50 anni di DURA-ACE

da alvento numero 27
Testo – Michele Pelacci
Foto – Eloise Mavian / Tornanti.cc

«Cosa vuoi da Hattori Hanzo?»
«Acciaio giapponese»
«A che ti serve l’acciaio giapponese?»
«A uccidere dei parassiti»
«Devono essere parassiti molto grossi se ti serve l’acciaio di Hattori Hanzo»
«Enormi!»

È un dialogo famoso, questo. Avviene tra Uma Thurman e Sonny Chiba verso la metà di Kill Bill: Volume 1. La prima interpreta Beatrix Kiddo, una vendicatrice che vuole – appunto – uccidere Bill, il secondo è il miglior forgiatore di spade del mondo. Beatrix vuole farsi fare una spada da Hattori Hanzo, ma egli non ne fa più da molti anni: si è pentito perché ha capito che gli strumenti che crea, anziché felicità, portano morte e tristezza nel mondo.

Chi apprezza Tarantino sa bene come continui la storia. Ciò che interessa qui, tuttavia, è che tra le altre cose questo film ha rivelato a molte persone l’esistenza e la specializzazione della metallurgia giapponese. Secondo diverse fonti, infatti, i primi oggetti e strumenti di metallo comparvero in Giappone durante il periodo Yayoi, tra 400 a.C. e 300 d.C. Ma soltanto secoli più tardi, nel 1543, un evento casuale permetterà a una specifica zona del Giappone di diventare la capitale asiatica del ferro.

Storie di naufragi e metalli

È il 23 settembre e una barca portoghese viene portata a riva, sulle coste dell’isola di Tanegashima. Non è la più grande né la più centrale delle oltre 14.000 che compongono l’arcipelago giapponese, tanto che un mercante di Sakai, tale Tachibanaya Matasaburo, passa di lì per caso. A bordo, l’equipaggio è munito di fucili con otturatori a miccia e archibugi: è il primo contatto degli europei con il Giappone, il primo contatto giapponese con le armi da fuoco. La notizia è talmente grande che Matasaburo corre a Sakai per riferirla al suo daimyō, una figura paragonabile al nobile feudatario.
Sakai invece sì che è una città importante. In età medievale è stata una delle destinazioni portuali più importanti del Giappone ed è qui che si sviluppa, tra Settecento e Ottocento, anche grazie alla novella di Matasaburo, la produzione di coltelli, armi da guerra e altri oggetti composti dai più svariati metalli. Essendo abili nella cura e nella forgiatura di vari materiali, a molti fabbri di Sakai venne chiesto di aggiustare le prime biciclette che iniziarono a comparire – gli esemplari pre-novecenteschi erano costosi, senza freni e molto pesanti – anche in Giappone. Il passo tra il montare fucili e l’assemblare biciclette è breve, a quanto pare.

È così che Sakai è diventata il cuore dell’industria ciclistica giapponese. Sfruttando l’onda lunga di queste innovazioni tecnologiche e commerciali, nel 1921 il ventottenne apprendista tornitore Shozaburo Shimano fonda a Sakai la Shimano Iron Works. Il primissimo obiettivo fu la creazione della ruota libera, una delle componenti più difficili da produrre in quegli anni. Il meccanismo con cricco e ruota dentata richiedeva, per gli standard di allora, un elevato livello di precisione ed esperienza. Nessuna fabbrica al di fuori di quelle dell’Occidente potrà crearne di buona qualità, si diceva. In effetti, all’inizio i problemi erano tanti: dal tornio di Shimano non usciva un acciaio temprato neanche vagamente preciso e duro come quello europeo.

Dopo anni di ampliamenti della fabbrica, importazioni dall’estero per apprendere i segreti delle produzioni occidentali e un uso sempre minore di componenti non prodotte in loco, Shozaburo produce una prima ruota libera di livello e la marchia 3.3.3 (una sillaba di Shozaburo significa appunto tre). Il primo prodotto venduto da Shimano doveva essere consegnato a negozi e distributori gratis, posto in scatoloni stracolmi di pezzi di ricambio: solo così, pensava Shozaburo, potremo far conoscere la qualità del nostro prodotto.

Premendo il tasto flash-forward, oggi Shimano ha più di undicimila dipendenti in tutto il mondo ed è presente in tutti i continenti tramite uffici, punti vendita, fabbriche o magazzini. Caso più unico che raro nell’universo-ciclismo, inoltre, si rivolge ad un pubblico talmente ampio che è possibile trovare suoi prodotti sia guardando il Tour de France che girando la domenica con amici e amiche sulle piste ciclabili di tutta Italia. La storia del cambio montato sulla nostra city-bike, alla quale non puoi chiedere altro se non funzionare e lei da anni funziona fedele, inizia con una barca portoghese capitata per caso sulle coste del Sol Levante.

Asso di duralluminio

A conquistare buona parte del mercato della componentistica, però, Shimano non è arrivata subito. Dopo i mozzi con sistema di cambio interno a tre velocità lanciato negli anni Cinquanta, una gran serie di deragliatori si sussegue nel periodo successivo. Prendono tutti il nome da uccelli: Skylark (allodola) esce nel 1967, seguito da Pecker, Falcon ed Eagle. Il Crane (gru cenerina) D-501 è del 1973 e viene chiamato così perché il suo movimento ricorda quello delle gru quando sbattono le ali. Nelle sue prime versioni non piacque a Keizo Shimano, figlio di Shozaburo e allora capo della squadra sviluppo: il Crane faceva parte di questo nuovo cambio, chiamato DURA-ACE, che si rompeva continuamente. Shimano aveva mandato questo DURA-ACE in Europa, a squadre di sviluppo, poi alla Flandria-Carpenter di un giovane Freddy Maertens. Ma non andava granché bene.
Per la prima volta nel 1973, una delle maggiori squadre europee si affidò a un produttore al di fuori dell’Europa per la fornitura di componenti cruciali per le bici dei loro atleti: la reputazione di squadra progressista della Flandria-Carpenter-Shimano rese possibile l’adozione di componenti asiatiche, all’epoca irrise. La questione fu al centro del dibattito e tuttora Maertens incolpa la rivalità Campagnolo-Shimano per aver perso la celeberrima volata ai Mondiali di Barcellona contro Felice Gimondi: «Non lo dimenticherò mai. Siamo tutti ad allenarci il giovedì prima della gara e il boss di Campagnolo arriva e ci dice chiaro e tondo: Che non vinca Shimano!».

La storia, piuttosto conosciuta, continua con Merckx che chiede a Maertens di tirargli la volata pur essendo stanchissimo. Merckx, dunque, in volata non solo non batté Gimondi, ma arrivò quarto di quattro, terminando dietro lo stesso Maertens e Ocaña, centrando però il presunto obiettivo di far vincere i suoi amici italiani.

Volata del Montjuïc a parte, all’epoca l’asticella della qualità era settata da Campagnolo a un livello che per diversi lustri è stato irraggiungibile per Shimano. Qualcosa cominciò a cambiare quando a Sakai si accorsero che legando chimicamente l’alluminio ad altri materiali (soprattutto rame, manganese e magnesio) si ottiene qualcosa al contempo simile e molto diverso, più resistente e durevole, il duralluminio. Passo dopo passo, Shimano riuscì a fare in duralluminio tante componenti del gruppo: i deragliatori, le leve del cambio, i mozzi, le leve dei freni, le pedivelle e altre parti più piccole. DURA-ACE prende il nome, infatti, in parte dal duralluminio, in parte dal fatto che è il migliore, l’asso. Il cambio con cui Shimano ce l’avrebbe fatta anche nelle più importanti corse europee.

La prima vittoria di sempre di DURA-ACE non tardò ad arrivare: a metà febbraio Walter Godefroot vinse la quinta tappa della Vuelta a Andalucia. Per tutta la stagione 1973 un ex ciclista e membro della sezione sviluppo di Shimano girò l’Europa con la Flandria-Carpenter per capire meglio le criticità e riportarle alla casa madre. I problemi sono tanti, ma il ritardo di Shimano verso le altre aziende produttrici di componenti andava riducendosi sempre più, fino al Giro del 1988.

Fu un’edizione storica, ricordata soprattutto per quella tappa del Gavia. La mitica salita tra Ponte di Legno e Bormio mancava da ventott’anni nel percorso del Giro e la mattina del 5 giugno, prima della partenza da Chiesa in Valmalenco, nevicava. La leggenda vuole che il patron della corsa Vincenzo Torriani disse: «Lo spettacolo deve continuare e i ciclisti devono soffrire per lo spettacolo». Il primo a scollinare sul Gavia sferzato dalla bufera di neve, come cantano gli Offlaga Disco Pax in Tulipani, fu Johan van der Velde, ma arrivò sul traguardo semi-congelato, tre quarti d’ora dopo la coppia Breukink-Hampsten.

L’americano della 7-Eleven fu il primo non europeo a vincere il Giro d’Italia e lo fece su una bici Huffy montata Shimano. Andy Hampsten conserva ancora quella bici, nel suo negozio di Boulder, Colorado. Rossa, tubi in acciaio True Temper, sella Cinelli. Il cambio era uscito, a dire il vero, quattro anni prima: ma il DURA-ACE 7400 SIS fu una tale rivoluzione che rimase in voga per anni. Aveva sette velocità, 53-39 davanti (molto agile per l’epoca) e fu uno dei primi gruppi ad essere testato in galleria del vento. SIS sta per Shimano Index System: è una sorta di passaggio dall’analogico al digitale. Niente più micro-regolazioni e preghiere che il cambio intuisse il tuo comando, ma spostamenti di catena più precisi e regolari.

In breve tempo, dopo la prima vittoria in un Grand Tour, arriva per Shimano anche la prima vittoria ai Mondiali: Gianni Bugno nel 1991. L’anno successivo Bugno concede il bis e nel 1993 anche il campione del mondo in carica adotta un’ulteriore novità portata dal DURA-ACE nel mondo delle corse. Si dice che l’abbia pensata Keizo Shimano in persona, dopo aver visto da un’ammiraglia i corridori faticare per cambiare prima di una salita del Giro: il cambio sulle leve dei freni, per consentire ai corridori di non togliere le mani dal manubrio mentre sono al massimo dello sforzo.

Tra anni Ottanta e Novanta Shimano trasferisce le innovazioni che ha portato nel mondo della mountain bike alla strada: freni e cambio integrati, in un’unica soluzione. In particolare, il cosiddetto Dual Control Lever è un sistema escogitato nel 1990 per far sì che le leve del freno possano avere due funzioni e due leve più piccole, controllabili con la forza di un solo dito, attuino la cambiata opposta. Quello che prima necessitava energia sia fisica che mentale ora ha bisogno di pochissimo impegno. Se la guarnitura del primissimo DURA-ACE del 1973 pesava quasi un chilo, nel 1996 l’introduzione della tecnologia Hollowtech (hollow significa vuoto, cavo) porta progressivamente la guarnitura e il gruppo intero a perdere centinaia di grammi, fino ai circa 685 attuali.

Un altro game changer, nel 2009, è il Di2, il sistema di intelligenza digitale integrata che ha introdotto nel mondo del ciclismo il cambio elettronico. Come tutte le precedenti innovazioni, dapprima è stata vista con disapprovazione: ora non si fa più senza. Il sistema linfatico della bici viene portato dentro al telaio, le cambiate diventano ancora più veloci e precise, necessità di manutenzione e sostituzione vengono meno. Il mondo dei professionisti se ne accorge presto: distruggendo i fratelli Schleck nella cronometro di Grenoble nel 2011, Cadel Evans diventa il primo vincitore del Tour de France ad aver pedalato grazie ad un cambio elettronico. Oggi il DURA-ACE R9200 elettronico e coi freni a disco è di gran lunga il gruppo più usato dai pro: lo usano 14 squadre su 18 del World Tour.

Eppure da nessuna parte Shimano scrive QUESTA ROBA L’ABBIAMO INVENTATA NOI a caratteri cubitali, perché non è nel modo giapponese di fare le cose. Shimano è contenta se, fatto al meglio il proprio lavoro, torna a casa in punta di piedi così com’era arrivata, senza aver raccontato nulla.

Questa è, in soldoni, l’evoluzione di DURA-ACE. Il miglior gruppo di Shimano ha compiuto mezzo secolo nell’anno in cui io ho scollinato il quarto di secolo: forse anche per questioni anagrafiche, le nostre strade non si erano mai incrociate. Anzi, quando mi è stato proposto di fare un articolo sui 50 anni di DURA-ACE a malapena sapevo di cosa si stesse parlando. Poi sono stato tre giorni ai piedi del Cauberg, a Valkenburg, allo Shimano Experience Center, e lì diverse idee me le sono fatte.

Epifania giapponese

«Sneakiamo, superiamo a destra e andiamo, che qua non sono abituati» scherza Marco Cittadini di Shimano al volante tra l’aeroporto di Bruxelles e Valkenburg. È difficile dire cosa non sia l’Experience Center: ci sono un hotel, un ciclo-caffè, una ciclofficina, uffici, una palestra, un negozio di vestiti, un piccolo museo, un noleggio e sale per incontri. Una piccola cittadina in cui tutto è raggiungibile in due minuti a piedi, su misura di chi pedala.
Quando entriamo, nel ciclo-caffè risuona Every breath you take dei Police e il museo poco distante racchiude diversi esemplari di DURA-ACE. Quelli più vecchi non sembrano nemmeno avere 50 anni, ma appartenere ad un’altra epoca. Anche tra i moderni, risulta abbastanza anacronistico uno montato sulla bici che usava la Rabobank nel 2010: il rapporto più leggero è un 39-21.

Quando invece posi lo sguardo sulle biciclette più moderne, viene l’acquolina in bocca. C’è la Giant con cui Dumoulin ha vinto il Giro nel 2017, la Pinarello con cui Bernal ha vinto il Tour nel 2019, la Canyon celebrativa della maglia gialla di Van der Poel al Tour 2021. Appese alle pareti ci sono bici usate di recente da Froome, Alaphilippe, Mohoric. Tutte accomunate da una caratteristica: avere montato il DURA-ACE.

Faccio presente a Marco che quando parla di mozzi a frangia larga, pre-carico dei freni, guaine o del principio di coppe, coni e sfere libere, non è che sia proprio a mio agio. Quando disserta di indicizzazione, fatico ad afferrare il fatto che non si trattasse di libri e bibliografie. Ma una cosa, pur avendo provato il fratello minore di DURA-ACE, Ultegra, l’ho capita pure io. È successa quando non me l’aspettavo. Ero a bordo strada, fermo: un piede per terra e l’altro ganciato al pedale. Con quest’ultimo ho fatto il semplice gesto di alzare la ruota posteriore e spostarla verso il fosso, cosicché non fosse d’intralcio alle – peraltro poche – macchine di passaggio. È un movimento automatico, che ho fatto altre centinaia di volte, comune a chiunque vada in bici. Semplicemente, non pensavo una bici potesse pesare così poco nella sua parte posteriore: mi sembrava di non aver alzato nulla, tanto da dovermi girare per controllare effettivamente di aver spostato la ruota.

Prima di partire per la pedalata, d’altronde, Marco mi aveva avvertito. Quando gli ho detto che di solito non pedalo su una bici equipaggiata Shimano, né con un cambio elettronico, aveva previsto un’epifania giapponese. E così è stato. Una delle cose che più mi piaceva fare col mio Ultegra (DURA-ACE, Ultegra e 105 condividono la stessa anima, sostanzialmente sono la stessa cosa solo con pesi – e di conseguenza marginal gain – diversi) era tenere premuto il cambio e sentirlo fare tac-tac-tac, rapidissimo, per portare la catena da una parte all’altra del pacco pignoni. Dalla corona più piccola alla più grande impiega una quantità di tempo ridicolmente piccola.

L’epifania avviene per le stradine di Valkenburg, cittadina benestante considerata la più cool tra quelle montuose del sud dei Paesi Bassi, una nazione che ha il punto più alto nei 321 metri del Vaalserberg. Nella provincia del Limburgo è Maastricht il polo più conosciuto, per anni sede di arrivo (oggi solo di partenza) della Amstel Gold Race. Dal 2013 l’arrivo della Amstel è stato spostato a Berg en Terblijt, un paesino vicino Valkenburg, ma il cuore pulsante della corsa è sempre stato il Cauberg.

Collinetta per nulla panoramica, né bella di per sé (la strada è larga e porta verso il nulla): è però ripidissima e sull’asfalto sono perennemente riconoscibili i segni del passaggio di una corsa ciclistica. Quando siamo passati noi, il più disegnato sull’asfalto era il faccione di Mathieu van der Poel: la sua vittoria qui nel 2019 è forse la massima espressione di potenza ed estetica di qualsiasi persona sui pedali in questo secolo.

Il Cauberg è una salita storica (più di venti volte è stata percorsa dai Mondiali 1938 e 1948, ben prima di quelli del 2012), tutti sono passati di qui (pure il Tour e la Vuelta) e rimane uguale a sé stesso mentre tutto, intorno, cambia. Per questo c’è un qualcosa di giusto, di estremamente azzeccato nel porre ai piedi del Cauberg il luogo in cui Shimano vuole raccontarsi al mondo. La serializzazione è un elemento chiave in un’industria, così come la ripetizione sta nel nome stesso del muro più famoso di Valkenburg: si ritiene infatti che cau derivi dalla parola celtica kadeir, che significa collina al pari di berg. La collina-collina che è il Cauberg si presenta e ripresenta di fronte ai ciclisti, diventando diversa e sempre più dura ad ogni passaggio. La matassa di stradine che si dipana nei paraggi può cambiare, ma il Cauberg rimane lì.

Similmente, la filosofia alla base di Shimano «la chiamiamo ingegneria di sistema: lo sviluppo di un singolo pezzo tiene in considerazione l’insieme degli ingranaggi dentro al quale si deve muovere» dice Marco mentre pedaliamo sul rettilineo finale della corsa.

È una storia in continua evoluzione, quella delle componenti di Shimano. Addirittura una storia imperfetta: abbiamo detto di come per decenni l’azienda giapponese si sia trovata a inseguire, facendo errori, riprovando. Poi si è messa davanti al gruppo col DURA-ACE e nessuno le è più uscito di ruota, come successo con van der Poel in quella Amstel. «A cosa serve quindi il duralluminio giapponese?» potremmo chiederci parafrasando la frase di Kill Bill di cui sopra. «A tirare la volata all’evoluzione del ciclismo».


SELLE ITALIA - Capsule Collection Opal White

L’opale, gemma di rara bellezza, è spesso associato alla capacità di rafforzare il legame con il proprio sé più profondo. La nuova Capsule Collection Opal White di Selle Italia traduce questa filosofia nel mondo del ciclismo, ridefinendo la relazione tra ciclista e bicicletta.

La collezione include quattro versioni della iconica sella SLR e un nastro manubrio abbinato. La finitura bianca opalescente, arricchita da riflessi iridescenti, richiama la purezza e i colori cangianti dell’opale, offrendo un’esperienza visiva e tattile unica. Non si tratta solo di componenti, ma di punti di contatto essenziali che creano una collegamento armonioso tra chi pedala e il suo mezzo.

La sella SLR Carbon Opal White è un’edizione limitata, progettata per ciclisti che cercano prestazioni elevate e uno stile unico.

Grazie alla tecnologia Superflow, questa sella riduce drasticamente la pressione nell’area perineale, migliorando il comfort anche durante le uscite più lunghe. I binari in carbonio sono realizzati con un nuovo layup ottimizzato e presentano un angolo migliorato che  incrementa l’assorbimento delle vibrazioni per una pedalata più fluida. La scocca in composito di carbonio e polimero di nylon di alta qualità garantisce robustezza senza compromettere il peso (118 grammi per la versione S3 e 122 grammi per la versione L3).

La sella presenta una forma neutra, ideale sia per ciclisti con rotazione anteriore del bacino (dinamici) che per quelli con rotazione posteriore (statici), adattandosi perfettamente a diverse esigenze biomeccaniche. A completare il tutto, il rivestimento del pad fatto a mano non solo aggiunge un tocco di eleganza, ma garantisce anche un comfort ottimale grazie ai materiali pregiati utilizzati.

Il nastro manubrio Opal White si distingue per il suo design esclusivo, caratterizzato da una finitura opalescente e dal logo iridescente che aggiunge un tocco di raffinatezza e unicità al manubrio della bicicletta. Oltre all’estetica, questo nastro garantisce una presa sicura, il massimo comfort e una piacevole sensazione al tatto, ideale per le uscite più lunghe. Realizzato con materiali di alta qualità come PU, Gel e Lycra, combina resistenza e elasticità. Con uno spessore di 3 mm, è perfetto per assorbire le vibrazioni, mentre le sue dimensioni di 30 x 2100 mm lo rendono adatto a tutti i tipi di manubrio.

Combinando materiali all’avanguardia al simbolismo dell’opale, Selle Italia ha creato una collezione che non solo eleva il comfort e la performance, ma consolida la connessione tra il ciclista e la sua estensione naturale: la bicicletta.


10 nomi da seguire alla Liegi 2026

La Liegi comincia in silenzio, con quella luce opaca che sembra uscire dal terreno più che dal cielo. Le Ardenne hanno un modo tutto loro di stringerti: non è una sfida, ma è una sorta di assorbimento costante, lento, ma continuo.

La strada si infila tra gli alberi come un filo teso, e ogni curva sembra custodire un segreto che non hai ancora il fiato per decifrare.

Le côtes arrivano come vecchie conoscenze che non hai mai davvero capito. Ti prendono il ritmo, ti tolgono l’aria, ti costringono a guardare dentro il buio delle gambe. Dramma dimenticato, clamore in soffitta: solo un consumo lento, inevitabile, che non lascia spazio a nessuna distrazione.

E allora eccoli: dieci corridori immersi in questo verde che non concede tregua. Cinque uomini e cinque donne che entrano nella Doyenne sapendo che qui tutto si decide senza alzare la voce. La foresta osserva, la strada trattiene, la corsa sceglie.

Emiel Verstrynge 🇧🇪 (Alpecin-Premier Tech)

L’appetito del belga della Alpecin-Premier Tech vien mangiando. Dopo un buon Giro dei Paesi Baschi, in cui si è infilato pure in fughe arrivate al traguardo e il quinto posto all’Amstel, il classe 2002 dell’Alpecin, che corre con addosso il marchio di qualità del ciclocross e, sin dalle categorie giovanili, tanta abilità quando la strada sale, vuole stupire anche alla Liegi dove, all’improvviso, rischia di trovarsi come capitano in corsa di una delle squadre più forti del World Tour. Arrivato, insieme a Senna Remijn, suo giovanissimo compagno di squadra, entrambi tra le rivelazioni di questa campagna ardennese, dove si pensava potesse arrivare già quest’anno Del Grosso – quest’ultimo protagonista di una primavera un po’ sottotono – Verstrynge vuole ottenere un risultato di prestigio anche alla Liegi, per la quale ha già dimostrato, quattrodicesimo lo scorso anno, di essere particolarmente portato.

Marco Frigo 🇮🇹 (NSN Cycling Team)

Il decimo posto all’Amstel, dopo una lunga fuga, lo stiamo raccontando come un’impresa per il nostro ciclismo e così è, perché da troppo tempo siamo poco abituati a vedere un corridore di casa capace di andare così forte in sforzi di lunga durata, quasi come se mancasse, in questa generazione, la caratteristica della resistenza. Frigo, invece, che ha fatto quest’anno l’esordio assoluto sulle Ardenne, è proprio quel tipo di duraccio che a noi un po’ manca. Alla Freccia, meno adatta al suo motore da lunga distanza e gittata, ha lavorato per i suoi compagni di squadra, qui, invece, può di nuovo tornare a svolgere un ruolo da primo attore. Proverà a centrare la fuga del giorno? Proverà a tenere duro finché può, stando attaccato ai migliori? Qualsiasi scelta che farà sarà dettata da una grande condizione, la migliore finora vista in carriera.

Pello Bilbao 🇪🇸 (Bahrain-Victorious)

Per il basco della Bahrain-Victorious è l’ultima campagna ardennese della carriera, lui che, per scelte di calendario, troppo spesso ha saltato a pie’ pari corse per le quali, invece, è sempre stato tagliato. Arriva alla Doyenne con due diciottesimi posti ottenuti alla Strade Bianche e alla Freccia Vallone e con il quindicesimo all’Amstel dove a lungo è stato in procinto di rientrare sul gruppo che si è giocato le posizioni dalla terza all’undicesima, salvo rimanere impantanato tra una salita e l’altra. Il suo miglior risultato nelle (sole) quattro Liegi disputate è il nono posto del 2024, e viste le doti di fondo, resistenza e una buona brillantezza in caso di sprint, lotterà per chiudere intorno a quelle posizioni.

Alex Molenaar 🇳🇱 (Caja Rural-Seguros RGA)

Arrivato tardi al ciclismo che conta, rispetto alla media attuale di ragazzini che fanno deflagrare ogni salita, ogni tratto in pavé, ogni volata, Alex Molenaar porta in sé due sentenze. La prima riguarda la sua squadra: la Caja Rural sta andando forte, meglio anche di tante World Tour ed è, insieme alla ancora più piccola Ukyo, la rivelazione di questo 2026. La seconda verità è che questo ragazzo da anni meritava il suo spazio e lo sta trovando a suon di risultati: tredicesimo a Limburgo, decimo al Brabante, ventesimo all’Amstel, ventottesimo alla Freccia Vallone. Esordio assoluto per lui sulle Ardenne in queste settimane e oggi alla Liegi può trovare un altro piazzamento di peso consapevole che l’asticella però, sarà notevolmente più alta delle ultime gare. Lui si dice pronto a sognare, noi con lui.

Mauro Schmid 🇨🇭 (Team Jayco AlUla)

Da tanto tempo ci aspettiamo lo svizzero lottare al vertice nelle corse più dure del calendario eppure gli è sempre mancato quel proverbiale centesimo. Forte nelle salite non troppo lunghe, adattissimo a qualsiasi tipo di giornata soprattutto se caratterizzata da condizioni estreme (caldissima o fredda, con la pioggia, con la neve), il campione nazionale elvetico potrebbe aver svoltato in questa stagione, proprio pochi giorni fa, ottenendo il podio alla Freccia Vallone dietro all’astro nascente del ciclismo mondiale Seixas. Cos’è mancato finora al corridore della Jayco? A volte cade, altre, ancora più spesso, va in difficoltà in fasi interlocutorie di corsa, facendosi spesso beccare in coda al gruppo a inizio salita, accaduto lo scorso anno alla lLegi, dove ha provato una grande rimonta, ma ha chiuso senza energie al ventiduesimo posto, e simili difetti li ha mostrati nella Amstel sempre del 2025, quando, nonostante una grande condizione, chiuse “soltanto” quindicesimo. Quest’anno pare aver svoltato perché poco prima della Freccia, arrivava sesto nella grande classica neerlandese, facendosi trovare pronto davanti all’imbocco delle salitelle che caratterizzano la corsa. Alla Liegi, sulla carta, si lotta per il quarto posto. Lui è uno dei nomi più caldi per avvicinare il podio.

Kasia Niewiadoma 🇵🇱 (CANYON/SRAM zondacrypto)

Il problema, quando parliamo di Niewiadoma, è sempre lo stesso. La maggior parte delle atlete firmerebbero per avere il suo palmares ed i suoi piazzamenti, il punto è che la polacca non è un’atleta qualsiasi, non è un’atleta delle tante. Una ciclista che ha vinto un Tour de France Femmes, una Amstel Gold Race, un Trofeo Binda e una Freccia Vallone spicca nel gruppo. E se spicca per le vittorie figuriamoci per i piazzamenti, basti dire che è giunta quattro volte seconda alla Strade Bianche e due volte seconda alla Ronde van Vlaanderen ma l’elenco sarebbe molto più lungo. In questo inizio di stagione, ancora piazzamenti: seconda alla Omloop Het Nieuwsblad, seconda alla Strade Bianche, seconda all’Amstel Gold Race, quarta alla Freccia Vallone. Così, l’altro giorno, Niewiadoma l’ha detto chiaramente: c’è amarezza perché non va alle gare per il quarto posto. La Liegi Bastogne Liegi Femmes può essere l’opportunità che cerca. Forse quella rabbia buona le servirà.

Paula Blasi 🇪🇸 (UAE Team ADQ)

La stagione di Blasi non era iniziata nel migliore dei modi: quell’ultima tappa del Down Under e quel pasticcio tra lei e Mavi Garcìa che ha consegnato la vittoria a Noemi Rüegg non è certo da ricordare. Certo la giovane età, certo tutto il resto, ma resta un peccato, però il ciclismo è fatto anche per voltare pagina e lei l’ha voltata. Dall’otto marzo non esce dalla top ten a qualunque gara si presenti: nona al Trofeo Oro in Euro, nona alla Freccia del Brabante, terza alla Freccia Vallone e, soprattutto prima all’Amstel Gold Race grazie a una prestazione notevole e, probabilmente, alla sottovalutazione delle rivali. Blasi ha ventitrè anni ed è alle prese con la sua prima volta nelle Ardenne. Del talento ci sembra persino inutile parlare, sarà esperienza e chissà che quella giovane età non ne combini una bella.

Magdeleine Vallieres 🇨🇦 (UAE Team ADQ)

Quando, il 27 settembre, in Rwanda, Vallieres ha conquistato a sorpresa il Campionato del Mondo, in molti hanno temuto, forse creduto, che la maglia iridata, quest’anno si sarebbe vista meno nelle prime posizioni del gruppo. La storia era bella, bellissima, come sempre quando vince una atleta che non ci si aspetta, però, forse proprio per questo, non si sapevano le reali possibilità della canadese che avrebbe potuto essere un lampo in un giorno di inizio autunno. Non è stato così e la prima prova è stata solo pochi giorni dopo, alla Tre Valli Varesine conquistata da Elisa Longo Borghini, dove è arrivata decima al termine di una condotta di gara tutt’altro che difensiva. Quest’anno è stata quinta a Siena, alla Strade Bianche, e sesta solo qualche giorno fa alla Freccia Vallone, oltre ad aver navigato nelle prime posizioni sia al Binda che alla Freccia del Brabante. Il percorso della Liegi Bastogne Liegi si addice alle sue caratteristiche e la maglia che indossa potrebbe suggerire qualche idea strana.

Nienke Vinke 🇳🇱 (Team SD Worx-Protime)

Il dubbio? Corre per il Team SD-Worx Protime. Il vantaggio? Corre per il Team SD-Worx Protime. Non è un gioco di parole. Se, da un lato, la ventenne olandese ha in squadra Anna van der Breggen, Lotte Kopecky e Mischa Bredewold, per cui dovrà adattarsi agli ordini di scuderia e mettersi a disposizione delle atlete più esperte e quotate, dall’altro avere una squadra così forte potrebbe confondere le carte delle avversarie e rendere più agevole cercare di sorprendere. Alla SD-Worx è già successo più volte e Bredewold ne è una chiara testimonianza. Nienke Vinke è giovane, giovanissima ma i segnali non vanno mai trascurati e lei ne ha dati diversi, non solo quest’anno. L’anno scorso fu ventunesima alla Liegi, due anni fa ventesima. Quest’anno ha centrato la top ten alla Freccia Vallone, dove nel 2025 fu ottava. Sono numeri che testimoniano costanza e crescita graduale, insomma non una di quelle promesse che poi si sciolgono al sole.

Ashleig Moolman-Pasio 🇿🇦 (AG Insurance-Soudal Team)

Potrebbe essere un giro d’onore per l’atleta originaria del Sud Africa. Ha compiuto quarant’anni lo scorso dicembre lei che è classe 1985 e in carriera di strada ne ha fatta tanta. Basti pensare che quella a cui ha partecipato a metà settimana è stata la sua sedicesima Freccia Vallone. Per undici volte di queste sedici, Moolman Pasio ha concluso in top ten. Probabilmente non è più l’atleta di qualche anno fa, fisiologicamente diremmo, ma quella che si correrà oggi sarà l’ultima sua Liegi Bastogne Liegi. Un ultimo ballo. L’anno scorso si ritirò. Siamo certi che non voglia che sia quello il suo ultimo ricordo di una gara che tutti amano. La aspettiamo per questo. Comunque vada. Il giro d’onore sarà valso la pena.


10 nomi da seguire alla Paris-Roubaix 2026

La Roubaix ti mette davanti un altare di fango e pietra e ti chiede cosa sei disposto a lasciare lì sopra. Non vuole stile, non vuole eleganza, vuole solo vedere chi continua a spingere quando il manubrio vibra come un animale ferito e l’aria sa di ferro.

Qui non c’è spazio per la retorica. La Foresta non perdona chi esita, i settori non accettano scuse. Ogni metro è un patto di sangue con la bici, ogni buca un giudizio sommario. Chi entra pensando di sopravvivere, muore. Chi entra per dominare, forse arriva al velodromo.

E allora eccoli: dieci nomi, dieci destini sospesi tra gloria e macerie. Cinque uomini e cinque donne che stanno per consegnarsi al tribunale del pavé, prima che la Regina del Nord decida chi merita la corona e chi verrà inghiottito dalla polvere.

Lewis Askey 🇬🇧 (NSN Cyling team)

Qualche stagione fa, era il 2022, volle chiudere la sua prima Roubaix ugualmente nonostante un ginocchio picchiato e martoriato, fasciato e ugualmente insanguinato. Ce la fece arrivando quarantaduesimo a quasi dodici minuti dal vincitore. Nulla di eroico, come venne raccontato, ma una totale incoscienza che andrebbe vietata. La sua promessa, però, è stata quella di tornare nel velodromo da protagonista e in effetti ci sta provando, ma ancora manca il guizzo: venticinquesimo nel 2023, trentasettesimo nel 2024, ritirato nella scorsa stagione, ma il ventunesimo posto al recente Fiandre, miglior risultato per lui in una Monumento, ci racconta di come l’inglese della NSN Cycling Team sia in ottime condizioni. Perfetto per queste corse, su strade che a furia di bazzicare conosce benissimo, Askey è il perfetto profilo del corridore che se dovesse anticipare nella fuga giusta, poi te lo ritroveresti in top ten.

Dan Hoole 🇳🇱 (Decathlon CMA CGM Team)

La Decathlon va forte, ma, tolto Seixas nelle gare a tappe e le volate di Lund Andresen, è ancora alla ricerca del guizzo nelle grandi corse di un giorno. La squadra è buona forse persino ottima in chiave Roubaix e allora tra un Bissegger, un dewulf, scegliamo un Dan Hoole che ci pare, arrivato a ventisette anni, nella forma della vita. Sul passo non è che ne abbia tanti più forti e nell’ipotetica lotta alle spalle dei favoriti lui può essere quello che emerge. O magari in giornata di grazia e dove tutto gira perfettamente, può persino ambire a qualcosa di più. Al recente Fiandre ha chiuso con una top 20, nonostante un mese fa si fosse fatto male abbastanza seriamente alla Parigi-Nizza, lo scorso anno alla Roubaix ha chiuso diciassettesimo: c’è tutto per migliorare quel risultato. Contesto, forma, parabola.

Gianni Vermeersch 🇧🇪 (Red Bull-BORA-hansgrohe)

Di quelli citati questa settimana è quello che le Roubaix le ha già corse ad alto livello con i migliori risultati che dicono: quindicesimo nel 2021, undicesimo nel 2023, sesto nel 2024. In questa stagione Gianni V non dovrà nemmeno correre a supporto dell’amico, ex capitano e co-favorito della corsa, Mathieu van der Poel, ma ha la possibilità di fare la sua corsa come uno dei leader di una squadra fortissima per questa gara: la Red Bull, che può schierare, oltre a lui, i gemelli van Dijke, Laurence Pithie e Jordi Meeus, tutti a caccia di una top ten. Magari possono pure provare a fare qualcosa di matto nel tentativo di anticipare i favoriti, anche se di questi tempi e in questo ciclismo ci pare sempre più difficile dare spazio alla tattica e alla fantasia. Vedremo: nel caso vi stupireste di vedere il belga sul podio nel velodromo?

Alexis Renard 🇫🇷 (Cofidis)

È il nome meno conosciuto di questo elenco, anche perché la volpe francese si fa ricordare oltre che per la bellezza del suo nome per la sua attitudine a scomparire dopo un buon risultato. Eppure, le potenzialità per essere uno dei corridori francesi di punta al Nord ci sarebbero tutte e qualche buon risultato alle spalle pure ce l’ha basti pensare al podio nella Paris-Bruxelles ‘25, al quinto posto alla Paris-Tours del ‘24 (quindi se c’è Paris nel nome, chissà) o al settimo nella Gand del ‘23, l’anno in cui van Aert cede il successo a Laporte, una delle edizioni più dure degli ultimi anni, per via della pioggia e del freddo. Lui c’era ed era davanti a testimonianza delle doti. Eppure: zero successi in carriera nonostante sia molto veloce, spesso costretto a dividersi i compiti con altri tre/quattro corridori in squadra e quindi vi starete chiedendo, ma che c’azzecca allora il suo nome? Beh, è in grande forma, alla OHN ha chiuso nei dieci dopo essere stato a lungo in fuga, alla Roubaix ha un ventottesimo posto nel 2023 come miglior risultato, ed è ampiamente migliorabile. Già da oggi.

Marco Haller 🇦🇹 (Tudor Pro Cycling)

Con Matteo Trentin al palo dopo la spaventosa caduta al Fiandre (facciamo i nostri migliori auguri di pronta guarigione e rientro al corridore italiano), la Tudor, squadra di Cancellara, uno che di Roubaix ne ha vinte tre, si appoggia sulle spalle di Marco Haller che ha da poco compiuto 35 anni e che lo scorso anno con un dodicesimo posto finale ha ottenuto il miglior risultato in carriera nell’Inferno del Nord. Sgravato da compiti di aiuto ad altri, il passista veloce austriaco guida alla pari un terzetto completato da Marius Mayrhofer, nei venti nel 2025 e appena rientrato allo Scheldeprijs al quale sarà difficile chiedere di ripetere il risultato della passata stagione e Luca Mozzato, con l’italiano che quando è in giornata è tra i corridori più solidi in ogni corsa tra Francia e Belgio e qui capace di ottenere un ventesimo posto nel 2021 e un ventunesimo nel 2023. Haller, che da ragazzo giocava a Hockey e ha una passione smodata per l’Arsenal, ha tutto, caratteristiche, una buona gamba, una buona forma, per provare a inseguire un piazzamento a ridosso dei primi dieci che, vista la concorrenza, sarebbe un grande risultato.

Elisa Balsamo 🇮🇹 (Lidl Trek)

Solo qualche settimana fa, probabilmente, non avremmo inserito Balsamo fra i nomi papabili della Parigi-Roubaix. Non è stato il miglior inizio di stagione possibile per la campionessa cuneese che, di solito, a questo punto dell’annata aveva già fatto registrare almeno due o tre successi. Quest’anno era apparsa abbastanza anonima. La prestazione di domenica alla Ronde van Vlaanderen, però, è stata notevole: per qualità e per grinta. Alcune volte quando manca il successo, soprattutto le velociste, patiscono e diventano titubanti in ogni azione. Al Fiandre abbiamo rivisto Balsamo che prende di petto le situazioni ed impone le proprie qualità. Mercoledì, a Scheldeprijs, ha fatto terza, dietro a Charlotte Kool e Nienke Veenhoven. Di Roubaix se ne intende: nel 2024, solo Lotte Kopecky riuscì a superarla in una volata al cardiopalma. Una pietra a casa Balsamo c’è già, servirebbe quella più grande, quella della prima classificata.

Letizia Borghesi 🇮🇹 (AG Insurance-Soudal Team)

Letizia Borghesi è già apparsa fra le possibili favorite delle classiche di inizio stagione. I motivi sono vari: la crescita costante di questi anni, un terreno che sembra essere sempre più adatto alle sue caratteristiche ed una squadra di matrice belga che di Nord se ne intende e di classiche pure. Fino ad ora, dov’è partita, ha sempre centrato buoni piazzamenti, ad eccezione di Strade Bianche, non a causa sua ma della sfortuna. Una settimana fa, il primo DNF di stagione con il ritiro alla Ronde van Vlaanderen, potrebbe essere benzina per il Velodromo di Roubaix. Abbiamo ancora negli occhi la sua felicità pura, distillata, un anno fa, proprio in quel velodromo, mentre Alison Jackson rischiava di farla cadere dalla bicicletta abbracciandola. Seconda dietro a Pauline Ferrand-Prévot ma davanti a Lorena Wiebes grazie ad un allungo sul finale che ha sorpreso il gruppetto delle inseguitrici. Era il 2025, chissà nel 2026.

Lara Gillespie 🇮🇪 (UAE Team ADQ)

Se parliamo di crescita, Lara Gillespie può dire decisamente la sua, in particolare in una volata ristretta che potrebbe essere un ideale scenario conclusivo della corsa delle pietre. Scorrendo il suo ruolino di marcia in questa stagione, un dato è notevole: non è mai uscita dalla top ten ad eccezione di una volta, l’ultima tappa di UAE Tour, ma si arrivava in salita, a Jebel Hafeet, è comprensibile, per non dire assolutamente normale. Non solo piazzamenti, perché ha vinto a Beobank Samyn Ladies. In una UAE Adq che arriva alla partenza mutilata dall’assenza di Elisa Longo Borghini, Lara Gillespie potrebbe essere la carta per fare risultato. La Roubaix finisce in un velodromo e, ci sia permesso il volo pindarico, lei di velodromi se ne intende.

Millie Couzens 🇬🇧 (Fenix-Premier Tech)

Non è un nome per la vittoria, probabilmente, perché Couzens non vi è particolarmente avvezza. Però sono settimane ormai che in ogni gara importante, nei frangenti decisivi, in un modo o nell’altro era sempre presente. Couzens è classe 2003, nata il 29 ottobre, ha ventidue anni e vari margini di crescita. Quest’anno ha centrato l’ottavo posto alla Omloop Het Nieuwsblad ed il sesto al Trofeo Binda. In squadra ha Charlotte Kool e Marthe Truyen che, magari in molti non lo ricordano, ma qui a Roubaix un risultato importante l’ha colto. Era la pazza edizione del 2023, quella conquistata rocambolescamente da Alison Jackson. Truyen si piazzò terza. Millie Couzens non vincerà ma siamo convinti che, in un modo o nell’altro, se ne sentirà parlare. Ed a forza di essere nei paraggi del momento giusto, non si sa mai.

Zoe Bäckstedt 🇬🇧 (CANYON/SRAM zondacrypto)

L’ultima immagine di Backstedt risale a una settimana fa, al Fiandre, quando, nel terzo gruppo inseguitore, quello, per intenderci, di Kopecky, Swinkels, Persico e Longo Borghini, ha conquistato il quinto posto alla Ronde, dopo il quarto posto di qualche giorno prima alla Dwars. Indubbiamente in un buon periodo l’atleta di CANYON//SRAM Zondacrypto che alla Roubaix potrebbe cercare il colpaccio. Dopo l’esordio in questa corsa nel 2023, giovanissima, è andata costantemente migliorando, fino al quindicesimo posto dello scorso anno. Ha ventuno anni, è in una squadra molto forte. Lasciamo tre puntini di sospensione.


10 nomi da seguire al Giro delle Fiandre 2026

Il Fiandre non chiede, ma pretende.
Vuole gambe che non tremano sui muri, teste che non si spezzano quando il vento prova a tagliarti in due. Cerca cuori abbastanza sporchi da non farsi intimidire dal rumore dei sassi.
Al Fiandre – alla Ronde, chiamatela come volete – non c’è poesia, né prosa. C’è soltanto selezione naturale. Ogni curva è un tribunale, ogni tratto di pavé un interrogatorio. Chi mente, salta.

Ed ecco qui dieci nomi, dieci storie sul filo tra gloria e disfatta, prima che la corsa decida chi resta in piedi e chi viene sputato fuori dal Nord.

Alec Segaert 🇧🇪 (Bahrain Victorious)

Anno buono, a tratti buonissimo, finora, per il giovane belga della Bahrain che si è sempre distinto per la forza sul passo e per il tormentone sui mondiali a cronometro nelle categorie giovanili (dove ci è arrivato sempre da grande favorito, e alla fine ne è uscito con, “soltanto”, un bronzo tra gli U19, un argento e un quarto posto tra gli Under 23). Anno a tratti grandioso quello che sta vivendo Alec Segaert, vincitore del GP Denain e, per poco, giustiziere di van der Poel e van Aert alla Gand – poi c’ha pensato il gruppo ad annacquare il suo vino. Ha una forma eccezionale e sta salvando al Nord la spedizione sottotono della Bahrain – che ha, comunque altri giovani interessanti per queste corse e che potranno crescere, come Erzen o Borgo. Segaert ha una sola Ronde sulle spalle chiusa in trentaduesima posizione, ma così forte non lo abbiamo visto mai. Può andare bene sia nel caso di corsa resa durissima da Pogačar e i suoi, sia nel caso di corsa tattica e qualora dovesse esserci un rimescolamento alle spalle del grande favorito di oggi, lui saprebbe trovare lo spunto per provare persino ad avvicinare un piazzamento sul podio. O in caso di congiunzioni astrali giuste, anche salirci.

Per Strand Hagenes 🇳🇴 (Visma | LAB)

Il giovane norvegese che, per ciò che sta dimostrando in questa primavera da Per Strand è diventato Per “Strong”, è stato beffato, quasi umiliato verrebbe da dire, se non fosse un termine esageratamente forte e fuori fuoco, proprio da Segaert, nel finale del GP Denain;è stato ripreso a Le Samyn a poco dal traguardo dopo un bell’attacco dalla media distanza; è stato uno dei migliori in campo alla DDV, chiudendo su decine di attacchi per difendere la posizione di van Aert in fuga; si è fatto notare anche all’OHN e ha chiuso sul podio ad Harelbeke, dietro van der Poel, ma con la colpa, condivisa con gli altri presenti nel gruppetto, di non aver voluto dare lo scatto decisivo per riprendere l’ex campione del mondo, lì davanti a pochi metri. Il giovane norvegese, però, in tutto questo, ha dimostrato la sua crescita, attesa da anni, dimostrandosi capace di scalare le gerarchie e prendendo idealmente il posto lasciato vacante da Tiesj Benoot e Dylan van Baarle. Mica male. Lo immaginiamo, a questo Giro delle Fiandre, di nuovo all’attacco, magari per cercare di essere utile a scardinare la possibile difesa (prima dell’attacco) UAE del suo imbattibile capitano e fungere così da uomo tatticamente utile per van Aert. Poi, certo, se dovesse ritrovarsi lì davanti, lo abbiamo detto, forte è forte. Da giovane pure un bel vincente.

Axel Huens 🇫🇷 (Groupama FDJ United)

Ve ne siete accorti, vero, che in queste settimane, nelle gare del Nord, è presente ben salda una maglia della Groupama diversa rispetto a quella dei soliti noti Grégoire e Madouas? Ecco, quella è la maglia che indossa Axel Huens che sta vivendo la sua miglior Primavera della carriera, ad alti livelli, dopo essere stato rilanciato dalla squadra di Tietema nelle ultime due stagioni. Eravamo indecisi se metterlo in vista della Roubaix, lui che, nato a Compiègne, da dove parte l’Inferno del Nord, e ci punta forte, dopo essersi pure messo in luce con un ventisettesimo posto proprio lo scorso anno nel velodromo francese. Abbiamo voluto bruciare le tappe: ce lo aspettiamo in lotta già a questo Fiandre, dopo averlo visto davanti al GP Denain, settimo,  alla Nokere Koerse, quindiceismo, alla Kuurne, ventiduesimo, alla De Panne, ventiquattresimo,  alla Bredene Koksijde, ventieseiesimo, all’E3, trentunesimo e infine protagonista in due azioni che potevano arrivare al traguardo dopo aver scollinato davanti sui muri, sia alla Gand che alla Dwars. In entrambe le corse c’ha provato e poi ha sprintato per un piazzamento (dodicesimo e sedicesimo), perché oltre all’attitudine per questo tipo di corse, ha pure lo spunto veloce. Anche se in squadra il capitano sarà Grégoire,  e in seconda battuta Madouas, ci aspettiamo di vederlo nelle azioni buone e poi a sfruttare lo spunto per un piazzamento nei quindici, venti.

Aimé De Gendt 🇧🇪 (PInarello Q36.5 Pro Cycling Team)

A quasi 32 anni, il belga, da quest’anno in Pinarello, sta vivendo la sua miglior primavera in carriera, in una squadra che puntava tutto su Wright per il Nord, ma si è ritrovata con l’inglese ancora non pervenuto. De Gendt, invece, che ogni tanto la zampata per un piazzamento l’ha messa anche in passato nelle semi classiche di casa, quest’anno ha alzato il livello, mettendosi volentieri in mezzo ai big sui muri delle corse più importanti, oppure, ancora meglio, in quei tratti spesso decisivi tra una salita e l’altra e dove spesso va via l’attacco decisivo o più consistente. Magari non è il primo nome che vi verrà in mente per la Monumento fiamminga, ma occhio, perché ha esperienza, un buon tempismo negli attacchi ed è dotato di spunto veloce e, nel caso di un rimescolamento alle spalle del condannato a vincere Pogačar, lui potrebbe pure dire la sua per un risultato nei dieci. D’altra parte in stagione è stato quinto alla OHN e ottavo  alla Gand, risultati che parlano da soli sulle sue intenzioni.

Remco Evenepoel 🇧🇪 (Red Bull – BORA – Hansgrohe)

In questa lista, inizialmente, era prevista la presenza di Jenno Berckmoes di cui, in realtà, avevamo già prodotto uno specchietto che ne raccontava potenziale (enorme) e risultati. Poi la caduta rovinosa alla Dwars door Vlaanderen ha fatto saltare i nostri piani e probabilmente anche i suoi, ma proprio mentre lui cadeva – e si ritirava – veniva confermata la presenza di Remco Evenepoel alla Ronde, suo esordio assoluto nella corsa di casa. Ciò che il belga potrebbe fare lo immaginiamo tutti: in caso di corsa fantozziana come il suo amico e connazionale van Aert, non ci si potrebbe fare nulla, cadute, forature, incidenti di ogni genere sono incontrollabili e oltretutto vanno spesso a rovinare la corsa sempre agli stessi, ma se, al contrario, per lui dovesse arrivare una gara lineare – per quanto possa essere lineare una gara al Nord – lo diciamo subito e senza troppi problemi: la possibilità di ottenere un piazzamento nei primi dieci, se non addirittura di salire sul podio, è alta. Vero che anche la concorrenza lo è e lui su queste strade, che comunque conosce a memoria, non c’ha mai corso in questo periodo, in corse ufficiali, però è Remco, provate a mettergli un limite.

Lorena Wiebes 🇳🇱 (Team SD Worx-Protime)

In teoria, le difficoltà del percorso di una corsa come il Fiandre, tra muri e pavè, dovrebbero imporre una selezione tale da staccare atlete con le caratteristiche di una velocista e questo sarebbe tecnicamente Lorena Wiebes: la donna più veloce del gruppo, qualcuno dice del mondo. Sulla carta, sulla strada, invece, le cose cambiano, almeno in parte. Sarebbe facile annotare la recente vittoria di Wiebes alla Gent-Wevelgem, ora in Flanders Fields, dove la differenza è stata fatta proprio da lei e proprio su un terreno ostico quale il Kemmelberg, ma la constatazione non può fermarsi qui. Wiebes ha una gamba in stato di grazia e negli anni è migliorata su pendenze solitamente proibitive, evolvendo in un’atleta che vuole sfruttare ogni potenzialità. Spesso ha utilizzato queste capacità per lavorare per Lotte Kopecky e dovrebbe farlo anche questa volta. Alcuni la aspettano staccata sul Kwaremont… noi staremo a vedere.

Franziska Koch 🇩🇪 (FDJ United-SUEZ)

Koch corre in FDJ-Suez, la squadra di Demi Vollering che certamente parte fra le tre o quattro favorite di rango nelle Fiandre. La riflessione, importante, però, va fatta sulla condizione della tedesca classe 2000, campionessa nazionale, che, partendo con i medesimi gradi di gregaria, è andata a conquistare un quinto posto alla Omloop Het Nieuwsblad e il terzo preziosissimo gradino del podio alla Strade Bianche, lavorando prima per Vollering e poi per Elise Chabbey che Strade l’ha vinta, e pure alla In Flanders Fields l’abbiamo vista muoversi molto bene in gruppo. Sicuramente la sua giornata inizierà lavorando per la capitana, ma i tranelli della strada sono molti, sempre ed in particolare nell’Inferno del Nord. FDJ-Suez ha molte frecce nel proprio arco: Koch e Chabbey su tutte, senza scordare la giovanissima e talentuosa Gery e Amber Kraak che dove ci sono fughe o azioni pericolose, magari improbabili, spesso ci si intrufola.

Pfeiffer Georgi 🇬🇧 (Team Picnic PostNL)

Partirà con il dorsale 111, Georgi, e chissà che il triplice uno nel dorsale non sia un segno. A parte gli scherzi o le superstizioni, Pfeiffer Georgi è una delle atlete sempre presenti nelle startlist delle corse di livello e, soprattutto, negli ordini d’arrivo. Un’atleta che non fa rumore ma di cui si percepisce l’assenza. Se si fosse in una band, sarebbe il basso, invece è una ciclista ed è Pfeiffer Georgi. Inutile nascondersi: il risultato che l’ha portata all’attenzione di tutti e che la pone d’obbligo fra le atlete che possono sorprendere al Fiandre è il terzo posto alla Parigi-Roubaix del 2024, dietro a Lotte Kopecky ed Elisa Balsamo. Non solo questo però: un quinto posto al Trofeo Binda, un quarto posto all’Amstel Gold Race e un settimo alla Omloop Het Nieuwsblad oltre a varie top ten. Quest’anno ha sfiorato il piazzamento nelle dieci tanto al Binda, quanto alla Sanremo, quanto alla In Flanders Fields. Le manca quel guizzo che, se non la porta alla vittoria, la porta comunque lì vicino. Aspettiamocelo.

Imogen Wolff 🇬🇧 (Team Visma | LAB)

Classe 2006, vent’anni. Imogen Wolff è in una formazione, il Team Visma I Lease a Bike, che schiera alla partenza Marianne Vos e Pauline Ferrand-Prévot: come si direbbe, “non c’è trippa per gatti”, per il successo. Ma non è in quest’ottica che facciamo il suo nome. Wolff, quando era ancora junior, nel 2024, ha centrato il quarto posto alla Ronde van Vlaanderen ed il medesimo risultato alla Gent-Wevelgem, oltre alla vittoria al Piccolo Trofeo Binda e già questo basterebbe per citarla. L’anno scorso, però, al primo anno tra le élite, ha corso una campagna del Nord di rilievo, costantemente intorno alla ventesima posizione, per la precisione ventiduesima alla Ronde e ventiquattresima alla Roubaix. Ci sarà tempo per migliorare e siamo convinti che fra qualche anno la britannica se la giocherà questa gara. In questo giorno della Settimana Santa ciclistica, invece, la vedremo davanti a “fare il posizionamento” per le compagne. Potrebbe essere proprio una bella giornata per lei.

Shirin van Anrooij 🇳🇱 (Lidl-Trek)

Di Shirin alle classiche del Nord ci ha parlato forse per la prima volta Elisa Longo Borghini qualche anno fa, mostrandoci il lato grintoso di questa atleta che macina velocissimamente le gambe pur con un problema al cambio per fare la velocità richiesta. Da quel giorno sono cambiate molte cose e Van Anrooij, oltre ad essere un’ottima donna squadra, si è ritagliata il proprio posto in Lidl-Trek a suon di piazzamenti in corse che se non erano classiche ne avevano tutta l’aria, per percorso e storia: seconda alla Dwars door Vlaanderen, terza all’Amstel Gold Race, terza proprio alla Ronde van Vlaanderen nel 2024, quarta alla Omloop Het Nieuwsblad, quinta alla Strade Bianche e quinta alla Freccia del Brabante. Forse il suo successo più importante resta il Trofeo Binda, vinto con lucidità e con un attacco piazzato al momento giusto nel 2023, quando tutti attendevano Elisa Balsamo. Quest’anno ha già fatto nona alla Strade Bianche e decima al Trofeo Binda. Le Fiandre sono dietro l’angolo.


10 nomi da seguire alla Milano-Sanremo 2026

La Milano–Sanremo non la corri: la attraversi, come un romanzo che sembra leggero finché non ti accorgi che ti sta pesando sulle gambe. Centinaia di chilometri di niente, poi all’improvviso tutto: il mare, i capi, la tensione che sale come una febbre buona.
Qui non si improvvisa, qui si rivela chi ha davvero il coraggio di aspettare.

Dieci nomi, dieci storie in bilico tra la quiete e la scintilla, prima che la Classicissima decida chi merita il finale

Isaac Del Toro 🇲🇽 (UAE Team Emirates-XRG)

Perché proviamo pure a immaginare uno scenario, anzi più di uno, differente, in cui il messicano sta spianando la Cipressa per il suo capitano, si gira e non vede più nessuno e se ne va; oppure, chissà, resta con i migliori sul Poggio e succede qualcosa di simile, va troppo forte per gli altri; o magari, ancora, terza possibilità: sulla Cipressa (o sul Poggio) va via un gruppetto, ci sono diversi UAE e lui, sfruttando un momento, anticipa e…

Ne seguì una postilla:

Alla veloce Del Toro appartengono tutti quei corridori che di recente hanno mostrato di avere tanta gamba in salita e che potrebbero restare con i migliori in caso di una sparata forte, ma non tale da devastare il gruppo:  Matteo Jorgenson, Giulio Pellizzari, Primož Roglič e Giulio Ciccone, sono i primi che ci vengono in mente.

Tobias Lund Andresen 🇩🇰 (Decathlon CMA CGM Team)

Tre vittorie in stagione battendo tipi di una certa rilevanza, Brennan due volte in Australia, De Lie e Philipsen alla Tirreno-Adriatico in una volata in cui tra gli sconfitti figurava anche Jonathan Milan. Se non è il più forte velocista in circolazione, al momento, poco ci manca, anzi osiamo di più: il danese della squadra francese ha tutto per ripetere l’impresa fatta da Philipsen un paio di anni fa  ed è anche il corridore che più gli assomiglia per caratteristiche tecniche plasmate su un percorso come quello della Sanremo, lui come Brennan (assente dell’ultimo minuto per un malanno) e Magnier, i quali però si portano un paio di dubbi sulla condizione, il primo non corre da qualche settimana, il secondo viene da una brutta caduta.  Il danese, come i sopracitati, appartiene a quella categoria di velocisti velocissimi, ma anche resistenti, cosa che a Sanremo spesso paga con la tattica più semplice: resistere ai migliori sul Poggio e poi beffarli in Via Roma.

Jonas Abrahamsen 🇳🇴 (Uno X-Mobility)

Abrahamsen appartiene, invece, a quella categoria di corridori che nel caso in cui dopo il Poggio ci si ritrovasse, assieme in più di uno, lui compreso, logicamente, altrimenti questo paragrafo non avrebbe senso di esistere, avrebbe la sparata per provarci. In questo inizio di stagione si è un po’ nascosto, ha fatto intravedere qualcosa, ma lo aspettiamo questa primavera verso importanti risultati e a un ulteriore salto di qualità, magari incominciando proprio da La Classicissima. Adatta a tantissimi corridori, anche a quei pesi massimi come lui che sanno sopportare bene determinati sforzi su pendenze brevi e non impossibili. I watt ci sono, la testa pure.

Andrea Vendrame 🇮🇹 (Team Jayco AlUla)

Si è giocato fino all’ultimo questo spazio con Matteo Trentin, alla fine abbiamo optato per lui, se non altro perchè non saranno molte altre le gare in primavera in cui avremo la possibilità di inserirlo. A 31 anni e mezzo e dopo aver cambiato squadra, pensavamo che il giro di boa della sua carriera fosse stato raggiunto e superato e invece questo inizio di stagione del corridore veneto è, per consistenza e continuità, il migliore in carriera, seppure gli manchi ancora la vittoria, che presto arriverà, non abbiamo dubbi. Occhio al Joker veneto, perché se c’è una grande classica su misura per lui è questa, seppure il miglior risultato è l’11° del 2020 e poi poco altro, ma una top ten è assolutamente alla sua portata, quest’anno, con questa gamba. E poi, fatto da non sottovalutare, la sua squadra qui ha un certo feeling – vittorie negli anni con Goss e Gerrans, podi e piazzamenti con Matthews. Insomma, dai, c’è tutto per poter pensare a qualcosa di buono, anzi, magari anche di buonissimo, da leccarsi i baffi.

Romain Grégoire 🇫🇷 (Groupama FDJ United)

Ricordate chi fu quel corridore che in un primo momento tenne la ruota di Pogačar, Ganna e van der Poel sul Poggio, poi mollò di schianto, ma pareva ce la potesse fare, sembrava poter persino rientrare in discesa, ma alla fine per lui fu un nulla di fatto? Si, esatto, proprio, lui, Romain Grégoire, il giovane francese che a soli 23 anni è già una realtà solidissima delle gare di un giorno dove aspetta solo quel salto di qualità definitivo nelle grandi corse che si chiama vittoria. Perché lui in quelle di medio alto e livello la firma la sta già mettendo. 13 successi tra i professionisti, alla sua età, non sono un fatto banale da riportare. La forma è quella giusta, forse la migliore finora vista tra i professionisti e lo diciamo dopo aver visto i successi sfiorati in una tappa della Ruta del Sol e al Laigueglia. Dopo avergli visto vincere la Faun Drome Classic e sfiorare il podio alla Strade Bianche, vera cartina tornasole della sua condizione. Occhio a lui, è veloce e va molto forte in discesa. Se in giornata di grazia – e prima o poi arriverà quella volta anche in una corsa di questa importanza – va battuto o meglio ancora, staccato prima del traguardo.

Noemi Rüegg 🇨🇭 (EF Education-Oatly)

Può sembrare assurdo o bizzarro inserire fra i cinque nomi imprevedibili, per questa edizione 2026 della Sanremo Women, colei che l’anno scorso è salita sul terzo gradino del podio dietro a Lorena Wiebes e Marianne Vos, eppure di certo è questa la cifra della svizzera, classe 2001 in casacca EF Education-Oatly. Rüegg, che quest’anno ha già vinto il Tour Down Under all’esordio di stagione, si è messa in mostra tanto alla Strade Bianche, con un undicesimo posto, quanto al trofeo Binda, dove ha concluso ottava. Insomma, è sempre lì, dove i giochi si fanno importanti. Non vince molto ma sembra in attesa “della prossima grande cosa” e la primavera le dice particolarmente bene: nel 2025 non finì mai fuori dalla top ten nella settimana che Siena porta al mare. Ha spunto veloce ed il fiuto per cogliere l’azione giusta e improvvisare. La sua squadra non è nuova a cose del genere, le pietre del Nord potrebbero raccontarlo.

Cat Ferguson 🇬🇧 (Movistar Team)

Sia chiaro, non è un nome imprevedibile per il talento e le potenzialità. Ferguson ha, in quantità abbondanti, tanto le une quanto le altre. Semmai lo è in quanto solo diciannovenne, ma prodigio ciclistico che l’anno scorso sfiorò il Trofeo Binda e alla Sanremo dimostrò di poter competere con le big. Per non parlare del doppio titolo mondiale conquistato nel 2024 in Svizzera, strada e cronometro. A differenza di altre, può giocarsi le proprie carte anche in uno sprint di gruppo, pur se in quest’ultimo caso il nome più titolato è sempre e solo uno: Lorena Wiebes. La sua apertura di stagione è stata buona con due successi nelle gare in Spagna e un quarto posto alla Omloop Het Nieuwsblaad. Nel gruppo inseguitore di Kasia Niewiadoma e Demi Vollering solo Wiebes riuscì a precederla in volata. Un vecchio professore del liceo avvertiva chi scrive che “nulla si ripete mai due volte allo stesso modo”. Chissà che non avesse ragione.

Kim Le Court Pienaar 🇲🇺 (AG Insurance – Soudal Team)

Sì, lo sappiamo. Giusto un paio di settimane fa l’avevamo già menzionata fra le atlete da Strade Bianche ed il nostro sembra un vizio. Vi assicuriamo che così non è. Le Court Pienaar, che ormai scherza e si soprannomina “Semaforo”, su suggerimento di Elisa Longo Borghini, per via dei colori della propria maglia, è davvero un bonus valido per quasi tutte le classiche o semi classiche. A Siena qualcuno ci ha detto: “Sempre meglio non fidarsi che le “fagianate” fanno male”. A Strade è stata vittima della sfortuna. Potrebbe essere un motivo per essere deluse o, forse, chissà, un motivo per reagire di rabbia e di istinto. Certo non potrà pensare di passare inosservata: per i colori della maglia e perché in gruppo, pur da lontano, pur senza troppo rumore, la notano tutti.

Letizia Borghesi 🇮🇹 (AG Insurance – Soudal Team)

Sostiene Borghesi che la stagione sia partita bene, che il cambio di team, da EF Education-Oatly ad AG Insurance Soudal Team, le abbia fatto bene anche a livello motivazionale. Se si osserva la carriera di Borghesi si nota come sia tutto proceduto per step e con gradualità: dalla vittoria totalmente inaspettata al Giro d’Italia Women, a Carate Brianza, al passaggio in realtà sempre più strutturate, alla multidisciplinarietà con il cross e le trasferte in camper. Anche lei vittima della sfortuna sugli sterri senesi, proprio mentre era con le migliori, si è rifatta al Trofeo Binda dove ha conquistato un quinto posto che può annoverare fra i suoi migliori risultati. Poco meno di un anno fa, alla Parigi Roubaix Femmes colse un secondo posto a cui stentava a credere. La sua canzone più bella, e le biciclette di sintonie se ne intendono, potrebbe metterla assieme a Sanremo.

Margot Vanpachtenbeke 🇧🇪 (Lidl – Trek)

Non siamo disattenti e nemmeno ingenui. Per come stanno oggi le cose e in generale in qualunque punto dell’universo la si osservi, la donna di casa Trek per la Sanremo è Elisa Balsamo. Per lei sarebbe l’apoteosi. Altrettanto vero è che Balsamo si scontra con due fattori: da un lato Lorena Wiebes che, al momento, è innegabilmente più veloce di lei in volata. Anzi, è più veloce di chiunque, senza girarci attorno. Dall’altro, Elisa Balsamo non vince in volata da qualche tempo, troppo per una campionessa con le sue caratteristiche, il 14 giugno dello scorso anno. La fame farà tanto, ma pure l’astinenza crea dubbi e timori e se la volata non dovesse essere il logico epilogo della corsa che inaugura la primavera, Margot Vanpachtenbeke potrebbe essere la sorpresa che nessuno (o forse solo qualcuna fra le più attente) si attende. Margot lavorerà molto e poi…


10 nomi da seguire alla Strade Bianche 2026

Una corsa così non la inventi, ma non ditelo agli ideatori ché è una favola: strade bianche, facce scure, e quel vento che ti entra nelle ossa come un dubbio. A Siena non si vince per caso: o hai la gamba, o hai la testa, o hai un santo in tasca. Sabato si capisce subito chi è venuto a fare la foto e chi invece vuole lasciare il segno.

Dieci nomi, cinque uomini e cinque donne, da tenere d’occhio prima che la polvere faccia il resto.

Adrien Boichis 🇫🇷 (Red Bull-BORA-hansgrohe) 

È un (ex) biker quindi su certi terreni sa muoversi, non disdegna l’elevato dislivello come dimostrato nel 2025, anno di consacrazione su strada tra gli Under 23 e come accennato anche in questi suoi primi mesi da professionista. Già portarla al termine, comunque, potrebbe essere un ottimo risultato, noi ci ricordiamo un altro francese che qualche anno fa da neo professionista chiuse nei 20 questa corsa (Madouas, arrivò proprio ventesimo, era il 2018, edizione di cui parliamo qui, una delle più dure di sempre), non è da escludere possa persino eguagliare un risultato simile.

Quinn Simmons 🇺🇸 (Lidl-Trek) 

Tra i corridori con maggiore feeling con la corsa senese c’è Quinn Simmons il quale però deve riuscire a mettere assieme tutti i pezzi su queste strade perché poi tra una cosa e l’altra il miglior risultato è un settimo posto, ma sembra sempre dare l’idea di meritare qualcosa in più. Vero che i primi tre posti potrebbero essere già assegnati (Pogacar, Seixas, Pidcock, incidenti permettendo), ma l’americano visto soprattutto nella seconda parte di 2025 è un duraccio ed è perfettamente in gioco per provare ad avvicinare quel podio che saprebbe di vittoria vista la concorrenza.

Filippo Zana 🇮🇹 (Soudal Quick Step)

Altro corridore con un enorme feeling su queste strade e, probabilmente, anche la più concreta carta che il ciclismo italiano può giocarsi verso Siena. Quest’anno ha già vinto, seppure una corsa mediocre per concorrenza come il giro di Sardegna, ma si è anche piazzato bene al Tour Down Under. In salita tiene, sa guidare la bici e soprattutto sarà (insieme a Garofoli, teniamo d’occhio pure lui), il leader della Soudal. Il nono posto nel 2024 è il suo miglior risultato qui e viste le difficoltà del ciclismo italiano in questa corsa (due soli podi più una vittoria, anche uno dei migliori risultati delle ultime stagioni.

Tibor Del Grosso 🇳🇱 (Alpecin-Premier Tech)

Esordio stagionale (e anche alla Strade Bianche) per questo grande talento del ciclocross che qui potrebbe fare molto bene, ora o in futuro, a patto, però, di migliorare in salita: negli ultimi anni la corsa senese è diventata sempre più esigente tanto da far scegliere a Mathieu van der Poel nelle ultime stagioni di non presentarsi nemmeno al via. E a fare le veci in Alpecin tocca proprio al 22enne nerlandese di Eelde, col suo carattere difficile, ma capace di infiammare il pubblico grazie alla sua condotta di gara, sia su strada che nel ciclocross. Difficile vederlo nel cuore della corsa nelle fasi salienti già quest’anno, lui è qui per imparare e migliorare e oltretutto ha già messo le mani avanti sul fatto che in squadra sono altre le punte (facciamo un nome su tutti:; Emiel Verstrynge), ma il talento è grande e non ci stupiremmo a vederlo lottare per un posto nei dieci.

Quinten Hermans 🇧🇪 (Pinarello Q36.5 Pro Cycling Team)

Chiudiamo con un altro crossista, ma stavolta ex Alpecin, Quinten hermans, passato alla Pinarello Q36.5 per avere il suo spazio che qui a Siena dividerà con Tom Pidcock, principale alternativa in chiave successo a Tadej Pogacar. Il belga è partito forte quest’anno, tirato a lucido come di rado si è visto nelle prime gare stagionali e lo scorso anno chiuse 15° su queste strade.L’obiettivo, oltre a quello di dare una mano a Pidcock, è quello di migliorare il risultato del 2025, magarientrando nelle priem dieci posizioni.

Elisa Longo Borghini 🇮🇹 (UAE Team ADQ)

Il 4 marzo, giusto pochi giorni fa, è caduto l’anniversario della vittoria di Longo Borghini a Strade Bianche: era il 2017, ben nove anni fa. Non sono molte le atlete per cui a distanza di così tanto tempo si possono scrivere parole simili, anzi, migliori. Elisa Longo Borghini è una di quelle, assolutamente straordinaria. Oggi la annoveriamo fra le favorite d’obbligo, Se dovesse tornare a vincere, farebbe qualcosa di simile a quel che le è già riuscito al Fiandre (conquistato nel 2015 e nel 2024). Nel mezzo, per non farsi mancare nulla, due Giri d’Italia e una Roubaix. Con Siena e gli sterrati ha un legame particolare e difficilmente è uscita dalla top ten, l’anno scorso una giornata no l’ha costretta a soffrire tutto il giorno. A dicembre ci aveva quasi promesso una rivincita. Accadrà oggi?

Demi Vollering 🇳🇱 (FDJ United – SUEZ)

Ci sentiamo di presentarla come la favorita numero uno ed i motivi sono molteplici, dal passato e dal presente. Indosserà il numero uno, perché l’anno scorso è stata proprio lei a levare le braccia al cielo in Piazza del Campo, il secondo successo, dopo quello ottenuto nel 2023. Quest’anno, in maglia di campionessa europea, ha iniziato alla grande, due appuntamenti e due vittorie, pur differenti. Si è aggiudicata la Setmana Ciclista Volta Femenina de la Comunitat Valenciana, con doppio successo di tappa, e, soprattutto, è andata a prendersi, di prepotenza, dominando la corsa, la Omloop Het Nieuwsblad davanti a Niewiadoma. La condizione c’è, sul talento è persino inutile discutere. Ecco perché è uno dei cinque nomi che vi proponiamo.

Lotte Kopecky 🇧🇪 (SD Worx – Protime)

Non viene dalla migliori delle stagioni possibili, Kopecky. Che poi è tutto un dire, avendo conquistato il Fiandre, fra le altre cose, ma si sa cosa ci si attende dalle grandi. Con Strade Bianche ha un feeling particolare avendo già conquistato la corsa sia nel 2022 che nel 2024- in sostanza negli ultimi quattro anni non c’è stato spazio per nessuno tranne che per la belga e per la sua ex compagna di squadra olandese- oltre ad aver centrato, per esempio, il secondo posto, per un nulla, in quella volata, a tratti esaltata ed a tratti criticata, proprio con Vollering nel 2023. Nel suo debutto alla Omloop Het Nieuwsblad non ha dato particolari segnali incoraggianti però atlete come lei sanno focalizzare l’obiettivo. L’anno scorso non era presente, riprenderà da dove aveva concluso, ovvero dal successo di due anni fa?

Kimberley Le Court Pienaar 🇲🇺 (AG Insurance – Soudal)

A differenza dei nomi sopra citati, parliamo di una ragazza che da queste parti non ha mai vinto ed anzi come miglior risultato segna un quattordicesimo posto proprio lo scorso anno, prima che accadessero tante cose. Un esempio? Prima della vittoria alla Liegi e delle top five alla Sanremo e alla Ronde, ma anche prima della vittoria di tappa al Tour de France. Al Giro, invece, aveva già centrato il bersaglio nel 2024. Quest’anno ha debuttato all’UAE Tour e, seppur su un terreno completamente differente, l’abbiamo vista a proprio agio sulle rampe della salita di Jebel Hafeet. Un suo risultato di rilievo sarebbe significativo per molti motivi e andrebbe ad aggiungere una perla al palmares di una ciclista che, a  ventinove anni, ha davanti più futuro che passato.

Puck Pieterse 🇳🇱 ( Fenix-Deceuninck)

Sarebbe banale dire che citiamo Puck Pieterse per il suo legame con la terra, intesa come polvere, fango, se piove, visto il suo impegno con risultati di eccellenza nel ciclocross. Sarebbe banale anche se è certamente uno dei motivi per menzionarla, noi, però, l’abbiamo scelta per una scena che ricordiamo molto bene, proprio a Siena, nel 2023, in occasione del suo debutto, concluse quinta. Era stanca, ma felice. Disse qualcosa della serie: “Tornerò”. Tornata è tornata ed ha fatto registrare un tredicesimo ed un settimo posto. L’anno scorso, se possibile, ha fatto un ulteriore salto di qualità su strada. Pare una di quelle che possono davvero inventarsi di tutto. Lo farà? E, se sì, cosa si inventerà oggi?


10 nomi da seguire nel 2026

5 corridori per la stagione 2026 al maschile e 5 per il femminile, niente di più, né di meno. Sorprese, conferme, esplosioni: i nomi sono tanti, abbiamo fatto una scrematura e ve li presentiamo in breve.

5 NOMI MASCHILI

Markel Beloki 🇪🇸 (2005 – Ef Education – Easy Post)

Figlio d’arte, spagnolo, suo padre, Joseba, dopo aver inseguito a lungo Armstrong e il Tour, un giorno , il 14 luglio del 2003, si schiantò rompendosi femore, gomito e polso. Markel non era ancora nato, ma quella storia la conosce bene. Oggi corre in EF, Markel, non Joseba, si intende, ha solo 20 anni e tanto da dimostrare e ha già iniziato a farlo nel 2025. Vuole diventare corridore da corse a tappe, come il padre, non si sfugge all’eredità. Nel 2025 ha vinto il Tour d’Alsace. Quest’anno vuole salire di un gradino.


Thymen Arensman 🇳🇱 (1999 – INEOS Grenadiers)

Tre perle, tra aprile e luglio, tra la primavera e l’estate. Parliamo della sua vittoria a Obertilliach al Tour of the Alps e della doppietta al Tour de France, prima a Luchon-Superbagnères e poi a La Plagne. Non solo le vittorie ma il modo in cui le ha conseguite, sempre con un alto tasso di spettacolarità. Al Tour of the Alps ci aveva confidato di credere nelle sensazioni ancora prima che nei dati. La domanda viene spontanea: si supererà nel 2026? Punterà alle tappe divertendosi e facendo divertire oppure il suo pensiero tornerà alla classifica generale?


Thomas Silva 🇺🇾 (2004 – XDS Astana Team)

Se dovessimo dare un titolo alla sua storia, probabilmente scriveremmo: “Silva, un uruguaiano nel World Tour”. Storia affascinante, accattivante. C’è tanta curiosità per il ventiquattrenne che da quest’anno approda in XDS Astana Team, dopo essere cresciuto in Caja Rural-Seguros RGA. Si distingue per velocità ed esplosività, doti che nel ciclismo, mirando ai giusti traguardi, possono consentire vittorie e piazzamenti a fiotti. Ed in un ciclismo in cui le squadre hanno sempre maggior bisogno di punti, Guillermo (questo è il suo secondo nome) Silva può essere una buona macchina da punti.


Lorenzo Milesi 🇮🇹 (2002 – Movistar Team)

All’inizio dell’anno si guarda sempre in avanti ma è buona cosa anche voltarsi indietro. Così il finale della scorsa stagione di Lorenzo Milesi è indizio del percorso che l’atleta di San Giovanni Bianco sta facendo. Sono le prestazioni ancora prima dei piazzamenti a farci dire questo. Cosa manca? La vittoria. Ora desideriamo vederlo con continuità in prove di spessore e chissà che non arrivi anche questa ciliegina sulla torta che è nell’aria: il successo.


Felix Orn-Kristoff 🇳🇴 (2006 – Lotto Intermarché)

Fratello d’arte. Certo, diverso dal maggiore dei Kristoff, Alexander, ma, forse, nemmeno troppo. Il focus per lui è sulle classiche che ben si attagliano al tipo di atleta che è. Lo ricordiamo vincitore a Chiusdino, in una frazione dell’Eroica Juniores, in un giorno con scenari da classica, per l’appunto. La chiave è il suo talento abbinato alla giovane età. Quindi, sì, i risultati ma anche la crescita: questo si chiede ai ragazzi talentuosi


5 NOMI FEMMINILI

Lore De Schepper 🇧🇪 (2005 – AG Insurance Soudal Team) 

Il futuro è tutto davanti alle ruote della bicicletta della giovane Lore De Schepper ma anche il passato, pur se breve, ha da raccontare. Il 9 luglio 2024, a nemmeno diciotto anni, al Giro d’Italia Women si piazzava undicesima nella terza frazione con arrivo a Toano, con percorso per nulla facile. E non era la prima dimostrazione di qualità della belga. De Schepper ha proseguito e l’anno scorso ha ben seminato per il 2026: quarta all’Avenir, buone prestazioni nelle tappe più importanti, al Giro d’Italia è stata in top ten a Pianezze e ben piazzata nella classifica giovani. Se crescere è questo, è una gran bella cosa!


Maeva Squiban 🇫🇷 (2002 – UAE Team ADQ)

Si è rivelata a tutti tra il trentuno luglio ed il primo agosto dello scosto anno, proprio al Tour de France partito dalla sua Bretagna. Un uno-due che in Francia e non solo ha fatto scalpore: prima vincitrice ad Ambert e, poi, il giorno successivo, a Chambéry, lasciandosi alle spalle tutte, in solitaria. Di Squiban, in realtà, si parlava da tempo, e sicuramente qualcuno ricorderà il suo secondo posto a Le Grand-Bornand alla Grande Boucle del 2024. Ora sarà un’osservata speciale perché quando se ne va è difficile rivederla, se non dopo il traguardo.


Eleonora Ciabocco 🇮🇹 (2004 – Team Picnic PostNL) 

Ciabocco crede alla logica del passo dopo passo: dice di aver imparato molto e di aver ancora tanto da imparare. Parla di capacità di mettersi al servizio ed anche di gestione della pressione quando le responsabilità vanno prese in prima persona. Sa gestirsi di fronte agli inconvenienti e, nei momenti di forma, ha un passo che le permette di supplire alla sfortuna. Dopo un buon Giro d’Italia, all’Avenir, dove emergono le più giovani, è giunta quinta in generale e all’Ardèche si è riconfermato, sino all’amaro del quarto posto al Mondiale in Rwanda e al secondo posto all’Europeo. Il prossimo passo?


Viktória Chladoňová 🇸🇰 (2006 – Team Visma I Lease a Bike)

Il Team Visma I Lease a Bike ci ha visto lungo quando ha contrattualizzato la diciannovenne slovacca. Le atlete che corrono accanto a lei hanno poche parole: “Quanto è forte!”. Un dato rende l’idea: tra Mondiali ed Europei, prove in linea ed a cronometro, l’anno scorso non è mai uscita dalla top ten, sfiorando il doppio titolo, in linea ed a cronometro, ai Campionati del Mondo. Dai piazzamenti alla vittoria: questo potrebbe essere il suo 2026.


Isabella Holmgren 🇨🇦 (2005 – Lidl Trek)

A dispetto del cognome, ben conosciuto da tempo, e delle vittorie che non mancano, solo l’anno scorso ha dominato letteralmente il Tour de l’Avenir ed è andata ad un passo dalla conquista della maglia bianca al Giro d’Italia giungendo settima in generale, Isabella Holmgren è ancora giovanissima: fisco tirato, per andare più forte in salita, e occhi alla perenne ricerca della concentrazione. Vincerà ancora molto, soprattutto dovrà custodire il proprio talento senza farsi sopraffare dallo stesso. Il resto si può solo immaginare.


Il bronzo reale di Francesca Tommasi

Il podio dei Mondiali femminili di ciclismo virtuale alla Space42 Arena di Abu Dhabi e la medaglia di bronzo appena conquistata in mano. «È un’immagine che mi rimarrà stampata per sempre» dirà Francesca Tommasi un paio di settimane dopo in videochiamata. Il nostro incontro è online, come le sue gare, ma non possiamo non partire a chiacchierare se non da quel simbolo così concreto e pieno di significato.

Veronese, classe 1998; Francesca Tommasi è arrivata alle gare di ciclismo virtuale quasi per caso, guardando su YouTube gli highlights della stessa gara di cui 12 mesi dopo sarebbe diventata protagonista. Prima di quel giorno Francesca era una speranza dell’atletica azzurra. Nel 2019 si laureava campionessa italiana di cross, faceva parte del Centro Sportivo Esercito, gareggiava nei 5000 metri con una certa Nadia Battocletti (argento olimpico e mondiale nei 10000 metri) e puntava ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Poi una lunga serie di infortuni la porta alla prima grande svolta nella sua carriera. A fine 2022 appende gli scarpini al chiodo e sale in sella. È amore a prima vista. Non solo tra Francesca e la bicicletta, ma anche per gli addetti ai lavori. 

Francesca Tommasi è un talento. Per questo la Mendelspeck la tessera nell’aprile del 2023 e tre mesi dopo la porta a Chianciano Terme per il Giro Donne. Lo concluderà al 37° posto, con una Top20 sfiorata nella settima tappa di Alassio. Quella stessa sera le cicliste presero l’aereo per le ultime due frazioni in Sardegna. Un volo particolare per Francesca: «Ero seduta non lontana rispetto a Erica Magnaldi. E mi ricordo che avevamo scambiato un po’ di opinioni riguardo a medicina, al fatto di aver preso in mano tardi la bici. Anche lei, se non sbaglio, ha iniziato col ciclismo, almeno quello Elite, come me all’ultimo anno di università».

Infatti, mentre la sua carriera da ciclista diventa sempre più reale e concreta, Francesca Tommasi si laurea in Medicina. Così a fine 2023 ecco un nuovo bivio. Francesca lascia il ciclismo Elite, nonostante un contratto pronto per l’anno successivo con la BePink: «All’inizio quando ho deciso di smettere un po’ di pensieri ci sono stati però poi mi sono chiesta “Anche se avessi avuto più tempo saresti riuscita a mollare un po’ più i freni e stare più tranquilla?”. Onestamente mi sono risposta di no. Il mio non era un limite che con più tempo sarei riuscita a superare, forse anche per indole. Adesso non ho ripensamenti anche perché ho iniziato a lavorare e sono molto decisa sul fatto che fare il medico di base sia la mia strada. È un lavoro che mi dà soddisfazione».

A pesare, oltre alle velocità in discesa, le dinamiche di gruppo e l’impegno lavorativo si aggiunge l’assenza di sicurezza in strada. Francesca a fine 2023 viene investita da un’auto in allenamento e l’anno successivo cerca di ritrovare il suo equilibrio nelle granfondo. Taglia il traguardo per prima alla Marcialonga, anche se da ex-Elite è fuori classifica, e vince la Tre Valli Varesine (percorso medio). Poi arrivano i rulli e tutto, ancora una volta, cambia.

Si chiama ciclismo virtuale, o Esport Cycling, e anche se il panorama scorre sullo schermo di una tv o di un tablet mentre la bicicletta rimane saldamente ancorata al rullo, l’essenza dello sport – la fatica – è reale. Francesca quando parla del “suo” ciclismo sorride. Ha ritrovato in esso la fiamma della competizione, lasciandosi alle spalle i timori che portava con sé sulla strada. Ad agosto 2025 chiude al quinto posto i MyWhoosh Championships, qualificandosi per la semifinale mondiale. Il 3 ottobre, classificandosi terza, stacca il ticket per Abu Dhabi. E torniamo così all’inizio di questa storia.

Il 15 novembre Francesca Tommasi agli UCI Cycling ESports World Championships conquista la medaglia di bronzo, con 478 punti, alle spalle della neozelandese Mary Kate McCarthy (597 punti) e della brasiliana Gabriela Guerra (525 punti). Una gara tiratissima, che la vede precedere la svedese Camilla Ahlberg, quarta, di un solo punto. «Nella prima prova anche se alla fine dei conti sono andata bene, non ho avuto delle buone sensazioni. Vale per tutte, non eravamo a casa e c’era più tensione. È stata più una rottura del ghiaccio. Nella seconda mi sono sentita veramente bene. All’ultima ero stanca», ricorda Francesca. Il nome dell’ultima prova, “Il paradiso degli sprinter”, è tutto un programma per la ciclista veronese, che ha nella salita il suo terreno ideale. Il suo vantaggio nei primi 7 giri della prova scende da 35 a 1 punto su Ahlberg e tutto si decide quindi nell’ultima tornata: «Per fortuna ho avuto la la lucidità di pensare che l’ultimo sprint valeva doppio e quindi questo mi ha fatto partire per andare in fuga e prenderlo».

Dopo l’arrivo c’è chi si accovaccia sul telaio della sua bicicletta, chi si passa l’asciugamano in faccia, chi scende e va a complimentarsi con le colleghe vicine. Nonostante si veda tutto l’anno solo online, il gruppo delle cicliste virtuali sembra conoscersi da sempre: «Siamo arrivate ad Abu Dhabi tre giorni prima della gara ed eravamo tutte nello stesso hotel, quindi abbiamo avuto anche modo di parlare parecchio. È stata una sensazione molto strana perché siamo abituate a vederci dietro uno schermo. Si respirava comunque un bel clima. Abbiamo parlato anche di tante cose oltre allo sport».

Eppure in questo ambiente Francesca rappresenta un’eccezione. Non per la sua carriera, quanto per il supporto – assente – che ha ricevuto dalla sua Federazione: «Io e Riccardo Panizza [21° nella prova maschile n.d.a.] ci siamo subito resi conto che rispetto agli altri paesi l’Italia è indietro perché di fatto noi siamo andati a fare il campionato mondiale, che mette in palio una maglia iridata, come amatori». Francesca si è dovuta comprare la maglia azzurra e solo grazie alla borsa prestata da un conoscente ha potuto portare la sua bici negli Emirati. Il suo bronzo non può rimanere “virtuale” agli occhi della Federciclismo, in un periodo storico dove il ciclismo indoor sta riscrivendo le dinamiche dello sport. In quella Granfondo Tre Valli Varesine 2024, mentre Francesca Tommasi vinceva tra le donne, tra gli uomini il primo era Mattia Gaffuri. Quel Mattia Gaffuri che, passando anche dall’esperienza della Zwift Academy, il prossimo anno entrerà nel World Tour con la Picnic PostNL. A dimostrazione che il livello, anche nel ciclismo indoor, è altissimo. «Secondo me dovrebbe cambiare proprio la concezione, perché questo sport merita di essere considerato Elite. A maggior ragione, perché ufficialmente già riconosciuto dall’UCI» commenta Francesca.

Quello che conta, alla fine di tutto, è che la bicicletta, come il bronzo quando si espande negli stampi riempiendo ogni minimo spazio, è andata a riempire la sua vita.

Non è solo «una valvola di sfogo» ma un mezzo dal forte, e duplice, valore simbolico. Il primo è quello sentimentale: «È una passione che condivido col mio compagno Stefano [Ronchetti n.d.a.] e rappresenta una parte fondamentale della nostra relazione. È il mio allenatore. È molto bravo, mette tantissima passione in quello che fa e sono anche soddisfatta dell’equilibrio che c’è tra vita di coppia e relazione atleta-allenatore». Stefano che al Mondiale di Abu Dhabi era tra il pubblico a sostenerla, «tra l’altro proprio di fianco al marito della ragazza svedese» ricorda sorridendo Francesca. E poi, nelle vite sportive che Francesca Tommasi ha già vissuto, nonostante abbia solo 27 anni, la bicicletta – insieme al rullo – rappresenta la ripartenza dopo tanti problemi che potevano spezzare per sempre i suoi sogni sportivi: «Ho avuto parecchie batoste. Chi mi conosce bene sa quanto sono stata male per non aver potuto esprimermi in atletica e anche nel ciclismo su strada dopo. La bici, e anche il rullo se vogliamo, sono un il mio simbolo di riscatto».

Un simbolo tangibile, che ha la forma di un bronzo mondiale.

Articolo a cura di Donato Cafarelli


The Torino Nizza Rally: a bikepacking film

Il viaggio comincia con il caldo che avvolge ogni pedalata e la leggerezza dell’amicizia condivisa con Giulio e Lorenzo. I primi sessanta chilometri sono un avvicinamento che scivola tra strade tranquille e paesaggi che cambiano lentamente, finché davanti a noi si erge la durissima salita al Colombardo, lato Torino. I primi chilometri di asfalto ci devastano le gambe con pendenze spietate; poi la strada si trasforma in sterrato, con sassi sparsi ovunque e pendenze che superano il dieci per cento. Ogni colpo di pedale diventa un’agonia infinita, ma l’aiuto di Lorenzo e Giulio, che mi spingono lungo quasi tutta la parte sterrata, in qualcosa di fattibile, anche se con uno sforzo fisico non indifferente. Raggiungere insieme il colle è una grande gioia, premiata poi da una discesa che si apre verso la Val di Susa, dove la sabbia delle rocce metamorfiche si fonde con i colori del tramonto.

La sera scende lenta, e dopo aver salutato Giulio, che prosegue da solo, ad un ritmo nettamente diverso dal nostro, restiamo a cena con Lorenzo e Anna. Il campo da calcio abbandonato, con materassini e sacchi a pelo, diventa per questa notte un rifugio improvvisato, mentre il cielo sopra di noi si spezza in stelle e silenzio.

La mattina ci accoglie con la luce tiepida e la compagnia di Anna e Lorenzo per i primi chilometri. La salita al Colle delle Finestre ci aspetta con le sue leggende di eroiche gesta al Giro d’Italia. La prima metà asfaltata conduce fino alla fontana, poi lo sterrato si allunga, implacabile, con pendenze medie fra il nove e il dieci per cento. Il caldo diventa una presenza costante, il dolore all’ischio della gamba che manca una compagnia indesiderata. Silvia interviene, cercando di alleggerire la fatica negli ultimi chilometri. Quando finalmente raggiungiamo il colle, le foto e i complimenti hanno il sapore di un rituale necessario, prima di scendere e affrontare subito un’altra lunga salita verso il Colle dell’Assietta. In quei pendii, dove la storia ha tracciato confini e battaglie fra il 1700 e il 1800, ogni metro di dislivello racconta di battaglie fra Italiani e Francesi per la conquista di pochi metri o chilometri di confine. La giornata si chiude al Rifugio Casa Assietta con cibo, birre e conversazioni che scivolano lente sotto una luna piena che vigila silenziosa sulla nostra avventura.
La mattina, dopo la colazione e i saluti di rito, partiamo attraverso la strada che collega il Colle dell’Assietta e dei Saraceni, un percorso in quota che regala panorami ampi su tutte le Alpi piemontesi e francesi. La discesa verso Sestriere è rapida, quasi un colpo d’aria tra paesaggi turisticamente saturi, tanto che non ci fermiamo. Riprendiamo la strada verso Cesana, dove un breve ristoro ci restituisce l’energia che il caldo torrido ci sta togliendo. Poi ci attende un piccolo colle verso Monginevro, seguito dalla lunga discesa fino a Briançon sotto un sole implacabile. Una boulangerie ci accoglie con pane e dolci, prima della sfida successiva: il Colle dell’Izoard. Siamo stanchi, le tre gambe sono pesanti e l’idea di piantare la tenda si fa allettante, ma ci sproniamo a vicenda per raggiungere almeno il Rifugio Napoléon. Una birra e una bella cena vista sulle Alpi Cozie ci fa dimenticare la giornata caldissima e faticosissima.

Il risveglio ci mostra un paesaggio quasi lunare. Con calma impacchettiamo le borse da bikepacking, ma prima serve un caffè al Rifugio Napoléon. Poi affrontiamo gli ultimi metri di dislivello fino al Colle dell’Izoard, dove una corsia ciclabile ci protegge dal traffico, regalando una salita più sicura. Una volta in vetta, una foto insieme con Silvia sigilla il momento, prima di scendere veloci verso Arvieux. La strada ci conduce al Colle dell’Agnello: prima una sosta in boulangerie per rifocillarci, poi la lunga salita di venti chilometri con quasi 1500 metri di dislivello. Il caldo estenuante e la fatica accumulata rendono necessarie frequenti pause, intervallate da piccoli duelli di velocità con Silvia, in cui la VAM sfiora i 700 metri orari, anche se poi torniamo ai ritmi più umani dei 400 m/h. Alla fine, il Colle dell’Agnello, a 2744 metri, ci accoglie con un panorama che taglia il fiato: un piede in Francia, uno in Italia. Aiutiamo un giovane ciclista tedesco con una gomma a terra, mentre le orde di motociclisti rombano attorno a noi. Dopo qualche minuto, ci stacchiamo dal caos e imbocchiamo la discesa, lunga e bellissima, fino al paese di Chianale, dove il borgo e il silenzio ci accolgono. Il Rifugio Savigliano diventa teatro di nuove conoscenze: Antoine e Florence, francesi in viaggio sulle loro Gravel, con cui passiamo la serata tra storie di ciclismo, viaggi e vite vissute tra Parigi e l’Italia.

La mattina parte dal Rifugio Savigliano, dove la notte è passata troppo rapida e le birre del giorno prima hanno lasciato solo un ricordo leggero. Con Antoine e Florence percorriamo i primi chilometri insieme, fino all’attacco del Colle Sampeyre. Un caffè caldo spezza la monotonia e ciascuno affronta la salita al proprio ritmo. Il caldo torrido e la lunghezza del passo rendono ogni pedalata intensa; venti chilometri di salita sembrano un’eternità per le gambe e la mente. A spezzare la fatica arrivano Giancarlo, Paolo, Davide e Antonio, organizzatori di eventi ciclistici italiani, che ci offrono acqua frizzante ghiacciata: un gesto semplice ma in quel momento è stata una figata pazzesca ricevere un goccio di acqua frizzante. La cima finalmente ci accoglie, un momento di festa condivisa con i nostri amici francesi, tra birre e qualche Haribo, prima di affrontare la spettacolare discesa sterrata della Strada dei Cannoni. La storia del ventennio fascista sembra scritta tra le curve della montagna, e le borgate spopolate raccontano silenziose epoche passate. Incontri casuali con anziani del posto ci restituiscono storie e memorie di un tempo che resiste.

 

La giornata successiva inizia a Ponte Marmora, dove la notte in tenda lungo il torrente Maira è stata silenziosa e fresca. La salita verso il Colle del Preit ci porta attraverso borgate un po’ dimenticate nel tempo, incastonate tra le rocce della valle. La pendenza si fa sempre più severa, con punte dell’18%, e il panorama si apre improvvisamente in una balconata sull’Altopiano della Gardetta, tra i 2300 e i 2400 metri. Il rifugio Gardetta ci accoglie con polenta e coniglio, e una birra che celebra la fatica della salita. Ripartire dopo il ristoro non diminuisce la bellezza del percorso, che prosegue lungo una vecchia strada militare in quota, con vista su una serie infinita di tremila dell’arco alpino. La discesa verso Borgo San Dalmazzo è lunga e tecnica, e gli ultimi chilometri ci riportano a Vernante, dove piantiamo la tenda e concludiamo la giornata con birre e anguria.
La mattina a Vernante scorre lenta, tra il profumo del forno del giorno prima e i tre biscotti della colazione, mentre il sole ancora tiepido comincia a scaldare le strade del paese. La pedalata ci porta verso Limone Piemonte e Limonetto: una salita asfaltata che a me personalmente non emoziona molto. Il tutto è reso ancora più difficile dal traffico intenso di Ferragosto. Finalmente, dopo quasi mille metri di dislivello, raggiungiamo l’attacco della Via del Sale. Qui inizia uno strappo magnifico tra forti antichi e panorami incredibili sulle montagne circostanti. Il fondo sassoso e irregolare mette alla prova le nostre gravel e la nostra resistenza. Due strappi di circa 200 metri ci ricordano quanto la fatica accumulata nei giorni precedenti pesi ancora sulle tre gambe rimaste. Ma non ci fermiamo, perché il richiamo della vetta è più forte.

Arriviamo al famoso tornante della Via del Sale, perfetto per una foto “Instagrammabile” e per qualche minuto di gozzovigliata. In lontananza, un temporale comincia a farsi vedere. Rimango spensierato, ma Silvia percepisce la minaccia e mi invita a muovermi più velocemente. La pioggia arriva, seguita dalla grandine e dai tuoni, e l’ansia cresce. Per fortuna troviamo un pertugio nella roccia dove rifugiarci per qualche minuto. Il tempo migliora e ripartiamo, decisi a completare gli ultimi chilometri verso il Rifugio Don Barbera. La strada è rotta, sia in salita che in discesa, ma la meta ci attende. Il rifugio è un piccolo gioiello, gestito con cura, dove sistemiamo le bici, regoliamo cambi e pressione degli pneumatici, ingrassiamo la catena. Poi finalmente, un bicchiere di vino con Silvia e una cena in compagnia mentre fuori il temporale continua, accompagnati dalla classica partita a Scala 40 che chiude la giornata in perfetta armonia.

 

Dopo il temporale, il cielo è limpido, con colori magici che illuminano il verde intenso dei prati e delle montagne circostanti. La Via del Sale si mostra subito dura, con un fondo sassoso e rotto che richiede attenzione continua sulla giusta pressione delle gomme. Mi fermo spesso a gonfiarle e sgonfiarle, perché talvolta toccano i cerchi in carbonio. Intorno a noi jeep e moto attraversano il percorso, ma non disturbano: il silenzio e la concentrazione sono nostri compagni. Affrontiamo il Passo del Tanarello sul Monte Saccarello, e da lì parte una lunga discesa tecnica, impegnativa, l’unico momento in cui sento il desiderio di una vera MTB. Chilometri su chilometri di sterrato ci riportano lentamente alla civiltà, a La Brigue, dove il caldo torrido ci costringe a una pausa rigenerante. Al benzinaio, il proprietario Maxime, ciclista come noi, ci accoglie regalandoci tutto quello che vogliamo e una montagna di gel per il viaggio.

Riprendiamo la strada verso il Col de Brouis, ma la stanchezza comincia a farsi sentire. L’idea di affrontare il Col Turini viene accantonata: il passo sale lento, ma la lentezza diventa parte del viaggio. La discesa ci conduce a Sospel, tra paesaggi che ricordano la Liguria, con muretti a secco e ulivi ovunque. Nella piazza principale il gioco delle bocce domina la scena, mentre noi ci fermiamo con una birra in mano, osservando la vita semplice e festosa del paese. La festa di Ferragosto esplode con la banda e i fuochi d’artificio, aggiungendo magia a una serata già speciale. Troviamo un’area camper dove piantare la tenda e dormiamo veramente come dei ghiri!
Il risveglio è lento, il torpore della tenda e dei sacchi a pelo ancora ci avvolge. Impacchettiamo tutto, facciamo colazione veloce e partiamo per l’ultimo colle della giornata: il Col de Braus, l’ultima vera salita prima di Nizza. La strada si snoda tra uliveti e macchia mediterranea, con pendenze dolci che lasciano respirare le gambe ormai provate. Ogni tanto mi “ingarello” con qualche ciclista locale, e così la salita vola. In cima incontriamo nuovamente Pierre e Max, due ragazzi francesi che stanno percorrendo la Torino-Nizza Rally: la loro ultima tappa include anche il Col Turini e il Col Madonè, rendendo il percorso ancora più croccante. Noi, per fortuna, abbiamo scelto di abbreviare, scegliendo uno “shortcut” che ci porta direttamente verso la meta.

 

Arrivare a Nizza è una gioia pura, il cuore che pulsa insieme alla città che si apre sul mare. Passiamo dal Rifugio Massacan, una ciclo officina stilosa nel centro, dove ci accolgono con un buon caffè e focacce, condividendo storie di viaggio e di vita in bici. Ma, come ogni viaggio, anche questo ha una fine. Salutiamo il rifugio, saliamo sul treno verso Ventimiglia e ci concediamo una giornata di riposo al mare, bivaccando sulla spiaggia, e passando la giornata a leggere e a godersi il non fare nulla. Ne avevamo bisogno!

Questo viaggio, dalla partenza a Torino fino al mare di Nizza, è stato magico: una combinazione di fatica, amicizia e panorami impossibili da dimenticare. Abbiamo proprio vissuto una grande avventura!

Qui puoi trovare il video The Torino Nizza Rally | A Bikepacking Film

Articolo e foto a cura di Kevin Ferrari


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