice solo: «Sono fortunato, tante persone mi hanno voluto bene».

Sa che non si diventa uomini migliori quando si sale sul podio del Giro d'Italia (2013-2014) o del Tour de France (2017) e che anche lì bisogna restare leggeri e spogliarsi di tutto ciò che un risultato di questo tipo può metterti in testa, soprattutto quando arrivi dal nulla. Soprattutto sa bene che, per quanto possa succedere, fino a quando si vive si hanno almeno due possibilità. Quella di vivere anche per gli altri che non ci sono più, e quindi di vivere più intensamente, di vivere di più, e quella di fare qualcosa per cambiare la vita che stai vivendo, se proprio non ti piace. «Sei vivo? Bene, allora fatti valere». Parola di Rigoberto Urán.

Foto Luis Angel Gomez/BettiniPhoto©2021


Chris Froome e l'effetto piuma di Dumbo

Si avvicina l’inizio del Tour de France ed è difficile pensare al Tour senza pensare anche a Chris Froome. Nella storia di tutta la Grande Boucle nessun ciclista si è portato a casa il quarto titolo senza poi vincere anche il quinto: sono le statistiche a parlare, ma le statistiche valgono per i grandi numeri e non per il caso singolo.

I numeri, si sa, regalano una lettura della realtà perfettamente razionale e a volerli mettere tutti in fila, nel caso di Chris Froome, trasmettono l’immagine di un corridore nella parabola discendente della sua carriera: il terribile incidente di giugno 2019 al Critérium du Dauphiné, i 36 anni compiuti il 20 maggio, i modesti risultati di questa stagione (47esimo allo UAE Tour di febbraio e in questi giorni al Critérium du Dauphiné, 81esimo alla Volta a Catalunya, 93esimo al Tour of The Alps e addirittura 96esimo in classica generale al Tour de Romandie) e la generazione dei giovanissimi talenti con cui dovrà confrontarsi al Tour.
Ma se una vittoria al Tour a 36 anni (e 130 giorni, come riporta procyclingstats), nella storia, è riuscita solo al tedesco Firmin Lambot - stiamo parlando però del 1922 - c’è qualcosa che i crudi numeri non possono spiegare ed è qualcosa che ha a che fare con l’effetto piuma di Dumbo, ovvero la possibilità in determinati momenti e circostanze della nostra vita di poter accedere a delle riserve nascoste, che nessuno intorno a noi immaginava potessimo avere. Noi pensiamo che la storia della vita e della carriera di Froome sia proprio una storia che racconta di quelle riserve nascoste, a cui il campione inglese è riuscito ad attingere, fin da quando era solo un ragazzo.

Nella sua autobiografia, The Climb, Froome ci racconta un episodio rivelatore in tal senso. Chris, all’epoca sedicenne, si sta allenando con quello che è stato il suo primo mentore, David Kinjah, nei pressi di Ngong fuori Nairobi. Kinjah in Kenya è una vera e propria leggenda, il corridore più vincente nella storia del Paese, si è guadagnato il soprannome di Leone Nero correndo per un anno in Italia nel team Index Alexia Alluminio, lo stesso del due volte vincitore del Giro d’Italia, Paolo Savoldelli.

Quel giorno, sulle colline di Ngong, quel ragazzo di 16 anni sogna di poter battere il suo mentore e lo racconta così: «Siamo corridori. Lo sto inseguendo. Lui è la mia preda. Sta ridacchiando come una iena perché sa che non lo prenderò mai. Ha migliaia di chilometri di strade e colline stipati lì dentro, in quelle gambe, tutti compressi in muscoli tirati. Si prende gioco di me, mi lascia intravvedere la sua ruota posteriore: ora la vedi kijana (ragazzo), ora no. Non posso vincere, ma lui mi consente di avvicinarmi al punto da farmi sperare di riuscirci.

Dopo, quando avremo finito, ci riposeremo e rideremo insieme; arriverà mia madre, che ci segue con la sua auto a un paio di ore di distanza, e ci porterà del cibo per rifocillarci.

A quel punto, lo conosco, mi dirà “Carica la bici sull’auto di tua madre kijana e torna indietro con lei. La lunga salita per arrivare a casa non fa per te”.
Mi conosce abbastanza bene da sapere che non lo farei mai. Continueremo con la nostra gara fino a casa».
Ecco noi pensiamo che l’effetto piuma di Dumbo per Chris Froome stia tutto lì.


Il coraggio del ritorno: intervista a Diego Ulissi

Se Diego Ulissi dovesse raccontare qualcosa del suo ritorno alle corse, dopo la miocardite riscontratagli a dicembre, partirebbe dal concetto di fatica. «Quando al Giro D'Italia capita la giornata in cui non stai bene e ti ritrovi in coda, magari in una tappa dolomitica, ti viene da chiederti perché fai tutta quella fatica, chi te lo fa fare, se non sia più semplice mollare tutto e tornare a casa. Sì, perché dopo due settimane di corsa ti manca anche l'uscio di casa tua. Te lo chiedi perché, fino a quando sei in salute, non immagini neppure che tutto questo potrebbe finire». Poi arriva il giorno in cui ti ritrovi a pensare a cose che fino ad un'ora prima sembravano assurde. «Io sono davvero arrivato a credere che non avrei più potuto riprendere a correre. Mi mancava anche solo l'idea di attaccare il numero alla schiena la mattina o il tirare fuori la bicicletta dal garage per l'allenamento. È normale che dopo un’esperienza così veda il ciclismo in un altro modo».

E quando la tua vita di sempre rischia di cambiare, se hai una famiglia, non devi solo accettarlo ma anche spiegarlo a chi hai accanto e sforzarti di fare in modo che questa situazione non sia troppo difficile da sopportare per chi ti vuole bene. «Certe volte mi assaliva lo sconforto, tendevo a chiudermi, vedevo tutto negativo. In quei momenti, quando perdi lucidità, devi essere capace di ascoltare quello che ti dicono i tuoi familiari e di fidarti. Non devi credere che lo facciano solo per consolarti, devi sapere che loro sono davvero convinti tu possa tornare».

Ed un conto è quando si parla di adulti, ma come è giusto fare con un bambino? Cosa è giusto dire? Diego Ulissi se lo è chiesto in uno dei suoi giorni più difficili. «Anna ha appena un anno e non poteva capire la situazione. Lia, invece, ha capito tutto. Un giorno, mentre ero sul divano a guardare una gara, si è avvicinata e mi ha detto: “Papà, ma tu non corri più?”. Avrei voluto dirle di stare tranquilla che papà sarebbe tornato, ma non potevo. Le avrei mentito perché nessuno poteva saperlo. Era giusto che anche lei fosse informata. Così le ho detto che non doveva preoccuparsi perché io stavo bene e che, se proprio non fossi più tornato in sella, avremmo avuto più tempo per stare vicini».

Ulissi ricorda bene il giorno in cui è tornato ad allenarsi dopo l'operazione, era il primo febbraio. «Credo si tratti di una questione di equilibrio. Sicuramente il mio è un lavoro totalizzante, tuttavia non può e non deve diventare l'unica ragione della tua vita. Altrimenti crolli. Quando sei a casa devi essere capace di staccare, di non pensare per qualche ora al fatto che sei un corridore». Il pensiero del cecinese va a Tom Dumoulin e ai ragazzi che hanno lasciato il ciclismo in quanto schiacciati dalle pressioni. «Sono convinto che alcune situazioni vadano vissute per poterle valutare. Di più. Sono certo che la sofferenza non vada mai giudicata. Dall'esterno posso dire che un poco di leggerezza, nel senso migliore del termine, aiuta. Anche semplicemente per affrontare una gara. Se non “sentissi la corsa”, per dirla in gergo ciclistico, saresti irresponsabile, ma devi controllare le pressioni, non devi permettergli di annientarti. Si può arrivare alla partenza già stanchi anche solo per un fatto mentale. La mente conta più delle gambe: è in grado di infliggerti sofferenze incredibili, solo che le sofferenze della mente non si vedono subito, per questo sono più pericolose».

Se non c'è una soluzione immediata per reagire di fronte a fatti simili, di sicuro resta un punto fermo. «Il ciclismo non è tutto nella vita. Ci tante cose belle per cui vale la pena vivere ed essere felici. Molte volte tendiamo a sminuire la normalità della vita, la sua routine, cercando sempre qualcosa in più. Sbagliamo. C'è valore anche in quella normalità. Da giovani, poi, credo si abbia il dovere di cambiare strada e ripartire se non si è tranquilli, se non si è felici. Buttarsi via è l'errore peggiore».

Il corridore della UAE Team Emirates racconta che consiglia volentieri i più giovani. Con qualcuno, però, chiosa sorridendo “non serve molto”. Parliamo di Tadej Pogačar. «A parte gli scherzi, non è un ragazzo che ha bisogno di molti consigli, va talmente forte. Non solo. Riesce a conciliare doti straordinarie e capacità di restare il ragazzo di sempre, umile, con i piedi per terra. Nonostante i successi non è cambiato per nulla». Che nello sloveno ci fosse qualcosa di straordinario, in realtà, Ulissi lo ha capito sin dal primo ritiro. «Quando un giovane arriva in mezzo a corridori di esperienza, di solito è sempre un poco intimorito. Lui no. Sin dai primi allenamenti ci scattava in faccia senza alcuna remora.. Pensa che io ho fatto con lui i suoi primi allenamenti e la sua prima gara. In quel Tour Down Under avrei dovuto essere il capitano della squadra. Ad un certo punto, mi sono avvicinato all'ammiraglia dei direttori e, indicandolo, ho detto: “Guardate che, se questo pedala così, sono io a dovermi mettere al suo servizio, non il contrario”. In effetti poi è successo proprio questo».

Diego Ulissi scherza anche quando gli parliamo del prossimo Giro D'Italia. L'anno scorso, ad ottobre, ottenne due successi sulle strade italiane ed il pensiero di tornare ad inventarsi qualcosa c'è. «Certo che penso al Giro però serve responsabilità. Ho ripreso a pedalare da soli due mesi e la fatica, pur se piacevole, c'è. Bisognerà valutare la condizione fisica, ma se starò bene non mi tirerò certo indietro. In questi mesi ho ripensato anche alla sensazione di gioia dopo una vittoria. Non so spiegarla, non assomiglia a nessun'altra felicità. Voglio solo riprovarla».

Foto: Ilario Biondi / BettiniPhoto © 2020


I quattrocento calci

A guardarlo quando non è in bici faresti fatica a immaginartelo come uno scalatore duro, vero, di quelli che, quando pedali in gruppo con lui speri sempre di trovartelo in cattiva giornata, altrimenti, forte com'è, capace che fa saltare il banco, che ti fa saltare per aria. Intanto lui è lì, piccolino sul manubrio ma forzuto, a mulinare sui pedali, a scartare da una parte all'altra della careggiata nei tratti più duri, a guardare in faccia uno per uno gli avversari, a staccare tutti.

Occhialuto, faccia tra l'intellettuale e l'impiegato, David Gaudu non è per nulla il nome nuovo del ciclismo francese - né mondiale - perché talento e carisma lo aveva già mostrato anni fa quando era ragazzino e quando, per forza di cose, eravamo tutti più ingenui. Negli ultimi mesi, però, qualcosa è scattato, e anche lui strada facendo, con gambe sempre più veloci, si è unito a quel gruppetto di corridori che hanno preso di petto il ciclismo e lo stanno rivoltando.

Arriva dal Finistère, terra alla fine del mondo e di ciclisti a tutto tondo, persino di scalatori, nonostante le cime più alte pare non arrivino nemmeno a quattrocento metri, e hanno un nome così difficile da ricordare e da pronunciare: Roc’h Trevezel e Roc'h Ruz. Genitori descritti come di una disarmante normalità e che nulla hanno a che vedere con le due ruote agonistiche: papà artigiano piastrellista, che lo ha messo in bici per passione, mamma ragioniera contabile: quell'aria impiegatizia che trasmette per forza l'ha ereditata da loro. Storie anche di animali la sua: Pierre Carrey, su Libération, un paio di anni fa alla vigilia del Tour, per raccontarlo scrisse un incipit ricco di ritmo e assonanze:

"Quand les coureurs cyclistes se vivent en objets fragiles enveloppés dans du papier bulle, levés avec le coq, endormis avec les poules, David Gaudu, 22 ans, s'est choisi une autre voie: sa chienne".

E se parliamo di assonanze ci verrebbe da dire come oggi abbiamo finito di aspettare Gaudu, ma lo evitiamo. Ci verrebbe da dire che Gaudu quando vuole in salita è uno di quelli che può inserirsi tra gli sloveni e dare filo da torcere ai colombiani, come ha già fatto per altro: nel 2016 vinse il Tour de l'Avenir dove al quarto posto arrivò proprio Bernal. Lo scorso anno vinse due arrivi in salita alla Vuelta, nel 2019 al Romandia tra i battuti Roglič.

Diciamo anche che, più che inseguire il Tour - come ogni francese lo sente sulla pelle - David Gaudu potrebbe lasciare il segno alla Freccia Vallone o alla Liegi-Bastogne-Liegi. Sulle strade delle Ardenne c'ha già provato: alla Freccia fu nono da neo professionista, di più: fu il primo a rompere gli indugi nella caotica volata, oltre il 20%, sul Muro di Huy, mentre alla Liegi (6° nel 2019) sulla Redoute prima ancora di lui il protagonista è stato il suo cane.

Gaudu ha un husky: Houna si chiama. Sono inseparabili come dimostrano le foto che il corridore pubblica sui Social o come raccontano i suoi compagni di squadra. Madouas, amico, coetaneo, anche lui bretone e suo compagno di stanza, raccontava tempo fa sempre sulle pagine di Libération: «Ogni sera David ci mostra una foto del suo cane. Se viene a trovarlo all'inizio di una gara, ce lo dice il​​ giorno prima. È pazzo. Non so se lei lo calma o se gli dà la forza per fare il suo lavoro, ma il suo cane occupa un posto essenziale nella sua vita». Mentre Pinot, suo capitano in Groupama (ancora non per molto visto la parabole delle loro carriere) puntualizza: «Se io sono un animale da fattoria, Gaudu è un cane».

Lo stesso Gaudu racconta di come la sua vita giri intorno a Houna, come un personaggio a metà tra un romanzo di Guillermo Arriaga e un racconto di Jack London: «Siamo fatti l'uno per l'altro. Mi segue ovunque e in inverno mi alleno a piedi correndo assieme a lei nei boschi. Sta sempre al mio fianco. Nella mia borsa c'è la sua ciotola insieme ad acqua e cibo. È un cane robusto e potente, ma c'è una cosa bizzarra però che non mi torna: in salita non va troppo forte. Se io sono uno scalatore allora lei è una velocista».

Ma torniamo a quella Liegi Bastogne Liegi: sempre Carrey sul quotidiano francese descrive il passaggio sulla Redoute di Gaudu, racconta di un trambusto inizialmente non identificato tra la folla. Poi a un certo punto si vede un cane tirare come un forsennato al guinzaglio: è Houna “che salta come una cavalletta quando David le passa sotto il naso”. Storia di cani ma anche di gatti: un giorno un gatto gli attraversa la strada durante una corsa tra gli juniores gli si infila tra i raggi e Gaudu cade.

Pochi giorni fa ai Paesi Baschi è rimasto solo con Primož Roglič, mentre Tadej Pogačar si affidava a più miti consigli lasciando perdere qualsiasi rischio in discesa. Vince Gaudu dopo aver battuto il pugno in segno di intesa a Roglič il quale evita la volata che sarebbe stata vincente sì, ma esiziale per il prosieguo della stagione. Dopo gli ostaggi fatti alla Parigi-Nizza è arrivato tempo di farsi qualche amico in più in gruppo, avrà pensato lo sloveno. L’idea di tenersi stretto Gaudu non ci pare così campata per aria. Già sulle Ardenne vedremo che effetto farà e poi al Tour magari la prova del nove.

Foto: ©PHOTOGOMEZSPORT2020


Nei panni dell'altro: intervista a Davide Arzeni

Davide Arzeni, direttore sportivo della Valcar–Travel & Service, è per tutti, semplicemente, "Capo". Un soprannome nato una sera di undici anni fa, a Udine, in una colonia gestita da Daniele Pontoni, in un ritiro di ciclocross. Fu Rebecca Gariboldi a dirgli: «Tu sei “Capo”» e da quel giorno Arzeni quel soprannome non se l'è più tolto.

Quando era ancora ragazzo, a Ispra, luogo in cui è nato e cresciuto, Arzeni andava dallo zio, Giancarlo Bassani, alto dirigente della Federazione Ciclistica e del CONI e, forte della sua passione per il ciclismo, gli chiedeva di aiutarlo ad entrare in quel mondo. «Sarebbe bastato poco, una parola al posto giusto con la persona giusta, ma mio zio era e resta un uomo di altri tempi. Uno di quelli che di raccomandazioni non ha mai voluto sentir parlare. Mi diceva: “Devi arrangiarti da solo. I successi si devono guadagnare, nessuno te li regala, nemmeno io”». Arzeni è cresciuto così ed è partito dal basso, dagli esordienti nel 1999, prima teneva in mano un cronometro e prendeva i tempi durante i test medici. «All'inizio non volevo ascoltare ciò che mi diceva mio zio. La verità è che aveva ragione su tutto. Quando vinci le tue prime gare ti senti un fenomeno e pensi di essere già arrivato. Facevo male questo lavoro: se avevo un ragazzo che vinceva due gare, credevo di aver scoperto il campione. Tendevo a giustificarlo su tutto ed a caricarlo di pressioni. Ero io stesso a danneggiarlo, involontariamente. Bisogna restare con i piedi per terra, soprattutto da giovani, altrimenti è la fine. Oggi zio ha ottant'anni, ma qualche consiglio glielo chiedo ancora».

Arzeni non è solo un direttore sportivo, è anche un preparatore e lavora con ragazzi e ragazze. «Le cose da dire, spesso, sono le stesse. Devono cambiare i modi. Quando comunichi non conta solo ciò che dici, conta soprattutto il modo in cui viene recepito. Le ragazze hanno un'altra sensibilità e devi tenerne conto. Io non ho una tattica nel parlare con loro, mi viene naturale perché nel tempo ho fatto mio quel modo di pensare e di sentire». Per questo, Davide Arzeni fa una differenziazione. Se nell'ambito maschile, alcuni suoi colleghi, respingono ogni amicizia con gli atleti, lui ritiene che nel femminile una parte di amicizia, di confidenza, sia imprescindibile. «Essere amici non significa non farsi rispettare. Ci può essere amicizia ed anche rispetto. La prima ti aiuta a capire, il secondo a tenere distinti i ruoli. Le ragazze hanno bisogno di qualcuno che le ascolti, che capisca i piccoli o grandi problemi della loro età, che si immedesimi. Se non provi a metterti dalla loro parte, non ci riuscirai mai e continuerai a vedere le cose a modo tuo. Non capirai e non verrai capito. Molte volte basta chiedere cosa c'è che non va. Solo quello». Forse per questo Chiara Consonni di lui dice che è un secondo papà. «Vedi? Con un padre c'è confidenza, può anche esserci amicizia, ma il rispetto non manca. Se devo escludere una di queste atlete da una prova, lo faccio lo stesso. Non è quella familiarità a frenarmi. Quella familiarità, però, fa in modo che si viva meglio il prima ed il dopo».

C'è l'approccio di gruppo e l'approccio individuale. «Alcune ragazze sono poli opposti pur avendo quasi la stessa età. Tu devi tornare a quell'età e capire cosa  vogliono, di cosa si preoccupano o di cosa hanno paura. Tenendo presente il loro carattere e non dando nulla per scontato. Accettando anche che qualcuna non voglia aprirsi e resti più distaccata, non c'è nulla di male». Sensibilità che non è debolezza, che nulla toglie a grinta e coraggio. «Queste sono atlete toste. Allo Scheldeprijs, aveva nevicato il giorno prima e quella mattina erano previsti cinque gradi sotto zero. Non c'è stata una ragazza che ha pensato di non partire o di protestare».

L'altra chiave, per Arzeni, è il tempo. «Certe volte ripenso alle prime gare in Belgio. Le trasferte sono costose e le prime volte fatichi anche ad ottenere i rimborsi. Talvolta non li ottieni proprio. Succede come con la scuola, prima di far bene all'università, devi far bene al liceo. Noi abbiamo avuto il coraggio di portare questo gruppo in Belgio, già cinque o sei anni fa. Con il tempo e la pazienza siamo migliorati ed ora stiamo raccogliendo i risultati. Oggi si può dire con certezza: questo è un gruppo di valore. Verrà anche il giorno della laurea. Ne sono certo».

Arzeni ha anche una figlia di diciannove anni. «Non è stato il fatto di essere padre ad aiutarmi a fare questo lavoro, bensì è stato questo lavoro ad aiutarmi ad essere padre. Mia figlia non mi ha parlato di alcune cose di cui invece le atlete mi parlano. Si sa, con un padre c'è un poco di ritrosia, di vergogna. Così, volendo capire ho iniziato a chiedere alle atlete, a farmi aiutare da loro. E quello che non chiedevo provavo ad assorbirlo vedendo il loro comportamento. Dalla scelta del regalo di compleanno a scelte e temi più complessi».

Ma quali sono le differenze tra il ruolo di preparatore e di direttore sportivo e quale ruolo Arzeni sente più suo? «Credo il punto sia diverso. Sono entrambi ruoli complessi ma soprattutto è difficile svolgerli contemporaneamente e con le stesse atlete. Oggi ancor di più, visto che i compiti di un direttore sportivo non si limitano alla gara ma coinvolgono anche l'organizzazione. Per riuscirci devi lavorare con persone che si fidano ciecamente di te. Dovessi scegliere, credo sceglierei il ruolo di direttore sportivo, restando preparatore di poche ragazze. Se in Valcar arriva un'atleta che ha già un buon professionista a cui affidarsi, per me va bene. A patto che ci sia un confronto fra me e questo preparatore». Il motivo è presto detto ed ha radici profonde. «Quando si vince, per l'opinione pubblica i meriti sono sempre del direttore sportivo. Quando si perde, invece, le colpe sono del preparatore. Non so il perché, ma è sempre stato così. In realtà la linea di demarcazione non è così netta e bisognerebbe ripartire meglio colpe e meriti».

Foto: Flaviano Ossola, per gentile concessione dell'ufficio stampa Valcar-Travel&Service


In una fotografia: intervista a Chiara Redaschi

Quando Chiara Redaschi parla del suo lavoro, la fotografia, il primo concetto che spiega è relativo all'improvvisazione. «Noi raccontiamo una storia attraverso un'immagine. La particolarità delle storie è il fatto che, sino a quando non ti passano davanti, non puoi conoscerle. Non puoi sapere cosa racconterai quel giorno, perché non puoi sapere cosa accadrà. Se è il tuo lavoro, tuttavia, sai che qualcosa dovrai raccontare. Al mattino te lo chiedi: “Chissà come andrà oggi”. La paura che possa non andare come vorresti diventa una tua compagna». Lei, con quel timore, ha imparato a convivere sin da giovanissima, quando si occupava di fotografia di strada nell'ambito della moda. «Ricordo che mi mettevo in un posto, ci ripensavo e mi spostavo. Ripetutamente. In strada ti guida solo l'istinto. Se, per caso, rivedendo le foto non mi piacevano, iniziavo a dirmi che forse non ero capace, che avevo sbagliato. Continuavo a ripensarci. Volevo solo essere lì a fotografare, solo che quella stretta allo stomaco mi faceva venir voglia di tornare a casa. Mi succede ancora oggi. Accade così con le cose che desideri, sbaglio?».

In fondo, spiega Chiara, è normale. «Ognuno di noi ritiene importantissimo ciò che fa ed è giusto così, perché è uno stimolo a migliorare, a fare bene. Però serve anche la reale consapevolezza della grandezza delle cose. Non stiamo salvando vite, stiamo raccontando storie. Può capitare di non essere al massimo, di voler buttare tutto all'aria. Certe giornate non ingranano, non puoi farci nulla. Devi darti quel permesso e perdonarti». Per Redaschi, la fotografia ha cambiato forma e sostanza nel tempo, perché il tempo ha cambiato i motivi per cui fotografare. «Ho iniziato a fotografare perché lavoravo in un ufficio di comunicazione ed era una competenza necessaria. Non ne ero entusiasta all'inizio. Dovevo farlo e lo facevo. La sera, invece, andavo con amici a vedere le gare di scatto fisso al Parco Lambro. Era in pieno inverno e faceva un freddo assurdo. Comprarmi una macchina fotografica è stato un modo per impegnare quelle serate e sentire meno freddo». Nessuno lo direbbe, ma è quello il momento in cui per Chiara Redaschi cambia tutto. «Ho scoperto che in realtà fotografare mi piaceva e mi veniva abbastanza naturale. Il mio è stato un percorso veloce. Nel giro di un anno sono arrivata a fotografare nel professionismo e poco dopo a seguire una tappa del Giro d'Italia in moto. Senza aver mai studiato fotografia, imparando sul campo».

Quel giorno, Chiara non lo scorderà mai. «Era il 2018, la tappa con arrivo al Lago di Iseo. Ero in moto con Francesco, un signore toscano. Guardavo il gruppo che mi passava accanto e mi sembrava quasi di poterlo toccare. In alcuni momenti ridevo, in altri piangevo. Credo lì sia racchiusa la mia indole: sono un'insicura estremamente testarda. Quando mi succede qualcosa di bello, non voglio crederci. Ma non c'è un minuto in cui non lotti con tutta me stessa per quell'istante. Non sento la fatica, non sento lo sforzo». Ed è questa sua insicurezza che la porta a ricercare i motivi per cui ha scelto questa strada. «Quando fai qualcosa, devi chiederti il motivo ed io mi sono chiesta più volte perché abbia deciso di proseguire questa strada. La risposta è semplice: mi piace vedere le persone che si emozionano, mi fa stare bene. La fotografia è un modo come un altro per far sentire qualcosa e ciò che senti non ha nulla a che vedere con la tecnica. Ha a che vedere con ciò che hai vissuto tu e con ciò che ha vissuto chi ti guarda. Una foto tecnicamente perfetta è bella, ma ti lascia qualcosa? Si fa ricordare? A me piace chi si fa ricordare».

Il prezzo da pagare è l'attesa. «Attendere per cinque minuti l'arrivo del gruppo o della fuga, è un tempo infinito. Tu sei lì, ti guardi attorno e cerchi di costruire ciò che vorrai vedere dall'obiettivo della macchina. La verità è che spesso ciò che hai immaginato non si concretizza, anche perché i tuoi occhi sono una cosa, quella lente di vetro un'altra. Coglie ogni piccola sfumatura e basta poco per rovinare tutto. In una foto entra un piccolo pezzo di mondo e saper scegliere cosa mostrare e come farlo è essenziale». Già, perché poi non sai mai dove si poserà l'attenzione delle persone. «Può accadere che di uno scatto ti lasci qualcosa un singolo particolare. Va bene così ed è importante che quel particolare ci sia. Certe volte è qualcosa che tu non avevi nemmeno visto, qualcosa a cui non avevi fatto caso. Il nostro vissuto ci influenza ed è per questo che della realtà cogliamo aspetti diversi. Questo è il bello della fotografia. La foto è la stessa, ma ciascuno vede una cosa diversa. Ciò che vedi coincide in parte con ciò che sei ed in parte con ciò che vivi. La fotografia ci permette di lasciar uscire queste cose, spesso nascoste in noi».

Proprio questa molteplicità nella fotografia permette di scoprire ed appassionarsi ad ambienti che non avevamo mai considerato. «Tempo fa, mia madre mi ringraziò perché avevo scelto di fotografare il ciclismo. Non capii subito. Per lei era un modo per dirmi che grazie a quelle fotografie aveva scoperto qualcosa che prima ignorava. È mia madre e probabilmente avrebbe apprezzato qualunque cosa facessi. Però mi piace pensare che quelle parole fossero sincere e che ciò che facciamo abbia davvero questo potere». Per questo, racconta Chiara, vale la pena di correre qualche rischio.

«Anche con questo impari a fare i conti col tempo. Preferisco non avere alcuna foto, piuttosto che avere una fotografia uguale a quella di tutti gli altri. Penso che la possibilità di essere nella bolgia che tendenzialmente si crea dopo il traguardo vada sfruttata al meglio. Per me sfruttarla al meglio significa mostrare ciò che gli altri non possono vedere. Essere i loro occhi». Quella bolgia che, in tempi di Covid, si fatica anche ad immaginare. «Quando mi sono ritrovata sul Poggio, a Sanremo, da sola, nel silenzio, ho provato una malinconia, una forma di angoscia. Avevo trovato l'angolo giusto e la luce perfetta, ma mancava tutto il resto. Le persone che troviamo ai bordi della strada sono una parte essenziale di questo lavoro, senza di loro anche fotografare diventa difficile. Il ciclismo è sempre stata la mia festa preferita e non avrei mai pensato che si potesse arrivare a questa situazione. Dobbiamo adeguarci ed avere pazienza, le cose torneranno come prima». C'è qualcosa che si può fare nel frattempo, con o senza macchina fotografica, e Chiara Redaschi lo sa bene. «Alla fine noi poniamo attenzione a determinati aspetti piuttosto che ad altri per una questioni di abitudine. Questo è il momento per aggrapparci a ciò che ci resta e tenerlo stretto. Per comprendere ciò che non avevamo mai compreso».