FLANDRIEN CHALLENGE, F.A.Q.

È una sfida ciclistica in cui il mondo digitale e quello fisico si scontrano. Bisogna percorrere 59 segmenti Strava, molto ben indicati anche sulla superficie stradale, delle più famose salite e strade in pavé delle Fiandre, in massimo 72 ore. Proprio Strava, una volta iscritti al challenge, certifica il completamento dei segmenti nel lasso di tempo previsto.

Ogni ciclista che riuscirà nell'impresa entrerà a far parte della leggenda. Il suo nome sarà inciso su un cobble e guadagnerà un posto nel Wall of Fame del Centre Ronde Van Vlaanderen di Oudenaarde: il museo dedicato agli Dei del ciclismo.

Il regolamento è molto semplice: basta connettere il proprio account di Strava al sito della Flandrien Challenge e mostrare il telefono al museo una volta completati tutti e 59 i segmenti.
Attenzione però! Il museo chiude alle 18 e, per avere il proprio cobble, è necessario arrivare non più tardi delle 17!

Sul sito vengono proposti tre percorsi per chi ha tre giorni pieni, oppure 4 percorsi più corti da dividere in pomeriggio, due giornate intere e mattina seguente, per un totale comunque di 72 ore (perfetto per chi vola in aereo e ha più tempo a disposizione). Non preoccupatevi se avete accompagnatori al seguito: in mezzora di treno si arriva a Gand e in un’ora e mezza a Brugge o Bruxelles. Meglio di così!

CHE BICI USARE?
Si sta in sella tante ore sobbalzando parecchio, quindi vi consigliamo prima di tutto comodità: copertoni minimo del 28, ma anche del 30 o 32 non guastano. Esagerate pure con la cassetta pignoni: 11-34 e non ve ne pentirete affatto.

Cambio meccanico o elettronico? Se potete, assolutamente elettronico! Nei tratti in pavé è molto comodo avere la possibilità di poter cambiare semplicemente sfiorando la leva: si trema così tanto che viene difficilissimo riuscire ad impugnare bene il manubrio e fare la giusta pressione sulla leva come accade con il cambio meccanico.

ATTENZIONE ALLE DISCESE
Sui muri si va pianissimo in salita… e velocissimo in discesa. Attenzione però! Siamo in campagna e le strade sono frequentate da trattori: è un attimo trovarsene uno dietro una curva mentre si sta scendendo a tutta. Nessun rischio inutile please: i segmenti sono solo in salita, ricordatelo!

Info: cyclinginflanders.cc


FLANDRIEN CHALLENGE

SFIDA TOTALE

Ovvero completare i 59 muri iconici delle Fiandre in meno di 72 ore. Siete pronti?

FOTO Paolo Penni Martelli
TESTO Stefano Francescutti
STARRING Davide Caccia, Matteo Serone

È tardi, tardissimo. Non bastavano la fatica, i muri, il pavé e gli oltre 400 chilometri in sella, ora ci si mettono anche le lancette dell’orologio che sembrano andare il doppio. Questi belgi hanno degli orari folli per noi mediterranei: come è possibile che un bar e un museo chiudano alle 18? Dobbiamo correre, se arriviamo anche solo un minuto più tardi non riusciremo a recuperare il nostro premio. Siamo venuti fin qua per questo, abbiamo guidato per oltre 1.200 chilometri, ci siamo letteralmente demoliti in bici su e giù per le Fiandre e ora rischiamo di tornare a casa a mani vuote? Non esiste.

Giù un dente, anzi due e via a menare. Raramente ricordo di aver fatto così fatica ed essere così provato e lo sguardo dei miei compagni conferma esattamente questa mia sensazione. Mal comune mezzo gaudio, si dice. La stanchezza fa brutti scherzi, tanto che inizio anche a chiedermi se davvero verremo ripagati a dovere, se realmente entrare a far parte di una stretta cerchi di ciclisti ci farà dimenticare tutti i dolori che stiamo provando. Vesciche, mani indolenzite, irritazioni varie: ne varrà davvero la pena?
È tardi, tardissimo, giù un altro dente. Cambi regolari, siamo una squadra ora. Non c’è tempo da perdere.

Sarò passato almeno un anno da quando ho letto per la prima volta del Flandrien Challenge e mi era sembrato da subito una figata, ma ho deciso di custodire questo segreto senza svelarlo a nessuno, nemmeno in redazione. Ogni tanto andavo sul sito, me lo studiavo per bene e quando ho sentito che il momento era propizio, sono passato alla carica.
«I tizi di Cycling in Flanders hanno mappato 59 muri iconici, quelli dove passano il Giro delle Fiandre, la Gent-Wevelgem, la Omloop e le altre gare della settimana fiamminga. Hai 72 ore di tempo per percorrerli tutti: se ce la fai, ti premiano e, come dicono loro, potrai definirti a true flandrien. Ho già pensato al team, Nerone (il nostro furgone, nda) è pronto: facciamo la classica macchinata e andiamo. Che ne dici?»
Sapevo che non ci sarebbe stata altra risposta che il classico affare fatto! tanto caro al nostro editore.

Metti insieme tre amici, dagli le chiavi di un furgone e un viaggio da dodici ore, ed è subito gita del liceo. Non importa quanti capelli bianchi tu abbia, in un attimo l’età mentale si attesta tra i 14 e i 18 anni, quando non c’erano responsabilità e la tua unica preoccupazione era avere in tasca cinquemila lire per la benzina dello scooter. E così via di cazzate, risate fino alle lacrime, sacchetti di patatine sparsi in ogni dove con briciole incastrate dappertutto, rumori osceni provenienti da ogni parte del corpo e un tormentone da pronunciare in ogni circostanza, che non ci abbandonerà mai più: eh amigo, i campioni sono così!

 

Il discorso è abbastanza semplice: bisogna pedalare su 59 settori in 72 ore complessive, ovvero in tre giorni. Il giudice che certifica il challenge è Strava, ogni muro è tracciato come segmento e anche segnalato con la vernice sull'asfalto, all’inizio e alla fine, una cosa che gasa in modo esagerato. Puoi farli in qualunque ordine e seguendo qualunque filo logico, se non vuoi impazzire ci sono già tre percorsi creati ad hoc scaricabili tranquillamente dal sito. Ti viene consigliata anche la sequenza, ma ognuno è libero di cambiarla: invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Facciamo la nostra scelta davanti a un paio di pinte di Stella Artois ed è già ora di andare a dormire. Domani si inizia.

Dormire ad Oudenaarde è praticamente un must. Trentamila abitanti, arrivo del Giro delle Fiandre, luogo da dove partono e arrivano due dei tre percorsi ma soprattutto sede del Centrum Ronde van Vlaanderen: il luogo culto per ogni ciclista. C’è il museo, il Peloton cafè dove sono d’obbligo il caffè prima della partenza e la birra a fine pedalata, un negozio di gadget da cui è impossibile uscire a mani vuote, attrezzi vari per la manutenzione della bici e anche le docce, in caso ci si voglia dare una rinfrescata.

Primo giorno, si parte col botto: 190 chilometri per 2.400 metri di dislivello, la tappa più dura delle tre. Siamo fin troppo carichi e l’euforia ci fa prendere questa decisione che potrebbe sembrare folle, ma si rivelerà poi perfetta. Salutiamo la campagna fiamminga con i primi colpi di pedale, non sappiamo a cosa stiamo andando incontro e i silenzi tra di noi indicano una certa tensione che non abbiamo ben chiaro in cosa sfocerà, ma ci mettiamo poco a capirlo. Sono bastati i primi due muri per rendere tutto molto limpido: è un challenge, è una sfida con sé stessi, ma in un attimo si è trasformata in una sfida tra noi tre. Qui non c’è un pettorale da indossare, è vero, ma ogni volta che sul terreno si oltrepassa la scritta START e si inizia il segmento, le vene si chiudono e parte la bagarre. Se arrivare secondo non è una possibilità presa in considerazione, arrivare ultimo è quanto di più avvilente. Amici, amici… Amici un cazzo! è proprio il caso di dire: iniziamo a prenderci letteralmente a sberle su ogni muro, senza tregua. Senza dirlo apertamente, il tragitto tra un segmento e l’altro lo dichiariamo zona neutrale, approfittandone per riprendere fiato e scambiare qualche battuta per stemperare l’atmosfera competitiva. Stolti che non siamo altro, combattiamo tra di noi senza nemmeno immaginare quale sarà il vero nemico.

Se si gioca è giusto stabilire delle regole e creare una classifica. In questo caso è molto semplice, si scatta tutti insieme all’inizio di ogni segmento e il primo che arriva è il vincitore. Non ci sono secondi né terzi: uno vince, due perdono. È alla prima pausa di giornata che sigliamo ufficialmente questo patto e, onestamente, se ne avessimo parlato prima di partire non ci avremmo mai creduto.

Il più agguerrito è, come sempre, il Serone: competitivo sin dalla culla, con la fortuna di avere un gran motore. Se riesco a giocarmela con lui è solo perché sono molto più allenato, altrimenti non ci sarebbe storia. È uno di quelli che non ti lascia nemmeno la classica volata al cassonetto, non so se mi spiego. Fisico perfetto per questi terreni, soffre però maledettamente la carenza di cibo: più di una volta l’ho visto in crisi di fame e ho costruito il mio piano proprio su questa sua debolezza, devo sfinirlo e non dargli possibilità di nutrirsi. È così che riesco a inanellare una serie di vittorie inaspettate: quando sento che inizia a lamentarsi per la fame gli assicuro, mentendo, che da lì a poco ci fermeremo… Invece accelero e basta. Una giocata da vero fuoriclasse, d’altra parte amigo, i campioni sono così.
Quando la pendenza va in doppia cifra è invece il momento di Caccino, un peso piuma con alle spalle otto anni di vita a Tenerife e le salite al Teide come palestra. Agile e scattante, quasi imprendibile sui muri in asfalto, fa invece una fatica immane sul pavé. Sembra che non riesca a trasferire la forza, rimbalza senza quasi comandare la bici. Sono inoltre sicuro che pagherà le lunghe distanze: lo devo lasciar sfogare, fargli fare il suo gioco, io recupererò nella seconda parte di giornata dove il mio motore diesel come sempre darà il suo meglio. Quella che poteva sembrare una vacanza tra adolescenti si è trasformata in una battaglia a colpi d’orgoglio.

«Il pavé ti cuoce. Su un terreno normale la tappa di oggi sarebbe stata sicuramente dura, faticosa, stremante. Ma col pavé tutto è esasperato. Sono cotto, davvero cotto». Guardo il Serone e annuisco, mentre Caccino riesce a mala pena a proferire due parole. A fine giornata siamo letteralmente svuotati e non siamo nemmeno a metà della nostra sfida. Ci conosciamo da una vita e questo è il bello: si sotterra l’ascia di guerra, almeno per qualche ora, ed è finalmente il momento di dedicarsi al reintegro di tutte le sostanze perse. Sui muri ce la caviamo decentemente ma al bancone, senza falsa modestia, siamo davvero dei fuoriclasse. Eh amigo, i campioni sono così.

La seconda giornata è quella col trasferimento. Carichiamo le bici su Nerone e ci spostiamo ad Ypres, ad un’oretta di viaggio da Oudenaarde e raggiungibile molto comodamente anche in treno, da dove parte un loop da 75 chilometri per circa 1.000 metri di dislivello. Solo nove muri da affrontare nella zona più occidentale delle Fiandre, praticamente al confine con la Francia. Non ce lo diciamo apertamente ma siamo devastati da ieri. Facciamo fatica a stringere il manubrio a causa delle mani indolenzite a furia di pavé e anche il sedere non se la passa meglio: sappiamo bene che dobbiamo risparmiarci un po’ se vogliamo arrivare alla fine. Vinco un muro, poi è il turno del Serone e poi di Caccino. La scena si ripete ancora una volta e, di proposito ma senza esplicitarlo chiaramente, ancora una. Nove muri totali, tre a testa: un pareggio che va bene a tutti. Ci fossero stati i giornalisti avrebbero gridato allo scandalo. Consapevoli di questa sorta di gemellaggio decidiamo di festeggiare offrendo ognuno un giro di birra agli altri sfidanti. Un gesto di sportività talmente bello che anche Penni decide di mettere da parte la macchina fotografica per aggregarsi. Che ve lo dico a fare: eh amigo, i campioni sono così.

Oudenaarde mi è sempre piaciuta: né troppo piccola né troppo grande, sulle rive della Schelda, da dove parte una pista ciclabile bellissima che ti porta in trenta chilometri fino a quel gioiello di Gand. Se ne parla stanchissimi passeggiando per la piazza centrale prima di ritirarci nelle nostre stanze. L’appuntamento è per domattina, l’ultimo giorno, quello che decreterà il vincitore.

«Nulla è ancora deciso, mancano venticinque muri che potrebbero confermare o ribaltare completamente la situazione.» Per un attimo mi trasformo in Alessandro Broghese, con la differenza che, invece di quattro ristoranti, abbiamo 142 chilometri per 2.200 metri di dislivello davanti a noi. Non è la più lunga, ma è la tappa regina: Kwaremont, Koppenberg, Paterberg... Ci siamo capiti insomma. Oggi siamo gli attori di quel film di cui andiamo pazzi e anche se l’abbiamo visto decine di volte, quando capita, non riusciamo a skipparlo. Il percorso è un groviglio incredibile di strade, impossibile da tracciare autonomamente, tostissimo: un su e giù senza tregua dove, per darvi l’idea, il punto più lontano da Oudenaarde è a soli dieci chilometri di distanza. Provo ad utilizzare le mie solite tattiche ma dopo una decina di muri inizio ad essere veramente cotto. Non voglio far trasparire nulla, scruto il Serone e Caccino che sembrano non passarsela meglio. Ciò nonostante, continuiamo a sfidarci, dando fondo alle forze residue. So di essere in leggero vantaggio e so anche che da un momento all’altro potrei saltare. Arranco, perdo un paio di muri, ma sono sicuro che questo sforzo a loro sta costando parecchio. Beviamo un sorso, mangiamo l’ennesima banana, facciamo pipì in fila dietro a un albero proprio come in terza superiore. Mancano solo una decina di muri, ci giochiamo tutto in un paio d’orette.


«Cazzo è tardissimo! Se non arriviamo al Centrum Ronde van Vlaanderen entro le cinque e mezza è come se non avessimo fatto nulla. Tutto ‘sto sforzo per niente!».
Panico, imprecazioni, sconforto. Che si fa? Un minuto di silenzio, ma sono bastati uno sguardo e una risata per metterci d’accordo e farci sentire davvero stupidi. «Tre giorni a sfidarci, mentre erano i muri a sfidare tutti noi».
Giù un dente, anzi due e via a menare. È tardi, tardissimo, giù un altro dente. Cambi regolari, siamo una squadra ora. Non c’è tempo da perdere.

Ce l’abbiamo fatta. Ne è valsa la pena. Ecco i nostri nomi scolpiti all’interno del Centrum Ronde van Vlaanderen. E pare che siamo anche i primi italiani.
Eh amigo, i campioni sono così.

Servizio pubblicato su Alvento 22 di agosto 2022


FLANDRIEN CHALLENGE, SFIDA TOTALE

Prendete tre amici, appassionati di ciclismo, dategli un furgone nero, anzi, Nerone! Macinate 1.200 chilometri per raggiungere con brio le Fiandre, il tempio del ciclismo, e condite il tutto con delle barzellette anni ’80, qualche puzzetta e un sacco di risate. Aprite uno Strava fresco fresco e preparatevi a fare il pieno di muri… Ops, segmenti.
Annaffiate il tutto con dell’ottima blanche e ovviamente patatine fritte a volontà. Questa è la ricetta per la felicità, questa è The Flandrien Challenge…
Amigo, i campioni sono così!

Intervista: Claudio Ruatti
Ospiti: Davide Caccia, Stefano Francescutti, Matteo Serone
Sound design: Brand&Soda


IL TOUR A CASA ZILIOLI

Italo Zilioli è stato una delle figure più intriganti, misteriose e persino divertenti del ciclismo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, gli anni del passaggio dall’epoca eroica alla contemporaneità, tra Coppi e Merckx. Lo scorso luglio siamo andati a trovarlo per farci raccontare la sua storia, dagli esordi in bicicletta alla forte amicizia che ancora lo lega ad Eddy Merckx. Una chiacchierata a 360°, nel salotto di casa sua, prima di accendere la televisione e guardare assieme la tappa dell’Alpe d’Huez (di cui potete leggere sul numero 22 di Alvento).

Intervista: Filippo Cauz e Gino Cervi
Sound design: Brand&Soda


A base di Champagne

“Champagne per brindare a un incontro”, cantava Peppino di Capri. Nonostante l’allontanamento dalle capitali di questo nettare, toccate ieri, le bollicine non abbandonano la corsa, la costeggiano, come le vigne. Oggi si è festeggiato un tipo particolare di incontro, quello della Grand Boucle al femminile con i percorsi non asfaltati dei chamin de celles.
Si fa presto a dire sterrato ma, se si guarda bene, lo si può vedere con molti occhi diversi: chiedessimo a Mavi Garcia cosa sia, lo sterrato, risponderebbe che è qualcosa di simile a una condanna, una maledizione: in quattro tratti in tutto, Mavi, è riuscita a forare due volte, a essere coinvolta in due bizzarri incidenti – uno con una compagna di squadra più uno con la sua stessa ammiraglia che l’ha portata a terra. Tanta polvere mangiata e un minuto e trentuno secondi lasciati sul terreno gibboso: non ci si possono certo aspettare parole positive.
La musica cambierebbe assolutamente chiedendo cosa significhi sterrato a Marlen Reusser, vincitrice di giornata: le è riuscito, infatti, in una giornata così impestata per tante sue colleghe, di scattare a più di venti chilometri dal traguardo per arrivarci da sola e festante. Sabbia, polvere e pietre più o meno taglienti le devono essere sembrate qualcosa di molto simile alla buona ventura. Deve essersi divertita quasi quanto il pubblico sulla strada, la gente numerosissima che popolava i viottoli in mezzo ai campi. Anche per loro lo sterrato oggi deve aver assunto la forma della felicità, come per i bambini urlanti, le famiglie che banchettavano, gli agricoltori impegnati a decorare i campi con grandi coreografie, oppure come per il tifoso travestito da Babbo Natale che per una volta, invece di distribuire i regali, li aspettava dalle ragazze in corsa e li ha ricevuti, in questo strano Natale di fine luglio che è il Tour de Femmes.
Porsi questa domanda, però, significa spingersi ancora oltre, e chiedere anche a Elisa Longo Borghini cosa significhi sterrato: lei direbbe che è lavoro di squadra ben riuscito, quello che le ha permesso di concludere con le migliori nonostante una foratura, grazie al provvidenziale passaggio di bicicletta effettuato da Elisa Balsamo; aggiungerebbe anche che questi tratti così sconnessi, benedetti, maledetti, fondali di immagini indelebili, sono semplicemente “fighi!”. Non c’è niente da aggiungere, solo da concentrarsi sui festeggiamenti, naturalmente, a base di champagne.


Quando Nibali andò all'inferno

Il cielo è pioggia, la strada è un sentiero, i corridori procedono in fila indiana. E’ una processione dolorosa.
Grande pubblico, due ali di folla che accompagnano i corridori, il popolo del ciclismo incoraggia tutti, dal primo all’ultimo, soprattutto gli ultimi.

Nella sporca dozzina di corridori in testa alla corsa, infangati, c’è anche la maglia gialla del leader della classifica generale. E’ Vincenzo Nibali.
Vincenzo stringe i denti, assottiglia le labbra, affila il naso, riduce gli occhi a due fessure. E allunga. Mancano 10 chilometri al traguardo. Ora, si dice, o mai più.

E’ il 9 luglio 2014. E’ il Tour de France. Ed è la quinta tappa: da Ypres ad Arenberg, in programma 155,5 chilometri con nove tratti di pavè, ma due tratti – quelli di Orchies e Mons-en-Pévèle – vengono subito condonati per le proibitive condizioni del tempo e della strada, è una giornata invernale in piena estate, e i chilometri sono d’autorità ridotti a 152.

Al ritrovo di partenza, a Ypres, in Belgio, e in Belgio il cielo sembra sempre più basso che altrove, bandiere gialle con il leone delle Fiandre che sventolano fra gli ombrelli, davanti alla Lakenhalle, il mercato dei tessuti, capolavoro dell’architettura gotica. L’atmosfera è tesa: quella di oggi è la temutissima tappa del pavé, una parte del percorso comprende le pietre della Parigi-Roubaix, “l’inferno del Nord”. In una giornata asciutta, questa corsa è polvere; in una giornata bagnata, è fango; in una giornata di ciclismo, è – sempre e comunque – guerra. Cento anni prima, proprio qui, si combatteva la Grande Guerra: il dipartimento del Nord era stato il teatro di stragi immani sul fronte franco-tedesco, e la Parigi-Roubaix veniva considerata il suo equivalente ciclistico, una lotta per la sopravvivenza, da cui bisognava sentirsi fortunati a uscirne illesi. E un po’ così, lotta per la sopravvivenza, cento anni dopo, la Parigi-Roubaix continua a esserla. I corridori dicono: portare la bici al traguardo.

Nibali guida la classifica del Tour de France già dal secondo giorno. Ha vinto, a sorpresa, sorprendendo anche sé stesso, la York-Sheffield, la seconda tappa interamente corsa in territorio inglese, sotto la pioggia: uno scatto nel finale aveva sorpreso gli avversari, forse timorosi, forse infreddoliti, forse impreparati a rispondere a quella che sembrava soltanto una provocazione. Si dice che la maglia gialla, così come la maglia rosa, sia importante indossarla l’ultimo giorno, non il primo e neanche il secondo. Ma Vincenzo pensa che sia importante indossarla, prima o poi, meglio poi che prima, ma anche meglio prima che mai. Perché la maglia gialla è onore, è orgoglio, è privilegio, e fa la storia.

Alla firma del foglio di partenza da Ypres gli avversari di Nibali – il campione uscente britannico Chris Froome, con i suoi compagni l’australiano Richie Porte e il gallese Geraint Thomas, e poi gli spagnoli Alberto Contador, Alejandro Valverde e Purito Rodriguez, lo statunitense Tejay Van Garderen… – lo guardano, lo osservano, lo scrutano. C’è elettricità, c’è timore, c’è attesa. La pioggia spoglia, rivela, mette a nudo, a rischio, anche se i corridori indossano le mantelline per proteggersi dalla pioggia, e sotto le mantelline hanno giubbetti impermeabili per non patire il freddo. Più a loro agio sembrano gli specialisti delle classiche del Nord, abituati al freddo e al pavé, e più muscolosi, più pesanti: lo slovacco Peter Sagan, lo svizzero Fabian Cancellara, l’olandese Niki Terpstra…

Al raduno di partenza ci sono, come sempre, anche i campioni di ieri a onorare quelli di oggi: il belga Eddy Merckx, è lui che ha la bandierina a scacchi in mano, perché è lui che darà il via, poi i francesi Bernard Hinault, Bernard Thevenet e Gilbert Duclos-Lassalle, il più amato è il loro vecchio connazionale Raymond “Poupou” Poulidor, che indossa una camicia gialla (lui, che la maglia gialla, in 14 Tour de France, non è mai riuscito a indossarla neppure per un solo giorno), e “Poupou” firma autografi e si concede per i “selfie” dei suoi tifosi. E c’è anche Filippo, il re del Belgio.

Dieci minuti prima del via una campanella ordina ai corridori e al pubblico di abbandonare il villaggio e di portarsi alla partenza. Pronti, via, il via ufficioso alle 13.48 dal cuore della città medievale. Davanti, i leader delle classifiche (la maglia gialla Nibali, la maglia verde Sagan, la maglia a pois Cyril Lemoine, francese, e la maglia bianca Romain Bardet, francese), protetti fino all’ultimo istante dagli ombrelli delle miss. Dietro, tutti gli altri, confusi, uniti, silenziosi. In tutto, 194 dei 198 che hanno cominciato il Tour quattro giorni prima. I corridori pedalano ordinatamente dietro l’ammiraglia di Prudhomme. Il via ufficiale dopo una passerella di tre chilometri e mezzo per le vie della città, alle 13.57, dal cimitero militare. Qui il silenzio si fa ancora più pesante, e consapevole.

Poi, ed è una fortuna, la corsa. Chilometro zero. Striscione. L’andatura è subito forte, si va a più di 50 all’ora. Per spezzare l’attesa, per combattere il freddo, forse anche i timori, se non la paura.

Il Tour de France è la più importante e imponente corsa per i professionisti del ciclismo. Nacque nel 1903, sei anni prima del Giro d’Italia. Consisteva in sei tappe, per un totale di 2428 chilometri. Si iscrissero in 80, partirono in 59, arrivarono in 21. Vinse Maurice Garin, uno spazzacamino valdostano, che però era emigrato in Francia per trovare lavoro e, trovato il lavoro, come per ringraziamento, aveva scelto la cittadinanza francese. Garin era un faticatore inesauribile: in quel primo Tour staccò il secondo, il francese Lucien Pothier, di quasi tre ore, e il terzo, anche lui francese, Fernand Augereau, di quasi quattro ore e mezza.

Garin – un’aria più vecchia dell’età, i capelli corti e i baffi a manubrio, e un’altezza, 1,62, ideale per intrufolarsi nei camini ma anche per scalare le montagne o superare, ma sotto, i passaggi a livello chiusi – era una stella: nella prima Parigi-Roubaix della storia, nel 1896, era arrivato terzo, poi aveva vinto quelle del 1897 e 1898. E in quei giorni ottocenteschi era ancora italiano! Invece, nel secondo Tour, Garin venne squalificato perché durante la corsa aveva preso il treno… Dalla vittoria di Garin a oggi sono passati 111 anni, e il Tour si è fermato solo per le guerre: dal 1915 al 1918 per la Prima guerra mondiale, dal 1940 al 1946 per la Seconda. Poi si è sempre ingigantito, per fama, gloria, prestigio, anche soldi. Finora, cinque corridori italiani hanno conquistato otto volte il Tour de France: Ottavio Bottecchia nel 1924 e 1925, Gino Bartali nel 1938 e 1948, Fausto Coppi nel 1949 e 1952, Felice Gimondi nel 1965 e Marco Pantani nel 1998.

Dopo la vittoria di Pantani, è cominciata l’era di Lance Armstrong. Il texano ha scritto la storia: sette vittorie consecutive. Ma quando si è scoperto che, per vincere, lui e la sua squadra si erano dopati, le sette vittorie gli sono state cancellate. E pensare che Nibali credeva in Armstrong e nella sua favola: da un letto d’ospedale, operato di cancro al cervello, al podio sui Campi Elisi, padrone del mondo, almeno di quello che va a pedali.

Intanto il gruppo si è allungato. E poi già spezzato. Pozzanghere, rotaie, spartitraffico. Nibali – dorsale 41 – sa che deve concentrarsi soltanto sulla corsa, sgombrare la mente da pensieri e preoccupazioni, liberare il corpo da emozioni e timori. “Qui, oggi, non ci si può distrarre neppure per un solo istante”, ha detto il direttore sportivo Beppe Martinelli, nella riunione del mattino, sul pullman, prima della partenza. “Qui, oggi, ci giochiamo il Tour de France”, ha ripetuto Martinelli, cercando di cogliere lo sguardo dei suoi corridori e penetrare, se non nella loro anima, almeno nella loro testa. Non sono quei 2 secondi di vantaggio di Nibali sui suoi diretti avversari, ma sono quei 13 chilometri di pavé che li separano dal traguardo, e che sono rischiosi, crudeli, infidi, perfino fatali. “Qui, oggi, scriviamo la storia”, ha esclamato Martinelli alzandosi in piedi e chiudendo la riunione, convinto che la storia si faccia anche a forza di pedali.

Il primo ad attaccare è un francese, Samuel Dumoulin. “Occhio!”, urla Martinelli nella radiolina, “la miccia è già stata accesa, la corsa sta per esplodere”. E la pioggia, invece che spegnere gli spiriti, li incendia.

Nibali è circondato dai suoi compagni dell’Astana. C’è il bergamasco Alessandro Vanotti, il suo compagno di camera, magro e saggio. C’è l’olandese Lieuwe Westra, uno specialista nelle corse del Nord. C’è il danese Jakob Fuglsang, fin troppo bello per fare il corridore, che potrebbe fare il capitano, ma in un’altra squadra, e che qui a Nibali ha giurato fedeltà. C’è Tanel Kangert, un estone con la faccia pulita da ragazzino. C’è Andriy Grivko, un ucraino che abita in Toscana. Ci sono i kazaki Maxin Iglinskiy e Dmitriy Gruzdev, impenetrabili. E c’è anche Michele Scarponi, un marchigiano smilzo, allegro, scatenato, soprannominato “l’aquila di Filottrano” perché in salita va forte, qualche volta addirittura… vola. E “Scarpa”, come sempre, cerca di sdrammatizzare: “Ragazzi, ricordiamoci bene questi posti, ché l’anno prossimo veniamo a passarci le vacanze con la famiglia”.

Il secondo ad attaccare è un estone, Rein Taaramae. “Tira vento di guerra”, pensa Nibali. “Dentro!”, ordina Martinelli nella radiolina. Sembra che il comando di Martinelli sia stato ascoltato da tutti i corridori, non solo quelli della sua Astana. Infatti, nella scia di Taaramae, che ha già raggiunto Dumoulin, si lanciano i tedeschi Tony Martin e Marcus Burghardt, il colombiano Janier Acevedo, il francese Tony Gallopin, gli australiani Simon Clarke e Matt Hayman, e poi anche Westra, il compagno di Nibali. Totale: nove uomini in fuga. “E bravo il nostro olandese volante”, commenta Martinelli nella radiolina. Aggiunge: “Tu, Westra, davanti, dai cambi regolari”, “E gli altri, dietro, a ruota, ma sempre in testa al gruppo”. Ricorda: “Tutti per Nibali”. E conclude: “Oggi è vietato addormentarsi in corsa”.

Nibali studia le facce dei suoi avversari. Nel ciclismo le facce non simulano, non fingono, non nascondono: è anche per questo che la maggiore parte dei corridori usa gli occhiali scuri anche in giornate buie. Nibali studia le facce a cominciare da quella di Froome: “Oggi mi sembra ancora più magro, più bianco, più teso, perfino più sgraziato del solito”, pensa Nibali. E conclude: “Su queste strade è a disagio, in difficoltà”. Froome era caduto nella seconda tappa, porta i segni delle ferite e delle medicazioni su gomito e ginocchio, le cadute creano dubbi e certi dubbi sono difficili da nascondere o cancellare. Froome è un corridore misterioso: nato in Kenya, da ragazzo era l’unico bianco in una squadra, anzi, in un gruppo di neri. Al primo Tour de France lottava fra gli ultimi per arrivare entro il tempo massimo, e c’è stato un Giro d’Italia in cui è stato squalificato per essersi fatto trainare da una macchina, poi invece è diventato fortissimo, quasi invincibile: secondo al Tour del 2012, primo in quello del 2013.

Poi Nibali valuta Contador: “In salita è sicuro, spavaldo, spettacolare, un ballerino acrobatico, invece sotto la pioggia sembra paralizzato”. E commenta: “Anche per lui oggi sarà una giornataccia”. Contador è un fuoriclasse: ha già vinto tre Tour de France, due Giri d’Italia e due Vuelta di Spagna, anche se un Tour e un Giro gli sono stati revocati perché risultato positivo a un controllo antidoping. Lui si è difeso sostenendo di avere mangiato bistecche contaminate da farmaci, a sua insaputa.

Intanto il gruppetto dei nove fuggitivi perde i pezzi. Il primo è Acevedo: cade, si ferisce, viene ripreso. Nibali pensa: “Per lui sarà dura arrivare al traguardo”. Il secondo è Burghardt: la sua squadra lo richiama in gruppo perché ha deciso che è meglio che aiuti i suoi capitani Van Garderen e il belga Greg Van Avermaet stando accanto a loro, non davanti a loro. “Invece tu, Westra, rimani davanti, così dietro non dobbiamo tirare”, sentenzia Martinelli.

Bene così – pensa Nibali -, la fuga va”. E per un attimo disobbedisce al comandamento di tenere alta la concentrazione. La bicicletta è una macchina del tempo e della memoria: chi ha detto che pedalare aiuta a ruminare i pensieri?

Nibali ricorda quella volta, la prima volta, la prima corsa: a Sant’Antonino vicino a Barcellona Pozzo di Gotto, dalle parti di Milazzo. “Un circuito da ripetere più volte. La maglia con la scritta Vivai Pietrafitta. La bici Vetta. L’obbligo di rimanere in gruppo il più possibile. Poi quel tizio che scatta, io che lo inseguo, fino all’ultimo giro, quel tizio sempre più imbufalito, io sempre più incollato alla sua ruota, lo sprint, quel tizio primo e io secondo, ma tutti che festeggiano me come se avessi vinto io e non lui. E mio padre che mi confida che il signor Pietrafitta era così emozionato che si è fumato un intero pacchetto di sigarette”.

Attenzione: Froome è caduto”. E’ il km 29. Nibali viene avvertito da Martinelli, via radio, attraverso gli auricolari. Froome si rialza, è aspettato da quattro compagni di squadra della Sky, che lo aiutano a rientrare in gruppo. Ha una faccia grigia, grigia come la pioggia, come la strada, come il cielo.

Froome sta rientrando”, avverte Martinelli, che sull’ammiraglia siede nel posto del navigatore. Martinelli dice: “Ma si vede che ha una paura boia”. E incita: “Dacci dentro, Vincenzo”.

Vincenzo ci dà dentro. Quando un avversario cade o fora, una volta se ne approfittava per attaccare, invece adesso si è combattuti fra l’istinto dell’attacco e la ragione di attenderlo, senza infierire. Lo chiamano “fair play”, ma tutti sanno che è un concetto vago: dipende da dove succede, da quando succede, da a chi succede.

Si continua a pedalare a 50 all’ora. Si continua anche a cadere, e i tratti in pavé non sono ancora cominciati. E continua anche la fuga dei sette, che però diventano sei, cinque, quattro: Gallopin, Clarke, Hayman e Westra. “Bravo il nostro olandesone”, lo incita Martinelli. Così, dietro, Nibali può sempre risparmiare fiato, sostenuto da un altro compagno, Fuglsang.

La prima ora vola via: 49,2 chilometri. “Siamo matti, siamo tutti matti”, commenta Nibali. “Se non fossimo tutti matti, non avremmo fatto i corridori”, spiega Vanotti. “E matto sarà lo scacco che oggi molliamo agli altri”, profetizza Scarponi.

E’ una gara a selezione naturale. Alexander Kristoff, norvegese, cambia la bici. André Greipel, tedesco, soprannominato “il Gorilla”, cade. Cade anche Arnaud Démare, il campione di Francia. Cade anche il tedesco Marcel Kittel. Si rialzano, tornano in bici, ricominciano a pedalare, ma staccati. Il gruppo perde i pezzi, si sgretola, si sbriciola.

La corsa diventa un martirio, il percorso un calvario.

Altre cadute. A terra anche Tejay Van Garderen e Valverde. E mancano ancora 70 chilometri all’arrivo.

Al km 60 la fuga ha più di tre minuti di vantaggio. Sarà il massimo vantaggio della giornata.

Froome è caduto un’altra volta”, esplode Martinelli alla ricetrasmittente in ammiraglia. “Incredibile”, si lascia sfuggire il direttore sportivo, incollato a radio-corsa e al minischermo televisivo. E’ il km 85. “Stavolta non si rialza… cioè, si rialza, ma non risale in bici… si avvicina all’ammiraglia… stanno parlando… il meccanico gli prende la bici e lui sale in macchina… Froome si è ritirato”.

Il vantaggio dei fuggitivi è già sceso a due minuti e mezzo.

Nibali non ha pensieri, se non quello di lottare, di sopravvivere, di lottare per sopravvivere. Pedala, pedala, pedala. Pedala, e ogni tanto bevi. Pedala, e ogni tanto mangia. Pedala, e ogni tanto pulisci gli occhiali. Pedala, e non perdere mai di vista la strada. Pedala, e cerca sempre la migliore traiettoria. Pedala, e scegli sempre la migliore ruota. Pedala, e pedala sempre come se tu fossi una parte della bicicletta, il motore, ma anche l’anima, o come se la bicicletta fosse una parte di te, le gambe, oppure le ali. Pedala, e senti quello che ti dice il corpo. Pedala, e ascolta se il pedalare non è una musica, un ritmo, un’andatura, un’armonia, una canzone. Pedala, Enzino, pedala e basta.

Sta per arrivare il primo tratto di pavé. Temutissimo. E’ quello del Carrefour de l’Arbre, l’incrocio dell’albero. Il punto decisivo della corsa potrebbe essere proprio questo: è un falsopiano, leggermente in salita, 2100 metri di pietre irregolari e, stavolta, scivolosissime. E’ uno dei punti storici e simbolici della Parigi-Roubaix. Nibali è concentratissimo: suo padre gli ha raccontato, fino alla noia, di quando Francesco Moser si era lanciato verso il primo settore di pavé con tanto impeto da volare a terra non appena la sua ruota aveva toccato le pietre bagnate. Poi, però, si era rialzato ed era andato a vincere.

Comincia la pietraia. Le bici sobbalzano, le ruote rimbalzano, i corridori vibrano. Le pietre sono sconnesse come sulle strade consolari degli antichi romani. I corridori sembrano, forse sono gladiatori. “E’ la prima volta che la faccio in vita mia”, pensa Nibali, quasi impaurito di ammetterlo perfino a sé stesso. “Però”, cerca di incoraggiarsi, “non è poi così diverso dalle strade dove andavo da piccolo”. Strade bianche, sterrate, piene di buche e di sassi, dove era indispensabile fare acrobazie per rimanere in sella. “Finora il pavé l’ho visto sui libri o alla tv, ma da vicino, sopra, addosso, è tutt’un’altra cosa”. La terra trema, la bici trema, tremano anche i corridori. E le borracce schizzano acqua o saltano per aria e ricadono sulle pietre. E fra gli spettatori c’è perfino qualche ragazzino che, sfidando bici e moto, cerca di conquistare le borracce come un trofeo.

L’”ardoisier” – è l’addetto a segnalare i distacchi, seduto dietro un motociclista – mostra la lavagna: adesso fra fuggitivi e inseguitori ci sono due minuti.

Anche la seconda ora è volata via: la media è scesa a 47,8 chilometri orari, ma rimane altissima. Una velocità folle, se si pensa alle condizioni in cui si corre. Davanti ci sono i verdi della Cannondale, la squadra di Sagan, che vuole vincere la tappa. E il gruppo si spezza in due parti: davanti Nibali, Sagan, Contador, Bardet, Lemoine e il portoghese Alberto Rui Costa, dietro Kwiatkowski, Talansky, il francese Pierre Rolland, il lussemburghese Frank Schleck… E Valverde rientra nella prima metà del gruppo. “E’ un cagnaccio”, commenta Nibali.

Comincia il conto alla rovescia. Manca una cinquantina di chilometri all’arrivo. E comincia il secondo tratto di pavé, quello di Pont-Thibault, 1400 metri. Nibali svirgola, derapa, rischia di cadere, ma rimane fra i primi del gruppo, invece Contador e Valverde sono a disagio, tirano i freni, arretrano nella seconda parte del gruppo. Cade Andrew Talansky, americano, un altro dei favoriti al Tour dopo avere conquistato il Giro del Delfinato.

Contador e Valverde sono rimasti indietro”, conferma Martinelli.

Nibali cerca di ricordare quello che ha imparato studiando le imprese di Moser: “Non stringere troppo il manubrio, non affondare troppo le pedalate, non perdere mai di vista la strada”. Nibali cerca di fare quello che ha ascoltato dai racconti di Franco Ballerini: “Trovare quel ritmo, e quella armonia, e infine quella velocità, per poter galleggiare sulle pietre”. Nibali cerca anche di ritrovare quelle emozioni, e soprattutto quella voglia, e quella felicità, di quando andava per i sentieri, da piccolo, in Sicilia, su una mountain bike. E di quando tornava a casa, la sera, sporco e sudato, magari anche con le ginocchia e i gomiti sbucciati per una caduta, e la mamma Giovanna alzava gli occhi al cielo e sospirava, e il papà Salvatore corrugava la fronte e minacciava di segargli la bici.

Segargli la bici? Un giorno il papà Salvatore gliela segò veramente. Vincenzo aveva dieci anni quando portò a casa la pagella del primo quadrimestre, su cui era scritto: “Il ragazzo litiga violentemente con i compagni di scuola all’uscita di classe”. Salvatore – che gli amici avevano soprannominato “il Lupo” per il suo spirito anticonformista – annunciò: “Adesso ti sistemo io”. Vincenzo pensava a un castigo, come non uscire di casa, e temeva una pena, come una sberla o una cinghiata, ma il papà Salvatore aveva deciso per qualcosa di peggio. Vincenzo seguì il papà in cantina, e quando il papà aprì l’armadietto degli attrezzi e prese una sega di metallo, Vincenzo capì. Il papà Salvatore avrebbe segato la bici. Dicendo: “E noi che lavoriamo per farti studiare… Adesso ti faccio vedere io…”.

L’”ardoisier” espone la lavagna: 1’18” tra fuggitivi e gruppo maglia gialla, 30” tra gruppo maglia gialla e Contador.

Alé, alé, alé. Lo ripete Martinelli, lo dice con gli occhi Fuglsang, se lo dice anche Nibali. E’ il momento di fare la differenza. Ha 54” di distacco dai fuggitivi, ma 20” di vantaggio su Bardet e Van Garderen, e 45” su Contador. Alé, alé, alé.

Davanti Taaramae cede, e rimangono in sei: Dumoulin, Westra, Martin, Gallopin, Clarke e Hayman. Dietro cadono il belga Jurgen Van den Broeck e l’americano Talansky. E dal gruppo di Nibali evadono l’olandese Lars Boom e il belga Sep Vanmarcke. “Quei due vanno come il vento”, pensa Nibali.

Ai meno 34 all’arrivo, Martinelli ordina a Westra di rallentare e aspettare Nibali. Westra si mette subito a tirare. Ai meno 30 Boom e Vanmarcke sono ripresi, ai meno 26 si esaurisce la fuga, e il gruppo, davanti, è composto da 18 corridori. Contador ha più di un minuto di ritardo. Ai meno 17 davanti sono rimasti 12 uomini, che stanno per affrontare il penultimo tratto di pavé, quello da Wandignies-Hamage a Hornaing, 3700 metri che non finiscono mai. Westra insiste. Quando un corridore va forte, fortissimo, si dice che vada come una moto. Nibali lo vede proprio così: trasformato in una moto. E Westra fa selezione: attaccati alla sua ruota rimangono soltanto Nibali, Fuglsang, Boom, il belga Jens Keukeleire, Cancellara, Lemoine e Sagan.

I corridori hanno maschere di fango.

Meno 10 all’arrivo, ed è qui che Nibali si dice: “Enzino, ora o mai più”.

E’ asfalto. Nibali allunga. Gli tengono dietro solo Fuglsang e Boom. Gli altri mollano: spenti, sfiniti, esauriti, anche chi – come Sagan e Cancellara – non aspettava altro che queste pietre per primeggiare, e questo tempaccio per decollare.

Dai, Enzino”. Sei chilometri e mezzo di strada, e l’ultimo tratto in pavé, da Hélesnes a Wallers, 1600 metri. Boom accelera, veleggia, si allontana. Nibali e Fuglsang lo seguono, non lo inseguono.

Dai, Enzino”. Boom ha qualche secondo di vantaggio, alza le braccia al cielo, e vince: “Bravo”, pensa Nibali. Fuglsang secondo a 19”: “Bravissimo”, gli dice Nibali. Terzo Nibali, dietro a Fuglsang: “E adesso aspettiamo gli altri”. Avvolto da una coperta, rimane sul traguardo. Quarto Sagan a più di un minuto, poi Cancellara. Un altro italiano, Matteo Trentin, a 1’21”. Il tempo passa. Il tempo è dalla parte di Nibali. Arriva un gruppetto di fantasmi: c’è Tony Martin, c’è Gallopin. Sono trascorsi più di due minuti. I secondi scorrono, inesorabili. Ecco finalmente anche Contador: a 2’25”.

Interviste al volo, fra palco tv e zona mista. Boom: “La corsa più bella della mia vita”. Nibali: “Bisogna rimanere con i piedi per terra”. Westra: “Sapevo che Vincenzo avrebbe potuto farcela”. Nibali: “Bisogna vivere alla giornata, tappa dopo tappa”. Lemoine: “Tanto di cappello a Nibali”. Nibali: “Non è successo nulla, tutto può ancora succedere”. Contador: “E’ stata una giornata molto complicata”. Nibali: “Oggi è andata bene a me, domani chissà”. Sagan: “Contento di non essere caduto, ma deluso di non avere vinto”. Nibali: “Il Tour è ancora lungo, lunghissimo, e siamo appena arrivati in Francia”. Dave Brailsford, team manager di Sky: “Una tappa devastante per Froome e tutta la nostra squadra”. Nibali: “Il pavé? In certi momenti mi sembrava di essere dentro una lavatrice”. Scarponi: “Evviva, cento di questi giorni”.

Poi il podio. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Boom, vincitore della tappa. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Nibali, maglia gialla, primo in classifica. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Sagan, maglia verde, primo nella classifica a punti. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Kwiatkowski, maglia bianca, primo nella classifica dei giovani. Mazzo di fiori e bacio delle miss per Lemoine, maglia a pois, prima nella classifica della montagna. Premio per la Astana, prima nella classifica a squadre. E premio della combattività a Westra.

Interviste in sala-stampa. Giornalista: “Davvero era la tua prima volta sul pavé?”. Nibali: “Sul pavé sì, sulle pietre no. Da piccolo, sulla mountain bike, che io chiamavo ‘mauntebbai’, non esisteva più un centimetro quadrato, sterrato o accidentato, della provincia di Messina dove non avessi pedalato”. Giornalista: “C’è un segreto da rivelare”. Nibali: “Mio padre diceva sempre che la bicicletta è libertà. E spiegava che quando la vita si fa noiosa, o arrivano le preoccupazioni, per cancellare i cattivi pensieri basta saltare in sella e pedalare forte. Ed è quello che ho fatto anche oggi”. Giornalista: “A che cosa pensavi quando pedalavi sul pavé?”. Nibali: “A quello che ripeteva Albert Einstein: la vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio, devi pedalare”. Giornalista: “Sei stato un eroe”. Nibali: “Gli eroi erano quelli che andavano, sono quelli che ancora lavorano in miniera. Noi siamo dei privilegiati, andiamo in bicicletta”. “Ultime due domande”, avverte l’addetto stampa del Tour de France. Giornalista: “E’ stata un’impresa?”. Nibali: “Niente confronto a quello che fece Alfonsina Strada, l’unica donna nella storia ad avere corso il Giro d’Italia, ma quello degli uomini”. Giornalista: “Una dedica a questa maglia gialla?”. Nibali: “Sempre a loro due, mia moglie Rachele e nostra figlia Emma Vittoria”.

Nibali scende dal palco, si nasconde in un angolo, estrae il telefonino e chiama casa. “Vincenzo!”. “Rachele!”. “Bravo, hai vinto”. “Ma no, sono arrivato terzo”. C’è anche la figlia, Emma. “Emma? Sono il tuo papà”. “Pa-pà”. “Emma, sono lontano, ma ti sento vicina. E ti vorrei svelare un piccolo segreto: oggi, in corsa, mi sei stata vicinissima, addosso, dentro, in tasca. Ho preso una tua fotografia, l’ho avvolta in una busta di plastica perché non si bagnasse e non si sciupasse, e l’ho messa in tasca, una delle tasche dietro, e da dietro mi hai spinto fino all’arrivo”. Nibali si asciuga la faccia – era una goccia di sudore o una lacrima sul viso? -, sale sull’ammiraglia dell’Astana, va in albergo, entra in una camera, fa la doccia, si stende sul letto, si affida ai massaggi di Michele Pallini, e finalmente si rilassa, si riposa, chiude gli occhi. Ed è qui che, finalmente, i pensieri si sciolgono in chilometrici sogni. Se il primo sogno è vincere il Tour de France, quel sogno diventerà realtà.

Testo e interpretazione: Marco Pastonesi
Sound design: Brand&Soda


Laurent Fignon, il professore

«Ah, ma io ti riconosco: tu sei quello che ha perso il Tour per 8 secondi!»
«No, signore, sono quello che ne ha vinti due».

La nuova puntata di Parole Alvento è un viaggio nell’universo dello sconfitto più famoso della storia del ciclismo. Un omaggio a Laurent Fignon, a quarant’anni dal suo esordio tra i professionisti e a pochi giorni dall’inizio del Tour de France, la corsa a cui più ha saputo legare il suo destino. Ripercorriamo la sua parabola ciclistica e non solo insieme a Filippo Cauz e Gino Cervi, curatore dell’edizione italiana di “Eravamo giovani e incoscienti”, l’autobiografia del campione parigino che testimonia il passaggio di un’epoca, la fine di un ciclismo all’insegna della spensieratezza, e forse anche l’ispirazione per un approccio al ciclismo che sta ritornando.

«Devo ammettere che non ho mai pensato che ai miei tempi fosse meglio di adesso. Era solo diverso, tutto qui. Come ogni epoca è diversa dall’altra. Credo, tuttavia, di aver attraversato la breve parentesi hippy del ciclismo. Credo persino di esserne stato uno dei principali ispiratori. Qualcuno mi ha definito un “capobanda”. Ma ero un capo curioso. Ed era una curiosa banda».

Voci: Filippo Cauz, Gino Cervi
Ospiti: Giovanni Fidanza, Laurent Galinon, Valerio Tebaldi, Stefano Zanatta
Sound design: Brand&Soda


La corsa in collina

Nella “Casa in Collina” Cesare Pavese descrive le fughe serali in collina del protagonista del romanzo per evitare i bombardamenti su Torino durante la seconda guerra mondiale. Nella lettura del libro il ricordo va ad una mia insegnante della scuola media che era solita raccontare delle sue fughe nella collina torinese durante la guerra, anche lei per evitare le bombe. Quindi fin da piccolo ho vissuto con un'immagine, un’idea di una collina torinese protettiva, materna, sicura.
Poi il caso volle che venni ad abitare proprio ai piedi della collina torinese, presente ogni mattina come sfondo alla mia colazione. La luce che passa tra i campanili di Superga vale più dell’orologio al polso per sapermi regolare con gli orari.

Pochi forse sanno che la collina torinese è stata dichiarata assieme al parco del Po “Riserva di Biosfera italiana UNESCO” all’interno del programma “Man and Biosphere”.

L’area è prevalentemente agricola, ma ricca anche di boschi e con una presenza urbana non ancora aggressiva. Fino all’arrivo della pandemia da Covid erano pochi i torinesi che si avventuravano nei sentieri e boschi a ridosso del centro città, molti invece i cicloamatori in bici da corsa o mtb.
Con la pandemia e il divieto di uscire dal territorio del proprio comune, la collina è diventata oggetto del desiderio di scampagnate in cerca di libertà e natura dopo il confinamento.

Le cartine dei sentieri della collina sono andate a ruba, ma soprattutto è rinato l’amore tra la collina e la città. La collina, che fa da sfondo alla città, è sempre lì pronta a regalarti momenti di relax dallo stress cittadino.
Finalmente quest'anno per la seconda volta nella sua storia il Giro percorre quelle strade. La prima volta fu nel 1961, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, fu organizzata una tappa a Torino in cui era prevista la salita dell’Eremo dei Camaldolesi passando da Villa della Regina, ma mai è stata sfruttata in tutta la sua potenzialità ciclistica prima di quel sabato 21 maggio.

C'è stato un cambio di percorso rispetto al disegno originale che non ha scalfito il nostro entusiasmo, anche perché il secondo circuito era solo poco meno duro della prima versione e aggiungeva il muro micidiale di Strada della Vetta e come veri e propri tifosi si facevano discorsi scaramantici: una serie di contro-gufate per esorcizzare la nostra fremente attesa.

Finalmente il 21 maggio arriva.
Di buon mattino decido di percorrere il circuito in scooter, pensavo in un primo momento di farlo in bici, ma avrei compromesso la possibilità di pranzare con un amico.

La luce dell’alba, già calda, rendeva luccicanti i prati e le piante; nei camper già appostati il silenzio dell’ultimo sonno mattutino; i primi camion dell’organizzazione iniziavano a scaricare le transenne e gli archi lungo il percorso.
Stava iniziando la vestizione della collina: tutto sarebbe dovuto essere perfetto.

A metà mattinata ancora non ho deciso dove seguire la tappa. Il primo progetto era un pic-nic al Parco del Nobile con la famiglia, ma la lunga salita a piedi con le borse del cibo sotto un caldo afoso come non mai ci ha fatto desistere.
Fortunatamente ho l’intuizione giusta, portare lo scooter dentro la zona rossa del circuito prima che questo venga chiuso al traffico.
Pranzo con mio figlio e un amico al seguito del Giro: non si parla che della tappa e di quello che può succedere.

Mai ho azzeccato un pronostico, ma una birra fresca all'ora di pranzo deve avermi ispirato per bene. Racconto di quanto possa essere decisiva la salita che porta da Revigliasco all’ingresso del circuito del Parco della Rimembranza, del caldo infuocato che ci sarà lì e di come volendo una squadra possa far scoppiare proprio in quel punto la corsa. -La Bahrain? La Ineos?- mi chiede l'amico -No, la Bora- rispondo.
E sapete com'è andata, no? La corsa scoppia a 80 km dal traguardo grazie proprio alla squadra del futuro vincitore del Giro; una corsa che ci regalerà distacchi e spettacolo come e forse più di un tappone dolomitico.

Intanto dopo pranzo mio figlio ed io raggiungiamo lo scooter e iniziamo a risalire la collina. Il primo intento è di salire a strada del Nobile, da dietro, ma la polizia ed un volontario alpino ci impediscono di fare l’ultimo tratto a piedi.
Non tutto il mal vien per nuocere. Non ci avevo pensato, ma il secondo tratto della salita che porta all’eremo è libera, da lì raggiungere la strada della vetta ci sarà circa un chilometro a piedi.

Rimontiamo in scooter, ancora delusi ma fiduciosi, e partiamo. Lungo la salita vedo ciclisti e pedoni sudati fradici risalire la strada.
Quanto grande può essere la passione per il Giro, da rischiare un collasso su una salita in una giornata afosa che nemmeno a luglio?! Pantaloni inzuppati, maglietta bagnata incollata, gocce di sudore sulla fronte, ma il passo in salita non cede, non manca molto al passaggio!
Mio figlio e io siamo più fortunati, ma tocca anche a noi farci la nostra bella sudata. Lascio lo scooter su un piccolo piano vicino ad un passo carraio, prendiamo la bottiglia dell’acqua e si inizia a salire.

Raggiungiamo Strada della Vetta, l’inferno, il punto più duro di tutta la tappa, forse la pendenza più dura di tutto il Giro 2022.
La folla è enorme, non è nemmeno scontato trovare qualche centimetro a bordo strada libero.
Dopo tanti anni di corse viste dal vivo, scelgo strategicamente l’ultimo tratto duro della salita. In questo punto, dopo che la salita ha fatto gran parte della selezione, è più facile vedere i corridori sgranati uno a uno oppure in piccoli gruppi.
Due battute con i vicini, regalare un po’ d’acqua a chi l’aveva finita e poi cellulare in mano a seguire la diretta.
Dietro di me si forma un capannello di appassionati, non tutti esperti di ciclismo, ma sinceramente presi da questa tappa.
I corridori sono sulla panoramica, rotonda Margaria, manca poco! Ripongo il cellulare, niente foto o video. Voglio godermela all’antica, senza l’ansia del ricordo, di una foto sbiadita, di un video mosso. I migliori arrivano. C’è Vincenzo Nibali tra loro e lo incito alla vecchia maniera. Gli urlo un lungo “Vai Vincenzo, forza!” con una grinta pazzesca.
Lui mi vede e mi fa un cenno con la testa - almeno così mi piace pensare - in realtà parlava a se stesso e alla sua fatica. Poi si fa il tifo per tutti, nessuno escluso. Un tributo a Valverde con uno spagnolo con la maglia di campione del mondo Movistar che gli corre accanto per qualche metro. Il giusto quadro che mi porterò dietro come uscita di scena di un fuoriclasse.
Al primo passaggio vedo ancora volti lucidi, tranne il povero Julius Van den Berg, che a mandibola aperta e storta disegna sul suo volto una smorfia da urlo di Munch.

Non mancano domande tipo: “Tu che li conosci, chi è questo?” Ovviamente non è facile rispondere, alcuni li riconosco, altri li manco completamente. Primo passaggio auto di fine corsa e nuovamente si torna al cellulare.
Nibali è ancora tra i migliori. Nel primo pomeriggio avevo ricevuto un messaggio da mio cognato “Vedo Nibali favorito”, tra di me ho pensato “Forse mio cognato segue poco il ciclismo ultimamente, preso dal suo Milan che sta soffiando lo scudetto alla mia Inter”.
Invece Nibali è ancora con i migliori. Io amo lo sport perché è giusto che vinca il più bravo e non il più forte, altrimenti è inutile gareggiare.
E oggi Vincenzo è davvero bravo, gestisce i tratti duri, tira fuori tutta la sua esperienza, controlla i ragazzini che lo affiancano come un fratello maggiore alla prima uscita serale del minore.

Al secondo passaggio Nibali è staccato di qualche metro da Carapaz e Hindley. Gli urlo, lo so sono ingenuo ma l’istinto mi ha detto così, -li riprendi subito perché sopra spiana!- Come se lui già non lo sapesse.
Al passaggio di Landa mulino il braccio velocemente, come se lo stessi tirando su con una corda. Un poeta si aiuta sempre!
Sempre più sgranati passano il resto dei corridori, alcuni in solitario, altri in coppia, spesso della stessa squadra, per incoraggiarsi.
Un bambino è preso di mira dai corridori per il regalo della borraccia. Lui è felicissimo, così tutti noi con lui.
Gli consiglio di non tenerla in mano, altrimenti non ne riceverà altre. Lui con uno sguardo sveglio capisce al volo, lascia la borraccia al nonno e riprende posizione. Verrà premiato altre due volte.
I due gruppi, quello di van der Poel e poi, dopo qualche minuto, quello di Démare sembrano soldati al ritorno dal fronte, con poca voglia anche di salutare e preoccupati solo del tempo massimo.

Infine passa di nuovo Van Den Berg, sembrava impossibile ma è avvenuto, la mandibola ancora più storta, ora tutto il corpo si contorce sulla bici, sta dando tutto! Da domani tiferò per lui!
Chi fatica di più e non molla è il vero campione di una corsa come il Giro. Non è retorica, guardate i loro volti, le loro smorfie, i tendini affilati e capirete che non c’è nulla di retorico in questo. Poi se avete sofferto una crisi in bici su una salita, sarà più semplice capirlo e rivivrete con orgoglio quel giorno in cui non hai mollato (sul Finestre, per quanto mi riguarda).
La macchina di fine corsa è passata, si riprende il cammino verso casa.
Il caldo è meno opprimente rispetto a prima, tutti sorridono, qualcuno si ferma a prendere un gelato all’Eremo dove una gelataio da strada ha parcheggiato la sua ape.
Scendiamo a Torino desiderosi di una buona birra per cancellare l’arsura e sentire e leggere subito i commenti della tappa.
Sono orgoglioso delle ”mie” colline, hanno fatto vedere al mondo cosa valgono. Speriamo RCS le sappia valorizzare a dovere, magari facendo della Milano-Torino, la vera decana, una corsa da sogno con un circuito in collina simile a questo del Giro.
Un mondiale? Perché no. Ma avere una corsa spettacolare come questa ogni anno è il mio desiderio.

Con lo scooter taglio per Val San Martino, la mia valle preferita della collina, amata anche da Salgari, a tal punto che la scelse come luogo dei suoi ultimi attimi di vita.
La temperatura è più primaverile qui e gli odori dei fiori si sentono bene. Il Giro è passato, la festa di Maggio. Sarebbe stato perfetto se avesse vinto Nibali, ma è stato bello così. Un quarto posto, conquistato con classe e fatica, è la migliore metafora della giornata.
La materna collina ci ha accolto, entusiasmato, protetto da un sole cocente e ci ha regalato l’ennesima lezione di vita: non c’è età per smettere di pedalare e divertiti in bici e anche se non arrivi primo, qui sarai sempre felice, affaticato, protetto.

Per Alvento magazine - Kristian Perrone
Foto Daniele Molineris


Lost in Tuscany

«Pedalare in Toscana è come mangiare la pasta al sugo della mamma. L’hai fatto mille volte, però poi capita il periodo che per un po’ non riesci a tornare a casa, oppure quello in cui hai la fissa dell’etnico, in cui hai voglia di quella cucina un po’ da fighetto e non la mangi per un po’. A un certo punto torni a casa e al primo maccherone ti dici che – sticazzi i cuochi stellati – quella è la cosa più buona del mondo.
Il Tuscany Trail è un bel piatto abbondante di pasta al sugo della mamma. Abbondante sì – per i chilometri, ovviamente – però di quelli che ci fai pure la scarpetta e se fossero avanzati due maccheroni nella pentola non ti tireresti di certo indietro. Ma andiamo con ordine e usciamo dalla metafora, perché comunque poi a rimanere in cucina toccherebbe spostarsi su pici, fiorentina e cantucci e andrebbe a finire che di bici se ne parlerebbe un’altra volta».Questa è la descrizione di Federico Damiani, su Alvento 16.
Quest’anno ci siamo andati proprio per realizzare una puntata del nostro podcast!

3.000 persone da tutto il mondo, per pedalare sulle strade della Toscana in uno dei trail più partecipati al mondo. 460 km e 6.600 metri di dislivello di cui il 66% su strade sterrate.

Abbiamo pedalato il Tuscany Trail in quattro giorni per raccontarlo in presa diretta e trasferire le impressioni live dei partecipanti e degli addetti ai lavori direttamente dalla strada!

Voce (e pedalata): Claudio Ruatti
Sound design: Brand&Soda


Unbound

Mentre l’UCI cerca di capire come, dove e quando fare un mondiale Gravel è opinione comune che Unbound sia la gara più importante al mondo quando si parla di strade sterrate.
Lo scorso weekend i più forti atleti gravel (e non) al mondo si sono dati appuntamento ad Emporia, Kansas, per darsi battaglia e celebrare un weekend di ciclismo e divertimento allo stato puro.
Circa 5000 i partenti, divisi su tre distanze di cui quella da 200 miglia (330 km) è indubbiamente l’evento principale del weekend. Al via nomi di spicco come Lachlan Morton, Nathan Haas, Peter Stetina ma anche outsider provenienti da altre discipline come Cameron Wurf e Ashton Lambie. Per la prima volta, anche un buon gruppo interessante di europei oltre al solito Laurens Ten Dam. Mattia de Marchi e Ivar Slik per fare due nomi.
La gara è stata durissima, complicata dai forti temporali che hanno trasformato le lunghissime strade dritte sulle colline in fiumi di fango nella seconda metà del tracciato. Mattia de Marchi e Laurens Ten Dam hanno provato il colpaccio da lontano, prima di essere ripresi e lasciare spazio a quello che restava del “gruppo”. In un finale strettissimo, ad avere la meglio è stato Ivar Slik: una prima volta quasi storica per un atleta europeo.
La festa è per tutti, perché per i più la vera sfida è portare a termine uno dei percorsi a disposizione, che sia quello da 200, da 100 miglia o da 350. Festa e show come solo in America si sa fare, con pubblico in partenza e all’arrivo degno di una gara World Tour. Poi domenica mattina tutto ritorna alla normalità di un modesto paesino di 25000 anime in mezzo ai campi e alle colline del Kansas.