Alvento a Scuola

Tutto è iniziato vedendo la copertina di Alvento18 e guardando quel sasso, quello di Roubaix, quello vinto da Sonny Colbrelli, conquistando la Parigi-Roubaix. Massimo, insegnante di scuola dell'infanzia, l'ha vista con suo figlio e quel bambino ha iniziato a porsi e a porre domande su quel sasso. «Un sasso è per un bambino piccolo qualcosa di pesante che non bisogna lanciare, si chiedono subito come possa diventare un premio, un regalo. Il compito di un adulto è provare a spiegarlo». Da quel momento, Massimo ha avuto la certezza che le domande di suo figlio sarebbero in realtà state le domande di molti altri bambini. Alla scuola dell'infanzia "Clorofilla" di Milano sono arrivate così alcune copie di Alvento.
«Basta appoggiare una rivista per terra o su un tavolo e lasciare che i bambini la sfoglino. A quel punto saranno le immagini a evocare qualcosa su cui i più piccoli si interrogheranno. Noi seguiamo questo modello nell'insegnamento: cosa dice quella foto, quel disegno, quel colore? Che storia c'è dietro? Da queste domande, si impara». Sì, perché per spiegare la storia di quel sasso serve viaggiare con la mente, arrivare "nell'Inferno del Nord" e spiegare di quelle biciclette che "vanno sui sassi" per poi entrare in un velodromo e sfidarsi in velocità. «Non solo, bisogna parlare di materia, di tatto: di quanto sia pesante quel sasso, del suo essere ruvido o lisciato dalla pioggia. E se un sasso è duro, il fango è morbido e cosa si prova a toccarlo, a pedalarci o camminarci dentro? Qualcuno lo sa, altri vogliono capirlo».
Gli adulti parlano, spiegano, raccontano, i bambini si avvicinano a quelle foto, avvicinano tutte le mani e indicano anche i dettagli minori. «Si arriva a parlare di velocità, di equilibrio, del come faccia una bicicletta a restare in piedi, a non cadere e di cosa facciano i ciclisti per scalare una montagna o per curvare in discesa». Allora i bambini si confrontano tra loro: c'è chi va in bicicletta con i genitori, chi sta imparando, chi sa fare qualcosa che gli altri non sanno fare. L'equilibrio stupisce sempre, come ogni storia: «Il gioco è immaginare dove stia andando una persona in bicicletta, cosa farà una volta arrivata, quanto tempo ci metterà per arrivare, chi incontrerà. Si tratta del concetto di possibilità che la mente dei bambini esplora di continuo. Qualcosa che forse crescendo si rischia di perdere».
Ad un certo punto, si guardano le immagini della Parigi Roubaix femminile, qualche bambino chiede: «La bicicletta è per bambini o per bambine?» e la risposta se la danno loro stessi: «La bicicletta è per tutti, non vedi le foto?». Per tutti e anche, soprattutto, per i più piccoli: basta tornare indietro di qualche pagina e proprio all'inizio della rivista tutti fissano l'immagine di una bambina che va in bicicletta. «Allora si parla dell'essere grandi. Qualcuno spiega che è già grande e adduce a motivazione il fatto che va già in bicicletta, altri si chiedono cosa significhi diventare grandi, adulti, altri ancora aggiungono che si è grandi quando si può andare in bicicletta da soli». Mentre gli adulti si confrontano, anche i bambini si confrontano, così crescono.
Il concetto è quello di autonomia. Cosa accade quando un adulto insegna a un bambino a fare qualcosa? Ad andare in bicicletta, ad esempio. «La nostra idea è che, poi, adulto e bambino siano sullo stesso piano. Certo, l'adulto ha imparato prima, il bambino dopo, ma ora che entrambi sono capaci che differenza c'è?». Questo vuol dire dialogare e ascoltare: «Serve fiducia e disponibilità: “Ora che hai imparato, decidiamo assieme dove andare, cosa fare”. Si parte così ed allora i più piccoli propongono, si mettono in gioco, magari sbagliano. Stanno imparando». Non c'è più solamente una guida e qualcuno che impara, ci sono due persone che stanno esplorando un bosco, un sentiero, una strada. «Credo sia vero che le strade di oggi sono pericolose, non sono, purtroppo, il luogo ideale per giocare o correre in bicicletta, ma per cambiare tutto questo abbiamo un solo modo. I bambini devono conoscerle, raccontare ciò che li diverte e ciò che li spaventa. Fare domande, interrogare quel mondo che non sembra a misura di bambino. Da qui può nascere il cambiamento». Se gli adulti ascoltano, se gli adulti hanno coraggio.
«Consegniamo ai bambini la loro autonomia, consegniamola a piene mani e lasciamo che possano viverla. L'esperienza di pedalare da soli, senza più nessuno che tiene una mano sulla loro spalla, è straordinaria. Sono felici, ridono, gridano, perché stanno scoprendo cosa sanno fare, cosa possono fare. Mentre lo scoprono continuano a interrogare la loro immaginazione e si proiettano in altri mondi, in altre strade, in altre possibilità. È un esercizio difficile ma importantissimo». Un esercizio che può partire da un'immagine, da una bicicletta e portarli chissà dove. Nel loro diventare grandi, a partire da un'aula di una scuola dell'infanzia in una mattinata di ottobre.


«È stata dura?»

Intorno alla bocca, Giosuè Epis ha un segno che pare un principio di disidratazione. Subito tagliato il traguardo, affannato ma felice, circondato da un gruppo di persone, esclama con un sorriso a pieno volto: «Questa è buona!» lasciando in sospeso il riferimento: la vittoria nella seconda tappa del Giro della Regione Friuli Venezia Giulia, la più importante della sua giovane carriera? Oppure il piacere di scolarsi una bevanda - seppure in versione ridotta - che quando la mandi giù dopo una giornata in bicicletta provoca un benessere difficilmente spiegabile? Non glielo abbiamo chiesto.
Vanno all'attacco in nove, poi diventati otto vedremo, su un percorso che è un su e giù estenuante, durante tutto l'anno, per i ciclisti amatori della zona che spesso maledicono il dover tornare a casa passando per queste strade, sapendo che non c'è un metro di pianura, ma che invece, chi il corridore lo fa di mestiere (o studia per esserlo) beve di gusto come fosse, appunto, la bevanda di cui sopra. Dissetante, ma con le bollicine.
Ha tenuto duro, Epis, racconta a quel gruppo di persone che lo circonda, ma sapeva di poter contare sul suo guizzo veloce; con lui c'era gente navigata - per la categoria - come Zurlo, oppure la coppia piena di talento della Alpecin Devo, Vandebosch e Verstrynge, ma davanti è arrivato lui, con la maglia gialloblù della Carnovali Rime. Questo è ciò che conta.
Subito dopo passato il traguardo di Colloredo di Monte Albano, in provincia di Udine, un rettilineo infinito che tira all'insù, Davide Toneatti sembra quasi spaesato. Si guarda intorno dentro la sua maglia azzurra leggermente diversa dal celeste Astana che indossa in questa stagione su strada: è qui con la nazionale italiana che per l'occasione ha portato cinque corridori tutti provenienti dal ciclocross. Toneatti è un ragazzo della zona, di Buja per l'esattezza, come Milan, come De Marchi per contestualizzare il talento che arriva da un piccolo paese alle porte di Udine, e ci teneva a spiccare e poi a lasciare il segno. In fuga anche lui ci è andato vicino tanto così.
Lo dipingono tutti come puntiglioso, serio, quasi maniacale nel cercare la perfezione. Lo sprint lo vede battuto, ma più che spaesato in verità sta cercando con lo sguardo i suoi genitori che da almeno un'ora e mezza non stavano più nella pelle in attesa dell'arrivo del figlio.
La gioia di Epis, la tranquilla ricerca di uno sguardo familiare di Toneatti, la delusione di Nicolò Buratti, altro ragazzo quasi di casa, Corno di Rosazzo, sempre in provincia di Udine, ma quasi dalla parte opposta.
Indossa la maglia gialla di leader - che passerà sulle spalle di Zurlo - perché ieri sera la sua squadra, il Cycling Team Friuli, aveva dominato la crono che apriva il Giro della Regione Friuli Venezia Giulia (Giro del Friuli, per gli amici e per farla breve) e lui era passato per primo sotto lo striscione del traguardo.
Oggi l'arrivo era perfettamente tagliato sulle misure di un ragazzo (classe 2001) cresciuto per gradi, ora esploso quest'anno e appena uscito da tre vittorie in fila, Poggiana e Capodarco, dure e prestigiose, Rovescalesi. Tre vittorie che indicano perfettamente le caratteristiche di un corridore veloce, resistente, esplosivo.
Davanti in fuga c'era Bryan Olivo suo più giovane compagno di squadra (2003) nel Cycling Team Friuli: altro ragazzo friulano. Talento da coltivare del nostro ciclismo, forte nel ciclocross, fortissimo su pista e - giovanissimo, è un primo anno - alla ricerca della sua dimensione anche su strada.
Un problema meccanico lo ha tagliato fuori dalla fuga e la sua squadra successivamente non è riuscita a chiudere il buco. Ci dicono piangesse a fine gara per la delusione, ma le occasioni non mancheranno per ricamare un palmarès da primo della classe.
La rabbia di Buratti ha gli occhi rossi dalla fatica, ma si dissolve all'improvviso quando si accorge che dietro le transenne ci sono alcuni amici venuti a vederlo correre. «È stata dura?», gli chiedono. Buratti, fa un segno con la testa come dire: "che ci vuoi fare, questo e il ciclismo". Buratti, poi, sorride.


Dietro il sorriso di Chaves

Eppur sorride. Verrebbe da dire così, incontrando Esteban Chaves in questa Vuelta a España. Eppure ovvero nonostante tutto. Nonostante la fatica che è più fatica del solito, nonostante i risultati che non arrivano, nonostante le ruote degli altri sempre più distanti. Una distanza che aumenta ogni volta, davanti a lui, non dietro. Da solo, con pochi, in coda, non in testa. Quasi che quel colibrì danzante fosse diventato un colibrì sgraziato. Leggero eppur pesante. Non una leggerezza di pensieri e azioni, di imprevedibilità e velocità, di scatto e controscatto. Una leggerezza di vuoto: quando le gambe non vanno, quando l'energia finisce.
Pensare a Esteban Chaves senza quel sorriso fa quasi strano perché il suo è un sorriso che sembra restare anche quando fatica, quando si commuove, quando non ce la fa più. Quasi un negativo di una foto, qualcosa che in controluce traspare sempre. Anche in questi giorni in cui, già fuori dalla lotta per la classifica generale, dopo aver lavorato, dopo aver preparato la corsa, far fatica sembra senza un fine, se non quello di immagazzinarla, di assorbirla, di farsene parte. Una prospettiva difficile.
Qui la leggerezza diventa davvero difficilmente sostenibile; da vivere e da trasmettere. Eppur ancora c'è, eppure ancora sorride quando può. Quel sorriso è in realtà un modo di prendere le cose, una filosofia semplice e profonda. Un fanciullino di Pascoli, qualcosa di primordiale. Primordiale, all'origine come sognare di vincere una grande corsa a tappe: così puro, così grande sognano i bambini. Gli adulti ridimensionano, talvolta nascondono quando il sogno è troppo grande. Chaves, per i sogni, è restato il bambino che era e lo ammette.
Anche se ora ha paura. Non tanto di non vincere: un ciclista sa che perdere è molto più facile, molto più probabile. Ha paura di deludere la squadra, le persone che lavorano con lui, che credono in lui. Ha paura perché sente di non poter dare quello che ci si aspetta da lui. Qui la leggerezza diventa pesante, diventa difficile. Perché anche vedere quella festa sulle strade può fare male quando non sai perché le gambe non girano, quando non ti riconosci.
Restare Esteban Chaves, restare un colibrì, che fatica a planare, ma pur sempre un colibrì, era la prova decisiva, l'ostacolo da affrontare ancora una volta. "È la vita da atleta, da professionista" ha detto Chaves. È la vita, direbbe chiunque. Chaves ci sta riuscendo.
La misura di ciò in cui crediamo è nei giorni in cui quel qualcosa, pur potendo svanire, resta. Perché lo abbiamo voluto, non solo perché è capitato. Questa è la forza: Chaves che continua a sorridere e pensa a quando quella bicicletta lo farà nuovamente felice. Davanti a tutti.


L'oro di Tel Aviv: imparare a vincere, imparare a perdere

Ci fu un giorno in cui Daniele Fiorin, padre di Matteo, gli consigliò di conoscere meglio la sconfitta perché gli sarebbe servito. Essenziale per lui, essenziale per qualunque giovane, nello sport e fuori. Accadde mentre, da ragazzino, Matteo Fiorin giocava a calcio e faceva ciclismo: preferiva il ciclismo, lì vinceva spesso e stava quasi decidendo di dedicarsi solo a quello. «No, credo tu debba continuare almeno per un altro anno anche a giocare a calcio. Non perché il ciclismo non faccia per te, esattamente il contrario. Vinci molto, vinci tanto con quella bicicletta, ma, alla tua età, bisogna anche imparare a perdere altrimenti poi sono problemi». Matteo quel giorno ascoltò suo padre ed oggi, a diciassette anni, nonostante le vittorie, conosce la sconfitta.

«So che quando si perde si è sbagliato qualcosa e bisogna tornare ad analizzare ciò che si è fatto. In realtà, però, so anche che pure quando si vince bisogna riguardare la gara e imparare qualcosa in più per un semplice fatto: chi ha perso, in quel momento sta imparando, se tu che hai vinto non lo fai resti indietro e la prossima volta perderai». Essere pronti, questo è il punto. Pronto per fare il proprio dovere, per un velodromo a Tel Aviv, per una maglia azzurra al mondiale, per il quartetto juniores, per l’inseguimento a squadre, per una medaglia d’oro.

Sì, Matteo Fiorin non avrebbe dovuto essere a Tel Aviv, ai mondiali juniores su pista, ma quando il suo telefono è squillato sapeva esattamente cosa fare, perché lo aveva sempre fatto, perché è un ciclista. «Non ho avuto paura, ma dubbi sì. È normale. Forse per questo devo ancora realizzare. Tutto però apparteneva a Matteo ragazzo, non a Fiorin ciclista. In sella riesco ad essere “cattivo”, deciso, convinto, molto preciso. So quello che devo fare e lo faccio». Nella vita di tutti i giorni è contento di essere Matteo prima che Fiorin. Ha amici ciclisti e con loro parla di ciclismo ma con i compagni di scuola o con chi non è interessato alle due ruote non sente il bisogno di raccontare ciò che fa in bici perché «sto bene così, essere al centro dell’attenzione non mi interessa, non mi piace». In pista, a Tel Aviv, loro: Alessio Delle Vedove, Matteo Fiorin, Renato Favero, Luca Giaimi e Andrea Raccagni Noviero e i timori che passano dopo le qualifiche.

Così perfezionista che dopo l’oro nel quartetto era dispiaciuto per aver mancato per un niente il record del mondo: qualche istante, poi urla, abbracci, l’inno e qualche ricordo. “Da esordiente primo anno quando persi una prova in batteria al meglio delle tre. Mio padre mi si avvicina e mi dice: «Vai e divertiti. Ora devi solo divertirti. Arrivai terzo». Padre e figlio, soprattutto questo, in grado di crescere assieme e poi di fare autonomamente strada: “Quest’anno mi sento più autonomo, ma l’autonomia l’ho costruita anche grazie ai suoi consigli”.

Imparare a vincere, imparare a perdere. Come è successo nella Elimination Race: «Non ero così lucido come avrei dovuto essere. L‘ho riguardata e la riguarderò, capirò l’errore e imparerò». Anche di questo è fatta la realtà di un ciclista: delle corse viste e riviste, di studio, in fondo. Perché quando l’adrenalina della corsa scende, vedi molti dettagli che prima non avevi nemmeno considerato. E poi divertirsi vedendo Wout van Aert e Mathieu van der Poel, su fango o su strada. Quel sano piacere che vedere la bravura fa provare.

In quel velodromo, a Tel Aviv, Matteo Fiorin ha voluto fare una foto con Walter Perez, già Campione Olimpico e Campione del Mondo, ora C.T. della nazionale Argentina. A casa, aveva rivisto una foto con lui, di quattordici anni fa, a soli tre anni. «Ci tenevo ad avere un’altra foto con lui, dopo tanto tempo. Ci tenevo a rivivere quel momento. Soprattutto perché di quel giorno, ovviamente, non ricordo nulla e mi spiace. Volevo ricordarmi di quel momento, così ho chiesto un’altra foto. Un ricordo di quello che ho fatto, di quello che posso fare».


Ferragosto: c'è chi va e c'è chi torna

Ferragosto 2022. C'è chi va e c'è chi torna. Cambiamenti, non rivoluzioni. Il sole scalda, ma non come due settimane fa. Puoi trovare persino un po' di brezza se sei in giardino o stai passeggiando da qualche parte, da un affollatissimo lungomare, fino a una più tranquilla - ma nemmeno troppo - stradina di montagna.
Puoi avere paura dell'orso se ti inoltri in un sentiero, ma poi a un certo punto quello che senti ringhiare è lo stomaco, altroché, e sei pronto a ingozzarti con tutto quello che hai preparato o, visto che ormai si mangia fuori, con quello che puoi ordinare in trattoria.
Ferragosto 2022. C'è chi va e c'è chi torna. Nel giro di poche ore accade tutto ciò. Arrivano delle notifiche in una giornata che, a parte il pomeriggio che si accenderà a suon di ciclismo su pista, doveva andare via tranquilla, indisturbata, ma è colpa dell'abitudine, maledetta abitudine. Ti sei detto, guardandoti allo specchio con la massima sincerità di cui disponi: "oggi il telefono non lo tocco fino a sera", ma è una bugia e controlli lo stesso mentre aspetti un piatto di pasta (e che pasta!) e scorri le notizie fino alla prima che cattura la tua attenzione: "Tom Dumoulin abbandona il ciclismo con effetto immediato".
C'è anche una lunga lettera con la quale l'olandese stavolta dice basta - bravo Tom, grazie Tom -, non ce la fa più, e noi ci sentiamo vicini alla sua scelta ancora di più di quando decise di riprendere a correre e tirò fuori una prestazione che gli valse la medaglia olimpica un anno fa.

C'è chi va, come Tom Dumoulin, che anticipa il suo ritiro di un paio di mesi: «Volevo chiudere la mia carriera con il botto ai campioni del mondo in Australia - sui suoi profili social (https://www.facebook.com/tomdumoulinofficial/) - e ho sognato di affrontare quelle strade come quelle di Tokyo. Con il senso di libertà che mi contraddistingue, con le mie motivazioni, alle mie condizioni, con il sostegno della squadra. Ma poi mi sono accorto di non riuscirci più. Il serbatoio è vuoto, le gambe si sentono pesanti e gli allenamenti non vanno come pensavo. Ora è il momento di godermi altre cose della vita ed esserci per le persone a cui tengo. Un grande grazie alla mia squadra e a tutti coloro che mi hanno sostenuto e hanno vissuto con me questa fantastica carriera».
Dumoulin lascia il ciclismo con 1 Giro vinto, 3 tappe al Tour, 4 al Giro e 2 alla Vuelta, un mondiale a cronometro, due argenti olimpici e uno mondiale, sempre contro il tempo, altri due podi al Giro e al Tour nel 2018 diventando uno dei corridori più vicini alla storica doppietta Giro-Tour nello stesso anno, da diverso tempo.
Ma il mondo è fatto di questo, di equilibri, di dimensioni, di vuoti da colmare e spazi da riempire: c'è chi va, ma poi c'è chi torna quasi come un gioco del destino.
È Egan Bernal che fra poche ore prenderà il via del Postnord Danmark Rundt, il Giro di Danimarca per capirci. Non corre da quasi un anno e dopo l'incidente si è detto di tutto, dal non vederlo più in bici, fino a bruciare le tappe per essere in gara il prima possibile. In realtà, tra fughe di notizie e speranze, la tabella di marcia è stata quasi perfettamente rispettata.
In una terra che ama il ciclismo come quella danese, riparte la seconda vita di Egan Bernal che ha detto, alla vigilia del suo rientro, in maniera molto concreta, di aspettare questo momento dal giorno in cui si è risvegliato in ospedale e che questi mesi, difficili, li porterà per sempre con se. Oggi rientra in corsa Bernal e questa non può che essere la più bella notizia di oggi.
Rientra in corsa Bernal con un Giro e un Tour sulle spalle e poi chissà...
Un abbraccio Tom, un buon rientro Egan, a entrambi per la vostra nuova vita.


Le idee che nascono in bici

«La maggior parte delle idee mi vengono quando sono in bici», ha raccontato qualche giorno fa Luis Ángel Maté, l'ultima, dice, gli è arrivata mentre si allenava sulla Sierra Nevada in preparazione alla prossima Vuelta.
Luis Ángel Maté da un paio di stagioni difende i colori della Euskaltel Euskadi, i colori mitici del ciclismo basco, quelli arancioni, dopo aver corso per una vita intera con la Cofidis e aver condiviso anche un'esperienza biennale con l'Androni di Savio.
Maté non è mai stato un ciclista qualunque, conosciuto più per le sue fughe in terra spagnola, che per le vittorie, più per la sua sensibilità fuori dal gruppo, che per qualche scatto bruciante, amato per la disponibilità con i tifosi e i compagni di squadra, per la sua affidabilità in corsa. Molti se lo ricordano anche come grande amico di Michele Scarponi, ad altri gli viene in mente di quando lo scorso anno al termine della Vuelta intraprese un viaggio particolare.
Ogni cambiamento parte da una piccola azione, ogni idea che può sembrare ininfluente, può essere di ispirazione per qualcun altro. Il classe '84 spagnolo nel 2021 decise di percorrere, subito dopo aver concluso la corsa a tappe spagnola - 16° Grande Giro portato a termine in carriera - 1000 km su due ruote da Santiago di Compostela, dove si chiuse la corsa, fino a Marbella. «Volevo semplicemente prendere la mia bicicletta e tornare a casa senza usare l'auto o l'aereo, usando soltanto le mie gambe, in armonia perfetta con me stesso e con quello che mi circonda». Non un'idea rivoluzionaria magari, ma un piccolo contributo che il corridore andaluso ha voluto dare al racconto («Tutto quello che ho - disse - me lo ha dato la bicicletta. Non il ciclismo, non il mio lavoro, la bicicletta pura e semplice attraverso cui sto imparando a conoscere il mondo e anche me stesso») e alla mobilità sostenibile, alla vicinanza con il territorio e l'ambiente: «Noi ciclisti abbiamo il privilegio di correre negli stadi più meravigliosi e imponenti del mondo, immersi dentro scenari unici. È nostro dovere cercare in qualche modo, in ogni modo, di prenderci cura di loro».
Fra una decina di giorni Maté, che, come scrive un giornale spagnolo, è "Soprannominato la Lince Andalusa non tanto per la sua vista particolarmente portentosa, ma più che altro per la sua astuzia, la sua capacità di vedere oltre l'ovvio», prenderà il via della Vuelta e, come detto, allenandosi in altura gli è venuto in mente di donare un albero per ogni chilometro che passerà in fuga nella corsa a tappe spagnola al Parco Naturale Los Reales della Sierra Bermeja. "Il mio ufficio, la nostra casa" ha definito quel posto, che è la Sierra Bermeja andalusa, ma in realtà Maté parla di ogni luogo.
La Sierra Bermeja lo scorso anno fu devastata da un terribile incendio attivo per 46 giorni e che distrusse oltre 10.000 ettari e costrinse circa 3.000 persone a lasciare le proprie case. Luis Angel Maté ha fatto partire la sua iniziativa donando 100 alberi (altri 100 sono stati donati dalla sua squadra e altri 100 dagli organizzatori della Vuelta), con l'obiettivo di sensibilizzare; noi ci auguriamo possa avere le gambe migliori possibili alla Vuelta per riuscire a scappare ogni giorno dal gruppo, e magari farsi venire in mente qualche altra nuova idea. Piccola o grande che sia non importa, si inizia sempre da qualche parte.


Bizzarrie del ciclismo lusitano

"Menos doping, mais vinho tinto", meno doping più vino rosso, prova a raccontarla così una ragazza che regge un cartello visto lungo la strada durante una delle prime tappe della "Grandissima", o meglio "A Grandissima", se volessimo dirlo in portoghese, il nome con cui è conosciuto la Volta a Portugal arrivata quest'anno all'edizione numero ottantatré e iniziata qualche giorno fa con il prologo di Lisbona.
La prova iniziale l'ha conquistata il più forte specialista contro il tempo portoghese, Rafael Reis, uno dei diversi corridori che assume un contorno quasi misterioso, perché spesso capita come, usciti da quel contesto, improvvisamente valgano di meno. Reis che di recente ha conquistato il titolo nazionale contro il tempo, dominando la prova davanti a Oliveira e Almeida, concedendo poi il bis ai Giochi del Mediterraneo.
Meno doping e più vino rosso, dicono i tifosi portoghesi che letteralmente impazziscono per la loro corsa di casa; meno doping, già, perché il ciclismo portoghese è nel caos. Alla vigilia, l'UCI ha ritirato la licenza alla squadra di riferimento del nord della regione, la W52/FC Porto, e secondo Cyclingtips senza questa squadra salteranno tutti gli accordi commerciali futuri per portare la corsa in alcune di quelle zone e, sempre come racconta la testata nordamericana, il capo dell'agenzia antidoping lusitana è stato minacciato con tanto di proiettile recapitato a casa; la W52/FC Porto è stata così esclusa dopo alcuni casi che hanno portato alla perquisizione e al ritrovamento di sostanze dopanti. Come spiegato da Cicloweb "sono stati sospesi per traffico di sostanze illecite e utilizzo di “metodi proibiti”"; un'indagine che va avanti da diverso tempo con arresti e perquisizioni di atleti e dirigenti del team. Altre squadre alla vigilia hanno dovuto fermare alcuni corridori e in un clima da crime story si è partiti lo stesso, nonostante si fosse arrivati non troppo lontani da una clamorosa cancellazione.

Si va avanti lo stesso per quella che è la festa del ciclismo portoghese, una corsa sentita dalle loro parti come, o forse anche più, del Tour de France e del Giro d'Italia, una corsa che fu un Grande Giro di tre settimane e che ora si corre in circa dieci giorni; che è nata prima della Vuelta a España e che ha avuto nell'albo d'oro il più grande corridore lusitano della storia, quel Joaquim Agostinho che l'ha vinta tre volte (recordman fino alle quattro vittorie di Chagas negli anni '80 e poi di Blanco più recentemente); quel Joachim Agostinho che morirà dopo aver investito due cani randagi in corsa (era la Volta ao Algarve del 1984), quel Joachim Agostinho, tanto brutto da vedere in bicicletta, quanto efficace, capace di chiudere due volte sul podio del Tour e di vincere pure un Trofeo Baracchi in coppia con Van Springel finendo davanti a Merckx (3° in coppia con un giovane Boifava) che al termine di quella gara venne insultato dalla folla al grido di "Droga! Droga!".
Joachim Agostinho era sgraziato come lo è il più forte ciclista portoghese di oggi, João Almeida: anche lui non fa della bellezza in bici il suo marchio di fabbrica, quanto l'efficacia. Almeida non ha mai corsa la Volta, e nei prossimi giorni sarà al via della Vuelta España in nome di un ciclismo che, purtroppo per loro, vede i migliori talenti (così è anche per Guerreiro, e così sarà per Morgado, segnatevi il suo nome), trovare slancio in campo internazionale emigrando altrove.

Ma la Volta a Portugal è questa: una corsa che di internazionale ha poco, hanno vinto praticamente solo iberici, tanto che in 82 edizioni si contano due successi italiani, Lelli e Serpellini, uno svizzero, uno britannico, uno danese, uno belga, uno polacco, uno russo e uno persino brasiliano e il resto diviso tra Portoghesi (59) e spagnoli (13, tutti arrivati dal 1999 in poi). Una corsa che lancia corridori che poi al di fuori di quelle strade - pensate ad esempio ad Alarcon o ad Antunes, nomi mitologici e vincitori di quattro delle ultime cinque edizioni - fanno fatica (eufemismo) a imporsi.
Una corsa che riesce a stupirti per alcune bizzarrie, come ad esempio il magnifico design del traguardo, due enormi braccia che reggono lo striscione d'arrivo; dove succedono cose al limite come il tifoso che scavalca, con un guizzo degno di un saltatore in alto di un'epoca pre Fosbury, le transenne, mentre il gruppo arriva a tutta velocità a giocarsi la volata - scopriamo, grazie a Leonardo su Twitter, che quello non era un tifoso, ma Candido Barbosa, vincitore di venticinque tappe in questa corsa, tra il 1999 e il 2010, altro nome che al di fuori di qui non si è mai imposto; oppure il capolavoro fatto dal corridore spagnolo Xavier Canellas, un gesto che è ormai leggenda.

Nella tappa di qualche giorno fa con arrivo in salita a Covilhã appariva attorno al suo nome la scritta DSQ, squalificato. Squalificato perché? Ha tagliato il traguardo - sorridente e divertito - con un cappello di paglia al posto del casco, sembrerebbe per protesta contro la direzione di corsa, per aver corso con un caldo quasi insopportabile. Tutto questo è Volta a Portugal.
Corsa difficile da non amare. Pensate all'uruguaiano Mauricio Moreira, che, vista l'esclusione dei W52 Porto, arrivava alla vigilia come il favorito assoluto. Forte in salita, si difende molto bene a cronometro, dotato di spunto veloce, attualmente, a poche tappe dal termine, è al secondo posto della classifica generale alle spalle del compagno di squadra Frederico Figuereido, altro mattatore assoluto quando si corre in Portogallo.
Un nome che potrebbe apparire esotico quello di Moreira, ma su cui qualche squadra del World Tour potrebbe scommettere per il prossimo anno, a patto di fidarsi delle stravaganti notizie che coinvolgono il ciclismo lusitano. Un circo meraviglioso, tra casi di doping e vino rosso, tra passaggi in mezzo agli incendi e caldo insopportabile. Una corsa da andare a seguire e raccontare almeno una volta nella vita.


Cosmopolitismo

Forse potrà sembrare qualcosa di poco conto. Come un gingillo di qualche tipo che, piazzato in casa, assume un significato solo per chi ce l'ha messo, perché gli fa venire in mente "quella volta in cui" o qualcosa del genere, pur non essendo particolarmente bello.
Leggendo "vittoria alla Vuelta a Burgos" c'è chi storcerebbe il naso, ma leggendo "vittoria alla Vuelta a Burgos" bisogna poi andare a interpretare lo spazio tra le righe o semplicemente ascoltare le parole di Sivakov: «Sono felicissimo, un successo mancava da troppo tempo. Ne avevo bisogno».
Arriviamo dalle settimane delle corse travolgenti al Tour de France, è vero, con una forza d'urto tale di emozioni che tutto il resto ci sembra sopraffatto da diventare così piccolo. L'eclettico gigantismo ciclistico di van Aert, il dinamico regolare rigorismo di Vingegaard, l'effervescente avanguardismo spavaldo di Pogačar, ingredienti che ci hanno riempito gli occhi e colmato le giornate di luglio. Di tutto luglio.
Poi è arrivata la Vuelta a Burgos - e altre corse d'agosto e altre ce ne saranno, per fortuna - ed è tornato al successo Pavel Sivakov. Non vinceva da tre anni esatti e in carriera ha vinto così poco da non crederci. Da ragazzo era un gioiello capace di splendere raccogliendo successi da prima pagina e quando cadeva - purtroppo cade spesso - si rialzava il giorno dopo per compiere l'impresa. Ci riferiamo a quel suo magnifico anno 2017 quando conquistò il Giro d'Italia Under 23, quello Ciclistico della Val d'Aosta e poi, quando si pensava potesse infilare una tripletta con l'Avenir, si accontentò (per modo di dire) di vincere in fuga da lontano la tappa di Albiez-Montrond.
Sivakov, che in quella stagione pareva un piccolo despota di quelli che fanno e disfano a proprio piacimento, alla Ronde de L'Isard - altra corsa a tappe di riferimento per la categoria - non passò un giorno senza attaccare da lontano: iniziò nella prima tappa - cancellata per condizioni meteo avverse; dominò la seconda con arrivo a l’Hospice de France lasciando Lambrecht a 1’17”; per finire l'opera da tramandare nella quarta frazione quando si prese il lusso di vincere come i dominatori del ciclismo passato. In maglia di leader attaccò in discesa a oltre cinquanta chilometri dalla conclusione vincendo davanti a Knox, Antunes e al terzetto belga Lambrecht, Cras, Vanhoucke con quasi un minuto di vantaggio; il settimo arrivò a oltre quattro minuti.
Vuelta a Burgos, corse a tappe, Pavel Sivakov e fuga da lontano. Uniamo i puntini. Ha attaccato da lontano per conquistare la classifica finale della breve corsa a tappe spagnola; ha attaccato, Sivakov, con quella mascella da divo dei film d'azione; è cresciuto, e che possa essere definitivamente esploso non è la breve (e piccola) corsa che ce lo deve dire, quanto forse quella più grande (la Vuelta, se lui ci sarà) tra un paio di settimane, o forse ce lo dovrà spiegare la INEOS se deciderà di fare di lui quell'atleta che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare lontano da stratagemmi tattici volti a incatenarlo, ma lasciandolo libero di interpretare la corsa, magari attaccando un po' quando gli pare e sente, come il ciclismo di queste ultime stagioni, quello dei Pogačar, van Aert o van der Poel, ci sta insegnando.
Scorre il tempo, e noi ci sentiamo placidi sognatori a pensare una cosa del genere; scorre a volte lento come un temporale estivo che si avvicina e sembra non sfogare mai la propria forza sulla sua testa, scorre lenta la crescita di Pavel Sivakov, nato in Italia, prima russo e ora francese, cresciuto in una squadra svizzera e adottato da una inglese che ha spesso fatto dell'intransigenza tattica il suo mantra. Scorre il tempo di Pavel Sivakov, ma prima che possa schioccare le dita e dirsi già perso, lo attendiamo dove tutti pensavamo di trovarlo qualche stagione fa. In mezzo al mondo, in cima al mondo. Alla prossima Vuelta (Carapaz permettendo ) capiremo cosa sarà diventato, se uomo di classifica, se gregario di (extra) lusso, se attaccante ritrovato. L'importante però è vederlo di nuovo lì davanti.


Di Vincenzo Nibali o dell'estate e di un viaggio

L'estate piena, settembre dietro l'angolo, l'autunno che attende: l'ultima estate, l'ultimo autunno da corridore perché quelli come Nibali hanno qualcosa di antico a cui ben si abbina la parola corridore, come avrebbero detto i nostri nonni. Pensare che fra un anno, a Messina, Nibali potrà dire "un'estate fa" e parlare di quando ancora era corridore potrebbe mettergli malinconia; quella sensazione che si prova quando qualcosa finisce, quando i viaggi finiscono, che non è, poi, tristezza perché una parte di bellezza c'è anche nella malinconia. Il punto è che, in questa estate che è ancora, Vincenzo Nibali quel viaggio lo sta vivendo senza pensare alla fine o, per quanto, pensandoci in maniera diversa.
Vuelta a Burgos. Quinto nella prima tappa, all'attacco ieri, in un finale mosso con tutta l'intenzione di chi questo viaggio vuole goderselo. Proprio ieri qualcuno ci ha detto: «Certo che vedere scattare lo Squalo...», una frase sospesa che, però, non lascia dubbi. C'è una sorta di ritorno alle origini in Nibali: le proprie e quelle del ciclismo.
Le proprie ovvero quelle di un ragazzo che scattava sulle strade siciliane e faceva a gara con altri ragazzi come lui. Che, tempo dopo, nelle prime gare si affidava alle "vibrazioni" e agiva di conseguenza, talvolta sbagliando. Le origini di Nibali che sono, con tutte le differenze del caso, le origini di qualsiasi ragazzo che inizia a correre in bicicletta e che sono, forse, le origini stesse del ciclismo.
Anche Nibali, il campione che tanto ha vinto, sa che, quando si inizia a pedalare, si ha il sogno di vincere, indubbiamente, ma il ciclismo lo si sceglie per sensazioni genuine che appartengono a tutti e che tutti possono capire: una discesa veloce, il brivido in una curva, la vetta di una salita, gli amici che non tengono più la tua ruota. Vincenzo Nibali in questo non fa differenza: ha sempre fatto tutto questo, solo più in grande: al Giro, al Tour, alla Vuelta, alla Milano-Sanremo o a "Il Lombardia".
Un campione non scorda mai tutto questo anche se per le persone è colui che ha vinto due volte il Giro d'Italia e il Tour de France. Non lo scorda mai e quando tutto si fa più lieve torna a godersi questo viaggio. Anche ora, mentre le sagome dei ciclisti sull'asfalto si accorciano, come il tempo che manca. E quando scatta, chi lo vede, pensa sempre: «Certo che vedere Nibali scattare...»


Mark Padun: vicino all'Ucraina

Nella mente di Mark Padun questo di Giro di Polonia non è come tante altre corse, anche se, in fondo, la gara è sempre la stessa e fa ciò che sempre fanno le gare di bicicletta: attraversano strade, fissano orizzonti, sfiorano confini, talvolta li oltrepassano. Per Mark Padun è tutto diverso perché diverse sono quelle strade, quei confini, perché dallo scoppio del conflitto tar Russia e Ucraina pensare a casa fa particolarmente male.
Casa è lì, poco oltre il confine e quando quel confine si allontana casa è in due colori: azzurro e giallo come la bandiera dell'Ucraina dove lui ha radici e origini. Padun quei due colori li ha sul casco come tanti altri atleti ma ancora più forte perché, si può essere ovunque, ma quando la propria terra sta male, soffre, lotta per la libertà ci si sente lì, si vorrebbe essere lì. Non è più come da ragazzo quando i genitori lo avevano fatto partire allo scoppio dei primi conflitti, non è più come da ragazzo perché oggi Padun sa bene cosa sta accadendo e niente può allontanarlo da quel pensiero.
È successo tutto quando ha saputo che il Giro di Polonia sarebbe comunque passato accanto a quei confini. Sarebbe arrivato a Zamosc, la città delle prime gare, dove era stato da giovane, dove aveva vissuto una settimana e conosciuto le vie, i piccoli dettagli che diventano ricordi. C'è nostalgia in Padun, c'è voglia di tornare anche se le cose per lui non sono mai state facili.
Quei due colori sono nelle bandiere, sono in quelle parole che esprimono parte del senso della gara: "Race for Peace". Correre per la pace che diventa la tua pace, come tua è la terra anche se non la possiedi, ma ti appartiene. Che diventa correre per la pace della tua gente e della tua famiglia che anche quando è al sicuro non è mai davvero al sicuro.
Quei due colori, giallo e azzurro, sono nei braccialetti al polso di tanti e in quello al polso di Padun. Forti per restare al polso e fragili perché insieme di tessuto, di fili. Ci sono foto in cui Mark Padun fissa quel braccialetto e pensa. I pensieri restano a lui, nonostante si possa comprendere quel che si prova ma il dolore, per quanti possano esserti vicini è di chi lo prova, di chi lo vive. Le parole sono superflue.
Quelle biciclette che attraversano strade, fissano orizzonti e sfiorano confini possono anche sembrare poca cosa in un momento come questo. In realtà, sono importanti e non siamo noi a dirlo ma Padun che, nonostante tutto, è fiero di questi giorni al Giro di Polonia.