La Parigi-Roubaix 2026 ha insegnato a crederci

Roger De Vlaeminck, uno dei soli tre ciclisti nella storia ad aver vinto tutte le classiche monumento, dopo la sua seconda vittoria alla Parigi-Roubaix disse: «Da campione del mondo di ciclocross, mi sarei rifiutato di correre su un percorso come quello di oggi. Ho ventisette anni, sono troppo giovane per morire». All’Inferno del Nord sarebbe tornato però a correre altre otto primavere, raccogliendo ancora due vittorie e tre secondi posti.

A quel ristrettissimo gruppo di chi è riuscito a vincere tutte e cinque le classiche monumento, formato anche da Eddy Mercxk e Rik Van Looy, domenica poteva aggiungersi Tadej Pogačar. Con la vittoria, lo sloveno sarebbe diventato anche il primo della storia a vincere le cinque classiche consecutivamente.

Per il campione del mondo, la situazione si era complicata, in modo non ancora irrimediabile, a oltre 120 chilometri dal traguardo. Una foratura nel solitamente anonimo settore di Quérénaing a Maing lo aveva costretto a rincorrere un gruppo già a piena velocità, dopo una prima metà di corsa passata a quasi cinquanta di media. Nel gruppo principale c’era soprattutto la Alpecin – e lo stesso van der Poel – a rendere la vita durissima al campione del mondo. La rincorsa, con una lotta a distanza tra la UAE e le altre formazioni, si risolveva dopo più di venti chilometri, giusto in tempo per affrontare davanti la Foresta di Arenberg.
Come in ogni edizione, è proprio nella Trouée d’Arenberg che la corsa si accende. Leggenda vuole che non si vince la Parigi-Roubaix in questo settore, ma la si può perdere. Una foratura in questo tratto vuol dire perdere almeno un minuto e mezzo, perché il gruppo è allungatissimo, e i tanti ciclisti dispersi nelle retrovie non permettono alle ammiraglie di seguire da vicino i propri capitani. Questa volta, la vittima della sorte è Mathieu van der Poel, che fora per ben due volte, mentre i compagni lo aiutano come possono in una commedia dell’assurdo.

La gara di ogni altro atleta al mondo sarebbe compromessa. Mancano ancora 90 chilometri al traguardo, ma alla Parigi-Roubaix trovarsi a due minuti e mezzo di ritardo significa non avere opportunità di rientrare. Sarebbe vero per tutti, ma van der Poel ci ha fatto a lungo credere che per lui questa regola non sarebbe valsa. Quell’inseguimento commovente, risalendo gruppi e gruppetti fino a rientrare sugli altri favoriti della vigilia, poteva essere realizzato solo dal capitano della Alpecin. Che ha corso con grandi gambe, ma anche con grande intelligenza: tirava a lungo, ne approfittava per rifiatare quando trovava qualche compagno di (breve) avventura, e poi li salutava nei tratti di pavé. Con questo metodo si è infine riportato anche sul gruppo dei migliori, che comprendeva nomi di primo piano delle classiche del nord: Pedersen, Bisseger, Laporte, Stuyven e Mick Van Dijke.

Quasi tutti, perché ancora più avanti si trovava la coppia di battistrada composta da Pogačar e van Aert. Anche i due favoriti avevano avuto dei problemi meccanici nei lunghi chilometri di inseguimento di van der Poel, ma erano riusciti a riportarsi davanti. Per Tadej in realtà era stato semplice, mentre van Aert aveva avuto bisogno di più tempo (e dell’aiuto della coppia Red Bull Pithie-Meeus) per riportarsi in testa. In quel momento, si era rivelata fondamentale la presenza di Christophe Laporte.

Per i critici di van Aert, Laporte viene immediatamente associato a un momento di scarsa cattiveria agonistica del capitano della Visma. Nel 2023, alla Gand-Wevelgem, i due compagni di squadra vanno in fuga insieme, e si ritrovano con un vantaggio monstre sul gruppo. Per van Aert non sarebbe un problema staccare il francese, o anche batterlo allo sprint, ma decide di lasciarlo vincere. Non l’avesse mai fatto. Per molti, è un chiaro simbolo di come a van Aert manchi quella cattiveria che contraddistingue ogni vero campione di ciclismo. Eddy Merckx non avrebbe mai lasciato una vittoria a un proprio compagno di squadra, è la critica che gli viene mossa.

Se non ci fosse stato Laporte nel gruppo di testa, il rientro del belga dopo la foratura sarebbe stato ancora più difficoltoso. La sua presenza infatti intimidiva gli altri, perché l’ex campione europeo ha raccolto una serie di buoni piazzamenti in queste classiche di primavera, ed è comunque un avversario da non sottostimare grazie anche al suo sprint. Per di più, spesso si metteva in fila per rompere i cambi e spezzare il ritmo. Tutto ovviamente lecito, ma anche di vitale importanza per permettere al proprio capitano di rientrare nel momento più difficile della sua Parigi-Roubaix.

Van Aert ha vinto non solo (e non tanto) perché aveva la gamba migliore, ma anche perché è stato tatticamente il più lucido negli ultimi cento chilometri. Nei momenti decisivi è stato lui ad animare la corsa. C’era lui in testa, nella Foresta di Arenberg, quando van der Poel ha forato per la prima volta, pregiudicandosi di fatto la quarta vittoria consecutiva. Ed è stato di nuovo lui a delineare lo scenario di coppia in testa alla corsa, con l’attacco sferrato prima dell’ingresso nel settore di Auchy-lez-Orchies a Bersée, al quale ha resistito solo Tadej. Un attacco perfetto perché è arrivato non sul pavé, ma nel paio di curve in asfalto che lo precedevano, approfittando della presenza in testa al gruppo dello stesso Laporte.

E non ha fatto l’errore di collaborare troppo, di dare il massimo per voi vedersi staccare da Pogačar. In particolare prima del Carrefour de l’Arbre. Era nell’ultimo settore da cinque stelle, posizionato a meno di venti chilometri dal traguardo, che il campione del mondo aveva l’occasione più ghiotta per infilare la quinta monumento consecutiva. E van Aert ha approfittato dei chilometri precedenti per rifiatare e rimanere il più possibile a ruota. D’altronde, era proprio il campione del mondo il favorito, l’uomo da battere dopo che van der Poel era rimasto attardato. E su lui andava la maggior parte del carico di lavoro. Van Aert è tornato a lavorare proprio superato quel settore di pavé, perché sapeva che ormai sarebbe dovuti arrivare allo sprint a due. Era questa la situazione più favorevole per il belga della Visma, che d’altronde non aveva avuto mai modo di staccarsi di ruota Pogacar.

Sulla carta, Wout doveva essere il favorito in una volata a due. Le cose non erano però così scontate, e per vari motivi. In primis, non ci sono gerarchie chiare dopo 258 chilometri (54 dei quali sul pavé) corsi a 48.9 chilometri orari di media. E poi, solo tre settimane fa Pogačar aveva vinto la sua prima Milano-Sanremo battendo Tom Pidcock in uno sprint a due. Quattro anni fa, van Aert era capace di battere Philipsen e Cavendish sugli Champs-Élysées. Ma solo lo scorso anno perdeva la Dwars door Vlaanderen contro Powless in quella che veniva considerata la figuraccia peggiore della storia della Visma.

Wout van Aert aveva già perso una classica monumento in una volata a due. Era il Giro delle Fiandre del 2020, quello corso a ottobre nella stagione stravolta dal Covid. È il primo capitolo su strada della rivalità van Aert – van der Poel, che i due ciclisti vivono da quando sono atleti juniores nel ciclocross. L’olandese, con la maglia di campione in carica, prende la volata dalla testa. La posizione migliore, sulla carta, sarebbe quella dell’atleta Visma. Parte lo sprint, i due si affiancano, ma a van Aert non riesce il sorpasso e il photofinish assegna la vittoria al rivale di una vita. Sappiamo come sono andate le carriere dei due da quel giorno. Quello che non sappiamo, è cosa sarebbe successo se la volata fosse andata diversamente, anche solo di pochi centimetri. Non lo sappiamo, ma dopo quanto visto ieri a Roubaix è meno importante.

Anche nel velodromo, van Aert sceglie di partire in seconda posizione. Pogačar si trova quindi avanti, da dove ha già battuto Pidcock nel finale di Via Roma. Questa volta, però, non è la maglia iridata ad alzare le braccia al cielo. Infatti il belga, prima dell’ultima curva, parte con la sua volata. Lo affianca, ed è subito chiaro che tra i due non c’è storia. Troppo veloce, troppo potente, forse troppo affamato. Sembra quasi ovvio che dovesse andare in questo modo, che fosse giusto veder trionfare van Aert in questo dodici aprile dell’anno 2026.

Tutto quello che è seguito alla gara è stato forse ancora più bello. A partire dalla dedica di Wout, che appena tagliato il traguardo ha alzato il dito al cielo. Il ricordo è per Michael Goolaerts. Nati nello stesso anno e cresciuti entrambi nella provincia di Anversa, nelle Fiandre settentrionali, i due avevano corso da avversari in tutte le categorie giovanili. Si erano poi ritrovati compagni di squadra e amici alla Vérandas Willems-Crelan, all’esordio tra i professionisti. Otto anni fa, l’otto aprile del 2018, i due fiamminghi facevano il loro esordio all’Inferno del nord. Ma mentre van Aert arrivava tredicesimo, Goolaerts si fermava per un malore, e sarebbe morto la sera stessa. Un infarto a un atleta professionista di ventitré anni, che solo una settimana prima era in fuga al Giro delle Fiandre. Una tragedia che van Aert non ha mai dimenticato, ed era diventato il suo obiettivo onorare l’ex compagno nella corsa che gli aveva tolto la vita.

Poi ci sono gli abbracci alla famiglia, i baci alla moglie Sarah e i cinque ai figli Georges e Jerome. Anche la famiglia di van Aert era stata oggetto delle critiche dei media fiamminghi, troppe volte crudeli verso il loro più grande talento dell’ultimo decennio. Troppo spesso si sono chiesti come facesse ad andare sorridente dai figli, al traguardo, dopo aver magari perso uno sprint in cui era favorito.

E c’è la gioia di un intero popolo, quello belga, che aspettava da anni che un loro corridore tornasse a vincere nella settimana santa, nelle due domeniche in cui il Belgio si ferma per Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. L’ultimo trionfatore era stato Gilbert, con il suo arrivo in solitaria al velodromo nel 2019. Un digiuno di sette anni che non aveva avuto precedenti, e che solo van Aert, l’atleta che tutti aspettavano, poteva spezzare. E così impazzivano le voci dei commentatori della televisione vallone e di quella fiamminga, a testimonianza di come il ciclismo sia davvero il collante che unisce le due popolazioni che condividono il Belgio. Mentre a Mechelen, ai tifosi del KV importava già poco della sconfitta appena avuta in casa ed esultavano dagli spalti.
Le parole più belle, alla fine, sono quelle che ha regalato proprio Wout. Lui, che ha vinto dieci tappe al Tour, tre alla Vuelta e una al Giro, e poi Milano-Sanremo, Amstel Gold Race, Strade Bianche, Omloop e tantissime altre corse, veniva finora ricordato soprattutto come un grande perdente. Uno che aveva collezionato decine di piazzamenti nelle monumento, ma che era rimasto totalmente eclissato dal suo grande rivale di carriera. Per poi doversi accontentare di finire terzo o quarto, sempre terzo o quarto negli ultimi anni. Uno che, nei momenti più belli e in cui sembrava più in forma, si era dovuto fermare per dei bruttissimi infortuni. La ferita alla coscia al Tour nel 2019, la caduta alla Dwars door Vlaanderen nel 2024 e lo stop alla Vuelta nello stesso anno. Come fai a crederci ancora, dopo tutte queste sconfitte? «Ho smesso di crederci molte volte, ma il giorno dopo mi sono alzato e ho ricominciato di nuovo a lottare».


I won a rock: la Roubaix di Alison Jackson

Anche l’8 aprile 2023 Alison Jackson non era diversa dal solito. Pure in quel giorno, se glielo avessero chiesto, avrebbe risposto che, sin da bambina, e probabilmente ancora oggi, lei avrebbe voluto fare la ragazza di campagna. Suo padre, ogni tanto, accompagnava il fratello in ogni angolo della loro fattoria, a Vermilion, in Canada occidentale, e lei, guardandoli, diceva solo: “Ti prego, papà, fallo fare a me”. I campi, per Alison, erano quelli delle praterie lì attorno. Le biciclette, invece, non c’erano. Anzi, una l’aveva trovata proprio lei, abbandonata e arrugginita in un fienile. Era di un manovale assunto tempo prima da suo padre: l’aveva portata pensando potesse essere utile e se l’era dimenticata quando era andato via. Del resto in spazi così vasti ci si muove male in bicicletta se non si è allenati. E nelle praterie c’è tanto spazio ma manca il tempo, la compagnia e qualcuno che ti faccia appassionare. Alison Jackson ha incontrato qualcuno di simile nella danza: si chiamava Miss Ryan e le ha insegnato a ballare come una ballerina vera. In bicicletta, invece, si è arrangiata e, bisogna dirlo, ancora oggi appare abbastanza goffa su quel mezzo, a tratti scomposta, a tratti inefficace.

Chi è così deve cavarsela. Deve inventare, perché la corsa sennò va altrove, come la narrazione, perché in pochi conoscevano Alison Jackson prima di quel giorno e sarebbe rimasto tutto uguale se non fosse che il ciclismo è un affare da matti. I ciclisti sono matti, alla fine della fiera. In questa follia, un’atleta con le caratteristiche di Jackson parte a centotrenta chilometri dal traguardo della terza edizione della Parigi-Roubaix femminile insieme ad un gruppo di diciotto atlete. Quelle cose che non funzionano praticamente mai perché non hanno un senso. Sono fatte per non funzionare, per non andare all’arrivo. Sono fatte perché si sa che con chi si contenderà la vittoria non c’è possibilità, allora vale la pena andare via da lontano per non passare inosservate, perché, diversamente, in molti nemmeno saprebbero della tua presenza. Hanno energia da vendere le atlete in questa condizione. Jackson ha energia da vendere. Tempo fa ha raccontato in un’intervista che solo i più piccoli, solo i bambini, riescono a reggere la sua vitalità. Lei ci gioca, li sfida al grido di “vediamo chi si siede prima, vediamo chi si stanca prima”. Sostiene che la vittoria sia sempre sua. Chi se ne intende di infanzia sa quanto sia difficile spuntarla su questo terreno.

In fondo, quel giorno, dapprima le diciotto e, successivamente, le sette che sono andate a giocarsi la vittoria nel Velodromo di Roubaix la pensavano esattamente così e stavano giocando a quel gioco con il gruppo. Il plotone era un adulto troppo sicuro delle proprie convinzioni, di quelli che, sotto sotto, trattano con sufficienza i più piccoli, convinti di essere i soli ad aver capito tutto. Non sanno o non ricordano che c’è un altro livello di comprensione. Che i bambini sanno e noi no. Le fuggiasche, anche quelle dello stile di Alison Jackson, sanno qualcosa di più del ciclismo, anche se nessuno ci crede mai. Vengono lasciate andare perché tanto non arriveranno. Invece, qualche volta, arrivano. E una ragazza canadese, che voleva fare la contadina, mettendo la propria bicicletta davanti a quella di Katia Ragusa e Marthe Truyen, si porta a casa una pietra di quelle incastonate nei sentieri fra i campi tra Parigi e Roubaix. Di quelle su cui quella prima bicicletta arrugginita si sarà rotta qualche ingranaggio quando ancora la guidava il manovale. Non verso Roubaix, ma nelle praterie, verso la fattoria del padre di Alison. “I wanna rock” dice la canzone. “I won a rock” canta Jackson che, se leggesse questo pezzo, direbbe che stiamo esagerando, che lei si è divertita e che si può ridere e prendere in giro anche le cose più difficili. Che, a dirla tutta, sono divertenti e, proprio per questo, bisogna essere felici di affrontarle senza pensare di dover salvare il mondo. Insomma, come una ciclista vera.


Dentro la Ronde

Fiandre, dove tutto è ciclismo. Qui le pietre non sono solo un simbolo che ritrovi riprodotto nei bicchieri di una certa marca di birra. Qui i muri fanno male, eppure non vedi l’ora di affrontarli e il giorno della Ronde si trasformano in stadi a cielo aperto. 

Fiandre 2022: qui Pogačar e van der Poel sono il motore che mette in azione la corsa. Attraverso le Fiandre, ovvero quella parte di Belgio dove tutti vanno pazzi per il ciclismo. Espressione agonistica massima di un mezzo di trasporto che accompagna quotidianamente la vita dei belgi e te ne accorgi quando vedi in ogni centro cittadino la segnaletica stradale che indica come le automobili non debbano superare i ciclisti. Attraversare le Fiandre per assistere a qualcosa che non sarà mai una semplice serie di corse in bicicletta da seguire distrattamente la domenica, o che fa imprecare perché chiudono le strade, ma è qualcosa che condiziona l’esistenza di centinaia di migliaia di persone. Il giorno della Ronde quella di oltre un milione.

Tutti, in Belgio, seguono le gare di ciclismo.
«È un rito religioso» dicono.
Un’esperienza radicata che a fatica i fiamminghi ti sanno spiegare. Sottopelle, nelle ossa, nel sangue, non si capisce. Si potrebbe definire fede. «Perché amiamo il ciclismo? Perché è così e basta. Forse un motivo può essere perché qui, nell’arco di trenta, quaranta chilometri, ogni anno si corrono una decina di gare per professionisti» la sintesi del belga-pensiero.
Oppure, come racconta Joeri del fan club belga di Daniel Oss, chiamato TifOSSi, una spiegazione la si trova in modo semplice e sta nel fatto che qui la bicicletta è al centro di tutto. Tutti girano in bicicletta, tutti amano la bicicletta. Racconta che quando era piccolo suo nonno era un patito di Briek Schotte, considerato il più fiammingo tra i fiamminghi. E quando Schotte smise di correre passava ogni giorno in bici davanti a casa sua e lui, bambino, usciva solo per vederlo transitare e salutarlo. Gli bastava quel momento per assaporare un po’ di ciclismo.
Avere avuto corridori come Merckx, De Vlaeminck, Boonen e ora van Aert non ha fatto che radicare ulteriormente l’amore per le due ruote. «E poi – aggiunge – in quale sport puoi toccare con mano il tuo idolo, vederlo passare più volte affaticato sui muri anche solo per pochi secondi, e a fine gara chiedergli un autografo e una borraccia?».

Ciclismo, oppure Fiandre. Sinonimi. Ovunque si parla di ciclismo. L’attesa della Ronde su una stazione radio è interrotta solo da qualche canzone. Si parla di van Aert e di cosa sarà la sua assenza, di van der Poel e Pogačar. Megaschermi dappertutto scendendo dal Oude Kwaremont e attraversando piccoli centri abitati. Gente accalcata nei bar per seguire il finale di gara.
Palchi con dj e gruppi che suonano dal vivo cover di rock inglese e americano, ma rivisitato in nederlandese. Fan club ovunque e per qualsiasi corridore. Le televisioni dedicano speciali alle corse, ai loro protagonisti, ma anche a quelli che sono l’anima dell’evento: i tifosi.
«Emozionante – dirà Pogačar a fine Ronde – ho fatto tutta la gara con la pelle d’oca». Si dice come le corse di bicicletta siano il contorno di una festa popolare, qui la festa popolare è la corsa in bicicletta.

David e Anne-Sophie, del fan club belga di Sonny Colbrelli, si prestano nell’accompagnarci durante la Dwars door Vlaanderen, la Attraverso le Fiandre, l’ultima pietra da incastonare prima di tirare fuori il gioiello più prezioso: la Ronde Van Vlaanderen. Seguiamo con loro la corsa per comprendere in qualche modo un amore che sta tra il brillante e l’ossessivo che a tratti sfocia in momenti di autentica follia.
Siamo a Waregem ed è il secondo giorno del nostro viaggio. Qualche ora prima abbiamo attraversato luoghi che definire sacri significherebbe fare un torto alla loro importanza. Abbiamo visto Geraardsbergen da dove parte e finisce Kapelmuur, o semplicemente De Muur. Salendo, in un normale pomeriggio di inizio settimana, incontriamo diversi cicloamatori che provano l’ebbrezza di passare da qui. Intorno alla strada che porta verso De Muur, un confuso insieme di casette in mattoni che caratterizzano tutto il Belgio. Edifici di ogni colore e forma che paiono gettati alla rinfusa da un bambino stufo di giocare con i Lego. Passiamo davanti a un grande giardino dove all’interno convivono daini e gatti. Arriva un signore in auto che inizia a suonare il clacson e i gatti abbandonano i loro giochi per avvicinarsi: padrone è uguale a cibo.
Gli chiediamo come sia possibile che un posto del genere, con la sua storia e la sua magia, sia stato tolto dalle ultime edizioni del Fiandre, poi rimesso, ma lontano dal traguardo, ora di nuovo eliminato. «È una questione politica – risponde – di soldi. Volevano fare una zona VIP come sull’Oude Kwaremont, far pagare il passaggio, qui, il giorno della Ronde, ma la gente non ha voluto. Vedi, a me il ciclismo non interessa – e mentre lo dice apre il cofano della sua auto mostrandoci con un eloquente gesto delle braccia delle cassette di verdura – però in quei giorni si respirava un’aria che nessuno ci ridarà più indietro».

C’è un silenzio rotto solo dal vento, mentre ogni decina di metri alcune pannelli celebrano le grandi fiammate di questo sport, dipinte a pedali e ruote su De Muur. Ci sono gli eroi delle Fiandre – Museeuw, Boonen – o, come nel caso di Gilbert, uno che attraverso il ciclismo ha messo d’accordo valloni e fiamminghi. Prima di svoltare sulla destra, quattro piccole case anche loro messe alla rinfusa una di fianco all’altra, una più alta e una più bassa, una più larga e una più stretta. All’entrata di una di queste c’è la riproduzione di una Venere di Milo.
Poi si passa verso la parte dura di De Muur, dove il pavé, all’improvviso, attraversando un boschetto, prende una forma più ostica e l’aria diventa mistica, odora di storia. Si arriva lassù, crediamo che chi lo fa in bicicletta imprechi nonostante si dica che qui la statua della Madonna abbia un potere purificativo. C’è un certo timore del sovrannaturale che si erge in cima alla collina. Nella nostra testa da italiani più che pensare ai santi o a Cancellara che lascia lì sul posto Boonen, rivediamo Ballan accelerare o il moto elegante di Michele Bartoli, uno dei più fiamminghi tra i nostri corridori dell’epoca recente, che quando vinse qui si meritò l’appellativo di Leoncino delle Fiandre.
Quando arriviamo in cima – siamo a poco più di 100 metri sul livello del mare – la raccomandazione del proprietario del bar sulla curva finale che immette verso la Cappella: «Arriva lassù, fai una bella foto a Nostra Signora e se giri dietro godrai di una magnifica vista». Si vede infatti una parte di Belgio. Il cielo grigio e fiammingo, infinito, che si staglia all’orizzonte con dei contorni non troppo delineati a causa di una leggera nebbiolina che fa parte della normalità.

Scendendo da Geraardsbergen, per tornare verso Waregem, attraversiamo la statale. L’asfalto ha del bizzarro: dalla televisione si notava, ma non si comprendeva. Una buca in verticale divide esattamente a metà la carreggiata delineando per chilometri le due corsie e ora capisci come siano possibili certe cadute in gruppo, mentre una linea taglia la strada in modo trasversale ogni 8-10 metri. In auto sei continuamente sollecitato e pensi di aver forato una gomma o di avere problemi alle sospensioni. Ai lati, invece, scorrono velocissime le piste ciclabili. Ti chiedi quanta follia devono avere i corridori, i wielrenner, nel mettersi un caschetto, allacciare gli scarpini, agganciarli ai pedali e rischiare l’osso del collo su queste strade. Capisci che per andare forte o ci sei nato, cresciuto, le hai pedalate al punto che potresti percorrerle a occhi chiusi, oppure devi avere un legame particolare. Ingenuamente pensiamo che queste strade siano fatte apposta per non far correre troppo veloce gli automobilisti, ed esaltare le doti dei fiamminghi in bici, ma la risposta è che semplicemente sono vecchie, non c’è nessun’altra spiegazione se non che le strade belghe sono pessime. Pascoli di mucche e giardini con capre e pecore. Incrociamo ciclisti su ciclisti: professionisti che si stanno allenando in vista della Dwars door Vlaanderen che si svolge il giorno successivo: due in particolare, un Lotto Soudal e uno Sport Vlaanderen che stanno tornando a casa correndo a tutta: è appena iniziato un acquazzone che in pochi minuti lascerà il posto a un bel sole improvviso, ma che poco dopo scomparirà ancora dietro al grigio delle nuvole.

Fiandre, non ci si poteva aspettare nulla di diverso: quattro stagioni in un pomeriggio. Quattro stagioni in una settimana come quando venerdì ci siamo svegliati con i muri coperti dalla neve. E pur essendo un giorno feriale, c’erano centinaia di ciclisti di ogni età, genere, divise e con ogni tipo di bicicletta. Questa è la settimana della Ronde e questi sono gli ultimi rintocchi che suonano nelle loro gambe prima della Cyclo, la gara amatoriale in programma sabato. Ci fermiamo vicino a un incrocio per assistere alla scena di un nonno che sta cambiando la ruota a un ragazzino in lacrime. Ci sono i pendolari che si fanno su e giù per le colline vestiti da impiegati ma con bici da corsa e caschetto. Immaginatevi arrivare di fronte a un edificio e leggere l’insegna Après-velo B&B Bar; guardare dentro e notare magliette e cappellini di ogni epoca, le sacche del rifornimento di ogni squadra, biciclette di diverse generazioni e l’arredamento fatto da sellini, manubri. Nell’enorme campo dietro l’edificio una specie di scultura post-moderna: sono due ruote giganti messe parallele in orizzontale a una decina di metri l’una dall’altra: sopra sono appese carcasse di migliaia di biciclette. In sacrificio al Dio Ciclismo.

Ma torniamo a Waregem, la città dove si conclude la Dwars door Vlaanderen. Waregem è la città dei cavalli. Arrivando qui si notano decine di scuderie. Cavalli ovunque: statue per tutta Waregem persino dentro al municipio. Il simbolo della città è un cavallo. Qui, ogni anno, dal 1847, si corre la Waregem Koerse. È una festa cittadina, ma è anche una delle corse di più importanti al mondo, alla stregua degli eventi ippici francesi e inglesi. I migliori cavalli vengono mandati qui per correre all’interno dell’Ippodromo dove c’è una delle riviere più celebri e difficili: Gaverbeek. L’evento dura una settimana: è la festa più grande del paese. Il vincitore, come tradizione, si getta nell’acqua del Gaverbeek così com’è, vestito da fantino. Ci dicono che nel 2024 per i Giochi di Parigi in vista delle gare di equitazione, i cavalli verranno mandati qui per allenarsi.
Le connessioni tra cavalli e la Dwars door Vlaanderen esistono. Il premio, ad esempio: un cavallo di pezza che finirà tra le braccia dei vincitori, Chiara Consonni e Mathieu van der Poel. La gara femminile parte proprio dall’Ippodromo dove musica dance e odore di patatine fritte intrattengono il pubblico e riempiono il naso. La gara maschile prima di giungere al traguardo passa nell’Ippodromo. Subito usciti da qui, quest’anno, Mathieu van der Poel ha letto perfettamente l’allungo di Tiesj Benoot, lo ha seguito, ha collaborato, lo ha battuto allo sprint. Un van der Poel improvvisamente più maturo. Vincente come lo è sempre stato, ma con un istinto risolutivo che su strada, a volte, era venuto a mancare. Non più il van der Poel un poco ingenuo e con la faccia da bambinone arrabbiato, ma un van der Poel concreto e con la faccia da bambinone felice. Ugualmente spettacolare. Una gara che ha visto Pogačar studiare e osservare con gli occhi di chi era venuto qui praticamente per la prima volta. Sarà solo il preludio alla Ronde.

Abbiamo seguito la Dwars in compagnia di alcuni tifosi saltando di muro in muro, da punto strategico in punto strategico. Vivendola come i fiamminghi vivono le loro classiche. La sera prima si stampano la cronotabella con tutti i passaggi. In auto solitamente salgono un pilota e un copilota. Il copilota tiene in mano il foglio pieno di appunti con gli orari dei passaggi della corsa – alcuni persino corretti rispetto a quello segnalato dall’organizzazione ufficiale – e dà le indicazioni. Si arriva in un tratto dove transita il gruppo, si parcheggia, si salta giù al volo dall’auto, ci si incrocia con un altro centinaio di tifosi che hanno fatto la stessa cosa, si vede il gruppo passare, si incita e poi via, di nuovo di corsa tutti in macchina per riprendere il gruppo in altre zone, vederlo per pochissimi istanti e rispettando al secondo il tempo prestabilito per non rischiare di rimanere imbottigliati.
«Questo è possibile – ci racconta David – perché qui in Belgio le strade non vengono mai chiuse al traffico durante le gare, se non pochissimi minuti prima e vengono poi subito riaperte». Al Fiandre, dice che non sarà possibile fare una cosa del genere, e infatti non lo sarà: perché se alla Dwaars giravano migliaio di persone, alla Ronde c’è un numero dieci volte superiore.
Entriamo allora per quattro ore dentro a questa specie di centrifuga. Riusciamo anche a infilarci in mezzo ad alcune ammiraglie e stare con loro nelle zone del rifornimento. A un tratto incrociamo Davide Martinelli dell’Astana: si è ritirato e si mescola con il pubblico all’entrata di una salita in pavé. Lo chiamiamo dall’auto, si avvicina come nulla fosse e si ferma a parlare raccontando di non passare un momento particolarmente felice di forma.
Viaggiamo quindi veloci fino al traguardo, in tempo per notare gli allibratori con la loro lavagnetta e le quote segnate a pennarello. Prendono scommesse su un quaderno a quadretti scritto a penna e non parlano mezza parola che non sia nederlandese. Ci sono i chioschi: birra, hamburger e patatine. Tra i molti tifosi trovi piccoli fan club che seguono neoprofessionisti: è il caso di Arnaud De Lie. Oppure chi arriva dalla Francia per sostenere la B&B Hotels e alla partenza si fa fare una foto a fianco del bus della squadra. A fine gara, spostandosi tra i mezzi dei vari team, c’è un’altra parte di questo spettacolo. I bambini a caccia di borracce. Tutti si rendono disponibili, ma ci colpisce il gesto di un corridore della Uno-X che esce in boxer dal pullman, nonostante il freddo e la corsa appena finita, e regala a un bambino la sua divisa da gara con tanto di numero ancora attaccato.

Ma il nostro viaggio è, soprattutto, Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre. Qui c’è gente da tutto il mondo. I camper arrivano sul Koppenberg fin dal giovedì e già dal pomeriggio il rischio è quello di non trovare posto. Sei ragazzi dai Paesi Baschi hanno noleggiato un vecchio furgone e si sono fatti 1400 chilometri per venire sin qui. Non pedaleranno la Cyclo, ma in bicicletta cercheranno per quanto più possibile, domenica, di spostarsi tra Oude Kwaremont e Paterberg.
C’è Jan, un signore belga di una certa età, accompagnato da moglie e barboncino. Ha parcheggiato il camper di prima mattina, ha costruito con palo e filo un recinto in un campo di fianco alla cima del muro, ha tirato fuori la bandiera di van der Poel, il suo preferito, di Van Avermaet e di Naesen. «Pazienza – ci dice – se Naesen forse non correrà domenica. Noi lo tifiamo uguale». Ha con se uno scooter, gli domando perché: «Nel caso finissimo il cibo sono pronto a correre in città».
Ci sono gruppi di tifosi organizzati: sostengono qualsiasi corridore. Chiedo a Joeri il perché e ci spiega che per loro fondare un fan club, seguire un corridore, vuol dire in qualche modo far parte di questo mondo. È appartenenza, ma è anche un fatto normale. Lo scelgono per simpatia spesso, oppure se appartiene al loro stesso paese o se, come nel caso di Daniel Oss, sentono una particolare affinità. È un modo per fare festa, per portare al massimo la loro passione per il ciclismo.

Inno alla passione, appunto: come quella che spinge 16.000 persone a iscriversi alla Ronde van Vlaanderen Cyclo, che si disputa alla vigilia del Fiandre. E quest’anno si è corsa nonostante la fitta nevicata del giorno prima. Ma per fortuna – ci raccontano molti di loro – il giorno dopo era già tutto asciutto. «Faceva freddo sì, ma con tutta questa gente, con tutto quello che vuol dire essere qui a pedalare, nemmeno te ne accorgi».
Passione, religione. Le vetrine dei negozi sono a tema ciclistico, nelle librerie trovi borracce da collezione, usate, a volte molto rare, appese ai muri che scendono con un filo, oppure messe in vetrina.

Il giorno della gara è il big bang. C’è la banda sul Paterberg. Ci sono i VIP su un tratto dell’Oude Kwaremont, quelli che la gente nomina storcendo un po’ il naso. Delirio in partenza ad Anversa e all’arrivo a Oudenaarde. Tutto esplode. Viviamo l’esperienza sull’Oude Kwaremont, la salita diventata simbolo dopo l’esclusione dal percorso del Muur, insieme ai tifosi di Oss e a quelli di Lampaert. Il fan club Forza Lampaert si chiama così perché un amico del fondatore è di origini italiane e quel nome suonava bene.
Sull’Oude Kwaremont ci passano sotto gli occhi per due volte. La prima Pogačar detta il ritmo al gruppo; la seconda lo frantuma piombando da solo sui fuggitivi. I commentatori fiamminghi dicono: Mai vista una roba del genere. Sul terzo e ultimo passaggio se ne va via con van der Poel.
Grazie all’infiammata partecipazione di chi segue la corsa a bordo strada capiamo il significato di Fiandre e ciclismo. Vengono incitati non solo i corridori, ma chiunque e quel tratto di strada si trasforma in una curva da stadio in un derby sudamericano. La più grande festa ciclistica immaginabile. Un poliziotto passa e batte il cinque a tutti quelli appesi alla transenna.

Luca Mozzato ha un ghigno che sembra quasi un sorriso nel sentire tutto il supporto che gli arriva sull’Oude Kwaremont. Lampaert e Oss, per forza di cose, sono i più attesi, e non importa se uno si ritirerà e l’altro si staccherà nel momento decisivo della corsa. Si incitano bambini che salgono in bicicletta e spingono il rapportino e sbandano. Cicloamatori che continuano a venire su spostandosi dal vecchio Kwaremont al Paterberg. Si urla persino per le ammiraglie e i camion. Si vedono da vicino i corridori che si prendono a spallate per superarsi lungo il terreno viscido e accidentato. Capisci, vedendo tutta la gente accalcata alle transenne, tra boati e sirene, come abbia fatto Sagan a cadere qui, nel 2017, mentre provava a inseguire Gilbert. Quando passa l’ambulanza, dall’abitacolo filmano quello che si vede fuori. Cori da stadio, musica dance che si alterna al rock. Colori e bandiere di ogni tipo e provenienza. Famiglie intere che seguono sulle sedie da campeggio, qualche panino, tante birre. Alcuni poliziotti chiedono documenti a chi, con la faccia da sbarbato e visibilmente ubriaco, potrebbe non essere maggiorenne. Mi raccontano che nelle ore di corsa nessuno gira per le città: o sei a vedere il Fiandre per strada oppure sei a casa, insieme a tanti altri amici, davanti allo schermo gigante, zuppa e griglia. E birra a fiumi.
«Qui nelle Fiandre abbiamo cinque cose – mi racconta un tifoso decisamente alticcio – ciclismo, birra, patatine, cioccolato e… ciclismo».

Una domenica che è un’esplosione di emozioni. Qui è la normalità, ma ogni volta, ci dicono, ti conquista. Una domenica speciale come quella vissuta da chi sul traguardo di Oudenaarde ha stretto i denti ed è arrivato, in mezzo a un frastuono assordante, e anzi trovando le ultime energie proprio grazie a quel frastuono. Seguiamo la fine della corsa dentro il tendone montato dei tifosi. L’ultimo chilometro ti lascia con il fiato in gola, siamo in centinaia tutti ammassati davanti al maxi schermo. Sono rimasti in due, i due più forti, van der Poel e Pogačar. Si alzano cori da stadio. Lo sloveno col ciuffo prova a giocare d’astuzia, ma gli va male. L’olandese dai dorsali d’acciaio, vince.

E a fine gara, dopo la premiazione, si divora un panino con l’hamburger. «È delizioso» si fa scappare con la bocca piena. È vero che da queste parti il tifo è per tutti, senza badare troppo a lingue e bandiere. Ma i belgi non avranno trovato propriamente delizioso il fatto che da cinque anni la loro Festa nazionale non riesca a festeggiare la vittoria di un loro connazionale. L’ultimo è stato, nel 2017, Philippe Gilbert, vallone e neanche fiammingo, come abbiamo già detto. E che rimane l’unico belga a salire sul gradino più alto del podio negli ultimi dieci anni di corsa, in un albo d’oro peraltro a fortissima percentuale di vittorie endogene: in 106 edizioni, per 69 volte il successo è andato a un campione nazionale. Ma in fondo a questa domenica di birre e bandiere, un po’ di delizia, per fortuna, è arrivata da Lotte Kopecky, vincitrice della Ronde femminile. Per la belga Lotte il Leone nero in campo giallo è tornato a ruggire di gioia. In fiammingo.

Foto: Ashley e Jared Gruber
Articolo apparso sul numero 20 di alvento


Absolute Cinema

La Milano‑Sanremo 2026 è cominciata con quella luce sbagliata che hanno solo le mattine in cui nessuno ha dormito abbastanza, una luce che non promette niente, che non consola, che non ti dice “oggi sarà un giorno importante”, ma ti sussurra “oggi succede qualcosa, e non sarai pronto”.

Il gruppo scivolava verso il mare come una processione di anime che non hanno ancora deciso se credere o bestemmiare, ognuno con il proprio piccolo inferno infilato nelle tasche posteriori, ognuno con una storia che non interessa a nessuno finché non diventa tragedia, e in mezzo a tutto questo c’era lui, non un corridore – o almeno non solo –  ma un personaggio, uno di quelli che non entrano in scena ma ci cadono dentro come se qualcuno li avesse spinti, uno che non ha bisogno di primi piani perché è già un primo piano, uno che non ha bisogno di musica perché la musica ce l’ha nelle gambe, e non è una musica allegra, è una musica che ti scava, che ti mette a disagio, che ti fa capire che non stai guardando una corsa quanto un uomo che lotta contro qualcosa che non vediamo, qualcosa che forse non esiste, qualcosa che forse esiste solo per lui.

Il Turchino è passato come passano le cose che non vogliono farsi ricordare, ma già lì si sentiva un rumore, non un rumore meccanico, di catene o di ruote, un rumore che pareva una storia da raccontare, narrativo. Il rumore che fa la trama quando decide che è stanca di aspettare, e il gruppo lo sapeva. Non lo diceva ma lo sapeva, stava arrivando.

La corsa si è trascinata verso la Cipressa con la stessa energia di un film girato da un regista che non crede più nella redenzione: lunga, sporca, piena di personaggi che non sai se tifare o temere, c’era chi provava a scappare come un ladro che non ha studiato il piano, chi si nascondeva dietro la maglia del compagno come un bambino che spera di non essere interrogato, chi faceva finta di niente sperando che la trama lo risparmiasse. E poi c’era lui, Lui per qualcuno. Pogi, Pogačar, lo sloveno, quello lì, il campione del mondo. Colui che deve essere nominato. Lui con i suoi tanti nomi. Lui che in quel momento non faceva niente, e proprio per questo faceva paura. A un certo punto cade. Si sfregia. Si rialza. Si mette a ruota di un compagno di squadra. Rimonta, stacca tutti o quasi.

Quando la strada ha cominciato a salire verso il Poggio, la corsa aveva ormai cambiato faccia, spartito, linguaggio. Non era più ciclismo: era già diventato cinema, vero, sporco, naturalista. Di quelli che ci mettono la faccia senza paura di mostrarsi. Cinema verità lo chiama qualcuno. Quello che non ti chiede se sei pronto. Telecamera a mano che tremava, il pubblico dietro lo schermo e sulla strada tratteneva il fiato, e in quell’istante è successo qualcosa che succede solo nei film quando il protagonista, quello che doveva esserlo, quello che ha chiesto la parte più importante, quello che ha fatto promesse, ha letto il copione e c’ha messo del suo, decide che è arrivato il momento finale. Lo scatto non è stato uno scatto: è stato un’inquadratura, una di quelle che ti entrano negli occhi e non se ne vanno più, non era elegante, non era pulito, non era armonioso, non lo è mai stato, sempre un po’ sgraziato nel suo modo di andare sui pedali. Ma è stato necessario, inevitabile.

Era la pedalata di un uomo che non stava attaccando gli altri: stava attaccando se stesso. La rimonta è stata una cavalcata che sembrava uscita da un western girato da un regista che non crede più negli eroi ma non riesce a smettere di cercarli, ogni metro era un colpo di pistola, ogni curva un duello, ogni rilancio un pezzo di anima buttato sulla strada, e dietro gli altri sembravano personaggi secondari, tutti intepretati da un Gianmaria Volontè d’annata: van der Poel leccava il sangue dalle sue ferite come farebbe un vampiro a pochi minuti dal sorgere del sole, Pedersen stringeva i denti come un operaio che non vuole mollare il turno, Pidcock provava a tenere la ruota come un ragazzino che corre dietro a un treno che non si fermerà, van Aert guardava la scena con quella calma da uomo che ha già visto tutto e proprio per questo non si illude.

Davanti, invece, c’era un uomo che non guardava nessuno, non guardava il pubblico, non guardava la moto, non guardava la strada, guardava qualcosa che non c’era, qualcosa che forse non esisteva, qualcosa che forse esisteva solo per lui, e la discesa è stata un delirio controllato: linee che non erano linee, traiettorie che sembravano errori e invece erano scelte, rischi che non erano rischi ma atti dovuti, ogni curva era un fotogramma bruciato, ogni rilancio un pezzo di pellicola che si consumava, ogni metro un passo verso qualcosa che non aveva nome.

In via Roma non è arrivato un corridore: è arrivato un uomo che sembrava uscito da un film che non è mai stato girato, non ha esultato, non ha sorriso, non ha cercato la telecamera, ha solo finito la scena, e gli altri sono arrivati dopo, chi a pochi millimetri, chi a pochi secondi, chi a minuti. Ognuno con la propria storia addosso, ognuno con la propria ferita, ognuno con il proprio film da portare avanti.

La Milano‑Sanremo 2026 non è stata una corsa: è stata Absolute Cinema, un western girato in Liguria, un noir senza pistole, un elevated horror in salsa e spaghetti, un dramma psicologico con le ruote da 28, un monologo interiore travestito da Monumento, e lui al centro non come eroe, non come mito, non come simbolo, ma come inevitabilità, un uomo che pedala come se stesse cercando di salvarsi da qualcosa che non vediamo, e forse è proprio questo che lo rende così difficile da raccontare e così impossibile da ignorare, perché certe vittorie non sono vittorie: sono confessioni, e certe corse non sono corse, sono sedute di psicoanalisi fatte a 50 all’ora, con il mare a sinistra, la storia a destra e il destino che ti guarda e non dice niente, e lui in mezzo che pedala come se stesse cercando di non impazzire, o forse di impazzire nel modo giusto, quello che ti permette di restare in piedi mentre tutto il resto crolla, quello che ti permette di guardare la strada e vedere non la strada ma la tua stessa ombra che ti corre accanto e ti chiede: “E adesso?”.

E lui non risponde, perché non c’è niente da rispondere, c’è solo da pedalare, e pedalare, e pedalare, finché la scena non finisce, finché il film non si spezza, finché la pellicola non brucia, finché qualcuno non spegne il proiettore e si accendono le luci, e allora capisci che non hai visto una corsa: hai visto un uomo che ha deciso di non scappare più. Perché tanto non serve per vincere.


Pornosanremo e l'amore sconfinato per questa corsa

La Sanremo è un porno. No, non intendo la pornografia di oggi, fatta di orgasmi mordi e fuggi, nudità sterili e volgarità senza phatos. Quelle cagate da Only Fans, per intenderci.
No, no.
La Sanremo è un film porno anni ’80, di quelli che, nonostante si sappia già come finisca, lo vuoi guardare tutto, dall’inizio alla fine.
La Sanremo è un porno anni ’80, che inizia nella Milano da bere, con lui che si presenta in giacca e cravatta, in mano una bottiglia di champagne e una rosa rossa. Suona alla porta, e lei lo accoglie, altrettanto elegante, con gioielli d’oro 24 carati, reggicalze e tacchi a spillo alti almeno 12 centimetri.
La Sanremo è un porno anni ’80, inizialmente molto, molto, molto, noioso. Non succede nulla: quattro scambi di parole, un intreccio di sguardi, un paio di bicchieri di champagne nel flûte in cui oggi al massimo ci servono il sorbetto, tra il pesce e la carne, al matrimonio di nostro cugino.
La Sanremo è un porno anni ’80, dove la prima parte è un leggero crescere di eccitazione, lieve e delicato, di quelli che a metà della bottiglia di champagne, lui la abbraccia mente sta guardando dalla finestra, più o meno sul Turchino.
La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli lunghi. Di quelli che bisogna avere pazienza, perchè negli anni 80 c’era tempo da dedicare alle cose. Anche ad un porno.
La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli che a un certo punto, con la bottiglia quasi finita, si inizia col petting. E come tutti i porno, soprattutto quelli anni ’80, è un copione già scritto: si limona su Capo Mele, tutti nudi su Capo Mimosa, avanti con le mani su Capo Cervo e via con le bocche su capo Berta.
La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli che guardi stando attento ad ogni mossa dei due, cercando di rubare qualche trucco del mestiere.
La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli in cui dopo tanta ma tanta attesa, finalmente sulla Cipressa i due iniziano ad amarsi. Lui è dentro di lei e non si scherza più, ragazzi miei. Oh sì, non si scherza proprio più: è partita la bagarre.
La Sanremo è un porno anni ’80, che se pensi che lì si possa concludere, ti sbagli di grosso. Non si tratta di una granfodndo amatoriale: la Sanremo è un porno di quelli con tutti i crismi, dove gli attori sono attori, e non esiste la défaillance. E infatti io, e la maggior parte di voi, né siamo attori porno, né siamo protagonisti alla Sanremo.
La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli in cui, proprio sul Poggio, nel massimo dell’eccitazione, i due magnifici e cotonatissimi amanti si mostrano nelle più pazze delle posizioni, perlustrando ogni orifizio possibile ed immaginabile, sfoggiando la loro miglior performance. Gli occhi si girano all’indietro: quelli di lui, quelli di lei, e quelli di chi è davanti allo schermo. È questo il momento in cui si decide la gara.
La Sanremo è un porno anni ’80, perchè a questo punto ci si immagina come possa finire, ma non se ne ha ancora la certezza.

La Sanremo è un porno anni ’80, di quelli che, chi non capisce il nostro sport, ne guarda solo l’esito finale, come se l’orgasmo fosse tutto ciò che conta. Ma noi no. Noi lo guardiamo tutto, con pazienza e rispettosa eccitazione, perchè in quelle sei ore o poco più, quei due, ci hanno mostrato una storia d’amore. D’amore quello vero.


Una strade bianche differente (e senza Pogačar)

Entro in un baretto con una porta di legno che un tempo sarà stata rossa ma ora è diventata una sorta di fucsia sbiadito e su quella porta appeso c’è il cartello dei gelati Sammontana, ma sono sicuro che quei gelati sono almeno trentanni che non vengono più prodotti perché li mangiavo da bambino e poi non li ho più trovati e mi pare di scorgere al volo che i prezzi visibili sono ancora in lire.

La corsa è già partita da un po’, ma qui nessuno sembra preoccuparsene. Il televisore, sintonizzato sulla corsa, è appeso in alto, forse è la cosa più contemporanea che si trova dentro al bar, ma mantiene anche lui quel disegno da follia moderna: è inclinato come un quadro storto che nessuno ha mai avuto il coraggio di raddrizzare, e ogni volta che la porta si apre entra una folata di polvere che fa tremare l’immagine.

Il barista asciuga un bicchiere da venti minuti, come se stesse aspettando un segnale dall’alto per smettere. Per un attimo ho pensato di essere finito in un universo parallelo oppure di essermi svegliato, finalmente aggiungerei, e che questo sia il matrix. C’è pure una radiolina che gracchia in un angolo, ma non si capisce se stia trasmettendo la corsa o il bollettino del traffico sulla Siena–Grosseto. Non riconosco né Pancani, né Panchetti.

La corsa, comunque, è lì: polvere, strade bianche, gente che urla come se stesse passando la Madonna. Davanti non c’è nessuno che fa il fenomeno. Nessuno che parte a settantanove dall’arrivo e ti rovina il pomeriggio. Oggi la corsa è una cosa umana, quasi commovente, come quando vedi un signore di sessant’anni che prova a salire su un monopattino elettrico senza farsi male. Chiudo gli occhi e penso pure a me quando andavo ancora in bicicletta e grazie a lei pesavo quindici chili in meno. Scende una lacrima che dimentico di asciugare.

Seixas è il primo dei grandi favoriti a provarci, anzi per qualcuno è proprio lui il grande favorito della corsa, con quella faccia da bravo ragazzo che non ha ancora capito che la vita è un posto complicato. Parte con una progressione pulita, quasi educata, come uno che chiede «signora, posso?», anche quando deve attaccare per vincere una delle corse più importanti del calendario.

Nel bar uno afferma, serio, compiaciuto:
– «Questo è forte».

Lo dice come se l’avesse scoperto lui, ma allo stesso tempo la voce trema insicura come quella di uno che non si fida nemmeno del meteo. Un altro annuisce, ma più per abitudine che per convinzione, ha la camicia sudata e le braccia conserte così in alto sul busto che le mani sembrano aggrapparsi alle ascelle.

Un terzo entra in quel momento, con la giacca impolverata e l’aria di uno che ha parcheggiato male, e chiede:
– «Chi è quello davanti?».
– «Seixas». Risponde l’esperto con tutta la naturalezza del mondo.
– «Ah, quello che gioca a carte con mio cugino».
– «Signore, questo è portoghese», fa il signore che abbraccia le ascelle.
– «In realtà è francese», ribatte l’esperto, quello che lo ha scoperto e va a dire in giro a tutti quanto questo è forte.
– «E allora? Mio cugino lavora al porto. Mi sarò confuso».
– «Signore, il porto di Livorno non è il Portogallo».
– «E chi lo dice?».
– «Gogol, signore».
– «Ah».

C’è pure Del Toro davanti. Anzi a guardare meglio restano solo in due, loro due, Seixas e Del Toro, ma lo sapevamo sin dalla vigilia. Sono i più forti e nessuno mai, nemmeno tra gli assenti, avrebbe potuto loro rovinare il giochino. Forse Pidcock, ma ogni tanto sbaglia. Gli sta a ruota, lo guarda, lo studia, e poi decide che non può lasciarlo lì da solo a fare il protagonista. Riparte anche lui, con quella pedalata da uno che ha capito che certe occasioni vanno prese al volo, come i treni regionali che una volta arrivavano sempre puntuali, signora mia. Quel Del Toro che ha un modo di muoversi che sembra dire: “Se non ci provo adesso, poi dalle prossime gare torna Lui e finisce che si riprende questo pezzo di strada, che faccio, lascio?“.

Dietro, il gruppo sembra una comitiva in gita al colosseo che ha perso il professore e allora ne approfitta per far girare qualche canna. Grégoire fa il diligente, Pidcock ha la faccia di quello seduto in fondo alla corriera e infatti in bici fa il funambolo, Vermeersch a furia di studiare sembra pesare la metà, e di conseguenza sui terreni sconnessi è a suo agio come il secchione che ha 10 in tutte le materie.

Nel bar, intanto, la radiocronaca la facciamo noi avventori, compresi l’esperto, il giocatore di carte, e l’uomo con le mani sotto le ascelle. Lo facciamo con la precisione di un orologio rotto che però due volte al giorno ci prende.

– «Seixas ha un bel passo».
– «Sì, ma Del Toro è più cattivo».
E un terzo, che non ha mai visto una corsa in vita sua, chiede:
– «Chi è in maglia rosa?».

Poi entra una signora con il cane, che non guarda la corsa ma guarda noi che guardiamo la corsa.
– «Ma è già finita?», chiede.
– «No, signora, manca Santa Caterina».
– «Ah, allora c’è tempo», dice, e si siede come se dovesse aspettare un treno.

Subito dopo entra un turista americano, cappellino da baseball, zaino enorme, sorriso da foto profilo. Guarda lo schermo, non capisce niente, applaude.

– «Good job!», esclama.
– «Ma chi?», gli chiedo, mentre gli altri sbigottiti da questa lingua sconosciuta ci guardano a bocca aperta e in religioso silenzio.
– «All of them!», risponde, felice come se avesse appena visto un matrimonio.

La porta sbatte di nuovo ed entrano due uomini che iniziano a litigare senza motivo apparente.

– «Te l’avevo detto che quello lì è forte!».
– «Ma quale forte, è un ragazzino!».
– «Appunto, è forte!».
– «Ma smettila, te non capisci niente!».

Qualcuno prova a intervenire, difendendo prima un corridore e poi l’altro, prendendo la parte prima di un uomo e poi dell’altro.

Il barista interviene:
– «Ragazzi, per favore, litigate massimo due o tre alla volta e se riuscite fatelo piano che sennò cade il televisore».
– «E allora lo raddrizziamo».
– «È storto da vent’anni, adesso vi svegliate?».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why?», gli chiedo.
– «Because they are passionate!», dice, indicando gli uomini che litigano nel bar e quelli che fanno una fatica senza senso dentro al televisore.
– «Non sono appassionati, sono scemi».
– «Same thing!», risponde lui, convinto.

La salita di Santa Caterina arriva come arriva sempre: senza pietà. Seixas entra davanti, Del Toro dietro, e la gente ai lati della strada urla come se stessero arrivando i Beatles, ma quelli del ’63, non una cover band. Nel bar urliamo anche noi, ma più per abitudine che per convinzione. Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why now?», lo incalzo.
– «Because it looks… vertical!», dice, e non ha tutti i torti.

C’è un signore seduto vicino alla finestra che non ha detto una parola per tutta la corsa, ma quando vede Seixas rilanciare fa un cenno con la testa, come se stesse approvando una scelta educativa. Un ragazzo entra in quel momento, guarda lo schermo, e dice:
– «Ma dov’è quello forte?».
– «Non c’è oggi».
– «Ah», dice lui, deluso come un bambino che scopre che il gelato è finito – e meno male direi, sia per l’assenza di quello forte che per il possibile bancone dei gelati vuoti. E immagino una scena in cui siano passati i NAS di recente.

In Piazza del Campo arrivano i due, storti, infangati, belli come solo i ragazzi giovani sanno esserlo. La volata è una cosa che non si può raccontare senza ridere: un misto di coraggio, disperazione e geometrie sbagliate. Vince Seixas, perché qualcuno doveva pur vincere, e Del Toro arriva secondo con la faccia di uno che ha già capito che prima o poi la vince davvero, questa corsa. Grégoire arriva terzo, come se fosse scritto da qualche parte che quando non c’è lo sloveno lui deve fare il podio.

Nel bar ci guardiamo, brindiamo, e uno dice:
– «Bella, eh. Però senza quello lì… un po’ mancava».

E sì, forse mancava.

Perché senza Pogačar la vita è più semplice, o forse no, è proprio quando c’è lui che si semplificano le cose: tanto sai già chi vince.

La signora col cane si alza, guarda il televisore, e dice:
– «Io comunque tifavo quello con la faccia simpatica».
– «Quale?».
– «Quello».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Good race!», dice.
– «Ma è finita da un quarto d’ora».
– «I know!», risponde, felice lo stesso.

Il barista spegne la radiolina, guarda il televisore che continua a tremare, e dice:
– «Ragazzi, chiudo tra dieci minuti».

Come se la storia, alla fine, fosse tutta lì. E forse lo è davvero.

Foto: Poci’s Pix


La Primavera di Wout van Aert arriva sempre in ritardo

Wout van Aert ha ricominciato la stagione come uno che esce di casa convinto di aver chiuso il gas e invece a metà strada gli viene il dubbio. A Le Samyn, dieci chilometri all’arrivo, la corsa che si stringe come una porta girevole, e lui che fora. Non una foratura elegante, di quelle che ti fanno fermare con dignità. No, una di quelle che ti fanno scendere dalla bici come uno che scende dal tram sbagliato. Arriva Mattio, giovane italiano di enormi speranze, gli dà la sua, Wout ci sale, fa due pedalate e capisce subito che non è roba sua: è come infilarsi il cappotto di un altro, magari pure uno che pesa dieci chili meno. Così è. Allora si ferma, aspetta l’ammiraglia, guarda la corsa che se ne va, e ha quella faccia da cummenda che ha appena perso il tram sotto la pioggia, dopo aver lasciato l’auto in panne ferma in garage. E la cosa più bella – o più triste, dipende da come la guardi – è che a fine corsa dice che sulla strada c’erano dei vetri. Lo dice come si dice “hanno aumentato il biglietto dell’ATM”: senza stupore, senza rabbia, con quella rassegnazione civile che è quasi un talento. Dei vetri. Come se fosse normale trovarli sempre quando passa lui. Come se fosse normale che la sfortuna, quando deve scegliere un corridore, scelga sempre quello con il casco argentato e sopra il simbolo di una nota marca di bevande energetiche che lo differenzia dagli altri in gruppo. E intanto la stagione gli è già partita storta: prima la malattia che l’ha tolto dall’Omloop, poi questa. E prima ancora la caduta di gennaio, che ormai è diventata una specie di tradizione, come il panettone a Natale o quelli che vengono a prendere il vetro sotto casa verso le 4 di mattina e ti eri appena addormentato causa notte insonne per il mix di neonato e caffeina.

Van Aert è uno che parla piano, come quelli che nei bar che tra un Campari e una carambola ti spiegano che la vita è così, che non c’è da farla lunga, che tanto non cambia niente. Dice che va tutto bene, che non è un dramma, che la stagione è lunga, che la vita è più grande di una corsa. E intanto, dentro, gli scorre un’altra pellicola: quella delle occasioni perse, dei finali scappati, delle corse che sembravano sue e invece no. È uno che vive due vite: quella che mostra e quella che si tiene. Quella che sorride e quella che mastica amaro. Quella che dice “capita” e quella che pensa “ma porca miseria, ancora?”. Gli si vede negli occhi, ogni tanto, un lampo breve, un micro-secondo di verità: non ne può più. Poi torna Wout, quello pubblico, quello che parla piano. Ma quel lampo resta, come una spia accesa sul cruscotto della Lancia Musa.

Ha un museo personale, Van Aert. Ci sono un bel po’ di trofei, ma anche diversi quasi-trofei. Sanremo vinte e sfiorate, Strade Bianche vinte e sfiorate, Fiandre che sembravano lì a pochi millimetri, Roubaix che gli sono scappate come un portafoglio caduto mentre sei in fila da qualche parte. Mondiali in cui era l’uomo più forte finché ora non lo è più. E ora anche Le Samyn, che non è una Monumento, nemmeno una Grande Classica, ma era la sua ripartenza. Una delle tante. Una corsa di pietre, vento e cattiveria: perfetta per uno come lui. Perfetta per dire: sono tornato. Invece ha detto: sono tornato, ma con lui anche la sfortuna, sempre un passo avanti. E lui, come sempre, ha fatto finta di niente. Che è il suo modo di dire tutto.

La cosa che colpisce è come perde. Perde bene. Che è la cosa più difficile da fare. Perde senza fare rumore, senza cercare scuse, senza puntare il dito. Perde come uno che ha capito che la vita non è un film: non c’è manicheismo, non vince sempre il buono, non vince sempre il più forte, non vince sempre chi se lo merita. Perde con quella dignità che fa più male della sconfitta. Perché quando uno perde male, ti viene da dirgli che succede. Quando uno perde bene, ti viene da chiederti perché succede proprio a lui. E intanto lui pedala, come quelli che vanno al lavoro anche quando piove, anche quando scioperano i tram, anche quando sanno che non cambierà niente.

La verità è che Van Aert vive in un eterno preambolo. Ogni anno deve ricominciare da capo, ogni anno deve dimostrare qualcosa che aveva già dimostrato, ogni anno deve inseguire una vittoria che sembra sempre lì, a un braccio di distanza, e invece è dall’altra parte della strada. E lui ci va, dall’altra parte della strada. Ci va sempre, comunque, anche quando trova i vetri per terra, antifrasi di lui che non va in frantumi e non si lamenta. La cosa più sospetta di tutte.

Prima o poi succederà (di tornare a vincere qualcosa di bello pesante, al Nord). Non quando lo aspettiamo, non quando lo merita, non quando è il più forte. Succederà in un giorno qualunque, magari pure brutto, magari pure storto, magari pure con il vento contro. magari pure con la presenza di quei due lì che vanno più forte non solo di lui, ma di tutto il gruppo. Succederà quando nessuno ci starà pensando. Succederà quando lui avrà smesso di chiederselo. E allora vincerà il Fiandre o la Roubaix. O tutte e due, per recuperare il tempo perduto. Quel giorno non servirà parlare piano, anzi, non servirà parlare affatto. Basterà guardarlo e capire che certe primavere arrivano tardi, ma quando arrivano fanno rumore.


La parola ai massaggi: Elis Simeoni racconta

«Dovremmo partire da una consapevolezza, che pare scontata ma non lo è: quando un atleta dice che ha male, è necessario dare per assunto che ha veramente male. Può essere che le nostre mani, al contatto, non percepiscano nulla, che gli esami clinici non mostrino nulla, non sto dicendo di no, ma questo non significa che il malessere non ci sia, perché le ragioni del dolore sono varie, talvolta anche mentali, e nulla cambia: il male è percepito nello stesso modo. Una ciclista deve fare molta fatica, a noi spetta la ricerca delle cause di quel dolore, dapprima attraverso l’ascolto, poi attraverso l’esame, a noi spetta il tentativo di curare, di lenire quel male, perché si tratta di donne e uomini che lavorano con il proprio corpo e per cui il proprio corpo è tutto». Potremmo descrivere così il lavoro di Elis Simeoni, massaggiatrice in Top Girls Fassa Bortolo, da Lucio Rigato, ed in effetti è in questo modo che lei stessa ce lo racconta.

>Simeoni non nasce massaggiatrice, eppure i massaggi fanno parte della sua quotidianità da circa otto anni. Per un breve periodo, anzi, ha anche corso nel plotone, con la Servetto, come ciclista: il nonno è stato presidente di una squadra amatoriale ed anche il padre è stato corridore fino alla categoria under23, ma, forse per questo, non ha mai voluto che anche la figlia scoprisse davvero la bicicletta. Dapprima l’atletica leggera, poi qualche corsa in moto, un infortunio ed una bicicletta regalata con cui è riuscita a togliersi alcune soddisfazioni, soprattutto, nel ciclocross, con, però, alcune incursioni in mountain bike. I massaggi c’erano già ed erano parte dell’incastro difficile di tutte le sue giornate, così piene. Due rette parallele: i massaggi e tutto il resto. «Certamente il rapporto con i miei massaggiatori, da atleta, è sempre stato particolare, perché, ogni volta in cui mi massaggiavano, sapevo esattamente cosa stavano facendo e perché lo facevano. Ma per questo non è necessario essere massaggiatrici, anzi è raccomandabile una consapevolezza importante da parte di ogni atleta. Mi raccomando sempre con le ragazze: non devono sottoporsi a nessun trattamento come fosse un dogma, al contrario, è giusto che pongano domande, che chiedano e capiscano i perché. La fiducia, nel nostro ambito, non deve essere cieca: ci si fida di ciò che il professionista mette in atto, perché ha le competenze in tale ambito, però ci si informa perché è doveroso farlo».

Allo stesso modo, Elis Simeoni chiede alle atlete di raccontare sempre come si sentono, di dare feedback, anche durante il massaggio, in quanto la conoscenza del proprio corpo è la base, soprattutto per un professionista: «Nella mia esperienza, noto con piacere che le atlete si conoscono sempre di più, si ascoltano maggiormente. Certo, il dato varia in relazione all’età ed alla categoria, ma la situazione è migliorata rispetto ad un tempo. Esiste una vera e propria cultura del massaggio e dei benefici che reca: si sa quanto sia necessario e, per questo, i massaggi vengono fatti con continuità. Se nelle categorie minori, magari, vengono effettuati ogni due mesi, già a partire dalla categoria junior avvengono ogni giorno». Il massaggio, prosegue Simeoni, è anche un momento di relax: mezz’ora, quaranta minuti in cui l’atleta si ritrova in un luogo “sicuro”, può rilassarsi e, se vuole, confidarsi. Uno spazio con poche regole, talvolta consigli: niente cellulare, niente schermi, se possibile, per isolarsi ed ascoltarsi. Elis Simeoni parla soprattutto dei social, delle critiche o dei commenti che si compulsano lì e che possono turbare anche quel momento lontano dal mondo: «Bisogna capire quel che desidera l’atleta: alcune ragazze vogliono parlare, lo comprendi appena aprono la porta, altre desiderano il silenzio, qualcuna chiede la musica. Se non vi è volontà di raccontare, non bisogna forzare. Io dico che possono cercarmi anche più tardi, chiunque nello staff lo fa, perché il compito di chi affianca delle atlete è quello di dare il meglio, a prescindere da tutto». Il silenzio non è negativo, anzi, può aiutare, si interviene solo qualora si colga troppa rassegnazione, ma senza invadere la privacy della ciclista e anche senza invadere il campo di altri professionisti che lavorano nel team. Elis Simeoni pensa spesso che aver studiato psicologia avrebbe potuto aiutarla nel suo lavoro, per evitare errori, per evitare di dire qualche frase che, seppur senza nessuna volontà di ferire o danneggiare, possa nell’interpretazione delle atlete portare al medesimo risultato.

«Si è sempre un poco sul filo del rasoio: non si dicono bugie, anche se possono confortare. Perché le atlete sanno bene come si sentono, anche se lo chiedono al massaggiatore od alla massaggiatrice. L’aiuto si offre evitando in ogni modo di destabilizzare: non è solo quel che si dice, è anche e soprattutto quel che viene recepito. Ed altresì evitando di improvvisarsi psicologi quando non lo si è. Molte volte le atlete hanno solo timore di chiamare il proprio mental coach o la propria psicologa. Timore di disturbare, come capita a tutti. Basta un piccolo incoraggiamento perché lo facciano. Durante un massaggio può avvenire anche quella piccola spinta». In realtà, Elis Simeoni viene dal mondo della ginnastica posturale a cui si dedica ancora: ha imparato lì ad essere meticolosa e ad analizzare e conoscere ogni singolo movimento: gli infortuni possono anche derivare da un errato meccanismo che il corpo ha fatto proprio nel tempo. «Sono squilibri che il corpo fa propri e che è necessario toccare con cautela, perché si rischia di peggiorare una situazione che, pur nell’errore iniziale, è stabile. Un esempio è la scoliosi, come qualunque altro squilibrio posturale. Il consiglio è di non intervenire durante la stagione, meno che meno in una corsa a tappe, ma solo successivamente, nell’off season». Il segreto del massaggio risiede nell’individualità di ciascuno e nel tocco, perché solo con il tatto si riesce a capire davvero la situazione e curarla: alcune volte è necessario un massaggio più vigoroso, nell’ipotesi di contratture, ad esempio, per sciogliere il muscolo, in altri casi si rischia, invece, di “imballare” maggiormente la gamba con una manovra simile. La visione deve sempre essere d’insieme: il dolore agli arti può anche essere un riflesso di una problematica alla parte superiore del corpo, alla schiena ad esempio.

Un atleta professionista dovrebbe effettuare, continua Simeoni, almeno un massaggio a settimana, nel finale di stagione i ritmi possono diminuire, mentre in corsa il massaggio viene effettuato ogni giorno al termine della corsa, talvolta anche al mattino, magari riscaldante, in caso di gare al nord, con temperature rigide. Anche il percorso della frazione influisce sullo stato dei muscoli: in caso di gara più dura è facile riscontrare una tensione lombare o cervicale, che non si riscontra, tendenzialmente, in corse pianeggianti. Allo stesso modo, ha influsso lo stress dei trasferimenti, ad esempio.

«Per un massaggiatore è più difficile massaggiare chi ha vinto piuttosto che chi ha sofferto in quella giornata e questo per diverse ragioni che si riconducono tutte al saper cosa fare. Una atleta che ha sofferto è una atleta da motivare nuovamente, da “rimettere in pista”. Si troveranno varie contratture da curare, probabilmente servirà un massaggio più deciso. Quando, invece, è andato tutto bene la percezione della ciclista sarà che non ci sia nulla da sistemare e molto spesso è vero, ma il massaggio favorisce comunque il recupero ed è comunque necessario. Chi massaggia, però, deve fare molta attenzione perché il rischio è di lavorare su quegli “squilibri fisiologici” a cui accennavo e creare una situazione di difficoltà».

Il lavoro di una massaggiatrice, però, non finisce qui, tra mille altre faccende di contorno da svolgere: rifornimenti da svolgere e borracce da preparare, in primis. Bisogna tornare al lavoro, non c’è tempo da perdere: «Fare la massaggiatrice “sul campo” è una parentesi completamente differente dal lavoro che pure svolgo nel mio studio. Ho provato ciò che oggi provano queste ragazze. L’ho sperimentato sulla mia pelle, per questo credo di poter capire o almeno provare a capire. Vorrei fosse questa la certezza di ogni atleta quando si sdraia sul mio lettino».


Valentin Paret-Peintre: quel sottile rumore che si fa in salita

C’è una strada che si chiama rue des Amoureux, e già questo basterebbe per cambiare la storia di una biografia.
La verità è che, ad Annemasse, l’amore non c’entra, almeno all’apparenza, non quella dei libri rosa, oppure delle orrende commedie con Matthew McCounaghey prima che provasse a cambiare la sua carriera da attore. Lì ad Annemasse tutto ruota attorno a un balcone beige che scolora, al numero 16, e a sei gradini che scendono verso un locale di cemento dove il Vélo Club omonimo ha insegnato a un bambino leggero, troppo leggero, che il mondo si conquista a colpi di pedale. Valentin Paret‑Peintre è nato un mese prima del previsto. Troppo presto, troppo leggero, troppo poco: un corpo che sembrava un errore di stampa, e invece era un demo, una traccia nascosta, un pezzo che nessuno aveva ancora ascoltato davvero.

IL SUONO DEL VENTOUX

Il Ventoux non è una montagna: è un amplificatore. Prende ciò che sei e lo spara a volume indecente. Quando Paret‑Peintre lo ha domato, il mondo ha sentito un rumore nuovo: non un urlo, né un assolo, ma un fruscio ostinato, una frequenza sottile che non si spezza. Il suono di un corridore che pesa cinquanta chili a dire troppo, ma che dentro porta la grinta di una bestia da cento. Da quel giorno, la rue des Amoureux sembra meno romantica e più reale: un luogo dove si impara a resistere, a cadere, a rialzarsi, a non chiedere scusa.

PARET-PEINTRES: UNA BAND

Aurélien, Maéva, Valentin sono tre fratelli, come tre strumenti diversi per una stessa canzone.
Aurélien è la sezione ritmica, Maéva la distorsione che impone rispetto. Valentin è la voce chiara, quella che sembra fragile ma che arriva più lontano. In casa loro la bici non era uno sport, ma un linguaggio, un modo per dire “ci sono”, “ti seguo”, “non mollo”.
E lui, il più piccolo, ha imparato presto che per farsi ascoltare non servono i decibel:
serve la presenza, serve la continuità.
Serve la testardaggine di chi, a cinque anni, si schianta contro un palo e torna alla macchina in bici, il viso pieno di sangue, perché la gita va finita. Punto

IL CORPO COME STRUMENTO

Oggi, a 25 anni, Paret‑Peintre è un corridore che si accorda come una chitarra.
La Zona 2 scandisce il tempo come metronomo. Palestra come equalizzatore.
La galleria del vento come studio di registrazione.
Ha messo su un chilo e mezzo di muscoli, ma non ha perso la leggerezza.
Ha guadagnato 10 watt sul test di Calpe, ma non ha perso il silenzio.
Ha cambiato posizione, manubrio, appoggi, ma non ha cambiato intenzione.
È un corpo che non urla.
È un corpo che insiste.

ROTTURE, ATTESE, RUMORI BIANCHI

La frattura al coccige è stata un taglio netto, come quando un vinile salta.
Quattro settimane senza bici. Quattro settimane a guardare gli altri pedalare. Quattro settimane di rumore bianco nella testa.
«Ho bisogno di correre tanto per andare forte», diceva guardando fuori dal finestrino di un pullman.
E sembrava una confessione, non una frase.
Il Giro 2025 sfuma.
La stagione si piega, ma lui resta lì, in piedi, come un amplificatore acceso anche quando nessuno suona.

REMCO IL FRONTMAN, MA LUI...

Poi arriva il Tour ovvero arriva Remco. Arriva la domanda che cambia tutto: Perché Valentin non vieni al Tour con noi?
È un riconoscimento. È un’investitura. È un passaggio di testimone che non fa rumore, ma che pesa. Quando Evenepoel lascia la squadra, lo spazio per gli scalatori come lui si allarga e Paret‑Peintre ci entra senza bussare, senza chiedere permesso, senza fare scena. «È un ruolo che voglio avere», dice. Lo fa come si sostiene una verità che non ha bisogno di essere spiegata. Quasi a voler emulare il suo connazionale, Jacques de Chabannes, signore di La Palice.

LIVE IN OMAN 2026

La stagione è ripartita alla Muscat Classic, poi in Oman. Lì dove ha vinto esattamente un anno fa, lì dove ha capito che poteva essere altro. «Vengo per vincere», canta, oggi, così (alla fine non è andata, ma pazienza).
Non avrebbe intonato queste parole un anno fa e se qualcuno gliele avesse suggerite, lui avrebbe vomitato sul palco con disprezzo. Non lo avrebbe detto nemmeno a se stesso. Eppure Adam Yates è lì. Scaroni pure. Così tutti gli altri.
Ma la condizione è buona, la testa è pulita, il rumore interno è quello giusto.

GIRO, TOUR E VUELTA: LA TRILOGIA

In carriera ha vinto tre corse: tappa al Giro 2024, tappa al Tour 2025 e, per l’appunto pochi mesi prima del Ventoux, tappa all’Oman .
Quest’anno vorrebbe completare la sua trilogia vincendo in Spagna, alla Vuelta.
Lo spazio c’è, Remco non c’è, le sue gambe dovranno esserci, la sua voce vorrebbe dire:  “Ok, fatto. Avanti.”
Il 2026 è un orizzonte che non fa paura: è il suo palco dopo un corretto soundcheck.

QUEL PICCOLO RAGAZZO SI È FATTO PUNK

Valentin Paret‑Peintre non è un predestinato.
Se fosse una vecchia cazone di quando i CCCP avevano un senso direbbe così:

Non è un profeta.
Non è un prodigio.
È un rumore che cresce.
È una frequenza che non si spezza.
È un corpo leggero che non chiede permesso.
È un corridore che avanza, sempre, comunque, anche quando nessuno lo guarda.

E intanto la rue des Amoureux è ancora lì, con il balcone beige e i sei gradini che portano al club.
Ma oggi, quando Valentin guarda da quel balcone, non vede più la strada.
Vede la salita.
E sente quel sottile rumore.


Non solo pedalare: intervista a Elisa Longo Borghini

Era settembre e c’era un’aria come il vetro, avrebbe scritto Cesare Pavese. Noi, invece, scriviamo che era settembre ed era il mese dei Campionati del Mondo: le voci in televisione arrivavano da lì ma Elisa Longo Borghini, allora solo una ragazzina con in testa la bicicletta più di qualsiasi altra cosa, non stava guardando lo schermo, era fuori, pedalava sulle strade vicino a casa, ad Ornavasso, insieme ad un gruppo di ragazzini. Quei giovani, racconta Elisa, guardando un cielo sempre più nuvoloso fuori dalla sua camera d’albergo, nel ritiro di Benidorm, giocavano al “mondiale di ciclismo”. Un ricordo, forse qualcosa in più. Sì, qualche giorno prima di partire, ha sfogliato alcune pagine di vecchi diari che custodisce gelosamente. In uno di questi, il racconto di quella giornata e, a piede di pagina, un disegno, con una penna blu: il rettilineo d’arrivo, una maglia iridata e una scritta: “Un giorno, sarò io a vincere quella maglia”. Ancora poche parole ed un saluto, una promessa: “A domani”. Qualche secondo, un sorriso, quasi una tenerezza verso quella memoria e qualche frase, dopo essersi schiarita la voce : «Sarebbe bello, un giorno, poter dire che quella ragazza che giocava a diventare Campionessa del Mondo ci è riuscita. In fondo, me l’ero promesso. Però non cambio idea: non chiedermi del prossimo Mondiale perché non ti rispondo. Anche questa è una promessa». La risata, questa volta, è fragorosa ed il patto è stretto, suggellato dal piccolo segreto, nascosto in quel diario, che Longo Borghini sceglie di condividere.
Sono giorni frenetici, si sta definendo l’ultima parte dei calendari, mentre si eseguono i test per verificare valori importanti: lattato e Vo2Max, in particolare, al fine di comprendere l’andamento della prima parte dell’inverno. Si lavora sul volume e si sistema la posizione sulla bicicletta da cronometro e da strada. Quando le telefoniamo, Elisa Longo Borghini sta studiando e scopriamo che lo fa spesso: «Esercito la mia curiosità, perché sono una persona molto curiosa. Stavo leggendo researchgate, un sito in cui è possibile rintracciare qualsiasi ricerca accademica, più o meno recente. Ho detto spesso che ringrazio il mio corpo per quel che mi permette di fare. Ogni tanto, quando mi sento particolarmente grata, mando anche un messaggio ai miei genitori: “Grazie per come mi avete fatta”. Ecco, la curiosità è la prima forma di gratitudine. Se conosco rispetto, se conosco mi prendo cura. Del corpo come della bicicletta, per questo parlo molto con i meccanici e chiedo. Non voglio sostituirmi a nessuno, voglio solo capire e svolgere il mio mestiere in maniera consapevole. Come atleti chiediamo spesso di essere ascoltati, ed è giusto, tuttavia per essere ascoltati dobbiamo essere i primi a esercitare la conoscenza e la curiosità. Ritengo che il mio compito non sia solo quello di pedalare». Qualche goccia di pioggia inizia a scendere sui viali di Benidorm, il mare, laggiù in fondo, si agita. Longo Borghini riprende a parlare: «Prendi la pioggia. Le mantelline spesso vengono testate da persone che lavorano nelle aziende che le producono. Quanto staranno in sella? Un paio d’ore, forse. Noi, talvolta, pedaliamo per cinque o sei ore sotto l’acqua. Dovremmo essere noi a fornire indicazioni, perché siamo noi i destinatari del prodotto. Studio perché voglio essere in grado di dare quelle indicazioni al meglio. Che si tratti di pioggia o di altro».

Si torna a casa per le feste di Natale, anche se di allenarsi non si smette mai. A casa Longo Borghini c’è un calendario, ad ogni mese corrisponde una foto di cicliste e ciclisti. A dicembre, un’immagine raffigura lei, vincitrice, sul podio del Giro d’Italia 2024. Elisa Longo Borghini ha recentemente visto un’immagine identica riguardante il Giro d’Italia 2025 e ha riflettuto molto: «Si possono fare due fotografie uguali a due persone tanto diverse. Sembra una banalità ma è vero. Stesso sguardo, stesso trofeo, stessa maglia e un’interiorità completamente differente. Nel 2024 quasi non ci credevo, ero felice perché mi sembrava impossibile, perché era la prima volta e mi faceva effetto. Nel 2025 ero felice, certo, ma più che altro ero consapevole. Mi avevano detto: “Vogliamo che tu vinca il Giro”. Ho sofferto, ho lavorato, mi sono preparata e l’ho vinto. C’è un abisso nel mezzo, un abisso fatto di pressione, e in pochi lo sanno. Sono una donna completamente diversa, anche se le fotografie e le immagini televisive non lo mostrano. Sono orgogliosa di me stessa». Chi conosce Longo Borghini sa che sono affermazioni rare, spesso coperte da una genuina umiltà. Questa volta no, forse anche a causa di una stagione che le ha consegnato il Giro ma non le ha risparmiato nulla. Nemmeno una sera molto triste, in Ruanda, dopo la prova su strada del Mondiale. Elisa Longo Borghini lo ammette: «Sono tornata in camera, mi sono messa sul letto e ho detto ad alta voce: “Ma chi me lo fa fare? Perché sono stata per settimane al Teide? Perchè controllo tutto ciò che mangio ed esco ad allenarmi sotto l’acqua? Perché guardo i millimetri ed i watt? Per questo? Non ha senso, meglio scendere dalla bicicletta e fare una vita normale. Finiscila qui, Elisa». Se l’è detto delusa ed arrabbiata. Poi è andata all’Europeo e la strada l’ha punita ancora. «La Tre Valli Varesine non vale un Mondiale, non vale un Europeo, ma quella vittoria mi ha restituito tutto quello in cui non credevo più. Ho ritrovato un senso a questa vita che, è vero, è da privilegiati. Pure i privilegiati, però, soffrono. Battere così Demi Vollering mi ha dato una scarica di adrenalina che è inspiegabile. Perché l’ho superata in un confronto diretto, testa a testa. Lei è fortissima, un’atleta top, una campionessa destinata a vincere moltissimo, quel giorno, tuttavia, sono stata io la più forte. Demi è arrivata seconda».
Longo Borghini ha ancora qualcosa da aggiungere e ci interrompe mentre stiamo per porre un’altra domanda: «Ho sempre più la sensazione che quasi non si possa essere pienamente felici per la propria vittoria, in quanto si ha quasi il dovere di dispiacersi pubblicamente per chi è stato sconfitto. Non mi piace per nulla questa logica: è falsa. Kopecky non era sicuramente dispiaciuta quando mi è venuta a riprendere alla Sanremo, come non lo era Wiebes. Nessuna avversaria che mi ha battuto era dispiaciuta per me e non ho mai pensato che fosse loro dovere esserlo. Non voglio compassione quando perdo. Allo stesso modo, sono felice se vinco. Non dirò mai che mi è dispiaciuto levare la maglia rosa a Marlen Reusser al Giro. Sarei ipocrita se lo dicessi. Rispetto le rivali però voglio batterle e sono felice se lo faccio. Lo sport è questa cosa qui, mette in fila gli atleti: il primo è il migliore, l’ultimo il peggiore. Perché dobbiamo girarci intorno? L’agonismo è questa cosa qui. Non corro per arrivare seconda». Nel 2026, il Giro d’Italia sarà il centro della stagione, andrà al Tour de France con l’obiettivo di arrivare alla fine e di “fare casino” e affronterà le classiche di primavera pensando al Fiandre e alla Strade Bianche, in particolare: «Sono ancora arrabbiata per la Strade Bianche del 2025: un problema fisico mi ha costretta in fondo al gruppo, sono arrivata con le ultime, distrutta. Avevo una statistica che volevo difendere: non ero mai uscita dalla top ten in questa corsa. Direi che per ristabilire la media devo fare qualcosa di importante, non credi?». Stiamo in silenzio però sembra tanto una promessa.

Al Giro, sarà l’anno del Colle delle Finestre, una salita che Elisa Longo Borghini conosce bene per averla affrontata più volte, in allenamento, mentre si trovava in ritiro a Sestriere. Crede sia una salita mitica, per lo sterrato, per le imprese che sono avvenute lì, Froome e Yates su tutti, ma non solo. «Sai, in quei giorni di allenamento mi sono chiesta spesso perché noi no. Sì, perché nelle nostre corse, nelle corse femminili, non era mai stato inserito il Finestre. Ora c’è. Si tratta di un simbolo, certo, ma i simboli sono anche sostanza». In tanti le chiedono della possibile tripletta al Giro, lei non ci pensa più di tanto: «Io l’ho vinto due volte, ora che siano le altre a portarmelo via. Non sono queste domande a mettermi pressione o timore. Non è quello che si aspettano le persone, è quello che c’è nella testa. I timori e le paure vengono da lì. Non tutto è prevedibile, non tutto è preparabile. Il nostro sport si confronta con questa incognita. I sogni e gli incubi vengono da questo fatto ineluttabile. Un esempio: se Sarah Gigante fosse stata al posto giusto nella tappa dei ventagli, il Giro l’avrebbe vinto lei ed io avrei potuto farci ben poco. Basta un nulla per mandare tutto in fumo. Eppure non resta che concentrarsi su ciò che è possibile controllare. Più sono preparata, più quel margine di incertezza si riduce. Più gli incubi si riducono».
Recentemente, a tavola, Eleonora Camilla Gasparrini ha detto ad Elisa Longo Borghini che non credeva fosse così semplice e così bello averla in squadra. Da fuori, le è sempre sembrata fredda, quasi distaccata da ogni cosa, invece no. «Molti mi definiscono donna squadra. Non sono una donna squadra. Sono una professionista che fa il suo però ho il mio carattere. Parlo poco e spesso sto in disparte, in silenzio. In UAE Adq ho ritrovato leggerezza, sono più “giocherellona”, queste ragazze hanno fatto uscire il mio lato spensierato ma continuo a pensarla allo stesso modo. Silvia Persico è una donna squadra, Brodie Chapman lo è: loro che hanno sempre la battuta giusta al momento giusto, che sanno far ridere, far sorridere. Senza donne come loro sarebbe tutto più difficile». L’anno prossimo, vestiranno la casacca di Longo Borghini anche Mavi Garcia e Pauliena Rooijakkers: la prima «solare, estroversa, rumorosa, da buona spagnola”, la seconda «molto olandese, capace di alzare di tanto il livello della squadra, sia nelle gare a tappe che nelle corse di un giorno».

Quando la notte fatica a dormire, Elisa Longo Borghini pensa spesso di prendere carta e penna e mettersi a scrivere. Rigorosamente a mano, preferibilmente senza nessuno attorno. Qualche tempo fa, ha pensato ad una lettera per la propria bicicletta. Anche le lettere, come i diari, sono segrete ed è giusto che restino così però almeno l’inizio e la fine riusciamo a farceli svelare: «Inizia con un “Cara amica mia” e si conclude con “potrò invecchiare, le mie gambe potranno diventare più deboli, ma tu ci sarai sempre perchè ci sei sempre stata”. Ed è vero: se sono felice esco in bici, se sono triste vado a pedalare, lo faccio se ho pensieri, se sono arrabbiata. Parlo alla mia bicicletta, litigo con lei. Non mi ha mai risposto però mi ha fatto capire molte cose ed io non me lo scordo».
Nelle cuffie di Elisa Longo Borghini, in questo periodo, ci confessa, soprattutto una canzone: Punching in a dream di The Naked and Famous. «Un verso dice “I don’t ever want to be here, like punching in a dream, breathing life into the nightmare”. Qualcosa del tipo: “Non ho mai voluto essere qui, come tirare pugni in un sogno, respirando la vita nell’incubo”. Mi è successo spesso». Sì, le è capitato spesso e grazie ad una bicicletta, alla sua bicicletta, è ripartita. Nella realtà. Alla faccia dei sogni e pure degli incubi. Infranti da una donna che corre in bicicletta.


Privacy Preference Center