Van Aert-Gravel

Wout van Aert ha avuto un'idea e si sa come sono le sue idee. Fanno parlare, anche perché già solo il fatto che ci sia stato il pensiero fa intuire la realizzazione. E si sa come Wout van Aert realizza le proprie idee: in grande, senza risparmiarsi, senza tenere quel poco di fiato per un'ultima pedalata che, chissà, potrebbe servire. Vogliamo dire "esagerando"? Diciamo esagerando. Del resto, sembra che anche Gianni Brera trasmettesse questa idea ai colleghi: meglio esagerare, talvolta, meglio non risparmiarsi, perché nell'esagerazione può trovarsi la bellezza. Non sempre, ma ogni tanto può servire. In fondo, il dosato, il misurato, il contato perfettamente, in certe circostanze, ha poco a che vedere con l'essere ciclisti, mestiere in cui c’è ragione, c’è grande attenzione al dettaglio, ma ancor più istinto. Nulla con l'essere Wout. Nulla con l’essere van Aert.
L'idea è il gravel. Sembra gli sia venuta vedendo in televisione il Mondiale gravel di questo autunno e un poco lo immaginiamo davanti al televisore. Sembra gli sia piaciuto, più che altro pare gli sia piaciuto, gli piaccia, il gravel. Così dopo quel pomeriggio deve essersi detto: "Perché no?". Ovvero perché non provare anche questo che al fuoriclasse belga appare, prima di tutto, come un bellissimo viaggio. Anche questo è interessante perché è interessante raccontare il ciclismo in questo modo, risalendo alle origini del pedalare, anche se corso da atleti che si contendono titoli e maglie iridate. Detto in altre parole: sulle fondamenta si può costruire come meglio si crede, ma senza fondamenta non vi è costruzione. E le fondamenta qui sono le radici dell'andare in bicicletta. Ancor più interessante, forse, è l'altra motivazione che van Aert apporta per questa scelta.
In un ciclismo in cui le pressioni sono tante, in cui si parla sempre più dell'aspetto psicologico e della tutela di questo aspetto, Wout van Aert, pensando al gravel, pensa a una possibilità in cui le pressioni siano meno, in cui lo stress sia minore rispetto agli altri traguardi annuali. Vogliamo usare la parola "divertimento"? Perché no? Così, proprio ieri, sui profili social di Wout van Aert è apparsa una storia di lui intento a sperimentare il gravel. Un lunedì, su una strada sterrata, in mezzo ai boschi, col cielo cupo di dicembre e il freddo dell'inverno.
L'abbiamo visto vincere sul Ventoux, in pianura, a cronometro, in attacchi folli troppo lontano dal traguardo, quegli attacchi che calamitano l'attenzione anche nei più caldi pomeriggi di luglio, lo vediamo abitualmente nel fango e anche lì vince e meraviglia ogni volta. Il prossimo Mondiale gravel sarà in Italia, poi in Belgio, probabilmente lui sarà presente e del risultato non diciamo nulla. Questo è il dato di fatto, poi c'è il gravel come scelta di bicicletta e di viaggio. Come scelta per un fine settimana o un inizio settimana fra la terra, la ghiaia. A prescindere dal Mondiale che verrà, Wout van Aert ha pensato a questo modo di andare in bicicletta, queste sono le fondamenta, le radici di cui parlavamo, quelle che restano oltre qualunque gara, questa è stata la sua idea, il suo viaggio, il suo modo per un altro pizzico di esagerazione. Quella che fa bene, quella che fa bellezza.
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Pello Bilbao vuole migliorare ancora

In un momento in cui il mondo del ciclismo professionistico va a caccia di talenti sempre più giovani, sempre più giovani, sempre più giovani, giù giù, facendo scouting tra gli allievi, e dove ci si domanda quanto potranno durare le carriere di corridori che in maniera sempre più precoce si affacciano ai vertici (tendenza attuale, ma non una novità assoluta), da sottolineare le parole di Pello Bilbao rilasciate giorni fa a un quotidiano spagnolo.
Il corridore basco di Guernica, classe 1990, febbraio 1990, e che dunque entrerà nel momento caldo della stagione quando avrà già compiuto 33 anni, appartiene ancora a quella categoria di corridori che, usciti con calma, cresciuti anno dopo anno, sentono di avere ancora diverse stagioni davanti, ma soprattutto afferma: «Questa è stata la mia migliore annata è vero, ma il bello per me deve ancora arrivare».
Tre vittorie in un 2022 corso col solito piglio in discesa, la sempre solida resistenza in salita, lo spunto veloce, l’usuale regolarità su ogni terreno e con doti di fondo, il magrissimo corridore della Bahrain in stagione si è permesso il lusso di battere persino Alaphilippe allo sprint. Vero, non il miglior Alaphilippe mai visto, ma pur sempre un corridore che dell’esplosività ha fatto una delle sue armi migliori - e soprattutto che arrivava da un successo solo ventiquattro ore prima. «Ai Paesi Baschi ho provato a vincere in tutti i modi quel giorno: prima in discesa, poi attaccando ai meno quattro, poi ai meno due, poi allo sprint». Ha detto che la foto di quello sprint la metterà dentro a una cornice: «una di quelle vittorie che ti segnano». Dietro lui Alaphilippe, Vlasov, Gaudu, Mas, Roglič, Vingegaard, Uran, Evenepoel. La crema al via.
Per Bilbao i cambiamenti più significativi rispetto ai primi anni in cui correva arrivano da un modo diverso di interpretare ogni corsa in quanto «Prima si cercava un picco di forma specifico durante l’anno, ora devi andare sempre forte, da febbraio a ottobre. Sotto questo aspetto trovo similitudini con il calcio, uno sport dove devi essere costantemente ai massimi livelli per tutta la stagione» e a un modo di preparati differente «ci metti molta più qualità negli allenamenti sin da subito e già tra gennaio e febbraio devi essere in forma ma capace di dosare ogni sforzo».
Sostiene, Bilbao, quanto questo tipo di approccio possa essere sfiancante per qualcuno, ma come nel suo caso sia uno stimolo ulteriore: «Non riesco a pormi nessun obiettivo specifico durante l’anno: io voglio andare forte sempre».
E infatti lo puoi trovare davanti nelle brevi corse a tappe di inizio stagione: terzo all’UAE Tour, nei dieci alla Tirreno-Adriatico, quinto ai Paesi Baschi, quarto al Tour of The Alps vincendo anche lì una tappa, regolando anche lì un francese, Bardet, nella volata del gruppetto dei migliori. Oppure nelle grandi corse a tappe: al Giro è quinto, un Giro fatto di regolarità senza picchi - come ha spiegato - e con le già citate doti di regolarità e di fondo e con quelle battute che girano tra tifosi e addetti ai lavori: «Corridore da quarta settimana».
Fino a vederlo competitivo nella seconda metà di stagione, 3° al Giro di Polonia, 2° al Giro di Germania (dove arriva, sempre in uno sprint ristretto, la sua terza vittoria in stagione), in zona decimo posto nelle ultime due corse disputate, stavolta di un giorno, Grand Prix Quebec e Grand Prix Montreal. Chiudendo 17° il ranking UCI, 8° quello di Procyclingstats, 13° quello di First Cycling. Senza dimenticare quanto sia fondamentale il suo aiuto ai compagni di squadra. Landa, spesso, ma anche Caruso al Giro del 2021, ne sanno qualcosa.
Non è un caso che nel suo 2023 abbia messo nel mirino corse differenti a confermare il suo status di corridore ai vertici e il suo modo di intendere la stagione a tutta dall’inizio alla fine: «Punto a partire forte già al Tour Down Under, alla Strade Bianche e al Giro dei Paesi Baschi con obiettivo di essere competitivo anche sulle Ardenne». Senza dimenticare che quest’anno il Tour partirà praticamente da casa sua e anzi, non appare un dettaglio di poco conto che la città di partenza si chiami esattamente come lui (Bilbao, si capisce).Pello Bilbao vuole migliorare ancora e per farlo vuole dimostrare di andare forte ovunque.


Ritorno nel fango: la "nuova casa" di Joris Nieuwenhuis

«Dopo un po' di anni ho capito che la strada non faceva più per me: stava diventando alienante. Gli impegni, i pericoli, le cadute. Il fatto per esempio di doversi preparare alla Vuelta, che dura 3 settimane, ma per farlo dovevo prepararmi per quattro settimane». Joris Nieuwenhuis si è stufato della strada ed è tornato in questa stagione a sporcarsi nel fango e per farlo è rientrato da una delle porte principali, la Baloise Trek Lions di Sven Nys.
Ha ricominciato come se quell’attività non l’avesse mai abbandonata con un 4°, un 5° e un 11° posto in Coppa del Mondo e un 4° posto al Campionato Europeo di Namur: «I giovani lo ammirano e anche noi siamo stupiti da vedere il suo livello - parole proprio di Sven Nys - e il fatto che abbia solo 26 anni non può che farci pensare che possa crescere ancora come livello. Oltretutto porta tutta la sua esperienza e le conoscenze acquisite come corridore che ha fatto diverse stagioni nel World Tour».
Stagioni nelle quali il barbuto Joris ha provato a lasciare il segno, ma non come voleva lui che sperava di trovare il suo destino scritto a caratteri cubitali nelle grandi classiche del Nord: nel 2020 è stato sul podio della Paris Tours, che resterà il miglior risultato ottenuto in carriera. Vinse il suo compagno di squadra Pedersen (Casper) in quella che all’epoca era il Team Sunweb della stagione post confinamento, squadra che volava e spesso strapazzava gli avversari (ricordate i risultati di Kragh Andersen e Hirschi per esempio?). Nieuwenhuis, che per comodità chiameremo più spesso Joris in queste righe, sempre che qualcuno non voglia persino italianizzare in Giorgio Casanova, conquistò la terza piazza battendo in volata Madouas, Barguil e Bardet. I migliori tra i francesi che quel giorno impararono a conoscerlo bene. Joris che diventava un punto di riferimento per i più quotati compagni di squadra.
«Ma sinceramente non vedevo l’ora di tornare al mio primo amore: il ciclocross». Tra 2015 e 2018 si segnalò come uno dei corridori più forti nel cross della categoria Under 23, prima di prendere la decisione, nel 2019, di varcare il confine del World Tour. Ha vinto alcune gare di Coppa del Mondo ed è stato due volte campione olandese (in una sul podio anche un’altra conoscenza della strada come Thymen Arensman, suo compagno di squadra in Sunweb e DSM) e si laureò nel 2017 anche campione del mondo - parliamo sempre di Under 23.
«Ho un programma a lunga scadenza di tre anni, e penso che come prima cosa debba riadattarmi al contesto» diceva nei giorni dell’annuncio della decisione. Detto? Fatto. Subito competitivo, Joris ha di nuovo scaldato i cuori di tanti suoi tifosi che nel ciclocross hanno sempre apprezzato il suo stile, qualcuno sentendosi persino tradito vedendogli abbandonare una prima volta la bici sul fango, attratto dall'irresistibile chiamata dell'asfalto. «Ma la strada non mi lasciava tempo per fare altro: ora invece riprenderò gli studi e potrò dedicarmi anche a delle iniziative di tipo sociale a Zalhem». La sua città natale. C’è da fidarsi o verremo di nuovo “traditi” dal talento di lingua neerlandese? La risposta è soltanto dentro di Joris, il quale però a detta del suo Team Manager, oltre a prendere il via in qualche gara Gravel, in estate continuerà a gareggiare su strada in modo da poter proseguire la sua crescita in vista del prossimo inverno «E magari puntare anche a qualche vittoria».
Intanto, mentre domani a Hulst in Coppa del Mondo tornerà in scena Mathieu van der Poel, il suo destino sarà proprio legato a quello del più famoso dei nipoti di Poulidor. Joris dopo Hulst non verrà convocato per la tappa di Anversa per via proprio della presenza di van der Poel. Questione di numeri di corridori selezionabili dalla nazionale olandese - per chi volesse approfondire le questioni regolamentari https://www.wielerflits.nl/.../joris-nieuwenhuis.../ - e al momento Joris, fuori dai primi 50 del ranking (è 52° secondo la classifica che viene stilata ogni martedì), come Mathieu, si giocherebbe un posto con il fenomeno della Alpecin. «E se c’è di mezzo van der Poel - specifica Nys - la priorità va chiaramente a lui».
È tornato nel fango Joris e ora fatecelo gustare di nuovo, magari senza intoppi o cavilli regolamentari.


Esattamente come quel bambino

Quel bambino che correva di fianco alle transenne, nella zona dei pullman delle squadre al Giro, è come se fosse ancora lì. Lì nel senso rimasto conficcato in uno spazietto della nostra mente, altrimenti come minimo sarebbe scattata una denuncia nei confronti dei genitori. Ha le ciabatte ai piedi (faceva caldo, eh), cade e si rialza ma lui vuole solo van der Poel e infatti urla "Vanderpuuul". Immaginatevelo inquadrato con una lunga carrellata.
Domenica, nella caratteristica Hulst, i bambini, questa volta olandesi e belgi, potranno fare più o meno la stessa cosa, magari con altre facce e altre cadenze. Magari non con le ciabatte ai piedi (altra denuncia in arrivo sennò) e visto il clima del nord pure con un piumino, una giacchina pesante, ma tuttavia loro saranno il contorno perché l'attesa è tutta per lui. E quindi ora la carrellata immaginatevela su van der Poel, magari con immagini risalenti al passato quasi remoto, perché, come ha detto lui: «A causa dei problemi della scorsa stagione, è come se fossi assente dal cross da due anni».
«Sto lavorando molto per risolvere i problemi alla schiena - racconta il classe '95, nipote e figlio d'arte, in conferenza stampa a tre giorni dal suo rientro nel circuito del ciclocross - perché resta la parte che mi preoccupa di più dell'inverno. Ora sto bene, lo stesso non si poteva dire dello scorso anno», quando, a causa del famoso incidente ai Giochi Olimpici di Tokyo, arrivò in inverno fatto a metà e finendo per disputare solo un paio di gare di cross, senza nemmeno prendere il via al Mondiale. Sarà infatti quella stagione senza titoli che lo porterà domenica, per la prima volta dopo quasi otto anni, a correre non con la maglia di campione di qualcosa (nazionale, europeo, mondiale), ma con quella di club.
Di recente per il corridore olandese, un intoppo, una ripartenza. Quest'anno, dopo il Giro d'Italia, un Tour appena percettibile con il ritiro (in buono stile oltretutto, arrivato dopo aver tentato la fuga da lontano con van Aert) e la ricerca della causa, per cercare di capire il perché la condizione pareva non volesse arrivare più. «Forse l'inverno difficile, i problemi alla schiena, forse le fatiche di un primo Grande Giro concluso dopo una primavera di corse a tutta e l'aver fatto un lungo ritiro subito dopo la Corsa Rosa. Forse una combinazione di tutti questi fattori». Si è cercato il sintomo, non si è mai arrivati a una verità assoluta.
Domenica a Hulst, in Olanda, Coppa del Mondo, non cercherà risposte: traspare una certa sicurezza dal suo modo di essere e comunicare: «Ho fame, amo correre e amo il ciclocross. Punto al Mondiale, ma penso di avere la forma giusta per vincere: è vero che partirò molto dietro e a Hulst non è facile rimontare essendo un percorso piuttosto veloce, ma mi sento pronto. Avete visto Pidcock? Lui ha dimostrato alla seconda gara di essere già in grado di vincere e quando rientrerà van Aert lo farà vedere anche lui». Perché dovrebbe essere diverso per uno dei più grandi crossisti di tutti i tempi?
Ha già annunciato che (lacrimuccia), il prossimo anno farà il Tour e non il Giro, perché non si sente ancora adatto a correrne di nuovo due nella stessa stagione (anche perché con la spavalderia con cui affronta le gare, minimo fonderebbe il motore) e spera di ritornare sano e senza problemi come il van der Poel di qualche stagione fa (eheh, ti piacerebbe, ma il tempo purtroppo passa per tutti).
Domenica a Hulst, mathieu van der Poel ripartirà, si rialzerà, dovesse cadere, esattamente come quel bambino che urlava il suo nome correndo lungo le transenne. Anche noi urleremo il suo nome, comodamente da casa. Sperando di non cadere a nostra volta dal divano perché iniziamo ad avere acciacchi e una certa età, e forse non ci rialzeremmo così facilmente come quel bambino. Né come, si spera, farà van der Poel.


Senza Nairo?

E pensare che oggi, 15 novembre, ci ritroviamo con Nairo Quintana a piedi: lo scalatore colombiano non ha ancora una squadra per il 2023.
Su quella bicicletta ci andrà comunque, su questo non c’è dubbio: lo fa da quando a 14 anni salì sulla sua prima mountain bike. «Più simile alla sua mano destra che a un mezzo di trasporto» la definiva suo padre, come raccontato nel libro “Colombia es Pasión" di Matt Rendell.
Quintana grazie anche a quella bici smise di perdere il bus che lo portava a scuola, e continuò ad andare in bici nonostante spesso si rivelasse un mezzo brutto, sporco e cattivo, così brutto, sporco e cattivo che a volte gli capitava di arrivare a lezione dopo essere caduto oppure completamente infangato per via della pioggia; un mezzo infame, perché la fatica ti unge di quelle sensazioni che sembrano non andare mai via e ti strappa i polpacci e te li ridà tutti malconci, ti inacidisce gli occhi di quel sudore, amaro e pungente, che quasi non ti fa più vedere.
Classe 1990, Nairo Quintana, quella classe che ha dato tanto al ciclismo, ma non quanto si credeva; quella classe che rende poetico il racconto fino a sfiorare la retorica. C’è Peter Sagan baciato dal talento più puro, dall’esplosività che ha fatto sognare e ha trascinato, che non ci sembra vero di aver visto il suo declino perché lui era uno di quelli che ti dava l’idea di essere baciato dagli Dei della bicicletta, uno di quelli che ti faceva pensare il declino non lo avrebbe mai incrociato e che avrebbe lasciato da vincente, sempre sorridente e con la battuta pronta. Invece nella sua discesa nulla di più umano.
Ci sono Bardet e Pinot appartenenti a quella classe, stereotipi francesi. Forti in salita, dominanti mai, quasi bellini ma perdenti. Interessanti, affascinanti, intellettuali, poetici, romanzati e romanzabili. E poi c’è Aru tra i ‘90 e quella parabola da sgraziato sul sellino diventata meno triste quando ha deciso di smettere col ciclismo; oppure Chaves e i suoi infortuni, Dennis e i suoi colpi di testa in bici e fuori, un po’ come quelli di Bouhanni che faceva a cazzotti in palestra e in volata e che una volta quando decise di comprarsi un orologio di lusso fu cacciato dal proprietario della gioielleria e si mise a urlare “Lei non sa chi sono io! dannazione!”. Oppure Dumoulin con il suo tira e molla che lo ha portato a smettere e riprendere, e poi a smettere definitivamente staccandosi da un mondo, quello del ciclismo, che rischia di essere un tritacarne di pressioni e di emozioni.
E quindi ci ritroviamo oggi, 15 novembre, senza Nairo Quintana in gruppo, paradossalmente uno dei più vincenti rappresentanti di quella classe ‘90, il più vincente tra gli scalatori, un mestiere che di certo non ti fa collezionare vittorie su vittorie, almeno non quanto i velocisti, i puncheur, i finisseur o compagnia che si trova a suo agio con lo spunto veloce. Nairo, grimpeur, restando in tema suffisso -eur, lo spunto lo ha sempre cercato in salita, e non sarà in gruppo (al momento, ma diffidiamo e speriamo) perché ha pesato la positività al tramadolo riscontrata al Tour (e che gli ha tolto un pesantissimo 6° posto finale) e così l’Arkea ha stracciato il contratto.
Nairo non sarà in gruppo, ma ancora in bici quello sicuramente. Lo sarà fra pochi giorni al via della sua pedalata, la “Gran Fondo Nairo Quintana”, sarà a Bogotà dove aprirà un negozio in franchising, si occuperà di alcuni investimenti immobiliari. E va bene il suo futuro ma qualcuno pensi al nostro: non siamo pronti a immaginarci un ciclismo senza Nairo con quel nome che, come racconta sua madre: «Glielo abbiamo dato per via di un grande sportivo colombiano». Anche se, scrive Señal Colombia, “Di questo famoso sportivo di nome Nairo non abbiamo trovato traccia”.
Il fascino di Nairo Quintana, detto Nairoman, inizia dalle origini e passa da quella sua bocca semi aperta, lo sguardo fisso, le tante vittorie in montagna e quelle che potevano essere e non sono state soprattutto al Tour, ma non importa perché c’è stato un tempo nemmeno troppo lontano nel quale un intero popolo si accendeva nel vederlo accelerare in salita e pure noi con loro. Un 2023 senza Nairo? Nemmeno per idea, dai.


Le vie del ciclismo sono infinite

Parlavamo di scatti al Giro 2022 qualche giorno fa raccontando l'addio al ciclismo su strada di Diego Rosa.
Scatti intesi come immagini immortalate dall'occhio di una fotocamera. Sguardi intensi e attenti. Al Giro d'Italia il nostro fotografo inviato, Daniele Molineris, nel giorno della tappa con arrivo a Lavarone si era appostato sul Menador, salita mitica per chi gira in bici da quelle parti, salita caratterizzata da clamorose viste da lasciarti senza fiato.
Dopo un breve peregrinare che caratterizza il mestiere del fotografo, trovò quello che si rivelò essere il posto giusto dove attendere il passaggio dei vari gruppi: i fuggitivi alla spicciolata - c'era pure van der Poel all'attacco quel giorno, la tappa la vinse Buitrago più giovane colombiano di sempre a vincere una tappa al Giro - e il gruppo dei migliori di classifica. Poi si spostò di qualche tornante in attesa di quello che rimaneva del gruppo che componeva la carovana del Giro.
Quel giorno vinse Buitrago, è vero, ma i nostri occhi, e soprattutto quelli della fotocamera, furono riempiti da Dries De Bondt che si fece un pezzo di strada con un ananas e scrivemmo in quelle ore di come quella scena sarebbe rimasta tra i simboli del nostro Giro Alvento. Così è stato e così lo rimarchiamo qualche mese dopo.
Il giorno dopo quella scena, De Bondt, che non è solo un ragazzo disponibile ed estroverso quando c'è da stare con i tifosi, in prima linea quando c'è da aiutare la squadra, ma è anche un corridore di livello quando c'è da portare via la fuga, la fuga la porta via verso Treviso in una tappa che pareva fatta e finita per i velocisti. A Treviso vince De Bondt, mentre il gruppo dietro sbaglia i calcoli, battendo allo sprint Affini, Cort Nielsen e Gabburo.
Nella conferenza stampa al termine della tappa De Bondt farà in tempo a raccontare la sua rinascita che parte da qualche anno prima quando a causa di un incidente al Tour de Vendée del 2014 finì in coma per quasi due settimane. «Mi esplose una gomma in discesa e venni catapultato verso il muro di una casa». Riportò due fratture alla base del cranio, ma il casco gli salvò la vita, letteralmente, evitando conseguenze peggiori. «C'era un ematoma nel cervello e ai miei i medici dissero: ci sono tre possibilità, un pieno recupero che ci pare altamente improbabile, una vita con disabilità o uno stato vegetativo».
Un mese dopo l'incidente De Bondt tornò a casa con in testa oltre che le botte un solo pensiero: riprendere ad andare in bici. Otto anni dopo quell'incidente scala il Menador con un ananas in mano il giorno prima di vincere una tappa al Giro d'Italia. Le vie del ciclismo a volte sono sorprendentemente infinite.


Il suo mondo è nel ciclocross

La vittoria conquistata nella seconda gara del Grand Prix Dohnany in Slovacchia non ha certo l'importanza statistica di un successo in Coppa del Mondo, di una prova del Superprestige o dell'affermazione al Campionato Mondiale.
Ma il sapore che dà alzare le braccia al cielo, dopo essersi sbizzarrito in mezzo ai campi del Ciclocross, ha comunque un gusto particolare, Mondiale, Coppa del Mondo, Superprestige o Grand Prix Dohnany non fa differenza, e questo Zdeněk Štybar lo sa.
Pochi giorni fa, 16 ottobre 2022, Štybar ha disputato la sua seconda gara stagionale nel Ciclocross lui che di questa disciplina è stato Campione del Mondo, che si è preso a sportellate con alcuni dei migliori interpreti della storia: accadde per esempio quando, nel 2014, vinse la sua ultima gara prima del 16 ottobre 2022, e che gara! ai mondiali di Hoogerheide, Olanda. Vinse la maglia iridata battendo un certo Sven Nys al termine di una battaglia fino all'ultimo metro. Fu la terza volta dopo Tabor 2010 e Sankt-Wendel 2011.
Štybar, nato in Repubblica Ceca, il 16 ottobre 2022 le braccia le ha alzate al traguardo della seconda prova del Grand Prix Dohnany vincendo davanti a un ragazzo belga di diciassette anni più piccolo di lui e che lo aveva battuto poche ore prima; la squadra di Ward Huybs, questo il nome del giovane belga, successivamente alla vittoria del suo corridore aveva postato sui suoi profili social una foto che ritraeva Huybs da bambino proprio di fianco a Štybar.
Di Štybar su strada conosciamo il suo profilo da corse del Nord, una vita a inseguire quel successo mai arrivato tra Paris-Roubaix, soprattutto, o Giro delle Fiandre, una carriera nella squadra più forte per quel tipo di corse, la Quick Step, in tutte le sue declinazioni, nomi e maglie; una carriera che lo vedrà il prossimo anno portare il talento e tutta la sua esperienza (saranno 37 a dicembre) nel Team Bike Exchange.
Sono stati anni difficili per Štybar, gli ultimi, con un intervento di ablazione al cuore, una condizione inseguita, una perfezione mai più raggiunta, così come il successo che su strada manca da quasi 3 anni, in un gruppo che viaggia a ritmi a tratti insostenibile anche per chi ha fatto della cadenza e della tecnica imparate tra solchi nel fango, sabbia, brughiere, punti fondamentali delle sue caratteristiche.
Ha deciso a fine stagione di rientrare con più continuità nel ciclocross con l'obiettivo, chissà, magari di chiudere il cerchio proprio a Tabor, Repubblica Ceca, nel 2024, dove si sovlgerà il Mondiale di ciclocross.
Intanto, proprio a Tabor, nello scorso fine settimana, si è corsa la terza prova stagionale di Coppa del Mondo. Vinceva Iserbyt come gli riesce spesso e volentieri soprattutto a inizio stagione, mentre Štybar chiudeva al 17° posto.
La sua non è stata una presenza banale: «Il pubblico è stato meraviglioso. Mi sosteneva come fossi al primo posto o stessi vincendo il Mondiale. Mi manca qualcosa soprattutto a livello di tecnica, ma miglioro di gara in gara. Nel periodo natalizio voglio continuare a fare cross anche in vista della stagione su strada».
Štybar è arrivato al traguardo a braccia alzate, anche stavolta, ma per un 17° posto, in mezzo a due ali che lo spingevano a suon di urla e applausi. Il pubblico di Tabor sa che il mondo di Štybar, nonostante quell'inflessione da stradista, appartiene al fango e gli restituisce indietro la sua passione.


Buone corse Diego Rosa

Al Giro d'Italia 2022 ci aveva fatto emozionare. Lo abbiamo cercato spesso, con gli obiettivi delle fotocamere per immortalare un momento, con la nostra penna per raccontarne un gesto, un'azione, per farci descrivere un'impressione, due battute, e alla fine delle tre settimane gli abbiamo riservato uno spazio all'interno della nostra rivista per raccontarne l'attitudine di un Giro corso all'attacco.
«Attacchi magari un po' senza senso, ma come quelli che piacciono a me» ha raccontato.
Oggi Diego Rosa ha annunciato il ritiro dalle corse o meglio dal ciclismo su strada perché dopo dieci anni tornerà alla sua vecchia vita quella da biker.
Lascia il ciclismo dopo aver sfiorato il successo al Giro di Lombardia del 2016, quello che segnò la prima grande classica vinta da un colombiano. Passò per primo Chaves, lui arrivò a tanto così da quella vittoria.
Lascia il ciclismo con 3 successi in carriera, il primo alla Milano-Torino del 2015, l'ultimo alla Coppi & Bartali del 2018, in mezzo il successo più bello in una tappa del giro dei Paesi Baschi, al termine di una lunghissima fuga tagliò il traguardo da solo alzando di peso la sua bicicletta.
«La fine di un capitolo non è sempre la fine di una storia» ha annunciato sul canale YouTube che ha appena aperto con l'obiettivo di raccontare quello che combinerà nelle ruote grasse.
«Il prossimo anno correrò in Mountain Bike - ha detto Diego Rosa - su strada sono stati dieci anni divertenti dove ho conosciuto un casino di persone che mi sono state vicino e mi hanno aiutato. Sono nato biker e morirò biker... ritornerò a fare quello che so fare meglio».
Noi lo vogliamo ricordare su strada con un'immagine scattata mentre era in fuga nella tappa del Blockhaus al Giro 2022.
Buone corse Diego Rosa, goditi la Mountain Bike!


Un nuovo inverno per Ferrand-Prévot

La notizia è di questi giorni. Dalla prossima stagione Pauline Ferrand-Prévot indosserà la maglia Ineos Granadiers. Interessante perché Ferrand-Prévot sarà la prima donna a firmare con Ineos per un progetto ambizioso che ha come orizzonte l'Olimpiade di Parigi 2024, ma che parte da un inverno pieno di programmi, in direzione ciclocross, con il campionato europeo di Namur e i Mondiali di Hoogerheide. Ma si parla anche della Coppa del Mondo di Mountain Bike a Valkenburg in primavera.
Quando si tratta di traguardi, tra l'altro, all'atleta francese non si possono proprio porre limiti. Sembra in grado di declinare la bicicletta come un sostantivo greco o latino, ovvero in ogni forma, in ogni specialità. Conoscendone casi, eccezioni, particolarità. Non solo ci prova, sarebbe già un bel segnale, ma ci riesce. Quest'anno si è laureata quattro volte Campionessa del Mondo in quattro diverse specialità, l'ultima volta proprio qualche giorno fa, nel gravel. Prima c'erano stati lo Short Track, il Cross Country e il titolo Marathon. Il talento nelle sue forme, una delle quali è l'esplorazione, la prova, la possibilità di divertirsi sempre più anche in quelle cose che, diventando importanti (come importante è una maglia iridata) dovrebbero diventare sempre più "pesanti", difficili.
Questo piacere si impara. Ferrand-Prévot lo ha imparato, sulla propria pelle, nel 2016 quando avvertiva il peso dell'essere chi era, dell'essere una campionessa, una di quelle atlete a cui si chiede sempre la perfezione, la vittoria, l'essere al posto giusto nel momento giusto. Senza la capacità di scindere atleta e persona: l'atleta può anche illudersi di non sbagliare mai, o quasi, la persona non può farlo. C'è la fragilità, c'è la paura, c'è l'errore. Serve un permesso: il permesso di essere come tutti gli altri, di cadere, di lasciar perdere. Quando ci si permette questa possibilità, arriva quel piacere, quell'entusiasmo, quella estrema manifestazione della bellezza del talento. La forza di Ferrand-Prévot è stata quella di concedersi questo permesso. E guardatela adesso, guardate il rapporto che ha con quella bicicletta, la stessa che per qualche tempo non poteva vedere, perché le ricordava quella finzione di infallibilità.
Per l'arrivo in Ineos, ha parlato di sperimentare materiali, possibilità, di migliorare perché vuole fare ancora di più, ha parlato della libertà di scegliere un calendario di gare, di prendere un volo per un altro luogo del mondo con la consapevolezza di questa decisione. Si è soffermata sulle presenze, sulle persone che ci sono, che puoi chiamare quando hai bisogno, senza troppe domande o remore. Le gare? Sì, le gare le vedremo e saranno un'occasione di divertimento anche per chi guarda, di chiedersi e dirsi: «Cosa ha fatto? Cosa ha fatto anche questa volta?».
In questo modo il legame con la bicicletta si è rafforzato. Una bicicletta è diventata il modo per esprimere tutti i modi di essere di una persona: forte, fortissima, incredibile, quattro volte iridata in quattro specialità diverse nella stessa stagione, ma anche fragile, mentre riscopre la goduria di due ruote e di un equilibrio straordinario, e si permette di lasciare andare tante cose. Nello stesso tempo, Ferrand-Prévot ha permesso a quella bicicletta di essere tutto ciò che poteva essere e di farlo con la stessa perfezione delle ruote che girano assieme, simili alla perfezione. Sarà un inverno da vivere.


Au Revoir Philippe

Ci viene in mente quel 24 aprile del 2011 quando Philippe Gilbert vinceva la sua prima -che poi sarà l'unica e ci è sempre parso come uno scherzo del destino - Liegi-Bastogne-Liegi, battendo i fratelli Schleck. Frank ed Andy sul traguardo, nell'ordine.
Gilbert realizzava un filotto che non era proprio robetta da nulla o da tutti gli anni: Freccia del Brabante, Amstel Gold Race, Freccia Vallone e appunto Liegi nel giro di una decina di giorni.
«Scambierei quelle tre corse per vincere una Liegi» disse alla vigilia della corsa il ragazzo di Remouchamps, pochi chilometri dalla salita simbolo della Doyenne, la decana delle classiche; il figlio della Redoute, quello che vedeva il suo nome scritto per terra su quella storica "montagna" quando ancora non era nemmeno maggiorenne tanto che quella volta a darsi battaglia erano due tipi niente male come Bartoli e Vandenbroucke.
In quel 2011 segnato dal dominio nelle Ardenne, Gilbert vinse anche Strade Bianche, Gp Quebec, San Sebastian, campionati nazionali in linea e poi a cronometro, una tappa al Tour e una alla Tirreno, salì sul podio alla Sanremo e chiuse nei 10 il Lombardia.
Ci viene in mente quella volta, un anno dopo o poco più, quando con la maglia della sua nazionale attaccò sul Cauberg, partì e se ne andò lasciando per terra schiantati i suoi avversari: divenne Campione del Mondo.
Un Campione del Mondo belga sette anni dopo Boonen; e i suoi connazionali dovranno aspettare dieci anni esatti per vincere nuovamente il titolo: un legame tra due corridori che su strada hanno mostrato caratteristiche completamente differenti, ma uno spessore simile. Tra uno che, crescendo in bicicletta, guardava ammirato le sue imprese, e l'altro che, invecchiando, non nascondeva la stima per il giovane emergente. «Non potevo sognare di avere un successore più degno di te - raccontava Gilbert in un video su Youtube fatto durante un allenamento, poco dopo la vittoria di Evenepoel a Wollongong - È stato commovente, tanto che, devo ammettere, mi sono scese le lacrime quando hai tagliato il traguardo».
Ci potrebbero venire in mente altre mille occasioni: quella Roubaix nel 2019, quasi inaspettata, lui campione perlopiù da corse vallonate, da scatto bruciante al termine di uno strappo «Ho attaccato con Politt - dirà nella conferenza stampa al termine della gara - perché è fatto come me, non fa molti calcoli: è generoso e coraggioso, lo stimo molto. Oggi meritavamo entrambi la vittoria»; si potrebbe pensare al Fiandre del 2017 vinto dopo una lunghissima fuga (un po' come quando vinse la sua seconda Omloop Het Nieuwsblaad, era il 2008, si fece cinquanta chilometri in avanscoperta) e l'arrivo in maglia tricolore con bici sollevata sul traguardo, a modo, si direbbe dei ciclocrossisti, in una di quelle giornate da racconto epico come il ciclismo spesso sa regalare senza andarsi a inventare chissà quali significati retorici dietro le azioni di un corridore. Gilbert che attacca, Boonen che corre l'ultimo Fiandre con una bici con telaio bianco e scritta in oro, Sagan, favorito e campione uscente, che cade nel finale dopo essersi impigliato a una giacca appesa su una transenna lungo l'Oude Kwaremont e rovina a terra portandosi dietro Naesen e van Avermaet e regalando così a Gilbert quel vantaggio di cui aveva certamente bisogno, in avanscoperta da troppo tempo, per completare l'opera.
Ha vinto ovunque e in ogni modo, ci sono stati dei momenti in cui pareva così dominante da farci dire: "Gilbert è il ciclismo" oppure "Gilbert può vincere a piacimento ogni corsa di un giorno a cui prende parte". È stato una sorta di van der Poel ante litteram per la capacità di sprigionare potenza con un solo scatto devastante, ma anche di infiammare il cuore dei tifosi che ovunque, pure qui in Italia (ha vinto al Giro sul traguardo di Anagni nel 2009 e si è ripetuto due volte nel 2015), lo hanno amato.
Si potrebbe pensare ancora alle cadute rovinose, alla poetica del suo modo di attaccare o stare in bici, alla sua eleganza da re Vallone come spesso è stato chiamato, amato anche dai fiamminghi. Fatto tutt'altro che scontato.
Invece ci tocca pensare che nel week end che ha visto lasciare il ciclismo a Valverde, Nibali, Nieve, Kangert, Terpstra per fare giusto qualche nome di peso, anche il suo è stato scritto per l'ultima volta nelle liste di partenza di una gara di professionisti di quello sport chiamato ciclismo. È pensare a questo ci fa male, ma passerà. Almeno si spera. Altrimenti chiuderemo gli occhi e ci immagineremo ancora una volta il suo attacco quasi prepotente sul Cauberg con la maglia della nazionale belga, il cerotto al naso e i denti di fuori per lo sforzo, mentre dietro gli avversari arrancano, sfuocati sullo sfondo.