Focaccia Gravel - Probably the Sweetest Ride in Piemonte
Domenica 5 ottobre 2025 torna a Chieri la seconda edizione di Focaccia Gravel, la pedalata cicloturistica che unisce sport, cultura e tradizioni gastronomiche in un’esperienza unica. Dopo il successo del debutto lo scorso anno, l’evento si conferma come una delle ride più attese in Piemonte, con un format capace di far incontrare ciclisti esperti, famiglie e pedalatori occasionali nello splendido territorio Chierese nell’Oltre Collina Torinese.
Sport, territorio e dolci tradizioni
Il nome Focaccia Gravel richiama la celebre Focaccia dolce di Chieri, simbolo della tradizione locale. Accanto a lei, l’edizione 2025 valorizza anche il Galucio ’d Cher, pagnottella dolce a forma di galletto, anticamente regalata ai bambini durante le feste.Insieme alla focaccia dolce di Chieri, il Galucio rappresenta l’anima gastronomica dell’evento, legando la pedalata alla riscoperta del gusto e delle radici locali. Entrambi i dolci saranno distribuiti e offerti a tutti i partecipanti alla partenza delle ride, diventando il filo conduttore dell’evento insieme al piacere di pedalare.
Come recita lo slogan ufficiale: “Probably the Sweetest Ride in Piemonte”, Focaccia Gravel non è solo ciclismo, ma un’occasione di festa e di valorizzazione delle eccellenze locali.
Quattro percorsi, per tutti i gusti
I partecipanti potranno scegliere tra quattro percorsi di diversa lunghezza e difficoltà, pensati per accogliere ogni tipo di ciclista:
- La Via delle Fate – 105 km x 1.600 m D+, tracciato impegnativo e completamente unsupported, attraverso il Bosco del Vaj e i crinali monferrini, con quattro ristori dedicati.
- La Via dei Mistici – 65 km x 1.000 m D+, itinerario di fascino spirituale tra abbazie e borghi storici, con tre ristori.
- La Via del Mulino – 30 km x 250 m D+, percorso accessibile e panoramico, ideale per chi vuole vivere l’esperienza gravel senza grandi difficoltà.
- La Via del Galucio – 15 km family ride guidato da FIAB Muovi Chieri, pensato per famiglie e bambini.
Un villaggio e una comunità
Il Centro Sportivo San Silvestro di Chieri ospiterà il Focaccia Village, cuore pulsante dell’evento, con partenza “alla francese”, servizi per i ciclisti (docce, lavaggio bici, parcheggi) e un’area conviviale con pranzo convenzionato.
L’organizzazione conferma la scelta plastic-free con il supporto di SMAT, che fornirà fontanelle d’acqua lungo i tracciati. Inoltre, i primi 100 iscritti riceveranno il cappellino ufficiale Headdy – The Original Cycling Cap.
Un progetto di valorizzazione territoriale
Focaccia Gravel nasce dalla sinergia di Matteo Gai (titolare dell’omonimo negozio Cicli Gai Chieri), Andrea Bonventre (Fotografo e Videomaker) e Gabriele Mazzetta (ex triatleta e allenatore), con il supporto dell’associazione CiòCheVale e il progetto PISTAAA – La Blueway Piemontese. L’evento gode del sostegno di Turismo Torino e Provincia, e ha già raccolto oltre dieci patrocini comunali.
Oltre allo sport, al centro c’è la volontà di promuovere il cicloturismo come strumento di sviluppo sostenibile e di riscoperta delle eccellenze locali, dalla natura ai prodotti gastronomici.
Iscrizioni
Le iscrizioni sono già aperte su https://focacciagravel.it/
Il soffio del gigante
«Andiamo a vedere il Tour?»
Spesso è dalle domande più semplici che nascono le idee migliori, sempre che pedalare quasi 700 chilometri e 9.000 metri di dislivello per vedere sfrecciare davanti a sé dei ciclisti per una manciata di secondi possa essere considerata una buona idea.
Ma se vedere il Tour inizialmente era una scusa per mettersi in sella, viverlo anche se solo per una giornata ci ha fatto assaporare la vera essenza del ciclismo e della fatica.
Senza che nessuno di noi lo ammettesse, quel far girare le gambe e la mente era ciò che ci serviva per dare ossigeno alle nostre menti, partenza da casa, verso la tappa per scalatori più iconica del La Grande Boucle di quest'anno: il Mont Ventoux.
Un nome rimasto impresso negli annali del ciclismo e non solo, addirittura nel XIV secolo, Petrarca, forse per molti solo una reminiscenza delle lezioni di letteratura delle superiori, salì il Monte Ventoso, vivendo sulla sua pelle le difficoltà che poneva la sua ascensione «Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l'altezza discendendo».
Del viaggio parleranno le foto.
Quelle scattate lungo strade secondarie, con l’asfalto screpolato e l’ombra degli alberi a tagliare i raggi del sole. Quelle con la bici appoggiata a un muretto, i panini mangiati in silenzio, le lente giornate. Quelle basteranno. A me, invece, interessa raccontare ciò che non si può fotografare.
Non ho dormito molto la notte prima. La montagna era là, non come il nostro Airbnb che non esisteva (ma questa è un’altra storia). Un gigante che si nasconde dietro le colline e i boschi, in attesa. E io, come prima di un esame, sentivo le gambe vuote e la testa piena.
Il vento arriva prima di tutto, ancora prima dell’inizio della salita. Soffia freddo, con quella voce antica che pare mormorare segreti agli alberi, e scuote le bandiere gialle legate alle transenne come se volesse liberarle.
Arrivare in cima è come entrare in un luogo sacro. Il sole, le grida, le birre, tutto sembra attutito da una coltre invisibile. C'è qualcosa nell’aria rarefatta, un rispetto, una tensione, una memoria collettiva. Qui hanno sofferto tutti. Qui il ciclismo si spoglia dell'apparenza e diventa un culto. Tutto si riduce alla pura, cruda esperienza dell’uomo che lotta contro la salita, il cronometro e contro se stesso. Ed è proprio lì che si radica il vero significato del culto: una sorta di venerazione per la fatica e il sacrificio.
Quando arrivano i corridori, tutto si scioglie in un boato. Ma è un attimo. Un battito d’ali. I corpi che si piegano sulle bici, gli occhi scavati, il silenzio negli sguardi. Li vedo e mi vedo. In ognuno di loro c’è la mia fatica, la voglia di non mollare. E poi passano, anche gli ultimi, incredibilmente veloci.
Scendiamo in silenzio, come gocce d’acqua in un fiume, con le mani fredde sul manubrio e il cuore troppo pieno per parlare. Non ho parole. Non ho un souvenir. Ho solo il ricordo di un gigante che quel giorno ci ha accolto, atleti e tifosi, senza distinzioni.
Difficile spiegare perché fossimo lì. Difficile spiegare perché abbiamo pedalato per giorni. Sul Mont Ventoux non si sale per vedere una corsa. Si sale per capire qualcosa. Non so bene cosa, ma il gigante sì. Il Ventoux capisce tutto.
Testo e foto di Jacopo Chianale
Ultima tappa a Parigi
Dopo migliaia di chilometri, ci siamo. Il vincitore c’è già, ma i grandi campioni non si fanno mai sfuggire lo sfizio di trionfare ai Campi Elisi.
Ha dominato il Tour, è stanco, gli avversari lo sanno. Non gli permetteranno di vincere anche questa. Così, dopo un’iniziale passerella d’onore, la capitale francese diventa una pista, vogliono vincere tutti. La maglia gialla è lì, come sempre, aspetta il momento giusto. La gente acclama il suo nome, storpiato dalla pronuncia francese. Ultimo rendez-vous, il campione è ancora in attesa, la folla lo vuole vedere dare tutto, perché non attacca?
Un corridore parte, davanti a lui. E il campione non si fa aspettare, lo insegue. Mancano cinquecento metri, la maglia gialla accelera, Parigi trema, il campione ha vinto anche questa, il campione è italiano, si chiama Ottavio Bottecchia ed è il 1924.
Centouno anni dopo, l’epilogo della Grande Boucle, non è così diverso. Tadej Pogačar ha dominato, è stato leader per quasi tutte le tappe, ha superato la febbre, la fatica, la nebbia del Col de la Loze.
Anche lui voleva sfilare a Parigi, mettere una ciliegina sulla torta e non si può dire che non abbia provato, mostrando questa volta un lato nuovo, più umano. Lo sloveno ha vinto e non ci sono stati mai dei seri dubbi in queste tre settimane, ma non ha vinto come è uso fare, l’ha detto anche lui stesso: «Sto contando i chilometri». Ma ovviamente non poteva accontentarsi. Con la classifica generale chiusa, voleva comunque imporre la sua superiorità, anche sul pavé di Montmartre, quando altri avrebbero tenuto il freno tirato.
Questo, in centouno anni, non è cambiato: è proprio lo spirito di profonda abnegazione, di resistenza, di incoscienza, che spinge le persone ad accalcarsi ogni anno per vedere le imprese di questi fuoriclasse. E poco importa se è passato un secolo. Ottavio Bottecchia e Tadej Pogačar hanno corso sulle stesse strade, hanno usato gli stessi muscoli, vissuto gli stessi traumi e provato le stesse emozioni. Perché portare la maglia gialla a Parigi, facendo impazzire i tifosi, provando fino all’ultimo chilometro a vincere anche la tappa finale, è una cosa che hanno fatto alla stessa maniera.
Gel contro pane e salame.
Lycra contro Lana.
Aero contro bici in spalla.
E si potrebbe andare avanti citando migliaia di differenze, ma un’altra somiglianza che subito salta agli occhi degli appassionati, è la predestinazione del campione. Pogačar pedala fluido, sorridente, spiana le salite e demolisce gli avversari, come successo sul Peyragudes. Bottecchia si era formato in guerra, come esploratore d’assalto dei bersaglieri ciclisti, e proprio in bicicletta era scappato per ben due volte dalla prigionia austriaca. Era un emaciato muratore veneto, i giornalisti francesi lo prendevano in giro perché emanava un vago odore di formaggio caprino, ma dopo la vittoria del tour, diventò un idolo anche in Francia: era diventato Bottescià.
Persino lo storico fondatore del Tour, il pistard e giornalista Henri Desgrange, lodò la pedalata di Bottecchia, definendola precisa come una pendola.
Il Giro del 1924 e quello del 2025 hanno avuto due vincitori assoluti, mai veramente in discussione.
«Mi sentivo ormai sicuro di vincere… Xe da do setimane che so sicuro. Gli altri corrono, corrono, ma non come mi. Se son contento? Mi sì, il Giro è molto faticoso [...], ma mollare gnente! Bisognava vincere». (Ottavio Bottecchia, intervistato dopo l’ultima tappa dal Corriere della Sera).
Anche Pogačar, se sapesse il veneto, si sarebbe espresso così. Questa vittoria nutre ancora di più la consapevolezza dello sloveno, che è sempre più nell’olimpo della bicicletta. Per Bottecchia non fu così, fu soprattutto un modo per far sì che il magnar non mancasse mai dalla tavola della sua famiglia. Con la vittoria anche l’anno successivo, la sua famiglia non ebbe mai più problemi di schei, anche se il destino del primo vincitore italiano del Giro di Francia, non gli riservò ciò che avrebbe meritato.
“Il ciclismo è uno splendido mestiere, fra l’altro assai facile”.
Ottavio Bottecchia, 1924
Articolo a cura di Alessandro Demartini
Foto: Poci's Pix
Cos'hanno di reale le montagne
Di tutta la pedalata, le fatiche, le salite, mi è rimasto impresso un cartello. Uno solo, visto in centro a Saint-Vincent. Capitale mondiale della magia, recita. Fin da subito l’ho trovato assurdo, e col passare del tempo la sensazione si è acuita. Molte altre cose abbiamo visto dalla strada: 166 chilometri e circa 5.000 metri di dislivello ti permettono di osservare a lungo panorami, vette, prati. Col passare delle ore, come Saint-Vincent – circa 4.500 abitanti, 30 chilometri a est di Aosta – sia divenuta la capitale mondiale della magia è la mia principale fonte di dubbi.
Fulcro della frazione cruciale del Giro d’Italia 2025, Saint-Vincent è un posticino. C’è uno dei quattro casinò italiani, nel XIX secolo venne scoperta una fonte termale, piccoli musei di minerali e arte sacra ne fanno una sorta di polo culturale. Eppure, Saint-Vincent come pochissimi altri luoghi d’Italia, ha ospitato la grande partenza (1978) e l’arrivo finale (1987) del Giro d’Italia. Secondo alcuni database, è addirittura la sede di tappa più frequentata dal Giro tra i non-capoluoghi di provincia.
Quando i corridori del Giro d’Italia la raggiungeranno, sembrerà un miraggio. Prima di Saint-Vincent, infatti, ci saranno l’Albania e gli Appennini, la Slovenia e il Mortirolo. Il giorno stesso, la tappa comincia da Biella e termina a Champoluc, che in linea d’aria distano neanche 40 chilometri. Se si potesse saltellare tra la salita di Oropa e la valle di Gressoney, dal Piazzo – che di Biella è borgo medievale e città alta – si potrebbe arrivare agli impianti di Champoluc in un battito di ciglia.
Invece, questa tappa si sforza proprio per fare quanti più chilometri possibile, quasi sbracciando per mettersi in mostra. La Cima Coppi è prevista per il giorno dopo e, dovesse ripetersi il copione del Giro 2022, con valori in campo molto simili e attendismo fino all’ultima salita dell’ultimo giorno, la tappa regina potrebbe risultare dimenticabile. Tutto e il contrario di tutto, una cosa ma anche il suo opposto. Sfruttando il fatto che l’inizio della tappa rasenta la sede di alvento a Piverone, insomma, ci siamo messi in strada per capire se queste salite valdostane sono realtà o solo fantasia.
La prima salita di giornata, per la verità, è piemontese. Comincia appena si attraversa il torrente Elvo ed è un classicone per chi pedala nel Canavese: la Serra morenica di Ivrea da Mongrando. Luogo incantato per le biciclette, privo di traffico e fitto di vegetazione, la Serra regala alcuni dei minuti più silenziosi mai fatti sui pedali. Anche i miei compagni di viaggio, Paolo e French, non vogliono rompere l’incantesimo.
Affrontata la picchiata verso i laghi di Ivrea, la poesia svanisce. Va risalita la Dora Baltea e il fondovalle non è esattamente eccitante se non sei a ruota di Filippo Ganna. A ringalluzzirci sono i nomi assurdi dei paesini (Montestrutto, Settimo Vittone, Quincinetto) e i primi racconti in stile Camionisti in trattoria di French. Impossibile non parlare di cibo quando si passa ad Arnad: viene prodotto qui un lardo secondo per fama solo a quello di Colonnata. Si comincia davvero a salire a Verrès, quando sopra di noi c’è un arboreto e sotto un’insegna che invita al carnevale. Che questa coincidenza sia un richiamo all’elevazione spirituale tramite bicicletta?
Fin dai primi tornanti è piuttosto chiaro che oggi, di fatica, ne faremo. Quasi non vediamo il castello di Verrès, avvolto com’è nell’ombra. I fianchi delle montagne, man mano che vengono colpiti dalla luce del sole, si rivelano in tutta la loro bruna nudità. Si è parlato molto del fatto che nel Giro 2025 non sono state incluse le Dolomiti, montagne mitiche del ciclismo: questi rilievi valdostani è come se fossero ancora convinti di essere il brutto anatroccolo invitato al grande ballo.
Pian piano, tuttavia, il sole prova a renderli più delicati. A Challand-Saint Anselme la strada devia verso sinistra, si stringe e attraversa prati verdi e frazioncine una più graziosa dell’altra: forse il Col Tzecore ci sta invitando a dargli una possibilità. Avessimo tirato dritto lungo la valle d’Ayas, in un’oretta saremmo arrivati a Champoluc: possibile che chi avrà una giornata storta durante il Giro la faccia breve in questo modo.
Pur non sapendo definire l’architettura valdostana con termini tecnici, concordiamo sul fatto che usi tantissimo legno. Certe case hanno il tetto di legno, i balconi di legno, le scale esterne di legno, gli infissi di legno. Forse è di legno pure la parabola sul tetto. Paolo, che sulle creste circostanti fa il trail runner d’estate, racconta una leggenda relativa alla montagna che stiamo scalando, la Testa di Comagna: uno sperone roccioso vicino alla cima si dice comunichi con una controparte femminile vicino a Punta Goà, sopra Brusson. Chissà cosa si diranno dopo aver visto arrancare noi tre.
Salendo di quota, il Col Tzecore migliora fino a diventare una meraviglia. Potrebbe essere una sineddoche per la Valle d’Aosta intera: più la si conosce, più la si riesce ad apprezzare. Sulla sommità la neve è ancora ben presente e dobbiamo impegnarci per non fare la fine di Steven Kruijswijk sul Colle dell’Agnello.
Esattamente l’86% del territorio della Valle d’Aosta si trova tra i 1.000 e i 3.000 metri, le quote entro le quali si svolge il ciclismo che più caratterizza i Grandi Giri. È la regione delle montagne più alte d’Italia, ma non sono tanti i passi con cui svalicare. Molte salite valdostane si arrampicano in valli chiuse, cioè devi tornare giù da dove sei salito. Ciò dà vita a curiose mappe a forma di polpo su Strava, nelle quali ogni tentacolo è una vallata diversa.
Tre dei passi più belli della regione li affrontiamo oggi. Promosso lo Tzecore, specie dalla metà in su, il Col Saint-Pantaléon arriva dopo un primo passaggio sul lunghissimo ciottolato del centro di Saint-Vincent e un evocativo passaggio sul torrente Marmore. Più continuo ma non meno duro del precedente, totalmente gratuito siccome non fa altro che tornare a Saint-Vincent, il Col Saint-Pantaléon attraversa una mini-frazione a ogni tornante. Ci fermiamo alla fontana di Saint-Denis (c’è pieno di santi, in Valle d’Aosta) e rimaniamo colpiti dal miscuglio di antico e moderno. In un colpo d’occhio si vede la bottega Alimentari – rivendita giornali, costruita totalmente in pietra, con pannelli solari sul tetto. C’è una statua di legno che rappresenta alcuni folletti a fianco di una colonnina di ricarica per auto elettriche. Alzando lo sguardo si nota un signore baffuto che ripulisce un tagliere, facendo cadere le briciole in giardino.
Risaliamo per prati e tornanti dando le spalle al Gran Paradiso. Sul Saint-Pantaléon si nota appieno il singolare rapporto che c’è tra i valdostani e la terra su cui abitano. In certi punti sembra che non si siano accorti delle pendenze e che vogliano piegare il fianco della montagna ai loro usi, agricoli o quali che siano. In certi altri, a prima vista del tutto simili ai precedenti, ogni speranza è stata persa secoli fa e non vi è alcuna cura. Come se ogni ettaro fosse un tiro di monetina tra un terrazzamento ligure o una landa desolata sarda.
Almeno nella sua parte conclusiva, il Saint-Pantaléon è una terrazza grandiosa sul Cervino. Il suo profilo acuminato è immediatamente riconoscibile anche a chi ne ha solo sentito parlare. Lunghissima e su strada stretta, la discesa è spettacolare: Torgnon ha un fascino decadente e tinte colori pastello, si attraversano posti dai toponimi incredibilmente ciclistici come Berzin. La discesa cambia totalmente quando si sbuca, presso Moulin, sulla strada regionale della Valtournanche. È uno stradone che porta fino a Cervinia, non particolarmente bello. Affrontato in discesa, però, è super veloce: abbiamo toccato gli 80 chilometri all’ora noi, i professionisti andranno in tripla cifra.
«Partire è una bella cosa, certo più bella che arrivare. Dirò meglio: se si trattasse solo di arrivare non varrebbe neppure la pena di partire». Lo scrive un appassionato frequentatore di Saint-Vincent, lo scrittore Tommaso Landolfi, Premio Strega 1975. Il percorso ci ha ricondotto a Saint-Vincent, ma di nuovo in questo posto non ci sembra di scorgere nulla di magico. Le case, i discorsi al bar, i cartelloni che pubblicizzano il 115° carnevale storico di Pont Saint Martin, la fatica che facciamo noi sui pedali e quella che fanno le persone attorno a noi per vivere in un posto al contempo bellissimo e disagevole: tutto sembra estremamente reale.
La terza salita valdostana, il Col de Joux, è molto simile alle precedenti: circa 15 chilometri al 7% medio. Non si scappa. È una salita un po’ più aperta delle precedenti e non di rado si riesce a osservare la valle di Aosta. Stiamo risalendo il crinale tra il Monte Zerbion e la Testa di Comagna e sulla vetta del primo, ci fa sapere Paolo, è presente una statua gigante della Madonna. È valdostanissimo l’agognato avviso che indica la sommità del Col de Joux. Ovunque il cartello sarebbe alto e spazioso, semi-coperto da adesivi di ciclisti e motociclisti. Qui invece è piccolo, dimesso e ovviamente di legno.
Fa strano notare che una delle ultime frazioni del Col de Joux si chiami Le Pleiadi, perché non ha nulla di celestiale né mitologico. Sono zone di una bellezza non appariscente ma indubbia, il cui rovescio della medaglia è il senso di inquietudine e spaesamento descritto da Paolo Cognetti ne Le Otto Montagne. La discesa verso Brusson, peraltro, consente di vedere Graines, il villaggio che ha ispirato il romanzo di Cognetti.
Sbucati nuovamente in Val d’Ayas, l’ultima salita di giornata è anche la più leggera, circa 4 chilometri al 6%, ma si arriva qui senza più niente in corpo. Il GPM di seconda categoria porta al capoluogo del comune sparso di Ayas, Antagnod. Sebbene il totale dei residenti non superi le 1.500 unità, nello statuto comunale si apprende che Ayas ha ben oltre cento frazioni. La più caratteristica che attraversiamo è Lignod, a metà salita finale. Le case si stringono attorno alla strada e un imbianchino ci guarda passare come se non avesse mai visto biciclette prima d’ora.
Noi abbiamo speso più di sei ore in salita, i professionisti ne impiegheranno circa la metà, eppure non si tratta di un arrivo in salita propriamente detto. Da Antagnod, infatti, gli ultimi cinque chilometri che portano verso Champoluc sono in discesa. In una tappa che sostanzialmente non ha pianura, il ciclo-alpinismo è concluso proprio alle pendici del rifugio intitolato a Ottorino Mezzalama, uno dei pionieri dello sci alpinismo italiano.
Siamo arrivati. C’è ancora qualche sciatore che si gode le ultime nevi dell’anno. Noi abbiamo i pantaloncini corti, loro la tuta da sci. Quando il viaggio è faticoso a tal punto, è una sensazione strana arrivare: per ore non hai fatto altro che ambire la destinazione, e poi quando ci sei vorresti continuare. Andando sempre più su, magari mettendo sci e pelli ai piedi, cercando di raggiungere la vetta più alta o perlomeno quelle creste sopra di te, che a quanto pare hanno il nome di Castore e Polluce.
A stomaco vuoto, tuttavia, un bel piattone di lardo di Arnad fa gola. E poi bistecca alla valdostana, fonduta dentro la quale intingere qualsiasi cosa, vino rosso abbondante. Il barbuto locandiere rivela che «la sagra del lardo si tiene in un bosco, a fine estate. Tra bande che suonano e un ballo a palchetto, puoi mangiare dei piatti di lardo enormi, accompagnati da altri salumi, castagne, burro, minestre, polenta. Naturalmente vino, grolle giganti e il micidiale Grand miel, una grappa al miele pazzesca». E queste grolle, cosa sarebbero? «Non dirglielo», intimano French e Paolo all’oste, «portacene una».
Presto compare sul tavolo una sorta di ampolla. Ha un grosso buco centrale e svariati fori ai lati. Non serve nemmeno specificarlo: di legno. Gli ingredienti fondamentali sono grappa, burro e caffè. A piacere possono essere aggiunti genepì, scorze d’arancia, limone. Ogni commensale ha il proprio beccuccio da cui bere e per farlo deve sollevare tutta l’ampolla, otturando coi pollici i beccucci da cui bevono gli altri. È molto facile sbrodolarsi, scottarsi, imbrattarsi le mani in ogni modo. Il risultato è una bevanda calda irresistibile.
Come gran parte delle cose viste durante il viaggio, la grolla non è ricercata o sfarzosa. Fondamentalmente è un modo come un altro che hanno i paesani per sbronzarsi. Pare che il suo stesso nome derivi dal Sacro Graal, la leggendaria coppa usata da Cristo durante l’ultima cena: non è la prima volta che la Valle d’Aosta tiene assieme allegorie e realismo, fantasie colorate e grigissime rocce. In un compendio di pragmatismo, Cognetti scrive ne Le Otto Montagne: «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente».
Tutto si può nominare in Valle d’Aosta. L’astrazione arriva in un secondo momento, quando da quelle cose si vuole – anche solo per un istante – fuggire. Pedalare su e giù per valli valdostane avvera questa magia: l’immersione nel concreto (sempre Landolfi: «Non hanno più meta le nostre pigre passeggiate, se non la realtà») e al contempo l’evasione da esso.
Livigno 2025: la montagna chiama, la bici risponde
Livigno si prepara a vivere un'estate all'insegna del ciclismo, con due eventi che celebrano la passione per le due ruote: ABOVE | The Bike Experience e la Granfondo Livigno Alé 2025.
ABOVE | The Bike Experience – 20-22 giugno 2025
Dal 20 al 22 giugno, Livigno ospita la prima edizione di ABOVE | The Bike Experience, un evento che inaugura la stagione estiva ciclistica. Organizzato da Movestro, il cuore creativo dell'Italian Bike Festival, questo appuntamento offre tre giorni dedicati al mondo della bicicletta in tutte le sue forme: strada, MTB, urban, trekking e cargo bike.
Il programma prevede test rides con i modelli più innovativi, clinic con atleti esperti, social ride guidate, talk, podcast live e musica dal vivo. Un'occasione unica per vivere la bici a 360 gradi, immersi nella natura mozzafiato di Livigno.
Per saperne di più: https://www.livigno.eu/en/events/above-the-bike-experience
Granfondo Livigno Alé 2025 – 28 giugno 2025
Il 28 giugno torna la Granfondo Livigno Alé, giunta alla sua 2ª edizione. Due percorsi spettacolari attendono i partecipanti:
-Granfondo: 166,8 km con 4.300 m di dislivello, attraversando sei passi alpini oltre i 2000 metri, tra cui l'Umbrail Pass e il Passo Foscagno, con arrivo al Mottolino, salita iconica del Giro d'Italia 2024.
-Mediofondo: 106,8 km con 2.050 m di dislivello, passando per il Passo Forcola e il Passo Bernina, con tratti in Svizzera e arrivo sempre al Mottolino.
Per iscriversi: granfondolivigno.eu
Due eventi, un'unica bike destinaton: Livigno. Che si sia appassionati di ciclismo su strada o amanti del freeride, l'estate 2025 è all'insegna delle due ruote.
Quella volta in cui Bardet
A cura di Matteo Giordano
La Rocca di San Leo non potevo perdermela.
Quando ci si arriva sotto, radenti, lo sperone di roccia sul quale svetta nel verde del Montefeltro, più verde ancora di una maglia a punti, puoi solo pensare che sì, doveva davvero apparire imprendibile agli eserciti che si sono trovati lì dove mi trovo io ora, nel giorno più caldo della mia settimana di ferie in Riviera.
Il Tour de France in Italia non potevo perdermelo.
La prima volta che ho visitato Parigi nel 2007, durante il classico giro d’Europa post adolescenziale, ho visto Daniele Bennati alzare le braccia sugli Champs Élysées.
La seconda volta, per inconsapevole premonizione o imperscrutabili convergenze astrali, ho deciso di andarci nel 2014; in primavera proposi alla mia ragazza un weekend lungo nella capitale francese con Musée d’Orsay e arrivo della Grande Boucle incluso. 2014, Vincenzo Nibali in maglia gialla.
C’entra sempre la magia e l’imponderabile, nel ciclismo come nella vita; quella percentuale di inspiegabile che rende anche i più scettici titubanti di fronte ai disegni del destino, alle coincidenze che ripensate a mente fredda non sembrano mai tali. A Parigi c’è il Pendolo di Foucault, che ondeggia mistico, unico punto fermo nell’universo, stando al romanzo di Umberto Eco che ancora oggi non si schioda dalla classifica generale dei miei libri preferiti, leader inscalfibile come Pogačar al Giro d’Italia.
Se il Pendolo di Foucault vuole rappresentare il punto fermo dell’universo, la Rocca di San Leo somiglia a un suo equivalente in pietra, ritta sullo sperone come se sfidasse il tempo e la gravità.
In una delle sue celle è morto il conte di Cagliostro, inafferrabile, inquietante, contraddittorio e oscuro mago e avventuriero del Settecento; oggi avrebbe un canale su TikTok con milioni di followers, nell’Europa del diciottesimo secolo poteva vantare una platea di salotti buoni e cortigiani creduloni più selezionata, ma che lo ha reso lo stesso immortale, anche se non nel senso che Cagliostro aveva dell’immortalità.
Di nuovo il Tour de France e di nuovo la magia: no, questa occasione davvero non potevo perdermela.
Sono seduto in uno dei bar di piazza Dante Alighieri, mia moglie beve un prosecco, mio figlio un succo all’albicocca, io una birretta che si scalda subito; il sole brucia anche attraverso il tendone che copre i tavolini del centro storico già brulicante di cicloamatori, curiosi, bandierine gialle e tifosi più o meno pittoreschi; c’è un indiano, un Sikh con una tunica gialla e il turbante viola che telefona passeggiando sul ciottolato; qualche tavolino più in là di me, un gruppetto di norvegesi con la parrucca riccia e la faccia pitturata brinda probabilmente alla salute dei fratelli Kulset; ci sono già trenta gradi e io sudo anche per loro.
San Leo sembra un presepe fuori scala. Il centro storico – che poi è tutta la città – è racchiuso tra la piazza, la cattedrale e la pieve, così vicine da sembrare una composizione artificiale, una di quelle da sta dentro una boule de neige. Poi, basta alzare lo sguardo, e a dominare tutto c’è sempre lei: la Rocca.
Ci si arriva in due modi: in comodità con la navetta che ti scarica davanti all’ingresso, oppure a piedi, attraverso il sentiero nel bosco che avvolge il massiccio di pietra.
Rampe in doppia cifra. Il respiro che si fa corto. Un bimbo di due anni in braccio, come un crossista con la bici in spalla. Il sole picchia. Il traguardo è lì, lassù.
In cima la vista di colline verdeggianti in contrasto con il cielo azzurro appena screziato da qualche nuvola è da cartolina; il lato che guarda il paese più in basso è ricoperto da un enorme telo giallo a favore di elicottero; è talmente grande che i volontari faticano a tenerlo teso bloccandone i lati con alcune sedie e altre suppellettili; ma il vento lassù soffia deciso e forse nemmeno le pietre del Carrefour de l’Arbre riuscirebbero a tenerlo fermo.
Dentro la Rocca si cammina come oppressi dalle pareti strette, le scale sono impervie con i gradini sottili e ripidi che sembrano un invito al ruzzolone; lungo il percorso per turisti tutto è pensato per stimolare il senso di magico e misterioso, l’inquietudine e il fascino.
I visitatori in fila aspettano soltanto di poter visitare la cella di Cagliostro: qui, il mago e il ciarlatano, venne definitivamente rinchiuso nel 1791, calato, secondo la vulgata, attraverso una botola nel soffitto, dentro la piccola cella dalla quale poteva vedere solamente la cattedrale.
La botola. Attraverso il vetro spesso si intravede il tavolaccio che faceva da giaciglio. Qualcuno ci ha posato un mazzo di fiori bianchi. La fandom del Conte non molla.
Oggi si può scendere fino al livello della cella ed entrare, più comodamente, da una porticina, forse aggiunta in seguito, e ascoltare il rumore dei propri passi sul pavimento mentre si osserva fra le grate la libertà, lontanissima, oltre la cattedrale, fra le colline del Montefeltro. L’immortalità Cagliostro la ha raggiunta con altri mezzi, forse l’unico possibile, solido e duraturo come le pietre della sua cella.
Sbircio dalla finestrella, laggiù, da qualche parte, il peloton è partito da Firenze e sta facendo rotta verso la Romagna; fra qualche ora passeranno da San Leo, giusto il tempo per andare a pranzo, poi, come sempre il rito dell’attesa sul ciglio della strada, indeciso fino all’ultimo sul dove posizionarmi, convinto che ci sia sempre un punto migliore, per vedere meglio, per riuscire a percepire fra le grida della gente il suono vorticoso delle pedivelle, e assistere a un atto di magia, che poi equivale a un atto di fede, uno scatto, meglio se scriteriato, da cuore oltre l’ostacolo, da archibugiere all’assalto senza speranza della Rocca di San Leo, o la va o la spacca. Ma ma se la va…
Lascio il tavolo al ristorante con una fuga in corso. Quando mi alzo ci sono fra gli attaccanti di giornata: Abrahamsen per la gioia dei norvegesi con la faccia pitturata, Madouas, e Matej Mohorič, tutti corridori da riconoscere senza fatica anche se passano a trenta all’ora lungo una salita all’otto percento. Mohorič poi, appartiene alla cerchia ristretta di corridori dei quali mio figlio ricorda il nome e di cui chiede conto a ogni gara in tv: c’è Molic? c’è Vanat? c’è Vandeppul?
Prima del riposino gli ho detto che Mohorič era in fuga, per cui al risveglio il suo chiodo fisso (anzi il chiodo sono io e lui il martello) è: dov’è Molic?
Risaliamo il centro storico, ormai vuoto e silenzioso come in un giorno infrasettimanale, mia moglie indugia davanti a una vetrina di prodotti tipici, sulla porta il gestore ha appeso un cartello che dice: riapro dopo il passaggio del Tour de France, e io non capisco se sia un atto di protesta o un messaggio Torno subito di un appassionato di ciclismo che chiude il negozio per non perdersi la magia della corsa.
La cima della Cote di San Leo è già piena zeppa di gente, così ci posizioniamo un paio di tornanti più sotto. Mi sono messo la maglia gialla comprata sugli Champs-Élysées il giorno della vittoria di Nibali. Proprio all’imbocco del percorso c’è un piccolo negozio di alimentari già preso più volte d’assalto: entro e mi pare di sentire l’eco della mia voce tanto sono vuoti gli scaffali. La signora alla cassa dichiara subito che accetta solo contanti, io afferro due lattine di Moretti calde e torno nella canicola chiedendomi se Cagliostro conoscesse pure un incantesimo per raffreddare la birra. In ogni caso non posso aspettare il passaggio del Tour senza un drink; di rituali io, ingenuo apprendista della magia, ne conosco pochi, ma quei pochi ci tengo a portarli avanti, anche se invidio la borraccia termica di mio figlio a forma di coccodrillo dalla quale il piccolo beve con gusto la sua acqua bella fresca presa da una fontanella.
Troviamo un buon posto, appena fuori da una semicurva; il telefono smette di prendere, so che sul Barbotto hanno scollinato in testa Abrahamsen, Madouas, Van den Broek e Mohorič, per cui a mio figlio che chiede, papà dov’è Molic, io rispondo che sta per arrivare. L’attesa dura una quarantina di minuti, mio figlio è rapito dai rumori, le moto che lo salutano, i clacson; un po ’si diverte, un po’ forse si chiede che cosa sia quello strano rito in cui i grandi sono coinvolti, il rito dell’attesa spasmodica per un soffio di vento colorato che riempirà gli occhi giusto il tempo di un respiro, di un applauso, di un incitamento.
Quando i corridori stanno per arrivare, lascio mia moglie, addetta alle riprese con l’iPhone, sul lato esterno della strada e con mio figlio attraverso e mi e metto contro la parete di roccia nella parte più interna del tracciato.
Papà, dov’è Molic?
Stavolta non faccio in tempo a rispondere che in piedi sui pedali spunta Valentin Madouas con Abrahamsen alle calcagna; è un lampo, riesco solo a dire alé Valentin! Poi rassicuro mio figlio, ora arriva Mohorič, tranquillo. Invece spuntano due corridori della DSM uno è Van den Broek, ok, ma l’altro chi è, seduto, serafico, a ruota del compagno? La faccia non la metto a fuoco ma ho lo stesso una intuizione; poi leggo il numero sulla schiena 181, è Romain Bardet, questo sì che è un attacco scriteriato, da archibugiere d’assalto. Di più, è l’essenza del magico che avvolge una corsa, è la moderna ricerca dell’immortalità nella fatica: Romain Bardet, 31 anni, una carriera che prometteva tanto ma ha mantenuto meno, spende un incantesimo di magia contagiosa e prova a mettere nel sacco il gruppo. Torno con la memoria a Frazer e al Ramo d’oro: la magia contagiosa è una forma di magia simpatica, basata sull’idea antropologica che tra oggetti, persone o azioni esista un legame mistico. Se due elementi entrano in contatto, continueranno a influenzarsi anche a distanza.
Lungo le rampe di San Leo, all’ombra della Rocca, Cagliostro e Bardet, forse, sono entrati in contatto, e il corridore francese ha messo in atto un tentativo di evasione, una sfida alla prigionia del gruppo, un atto di fede nel proprio destino, un destino che forse l’immortalità non l’aveva prevista.
Passa il gruppo tirato dalla Visma, riconosco Vingegard, ma mettendo a fuoco lui perdo un’altra trentina di corridori; vedo la maglia tricolore di Bettiol, la stazza cinghialonica di Pedersen, Benoot che in fondo a tutti fatica a tenere le ruote. Via via passano gli altri, gli staccati, i reduci della fuga, i gregari che hanno finito il turno, Gaudu con quasi mezz’ora di ritardo. Mio figlio mi guarda perplesso, papà dov’è Molic?
Niente da fare, probabilmente era nella pancia del peloton o sperso in qualche altro gruppuscolo e non sono riuscito a vederlo; non ho visto nemmeno Pogačar per la verità e devo chiedere conferma a mia moglie dall’altra parte della strada che dice che sì, lo ha riconosciuto dal ciuffo; ha fatto, come al solito un’ottima ripresa.
Torniamo al bar in piazza per un gelato e per vedere l’arrivo di Rimini; scommetto un cono al pistacchio che Bardet ce la fa, nonostante la risicata dote di secondi; il gruppo spinge, troppi velocisti resistenti e assatanati vogliono la prima maglia gialla e ai tavoli accanto la coppia della DSM è già data per spacciata. Il sole ora è sceso alle spalle della Rocca e raggi di luce irrorano dai fianchi; mi dispiace per voi, ma non avete fatto i conti con la magia, con l’evasione perfetta alla conquista dell’immortalità, quella sportiva almeno, che per un corridore, soprattuto un corridore francese equivale a un giorno in maglia gialla.
Emperor Romain, titolerà l’Equipe il giorno dopo, e va bene così.
Riprendiamo l’auto per tornare in Riviera e mio figlio, prima di abbioccarsi per gran parte del tragitto, mi chiede ancora conto di dove sia Mohorič; lo rassicuro sul fatto che sia arrivato, probabilmente un po’ stanco, ma che ce l’ha fatta. Domani a Cervia, davanti al Fantini, giuro che lo vediamo, promesso. Meno male che la mamma anche per il passaggio al chilometro zero della Cesenatico - Bologna ha realizzato un video pregevole, così che andando di fotogramma in fotogramma siamo riusciti a vedere anche Mohorič, a cinquanta all’ora nella pancia del gruppo.
Merci Tour, è stato bellissimo.
Pansec: un viaggio a pedali tra il Panaro e il Secchia
1. Come nasce Pansec?
Nasce pedalando, tra il Panaro e il Secchia. Due fiumi, due linee d'acqua che disegnano l’Emilia e che, unite, diventano una traccia. Una linea da seguire, da percorrere, da raccontare. Volevamo costruire qualcosa che fosse prima di tutto un’esperienza: non una gara, non un evento commerciale, ma un viaggio collettivo che unisse bici, paesaggi, storie e persone. Così è nata Pansec.
2. Perché proprio quei fiumi?
Perché sono la nostra spina dorsale liquida. Il Panaro e il Secchia attraversano paesi, storie, campi, ricordi. Li ho percorsi tante volte, in silenzio, ascoltando i suoni della ghiaia e del vento. Sono linee di continuità, ma anche di resistenza. E poi, unendoli, si disegna una ‘U’, come un abbraccio. Come la forma di un sorriso. Come la curva di ritorno a casa.
3. Cos’è un evento unsupported?
Significa che chi parte deve contare solo su di sé. Nessuna assistenza, nessuna macchina al seguito, nessuna classifica. Solo te, la bici, e la strada. È un modo per tornare all’essenziale, per capire cosa conta davvero. E per riscoprire la bellezza della lentezza, della fatica condivisa, del silenzio.
4. Quali sono i percorsi di Pansec?
Tre percorsi: due gravel (uno lungo e uno corto) e uno su asfalto, pensato per chi preferisce la bici da strada o semplicemente un’esperienza meno impegnativa. Tutti e tre si incontrano a Sestola il 31 maggio: è il cuore simbolico di Pansec, perché diventa anche il luogo del confronto, dove le persone possono conoscersi e condividere la storia del loro viaggio. Il giorno dopo si riparte, verso Modena, verso la fine del viaggio.
5. Chi partecipa a Pansec?
Chi ha voglia di mettersi in gioco; chi ha voglia di mettersi in viaggio. Non serve essere atleti, serve avere voglia di pedalare e di farsi attraversare dai luoghi. Chi partecipa lo fa per motivi diversi: c’è chi cerca la sfida, chi cerca il silenzio, chi cerca la compagnia. Ma tutti, alla fine, si ritrovano con qualcosa in più.
6. Cosa rende Pansec diversa da altri eventi?
Forse proprio il suo non voler essere un ‘evento’. Niente palco, niente microfono, niente cronometro. Pansec è uno spazio aperto: fatto di colazioni nei bar di paese, di bici appoggiate ai muri, di incontri casuali. È un modo di raccontare l’Emilia dal basso, pedalata dopo pedalata.
7. Perché farlo partire da Modena?
Perché è casa. Perché è da lì che partono le nostre storie. E perché ogni viaggio che si rispetti deve avere un punto di partenza che assomiglia a un’osteria, a una bottega, a un luogo dove si può tornare. Modena è tutto questo. Ed è anche un modo per dire che non serve andare lontano per viaggiare davvero.
8. Dove porta Pansec?
Porta dentro. Dentro la terra, dentro la memoria, dentro le gambe e dentro il cuore. È un viaggio che non ha un traguardo, ma tante soste. Ogni fontana, ogni panchina, ogni salita è un luogo dove qualcosa cambia. Dove qualcuno ti guarda e ti dice: ‘anche tu sei passato di qui’.
9. Pedalare fa bene al cuore… anche di chi è lontano. Dove andranno i fondi raccolti?
Tutti i soldi delle iscrizioni a Pansec saranno donati a due luoghi speciali, lontani ma vicinissimi al nostro sentire. Il Caritas Baby Hospital in Cisgiordania, unico ospedale pediatrico della zona, dove cristiani e musulmani lavorano insieme per dare cura e futuro a tutti i bambini, senza distinzione. E l’Hogar Niño Dios di Betlemme, una casa per bambini disabili e abbandonati, spesso invisibili agli occhi della società. In entrambi i luoghi, c’è accoglienza vera, c’è amore, c’è speranza. Pedalare può fare la differenza.
Granfondo Livigno Alè
Abbiamo ancora tutti negli occhi l'arrivo di Tadej Pogačar al Mottolino allo scorso Giro d'Italia, una delle pagine più belle della storia recente della corsa rosa. Già solo l'idea di pedalare su quella stessa salita fa salire l'adrenalina, ma il prossimo 28 giugno si potrà provare l'emozione del traguardo in un appuntamento agonistico, proprio dove ha trionfato Tadej. Lo stesso identico finale accoglierà i concorrenti della Granfondo e della Mediofondo Livigno Alè, ospitata per il secondo anno consecutivo dal Piccolo Tibet.
Il tragitto della Mediofondo è di 106 km con 2050 metri di dislivello e prevede la partenza da Livigno, la salita al passo della Forcola e al passo del Bernina, la seguente discesa in Engadina fino a Zernez, per poi risalire al Passo del Forno, attraversare il tunnel Munt La Schera e arrivare al traguardo del Mottolino. Il percorso della Granfondo, invece, prevede una lunghezza di 166 km con ben 4100 metri di dislivello allungando il giro più breve grazie all’aggiunta del passo Umbrail, del Passo del Foscagno e del Passo Eira.
Livigno si conferma una delle capitali alpine europee del ciclismo e, fino al 30 aprile, l’iscrizione alla Livigno Alè è scontata a 60 euro, che diventeranno successivamente 70 e poi 100 il 27 giugno, giorno prima della gara.
Da quest’anno c’è una novità per chi vuole affrontare il percorso della Mediofondo con spirito più escursionistico: la possibilità di partecipare all’evento non competitivo con e-bike. Anche per chi sceglie la bici a pedalata assistita ci sarà il pacco gara, con la maglia da ciclismo Alè.
FVG Bike Trail: dal 4 al 7 settembre
FVG Bike Trail non è solo un viaggio. È un racconto a colori che attraversa la natura del Friuli Venezia Giulia, in un anello perfetto con partenza e arrivo a Udine.
Si parte verso est e subito il verde si fa profondo. Nelle Valli del Natisone il bosco è fitto, umido, vivo. Si sale in silenzio, tra curve strette e ombre che parlano di storia, vecchi confini e culture transfrontaliere.
Poi tutto si apre: il Collio e i Colli Orientali ti accolgono con le loro colline disegnate, le vigne larghe, l’ oro ramato della luce che scalda. Pedali senza fretta, come se ogni curva meritasse una pausa.
Poi il Carso: crudo, esposto, sassoso. Il fondo cambia sotto le ruote, ti chiede attenzione. Le doline, le rocce, l’aria tagliente. Pedali dentro la pietra e il vento.
E all'improvviso, lo spettacolo: il blu profondo del Golfo di Trieste si apre davanti a te. La discesa è veloce, il mare si avvicina.
Ma la corsa non finisce lì. Ti aspetta la quiete salmastra della laguna di Grado, dove il vento si calma, la strada si distende e la luce si riflette sull’acqua.
Alla fine, torni a Udine. Con la fatica buona nelle gambe. E il paesaggio dentro.
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