Il record del mondo di Christoph Strasser

Cosa può significare stare ventiquattro ore in sella a una bicicletta? Cosa senti dopo dieci o venti ore a pedalare? Fin dove arriva l'acido lattico e quanto tira ogni singola fibra dei muscoli? Qual è la linea di confine tra il piacere, il dolore e la resistenza? Christoph Strasser, trentotto anni, tra il 16 e il 17 luglio, presso la base aerea di Hinterstoisser a Zeltweg, in Austria, è stato raggomitolato su una bicicletta per ben ventiquattro ore, sotto una pioggia battente, ed ha percorso 1026,2 chilometri alla media di 42,75 km/h, stabilendo il nuovo record mondiale. Strasser è stato il primo ad andare oltre i 1.000 chilometri in questa prova. E non si fa per dire, perché, a conti fatti, Strasser ha davvero pedalato 24 ore, solo due minuti di inattività, quelli del cambio gomme.
Strasser non è nuovo a prove di questo tipo. Dopo aver corso la Race Across America, nel 2011, aveva provato a stabilire il nuovo record del mondo di distanza nelle 24 ore a Berlino in Germania e ce l'aveva fatta, ma non era del tutto soddisfatto perché non aveva raggiunto il suo obiettivo, all'epoca 900 chilometri. Era tornato a provarlo in pista, in Svizzera, per avere le condizioni ottimali, e c'era riuscito, per la seconda volta: 941 chilometri, sempre, però, lontano dai mille. Ma c'era il suo allenatore a dire che era possibile andare oltre ai mille chilometri e che lui era l'uomo giusto per farlo.
Quel giorno di luglio era tranquillo, perché il suo tentativo ufficiale sarebbe stato mesi dopo, in Colorado, in fin dei conti quella era solo una prova per verificare a che punto fosse la sua preparazione. Le prime ore sono sempre le più difficili perché la posizione aerodinamica che sei obbligato a tenere per aumentare la velocità crea dolore ovunque; Christoph lo sa, dopo le prime due ore andrà meglio, bisogna proseguire e tentare di non pensarci: «Quante volte può capitare qualcosa del genere nella vita di un atleta? Quando pensi di mollare devi ricordarti che potrebbe non succedere più, perché certe possibilità non ritornano».
Anche il circuito sembra fatto apposta per portare fuori velocità: pianeggiante, 7,58 chilometri a tornata, curve veloci. La parte più difficile è forse quella più affascinante: “pedalare attraverso la notte” come dice lui. Non c'è particolare segnaletica e talvolta, nelle curve, le ruote vanno a toccare la parte di brecciolino a bordo strada. E Strasser si mangia le mani: «Perderai trenta secondi per volta ma è molto fastidioso». Quanti metri potevano starci in quei secondi?
La pioggia che cade è come il tempo. Quando le gocce si fanno più dense, più fitte, pensi di non farcela, poi l'acqua rallenta e tu riprendi a sperare. Solo alla fine è diverso, perché come il traguardo si avvicina quasi non senti più la pioggia e quel tuo body inzuppato che ti rallenta, che pesa come non mai. Non puoi mangiare, così tutto l'apporto energetico lo trai da ciò che bevi. E continui, senza pensare, spingendo solo sui pedali.
«Quando ho passato le ventitré ore ero sfinito, ma come ho oltrepassato i mille chilometri tutto ha lasciato spazio alla felicità». Il luogo è particolare perché a pochi chilometri da lì c'è il posto in cui Strasser ha provato il primo record sulle ventiquattro ore, soli, si fa per dire, 400 chilometri, l'inizio di tutto. Un cerchio che si chiude o che si apre e fa spazio a tutto ciò che può ancora accadere. Ad attenderlo ci sono circa trecento persone che restano lì nonostante la pioggia in una pazza giornata d'estate. Lui arriva, scende di bici, guarda verso il cielo, quasi a sciacquarsi il viso dal sudore con quell'acqua. Sorride e scherza: «Dopo questa giornata, penso che abbandonerò il ciclismo». Strasser ce l'ha fatta, il suo allenatore, tanti anni fa, aveva ragione.


Kenny De Ketele: un attore nelle Sei Giorni

Probabilmente non doveva andare proprio così ma chi va in bici è abituato ai cambiamenti e agli imprevisti. Ti cade qualcuno davanti? O sei un funambolo o il più delle volte finisci a terra. Buchi una ruota nel momento meno opportuno? Uno dei grandi classici. (Ma poi esiste un momento opportuno per una foratura? No, non facciamoci ridere dietro; forse appena usciti di casa, ma non succederà mai, è molto più facile che bucherai quella volta che ti sarai dimenticato tutto il necessario per cambiare o riparare la ruota e avrai il telefono scarico e sarai nel punto più lontano della terra rispetto a casa tua a o qualsiasi altra abitazione, ma questa è un'altra storia).
Non doveva andare così per Kenny De Ketele - nome bellissimo, sfido a trovarne dieci che suonano meglio - presenza immancabile su pista per almeno una dozzina di anni. Non c'era americana senza Kenny De Ketele, non c'era Sei Giorni senza Kenny De Ketele, spesso non c'è stata nemmeno corsa a punti, o, più di recente, omnium, senza Kenny De Ketele. Insomma: presenza costante, quasi asfissiante.
Non doveva andare così per Kenny De Ketele ma chiariamo da subito: mica gli è andata male, anzi. L'ultima volta che ha corso ha vinto e non una garetta qualunque. La Sei Giorni di Gent, la "sua" Sei Giorni. Una di quelle corse un po' folli da sembrare irriverenti, tutta pathos ed ebrezza. Piena di colori e dove i suoni arrivano dal pubblico sugli spalti che esulta e poi trattiene il fiato, e dove tutto appare un eccesso di aggettivi enfatizzati.
Quelle che Rino Negri diverso tempo fa raccontava così: "Sono un circo, con la differenza che non c'è la puzza degli elefanti, dei cammelli, delle fiere, dei cavalli e degli orsi".
“Perché Folli?”, si chiedeva ancora retoricamente Negri nel suo "I Folli delle Sei Giorni", “per esigenze di spettacolo i seigiornisti sono tenuti a fare gli acrobati e a volte i clown. E corrono rischi che fanno accapponare la pelle. Quindi folli in senso buono, simpatico”. I tempi sono cambiati, è vero, ma in una Sei Giorni non manca mai agonismo ai limiti del gran varietà.
Kenny De Ketele (ripetiamo: quanto suona bene questo nome?) si inserisce a pennello nel contesto se non altro per qualità e fiuto: 22 Sei Giorni vinte, l'ultima pochi giorni fa a Gent (per la quinta volta, staccando, fermi per sempre a quota 4, Van Steenbergen e Merckx), nel velodromo Kuipke, dove è praticamente nato, in coppia con Robbe Ghys. Al termine di una rimonta che ha fatto impazzire il pubblico rimasto col cuore in gola per la brutta caduta che mandava Cavendish gambe all'aria e in ospedale.
Ma non doveva finire così: De Ketele ha salutato una parte del circus che lo ha omaggiato (e Ghys piangeva sotto casco e occhiali), ma avrebbe voluto farlo pochi giorni dopo in maniera definitiva, a Rotterdam, nell'omonima Sei Giorni in coppia con Terpstra. «Sarà la prima volta che correrò con lui - diceva -, ma lo conosco bene: meglio correrci assieme che contro» un concetto che intorno al passista olandese hanno espresso spesso diversi corridori. Ma nulla da fare: corsa annullata, niente congedo finale. A Gent ha salutato il suo pubblico, a Rotterdam voleva farlo con il resto del suo mondo seigiornistico, il concetto spiccio.
36 anni, nato in Belgio, De Ketele (ma che bel nom... ok basta) di cui 17 passati da professionista, specialista (si capisce) della pista, la prima volta che ha corso in un velodromo si dovette arrangiare. Era una gara omnium per ragazzi di 14 anni, proprio a Gent proprio al Kuipke, ma c'erano così tante persone iscritte che fecero una crono di 500 metri per selezionare il numero giusto: non riuscì a superare la qualificazione.
Ha attraversato un pezzo di storia della specialità sfidando Risi, Cavendish, Mørkøv, ha fatto coppia con il meglio della pista belga degli ultimi 20 anni, ha vinto medaglie mondiali ed europee e miliardi di titoli nazionali. Sostiene che i rapportoni esagerati siano un po' un rischio per i seigiornisti, ma che aumentano lo spettacolo.
E a proposito di spettacolo: ha annunciato che una volta sceso dalla bici vorrà provare a recitare nel cinema, ma nel frattempo è il maggiore candidato a diventare nuovo commissario tecnico della pista belga.
C'era qualcuno che sosteneva fossero matti, dei clown, sicuramente uno di loro potrà diventare un attore e se tutto andrà per il verso giusto pure selezionatore della nazionale. È andata come doveva andare, Kenny De Ketele. A proposito: bel nome.


Julian Alaphilippe, il gusto del ciclismo

Quando pedala, Julian Alaphilippe cerca il piacere. L’ha sempre cercato e, nel tempo, ha capito dove trovarlo. Ben oltre il programma di allenamenti e gare, rigido e dettagliato, predisposto dalla squadra, che si ripete di giorno in giorno, di anno in anno: «Faccio le stesse cose ogni giorno e questo, alla fine, non ti procura piacere. Il piacere - ha raccontato a Vélo Magazine - lo ricerco nelle cose semplici: una pedalata da solo, un bel ricordo, un traguardo da raggiungere».
È stata una scoperta per il due volte Campione del Mondo perché Julian non è sempre stato così. All’inizio pensava solo a migliorarsi, a nuove vittorie sempre più importanti. Quell’indole gli ha permesso di essere il corridore che è oggi, ma adesso basta. Continua a mettere il medesimo impegno, ma si scrolla dalle spalle la pressione dell’essere sempre il migliore e così, sollevato, ammette: «Alla fine, è vero, la salute è l’unica cosa che conta, il resto passa in secondo piano».
Sì, perché quell’indole rischia di far commettere errori, di metterti fretta, costringendoti a forzare i tempi per rientrare da un infortunio, di farti male. Da questo, si è salvato perché ottimista di natura e perché il ciclismo gli ha insegnato la pazienza: «I momenti brutti sono molti di più di quelli belli. Ma basta un momento bello per fartene sopportare molti brutti. Per giorni come quello di Lovanio, al Campionato del Mondo, si può sopportare molto».
Ha avuto timore di lasciare quella maglia, una sorta di malinconia, di nostalgia anticipata e se ci ripensa rivede gli errori che ha fatto con quella maglia addosso. Per esempio, nello sprint perso con van Aert al Giro di Gran Bretagna, per la fretta di vincere con la maglia iridata sulle spalle. Da quei momenti si impara e la lezione è l’unica cosa che deve restare perché, vada come vada, l’atleta ha il dovere di ripartire da zero, eliminando le giustificazioni ma anche la tentazione di assaporare i successi, sedendosi sugli allori. Da un lato la caduta al Fiandre 2020, dall’altro le vittorie al Tour de France o alla Freccia Vallone.
Non vuole confronti fra le stagioni passate, perché non hanno senso e perché ogni anno è diverso. La costante è il coraggio di fare scelte anche difficili: «Non è stato facile non partecipare ai Giochi Olimpici dopo il Tour, ma non sarei stato in forma per il Mondiale se fossi andato in Giappone. Devi porti un traguardo e mentalizzarti su quello».
La nascita di Nino, suo figlio, gli ha cambiato la vita «come cambia la vita a chiunque la nascita di un bambino», la perdita del padre è un forte dolore da sciogliere nel tempo. Il francese tiene ai ricordi e dice che un buon ricordo vale quasi quanto una vittoria. Per il 2022, Alaphilippe punterà alle gare delle Ardenne e lo farà con la lucidità di chi sa ciò che può fare, sacrificherà il Fiandre per la Liegi: essere in forma per entrambe è molto difficile. Con quella maglia proverà semplicemente a vivere ciò che gli accade, ad assaporarlo, con ancor più voglia di vincere e meno paura di perdere.


Messico e fango (ma non solo)

Prologo: un ragazzo in divisa nera attraversa un vialetto infangato in sella alla sua bici. È autunno, ormai, ed è da quasi un anno lontano migliaia di chilometri da casa. Lontano per coltivare una passione, la bicicletta; per divertirsi sì, guai altrimenti, ma anche per cercare di farne qualcosa in più che una semplice serie di gare con gli amici con i quali ha attraversato l'oceano, o restare a bocca aperta mentre di fianco passano i migliori corridori del vecchio continente.
Il ragazzo pedala senza infrangere alcuna regola della sua realtà, pur mescolandosi con la fantasia. Guarda verso l'orizzonte e sogna di diventare un professionista.
Attorno a lui è iniziato il fogliaggio. Macchie rosse, gialli e arancioni incorniciano la scena belga, di un belga fiammingo, diremmo per enfatizzare e colorire. Arriva in cima a una breve salitella dopo aver provato e riprovato curve insidiose; dopo aver tentato e ritentato a saltare gli ostacoli, dopo essere scivolato un paio di volte portandosi l'ingombro della bici sulle spalle. Ha guanti pesanti, le labbra gonfie per il freddo, si scrolla di dosso la fatica pensando all'indomani. Tutto è attesa per il giorno della gara.
I fatti: Gli appassionati di ciclocross saranno sicuramente rimasti incuriositi quando, un po' di tempo fa, hanno visto alcuni ragazzi messicani prendere il via a gare internazionali del calendario italiano. Figuratevi averli visti a Tabor, Repubblica Ceca, e poi a Koksijde, Belgio, per la Coppa del Mondo, e a Merksplas, sempre Belgio, quarta prova stagionale del Superprestige.
A Tabor una data simbolo: il 14 novembre infatti è stata la prima volta per un team e per atleti messicani nella storia di questa disciplina.
L'internazionalizzazione del ciclismo appare scontata ormai quando parliamo di strada, e di pista, quella del ciclocross decisamente meno, in un mondo, quello del fango, che attualmente per numeri e qualità è dominato dalla lingua neerlandese con inserimenti britannici, che fanno sistema, mentre la presenza di Blanka Vas ad esempio, ungherese, più che figlia di un movimento in fermento o che investe, è molto più semplicemente talento.
Il progetto della A.R. Monex, la squadra di cui parliamo, che ha avuto per lungo periodo base sul Monte Titano, San Marino, prevedeva esperienza da fare in Europa al cospetto dei più grandi, come ha raccontato il team manager della squadra Alejandro Rodriguez: «I nostri corridori volevano capire a che livello sono e adesso sanno quanta strada c'è da fare, di sicuro si portano dietro un bagaglio di esperienza incredibile». Un'esperienza che è partita già all'inizio del 2021: i ragazzi della A.R. Monex infatti hanno preso parte a diverse prove di mountain bike, con gettoni in Coppa del Mondo, e pure su strada si sono fatti notare e persino con buoni risultati sia tra gli Under 23 che tra gli juniores.
Dunque non è solo folclore, anzi, mentre è forte la curiosità nel vedere el tricolor messicano e quelle maglie nere con le bandine celesti sulle maniche.
Tra questi corridori c'è Isaac Del Toro, che nelle sue esperienze nel CX ha persino vinto a novembre una gara del calendario italiano, il Trofeo Bikeland Ciclocross a Città di Castello. Ha collezionato un 20° posto a Brugherio e un 22° posto al Trofeo Guerciotti: per nulla male considerata anche la giovanissima età: 18 anni compiuti nei giorni scorsi. 37° a Tabor, in Belgio, Isaac, sempre il migliore dei suoi, ha ottenuto un 40° posto nel Superprestige di Merksplas e un 41° a Koksijde in Coppa del mondo, misurandosi nella categoria élite con il meglio in circolazione.
Ora torneranno a casa, «L'obiettivo è crescere - racconta sempre Rodriguez - e chissà, magari un giorno diventare delle star del ciclismo in Messico e motivare così altri giovani a conoscere questa grande, meravigliosa e durissima disciplina».
Hanno un hashtag - #LoVamosALograr - ovvero ce la faremo, banale, volendo, ma così importante per loro. Come primo approccio ce l'hanno fatta, l'obiettivo è quello di diventare sempre più forti, magari trovare un contratto tra i grandi in Europa, e fosse possibile far parlare di sé.
Epilogo: la stagione per loro si chiude. Il ragazzo carica la sua bici nel pulmino e chiude gli occhi mentre rientra a casa ripensando all'autunno belga, al fango che gli ricopriva occhi e bocca. A quei mostri sacri del ciclocross. E in fondo a quel viale un tramestio di biciclette e freni. Il suono del ciclismo.


L'impegno per l'ambiente di Michael "Rusty" Woods

Michael Woods da ragazzo correva a piedi, non è nato sportivamente nel ciclismo e forse proprio questo gli ha sempre reso evidenti problemi che a occhi abituati all'ambiente possono sfuggire. Il canadese dell'Israel Start-Up Nation si chiede da tempo se davvero non si possa far nulla per ridurre l'inquinamento che il ciclismo professionistico genera. «Sono sempre stato disilluso su questo tema, sono sincero. Ogni anno riceviamo tanti prodotti dagli sponsor, tutti imballati nella plastica: bisogna cambiare» ha detto a Procycling. Woods ha deciso che si presenterà sul bus della sua squadra con una scodella e una forchetta e i suoi pranzi li farà così. Qualche giovane lo stimerà, altri lo prenderanno in giro, a lui non interessa. Chi vuole cambiare deve avere il coraggio di disinteressarsi di queste cose. La squadra gli ha assicurato che anche i veicoli cambieranno: due saranno elettrici, i restanti ibridi plug-in.
L'idea è quella di ridurre l'impatto che ogni uomo ha sull'ambiente. Woods è un ciclista e può cercare di cambiare il ciclismo, ad altri, ognuno nella propria professione, il tentativo di portare avanti questa idea. Nessuno può cambiare da solo la situazione globale, ognuno, però, può cambiare la propria e non è poco. Secondo il suo calcolo, nel 2019, la sua impronta a livello di carbonio è stata di 60 tonnellate di CO2 , circa tre volte quella di una persona media ad Andorra. «Quando sei completamente concentrato sulla tua attività è difficile rendersene conto, lo capisco bene. Da quando sono diventato padre, però, la mia consapevolezza dell'ambiente è cresciuta. Tutti dovremmo rifletterci perché ridurre il proprio impatto ambientale dovrebbe rientrare nella normalità delle cose, non rappresentare un gesto straordinario».
Con il ciclismo Woods ha ragionato in maniera diversa, rispetto a quanto aveva fatto da ragazzo con la corsa. Da ragazzino si era dedicato anima e corpo al mezzofondo, per migliorare e tentare di entrare nell’Olimpo dei più forti, una ‘ossessione’ che aveva finito per logorarlo fisicamente, procurandogli due fratture da sovraccarico al piede sinistro, che lo avevano costretto a cambiare sport. Col ciclismo ha sempre ragionato diversamente. A trentacinque anni, dopo otto anni di professionismo, si è domandato se nella sua carriera avrebbe potuto ottenere di più; forse sì o forse sarebbe scoppiato e, come con la corsa, avrebbe dovuto abbandonare il ciclismo. «Non siamo tutti Michael Jordan. Lui era il migliore, un fenomeno. Pensava solo al basket, viveva per il basket. C'è chi è capace di vivere così e chi ha bisogno di un altro approccio. Non c'è nulla di male» ha raccontato, più di una volta. Ci saranno un paio di gare in meno nel suo palmarès ma è felice e questo gli basta. Con quella serenità, vorrebbe stare in gruppo almeno altri tre anni. Nel frattempo, la sua famiglia continuerà a viaggiare con lui, a imparare le lingue, a vedere il mondo e quindi a conoscerlo.
In fondo, è sempre questione di conoscenza per la propria carriera come per l'ambiente. Michael Woods stesso non sapeva molte cose, era convinto di avere uno stile di vita buono, si sentiva tranquillo con la sua coscienza. Poi ha capito che si poteva migliorare e che, in fondo, non serviva neanche molto: mangiare meno carne, fare attenzione ai rifiuti, comprare prodotti locali e magari andare ad acquistarli in bicicletta. Perché, tra le tante cose, questa è da conoscere assolutamente: il mondo si cambia solo passo dopo passo.


Natale in casa van Aert-van der Poel

Così come in foto ma nel ciclocross: van Aert contro van der Poel. Qui in azione ad Harelbeke, sull'asfalto, esattamente 8 mesi fa, affiancati: fra un mese li rivedremo (più o meno così) ma in mezzo al fango.
È vero, la stagione del CX ha già ripreso da un po'. C'è stata la trasferta a Fayetteville, Stati Uniti, per un assaggio del circuito che ospiterà i mondiali a fine gennaio; c'è quel folletto di Iserbyt che da settembre a oggi ne ha sbagliata una, massimo due. C'è stato il ritorno al successo dopo oltre un anno di Worst.
Ci sono gli azzurri che crescono bene sotto la nuova guida, ci sono volti nuovi e volti noti, rinascite e cedimenti, ma niente attira di più mediaticamente - ma non solo - dell'esordio stagionale dei due corridori in foto - ma certo non ci dimentichiamo che c'è anche Pidcock!
Così come in foto ma nel ciclocross, allora li aspettiamo, l'uno contro l'altro il giorno dopo Natale: rientreranno a dicembre entrambi, ma a Santo Stefano ci sarà il primo scontro diretto.
Se i loro programmi saranno confermati - e non dovrebbe essere altrimenti - saranno intanto cinque le sfide (le scriviamo per memorizzarle) a partire da Dendermonde (26 dicembre), passando per Diegem (29 dicembre), Loenhout (30 dicembre), Hulst (2 gennaio) ed Herentals, a casa van Aert, il 5 di gennaio.
Altro che Una Poltrona per Due o The Blues Brothers, altro che boxing day, o visite parenti, altro che panettoni e pandori: l'appuntamento per le vacanze di Natale sarà un nuovo capitolo della saga van Aert contro van der Poel.
Seduti sul divano con la pancia piena, oppure appena ritornati da un bel giro in bici per smaltire i bagordi natalizi sintonizziamoci per guardare come sgasano quei due. Jouissance: e chi vincerà poco importa.


L'altra faccia di Primož Roglič

Come Chris Froome, anche Primož Roglič ha iniziato a suscitare le simpatie dei tifosi quando si è mostrato nel suo lato più vulnerabile, quello più umano che sportivo, quello che, per molto tempo, era quasi rimasto nascosto dietro l'apparenza del campione che, pur arrivando tardi al ciclismo, stravolge ogni pronostico e vince. Non che l'avesse chiesto Roglič, se l'era ritrovato addosso quel pregiudizio, il suo carattere poi, a tratti freddo, imperscrutabile, aveva fatto il resto.

Le persone, però, si scoprono quando le cose vanno male e nel caso degli sportivi questo vale ancora di più. Perché, quando resti lì a osservare qualcuno che non vince, che anzi si stacca, patisce e arriva al traguardo a minuti dai primi, stai cercando qualcosa che va oltre il gesto atletico. Roglič, nel dolore fisico e psicologico delle cadute (lo ricordiamo tutti all'ultimo Tour de France), ha notato come lo guardavano i tifosi, ammirati e stupiti, quasi non si aspettassero questa umiltà della sofferenza. «Non sono un Terminator del ciclismo, non sono così» ha recentemente dichiarato in un'intervista a Cyclingnews.

E noi vogliamo ribadirlo proprio oggi: lo sloveno è un uomo e un ciclista forte, ma non tanto o non solo perché vince. Forte perché in ogni problema che gli si pone davanti cerca l'opportunità o la soluzione, senza lamentele. Se possibile in silenzio perché è da sempre convinto che gli esseri umani abbiano la possibilità di cambiare ciò che li circonda con i fatti; le parole e la visibilità sono invece un di più. Dice che in molti, arrivati al ciclismo da altri sport, hanno dovuto imparare i fondamentali di un nuovo sport, lui ha dovuto imparare a soffrire.

«Tornerò al Tour de France - spiega - per provare a vincerlo, ma non finirà il mondo neppure se lo perderò. Sarò sereno con i risultati che avrò ottenuto». Forse ha sempre pensato così, forse ha imparato a pensare così dopo la pandemia, quella che, a suo avviso, ha ricordato a tutti come si debba provare a vivere e a lui che prima di tutto desidera essere felice.
Dopo la caduta al Tour non poteva fare molto, era evidente a chiunque lo vedesse e a lui in primis. Per questo non trova particolari meriti nell'aver saputo fermarsi e aspettare, perché per un ciclista e forse per un uomo era l'unica cosa da fare, a meno di lasciarsi andare all’auto-commiserazione. Ha ripreso ad allenarsi non molto tempo prima delle Olimpiadi di Tokyo e in ogni viaggio sul pullman della squadra in Giappone ha avuto crampi e dolore al muscolo piriforme, nella zona del plesso sacrale. Dall'hotel alla partenza delle prove, alcune volte, ci sono tre ore di trasferimento, una tortura per Roglič che non riesce nemmeno a pensare a cosa possa essere una prova contro il tempo in quelle condizioni.

Il dolore, quello fisico, però questa volta lo sorprende perché, proprio prima della gara olimpica a cronometro, sta bene, sembra non avere più nulla. Si va a prendere l'oro, poche settimane prima di conquistare la Vuelta a Espana, una gara a lui più che mai congeniale in cui è al terzo successo consecutivo.
In questo percorso di ripresa dall’infortunio un grazie Roglič lo dice anche all’altro grande talento sloveno, Tadej Pogačar, nonostante un certo dualismo, forse più mediatico che reale di cui si parla spesso, perché con i suoi risultati lo spinge ad essere la miglior versione di se stesso e lo convince, ancora di più, a non fermarsi perché in definitiva l’importante nella vita, come nello sport, è continuare a tentare di migliorarsi.


Per essere un velocista: intervista ad Alberto Dainese

Alberto Dainese, 23 anni, nella prossima stagione al terzo anno tra i professionisti, ha un cruccio: quello della vittoria. «Mi do ancora due, tre anni per vincere, poi eventualmente capirò cosa fare, se andare a giocare a bocce oppure tirare le volate agli altri» ci racconta ironizzando su sé stesso, con disarmante sincerità. «Per un velocista conta solo la vittoria. Poco da girarci intorno». Secondo Dainese un velocista «con la v maiuscola è tale quando conquista almeno 6/7 corse all'anno» e lui che le braccia al cielo le ha alzato così poco di recente (ultimo successo a febbraio del 2020) si definisce «un "corridoretto velocino" al momento, nulla di più». Testuale.

Dainese passò professionista nel 2020 in maglia Sunweb (ora DSM) dopo aver conquistato, nel 2018, tra le altre corse, una tappa al Giro Under 23, e una, ottenuta in modo spettacolare, al Giro del Friuli, mentre chiudeva il 2019 conquistando la maglia da campione europeo sulle strade di Alkmaar - quel giorno sfruttò a meraviglia il lavoro di squadra e dimostrò che in quanto a punte di velocità nelle categoria giovanili aveva pochi rivali.

Fisico compatto, a metà tra le misure di Ewan (piccoletto) e quelle di Merlier (ben più alto) Dainese sin dagli esordi in bicicletta si era distinto per la capacità di andare a segno come un bomber di razza, diremmo, se fosse un calciatore. «Ma un conto è vincere nelle categorie giovanili un altro è fare il salto e confermarti da subito tra i professionisti. Il nostro sport è pieno di ragazzi che si perdono e la differenza tra le altre categorie è abissale. Personalmente sento di migliorare stagione dopo stagione, è vero, ma nel 2022 devo iniziare a raccogliere qualcosa».

Le prime due stagioni da professionista sono state complicate, lo scorso anno partì forte, vittoria in Australia all'Herald Sun Tour, podio alla Race Torquay, dietro Bennett e Nizzolo, poi vari intoppi tra cadute, corse cancellate per il Covid e via discorrendo.

Quest'anno la sua stagione è stata a due facce a tratti quasi paradossale con punte di accanimento. «La prima parte tutta a inseguire: le corse che dovevo fare da capitano sono saltate, quelle dove ero a disposizione del treno di Bol sono filate lisce e a giudicare da fuori pareva che fossi diventato l'ultimo o il penultimo uomo del velocista di punta. Poi, certo, non mi considero mica un fenomeno che non si mette a disposizione degli altri: per crescere, per essere un velocista serve fare anche quello». Ma lui giustamente si sente finalizzatore. È come, tornando alla metafora calcistica, se all'attaccante gli strappassimo dai piedi il pallone o gli vietassimo di calciare in porta.

Da agosto in poi le sue carte se l'è giocate (quasi) alla grande. «Dalla Vuelta tutta un'altra musica. È vero non ho vinto, ma per quello conta anche un po' di fortuna». Ha iniziato a prendere le misure e a battagliare con i migliori velocisti del World Tour. «Philipsen e Jakobsen sono fortissimi, difficili da superare ma anche solo da affiancare, ma quello che è veramente impressionante secondo me è Merlier. Mi ricorda il miglior Petacchi, ha una potenza e una rapidità senza eguali. Al momento lui è il velocista più forte del mondo, superiore anche a Ewan».

Dainese studia gli avversari, ma per essere un velocista sempre più forte quest'anno ha cambiato un po' il metodo di lavoro: «La prima stagione abbiamo puntato tutto sulle volate e sull'esplosività, ma poi si finiva di arrivare allo sprint senza energie. Quest'anno invece abbiamo impostato un lavoro più sulla resistenza e si sono visti i primi frutti». Fondamentale, dice, arrivare freschi al traguardo anche a costo di perdere il picco massimo di velocità: «D'altra parte la coperta per noi velocisti è sempre un po' corta»

Dainese ci spiega come ci si muove in gruppo a quelle velocità, con tutti quei rischi tra gomitate e spallate, ruote sfiorate e rischi assurdi, ci indica qualche trucco del mestiere, per essere un velocista, e che da fuori è impossibile conoscere. «Sì è vero, bisogna essere un po' matti, ma è anche divertente. Io gara dopo gara a furia di prendere bastonate nei denti sto imparando come ci si muove, sto acquisendo abilità e consapevolezza, ma anche guadagnando il rispetto dai miei avversari. Capita di trovarti a ruota di Ewan o Philipsen e se non sei nessuno magari ti becchi anche la spallata che ti sposta, ma se inizi a farti conoscere a suon di risultati allora ti lasciano lì a giocare le tue carte».

A chiudere Dainese, un po' Cavendish e un po' McEwen per il modo di stare in bici nelle volate, ci parla di un rammarico e di una speranza. Il dispiacere è legato al Giro del Veneto dove andò forte dimostrando di non essere solo quel velocista puro che credeva, ma di poter tenere duro anche su percorsi impegnativi. «È vero, ma ci sono anche un insieme di cose: intanto disputare un Grande Giro ti cambia il motore, ti dà brillantezza, ti permette di pedalare a certi ritmi e io aveva appena corso la Vuelta. Poi al Giro del Veneto il livello era alto sì, ma non certo quello del mondiale». Quel giorno tanto fecero le motivazioni. «Si arrivava letteralmente davanti a casa dei miei e c'erano anche gli amici a tifarmi. È stata una giornata indimenticabile. Peccato essere arrivati terzi».

Mentre la speranza appare scontata: «Ritornare a vincere, altrimenti che velocista sarei?».

 

 

 


Team Novo Nordisk, un esempio per cambiare le cose

Le persone che attendono la discesa dal bus dei corridori del Team Novo Nordisk hanno un motivo in più per aspettare. Un padre, in attesa degli atleti con suo figlio Marco, ragazzo diabetico appassionato di ciclismo, ce lo disse qualche tempo fa: «Ai figli puoi dire di tutto e possono anche crederti, penso, però, che solo dimostrare faccia la differenza. Qualunque genitore direbbe al proprio figlio che, nonostante il diabete, può fare tutto ciò che vuole nella vita. I genitori lo dicono spesso, per questo accade che i figli non ci credano più e pensino sia una consolazione. Marco deve crederci perché ha visto in prima persona, non perché glielo ha detto papà». Il bus era lì, a pochi metri.

I ciclisti del team Novo Nordisk, all'apparenza, hanno solo una caratteristica in comune: sono affetti da diabete. In realtà, c'è più di qualcosa ad accomunarli. Per esempio, tutti respingono un certo modo di approcciarsi alla malattia, al diabete, ma in realtà a qualunque malattia. Andrea Peron, diabetico dall'età di sedici anni, lo ha ripetuto più volte. «Non mi è mai piaciuto piangermi addosso. Perché non è bello e soprattutto perché non serve a nulla. La realtà del diabete non si cambia così». Non lo dice per dire Peron. Ha fatto fatica a passare professionista perché alcune squadre gli hanno chiuso la porta in faccia, senza apparente motivo, a parte il fatto di essere diabetico. Ci è stato male ma ha sempre detto che quella è una forma di ignoranza. Non puoi farci molto, però, puoi lavorare per smentirla. Anche qui: è questione di fatti, perché alle parole si può non credere, però, se una cosa succede, non puoi negarla. Quel giorno, ai bus, il papà di Marco voleva dirci proprio questo. Chi ha a che fare con una qualunque malattia ne è consapevole.

Sulle maglie dei ragazzi c'è scritto “changing diabetes” che è un invito, una speranza e una possibilità. Perché gli incontri fuori dai bus fanno la differenza anche per i corridori. Diversi fra loro lo testimoniano: «Un conto è sentirsi incitare, applaudire, magari firmare un cappellino o una maglietta. Vedere che qualcuno viene a chiederti consiglio sul diabete, a dirti le proprie difficoltà e a chiederti come fai, è diverso. È molto di più». Con gli anni, la tecnologia ha cambiato quasi tutto, gli atleti possono avere dati sulla loro glicemia anche in corsa, più spesso è una sensazione ad aiutarli, capiscono quando qualcosa non va, anche senza controllare un numero.

L'annata appena trascorsa non è stata una delle più facili per il Team Novo Nordisk. Il leader della squadra americana, Charles Planet, ha preso ben due volte il Covid, sviluppando un problema ai polmoni che lo ha tenuto lontano dalle gare per metà stagione. La differenza, invece, nell'anno nuovo, potrebbe farla il talento di Matyáš Kopecký: diciottesimo al Campionato del Mondo juniores, il ragazzo della Repubblica Ceca promette davvero bene.

A Velonews il co-fondatore del team Phil Southerland ha raccontanto il senso dell’aver creato un team di atleti affetti da diabete di tipo 1: «Vogliamo rappresentare un esempio concreto per i bambini affetti da diabete, vogliamo che guardino i nostri ragazzi correre e sappiano che possono ottenere tutto ciò che sognano. Voglio che i miei ragazzi si divertano perché quando si divertono corrono bene e, quando corrono bene, cambiano il mondo, una persona alla volta». Così che ci siano sempre meno porte chiuse in faccia, perché le persone credano a questa possibilità. Ma soprattutto affinché ci creda chiunque sia affetto da diabete. Perché, se ne sei consapevole tu, le barriere dell'ignoranza le abbatti giorno dopo giorno.


Tim Declercq, studente fuori corso

Le ultime settimane di Tim Declercq potrebbero far venire in mente la storia di Enrico Fiabeschi, personaggio creato da Andrea Pazienza, o di qualsiasi altro (celebre) studente fuori corso. Poche giorni fa infatti Tim, che noi abbiamo imparato ad apprezzare per essere "El Tractor" colui che prende in mano il gruppo e pare non mollarlo mai, si è laureato dopo «14 anni. Sia io che i miei genitori pensavamo potesse rimanere soltanto un sogno». Laurea con un master in educazione fisica, training option e coaching. «Era arrivato il tempo che mi muovessi un po' per farlo: ho iniziato questo corso prima ancora di sapere se mai sarei diventato un corridore professionista».

E fa sorridere pensare a De Clercq magari un po' impigrito e ingobbito sui libri dopo aver tirato il gruppo 200 km a corsa: perché quante volte lo abbiamo raccontato? Accendi la tv e l'unica sicurezza che c'è al mondo è quella di vedere prima o poi la sua sagoma, infinita come quella di una cisterna di birra nei sogni di un assetato, davanti a tirare. E quando lo fa non smette mai.
«La mia fortuna - racconta il 32enne belga di Leuven, campione nazionale tra gli Under 23 nel 2011 ma che in carriera deve ancora vincere la sua prima corsa tra i professionisti - è stata quella di aver presentato la parte pratica degli esami lavorando su uno studio fatto sui diversi ruoli e sulle diverse prestazioni dei miei compagni di squadra». Viene spontaneo chiedersi quanto i rapporti prestazionali studiati siano stati influenzati dalle menate di cui si rende protagonista in testa al gruppo. O chissà magari facevano proprio parte dei suoi test.

Ha avuto tempo, De Clercq, di raccontare una stagione che lo ha visto protagonista in prima persona dei maggiori successi di squadra. «Il momento più bello è stato il Fiandre: non c'è migliore soddisfazione di vedere i tuoi compagni che vincono e poi ti ringraziano per quello che hai fatto». Al Tour Declercq è stato vittima di una brutta caduta; ha sofferto come soffre solo chi cade e si fa male e poi è costretto a rialzarsi e continuare, e non c'è sole a picco, pioggia, montagna che possa mandarti a casa, «ma l'obiettivo di aiutare Cav a chiudere a Parigi in maglia verde lo abbiamo portato a casa». Mentre per l'anno prossimo, dopo aver appena disputato «e sofferto come una bestia, non riuscivo nemmeno stare seduto in sella» una Parigi Roubaix sotto la pioggia, spera che l'Inferno del Nord si possa di nuovo correre in primavera «e che gli dei del tempo siano clementi».

Di lui un giornalista belga scrisse anni fa: "Quando Declercq accelera, pare una vecchia lumaca". Lui che c'ha messo 14 anni per laurearsi, non si scompone e rilancia. «Una vittoria personale sarebbe bella, ma se c'è una volata di sette corridori arrivo ottavo: il mio obiettivo principale resta quello di lavorare per la mia squadra». Un lavoro sporco che da oggi farà come laureato.