Il bronzo reale di Francesca Tommasi

Il podio dei Mondiali femminili di ciclismo virtuale alla Space42 Arena di Abu Dhabi e la medaglia di bronzo appena conquistata in mano. «È un’immagine che mi rimarrà stampata per sempre» dirà Francesca Tommasi un paio di settimane dopo in videochiamata. Il nostro incontro è online, come le sue gare, ma non possiamo non partire a chiacchierare se non da quel simbolo così concreto e pieno di significato.

Veronese, classe 1998; Francesca Tommasi è arrivata alle gare di ciclismo virtuale quasi per caso, guardando su YouTube gli highlights della stessa gara di cui 12 mesi dopo sarebbe diventata protagonista. Prima di quel giorno Francesca era una speranza dell’atletica azzurra. Nel 2019 si laureava campionessa italiana di cross, faceva parte del Centro Sportivo Esercito, gareggiava nei 5000 metri con una certa Nadia Battocletti (argento olimpico e mondiale nei 10000 metri) e puntava ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Poi una lunga serie di infortuni la porta alla prima grande svolta nella sua carriera. A fine 2022 appende gli scarpini al chiodo e sale in sella. È amore a prima vista. Non solo tra Francesca e la bicicletta, ma anche per gli addetti ai lavori. 

Francesca Tommasi è un talento. Per questo la Mendelspeck la tessera nell’aprile del 2023 e tre mesi dopo la porta a Chianciano Terme per il Giro Donne. Lo concluderà al 37° posto, con una Top20 sfiorata nella settima tappa di Alassio. Quella stessa sera le cicliste presero l’aereo per le ultime due frazioni in Sardegna. Un volo particolare per Francesca: «Ero seduta non lontana rispetto a Erica Magnaldi. E mi ricordo che avevamo scambiato un po’ di opinioni riguardo a medicina, al fatto di aver preso in mano tardi la bici. Anche lei, se non sbaglio, ha iniziato col ciclismo, almeno quello Elite, come me all’ultimo anno di università».

Infatti, mentre la sua carriera da ciclista diventa sempre più reale e concreta, Francesca Tommasi si laurea in Medicina. Così a fine 2023 ecco un nuovo bivio. Francesca lascia il ciclismo Elite, nonostante un contratto pronto per l’anno successivo con la BePink: «All’inizio quando ho deciso di smettere un po’ di pensieri ci sono stati però poi mi sono chiesta “Anche se avessi avuto più tempo saresti riuscita a mollare un po’ più i freni e stare più tranquilla?”. Onestamente mi sono risposta di no. Il mio non era un limite che con più tempo sarei riuscita a superare, forse anche per indole. Adesso non ho ripensamenti anche perché ho iniziato a lavorare e sono molto decisa sul fatto che fare il medico di base sia la mia strada. È un lavoro che mi dà soddisfazione».

A pesare, oltre alle velocità in discesa, le dinamiche di gruppo e l’impegno lavorativo si aggiunge l’assenza di sicurezza in strada. Francesca a fine 2023 viene investita da un’auto in allenamento e l’anno successivo cerca di ritrovare il suo equilibrio nelle granfondo. Taglia il traguardo per prima alla Marcialonga, anche se da ex-Elite è fuori classifica, e vince la Tre Valli Varesine (percorso medio). Poi arrivano i rulli e tutto, ancora una volta, cambia.

Si chiama ciclismo virtuale, o Esport Cycling, e anche se il panorama scorre sullo schermo di una tv o di un tablet mentre la bicicletta rimane saldamente ancorata al rullo, l’essenza dello sport – la fatica – è reale. Francesca quando parla del “suo” ciclismo sorride. Ha ritrovato in esso la fiamma della competizione, lasciandosi alle spalle i timori che portava con sé sulla strada. Ad agosto 2025 chiude al quinto posto i MyWhoosh Championships, qualificandosi per la semifinale mondiale. Il 3 ottobre, classificandosi terza, stacca il ticket per Abu Dhabi. E torniamo così all’inizio di questa storia.

Il 15 novembre Francesca Tommasi agli UCI Cycling ESports World Championships conquista la medaglia di bronzo, con 478 punti, alle spalle della neozelandese Mary Kate McCarthy (597 punti) e della brasiliana Gabriela Guerra (525 punti). Una gara tiratissima, che la vede precedere la svedese Camilla Ahlberg, quarta, di un solo punto. «Nella prima prova anche se alla fine dei conti sono andata bene, non ho avuto delle buone sensazioni. Vale per tutte, non eravamo a casa e c’era più tensione. È stata più una rottura del ghiaccio. Nella seconda mi sono sentita veramente bene. All’ultima ero stanca», ricorda Francesca. Il nome dell’ultima prova, “Il paradiso degli sprinter”, è tutto un programma per la ciclista veronese, che ha nella salita il suo terreno ideale. Il suo vantaggio nei primi 7 giri della prova scende da 35 a 1 punto su Ahlberg e tutto si decide quindi nell’ultima tornata: «Per fortuna ho avuto la la lucidità di pensare che l’ultimo sprint valeva doppio e quindi questo mi ha fatto partire per andare in fuga e prenderlo».

Dopo l’arrivo c’è chi si accovaccia sul telaio della sua bicicletta, chi si passa l’asciugamano in faccia, chi scende e va a complimentarsi con le colleghe vicine. Nonostante si veda tutto l’anno solo online, il gruppo delle cicliste virtuali sembra conoscersi da sempre: «Siamo arrivate ad Abu Dhabi tre giorni prima della gara ed eravamo tutte nello stesso hotel, quindi abbiamo avuto anche modo di parlare parecchio. È stata una sensazione molto strana perché siamo abituate a vederci dietro uno schermo. Si respirava comunque un bel clima. Abbiamo parlato anche di tante cose oltre allo sport».

Eppure in questo ambiente Francesca rappresenta un’eccezione. Non per la sua carriera, quanto per il supporto – assente – che ha ricevuto dalla sua Federazione: «Io e Riccardo Panizza [21° nella prova maschile n.d.a.] ci siamo subito resi conto che rispetto agli altri paesi l’Italia è indietro perché di fatto noi siamo andati a fare il campionato mondiale, che mette in palio una maglia iridata, come amatori». Francesca si è dovuta comprare la maglia azzurra e solo grazie alla borsa prestata da un conoscente ha potuto portare la sua bici negli Emirati. Il suo bronzo non può rimanere “virtuale” agli occhi della Federciclismo, in un periodo storico dove il ciclismo indoor sta riscrivendo le dinamiche dello sport. In quella Granfondo Tre Valli Varesine 2024, mentre Francesca Tommasi vinceva tra le donne, tra gli uomini il primo era Mattia Gaffuri. Quel Mattia Gaffuri che, passando anche dall’esperienza della Zwift Academy, il prossimo anno entrerà nel World Tour con la Picnic PostNL. A dimostrazione che il livello, anche nel ciclismo indoor, è altissimo. «Secondo me dovrebbe cambiare proprio la concezione, perché questo sport merita di essere considerato Elite. A maggior ragione, perché ufficialmente già riconosciuto dall’UCI» commenta Francesca.

Quello che conta, alla fine di tutto, è che la bicicletta, come il bronzo quando si espande negli stampi riempiendo ogni minimo spazio, è andata a riempire la sua vita.

Non è solo «una valvola di sfogo» ma un mezzo dal forte, e duplice, valore simbolico. Il primo è quello sentimentale: «È una passione che condivido col mio compagno Stefano [Ronchetti n.d.a.] e rappresenta una parte fondamentale della nostra relazione. È il mio allenatore. È molto bravo, mette tantissima passione in quello che fa e sono anche soddisfatta dell’equilibrio che c’è tra vita di coppia e relazione atleta-allenatore». Stefano che al Mondiale di Abu Dhabi era tra il pubblico a sostenerla, «tra l’altro proprio di fianco al marito della ragazza svedese» ricorda sorridendo Francesca. E poi, nelle vite sportive che Francesca Tommasi ha già vissuto, nonostante abbia solo 27 anni, la bicicletta – insieme al rullo – rappresenta la ripartenza dopo tanti problemi che potevano spezzare per sempre i suoi sogni sportivi: «Ho avuto parecchie batoste. Chi mi conosce bene sa quanto sono stata male per non aver potuto esprimermi in atletica e anche nel ciclismo su strada dopo. La bici, e anche il rullo se vogliamo, sono un il mio simbolo di riscatto».

Un simbolo tangibile, che ha la forma di un bronzo mondiale.

Articolo a cura di Donato Cafarelli


L'ennesimo pezzo su Wout van Aert

L’ennesimo pezzo su Wout van Aert, ma che ci volete fare: è un corridore che attira, accende, divide, unisce. Piace, anzi di più: lo si ama per i motivi più disparati, e ognuno in questo momento sta pensando al suo. In un tempo in cui il ciclismo su strada si ferma e ci lascia smarriti, cerchiamo sempre un porto sicuro. Nel ciclismo contemporaneo, popolato da vincenti inscalfibili, gare che si decidono ore prima della fine e corridori che vorremmo vedere più spesso nei paraggi, Van Aert resta al centro dei nostri pensieri.

Il suo 2025 qualcuno lo ha definito “non all’altezza”. Ma se guardiamo a ciò che ha vinto, ci basta e avanza: la tappa degli sterrati al Giro, battendo Isaac Del Toro, uno dei grandi protagonisti del 2025, una decina di anni più giovane di lui; la tappa di Parigi al Tour de France, lui che su quell’arrivo aveva già trionfato, ma in maniera diversa. Stavolta, sotto una pioggia torrenziale, ha staccato persino Tadej Pogačar, sfruttando la salita verso Montmartre che disintegrava il gruppo. Una mini-classica, e lui, che nelle (anche mini) classiche è sempre stato protagonista, non si è lasciato sfuggire l’occasione.

L’ennesimo pezzo su Wout van Aert nasce anche dagli alvento awards: quella vittoria è stata candidata come miglior momento della stagione 2025, insieme alla tappa che ha ribaltato il Giro tra Finestre e Sestriere, decisiva nel sorpasso di Yates su Del Toro e Carapaz. E nasce dalle sue parole a The Athletic, l’inserto sportivo del New York Times: «In televisione sembra tutto molto più chiaro» ha raccontato, ricordando quella giornata, una delle più belle della sua carriera. Nonostante un palmarès già importante, resta per qualcuno -noi compresi- meno gonfio di quanto si sperasse (Fiandre e Roubaix, chissà…). «Ma io in quei frangenti non sentivo nulla. Avevo la radiolina, il diesse che urlava, pensavo solo “cazzo, sono lì”. Mi giravo e non vedevo nulla, con la pioggia e tutte quelle moto». Poi l’esultanza, le cicatrici, il gesto: Van Aert si alza sui pedali tagliando il traguardo. «Avevo questo saluto in testa da un po’. Dopo l’infortunio volevo mostrare che ci sono ancora, che sono ancora in piedi, che sono ancora un corridore di livello».

Il viaggio negli Stati Uniti con Cervélo, fornitore della Visma LAB, gli ha permesso di pedalare con 250 appassionati e incontrare Reggie Miller, ex stella NBA e appassionato di ciclismo. «Negli USA non ci sono più grandi corse, ma una volta che sei qui senti come fosse esattamente l’opposto». Con Miller ha giocato a basket, parlato di futuro e persino della possibilità che un giorno l'ex cestista commenti il Tour. Ha assistito a una partita NBA: «Durano a lungo, con tutti quei timeout, ma non c’è stato un momento noioso». E ha riflettuto: «Si può sempre imparare da altri sport. La NBA come federazione è completamente diversa dal ciclismo. Il sistema finanziario che hanno è qualcosa da cui dovremmo imparare, anche se sarà difficile cambiare».

Ha parlato delle cadute, sempre più dure da gestire con l’età: «A vent’anni non ci pensi, ma poi diventa complicato. Soprattutto quando hai moglie e figli che ti aspettano, o quando guardi il ginocchio e ti ricordi cosa ti è successo». E ha confessato, dando conferma a ciò che già sapevamo, la sua ossessione: Roubaix e Fiandre. «Le inseguo da tutta la carriera e le inseguo ancora. Sono le corse più grandi dell’anno, da belga corro in casa e mi danno motivazione. La pressione è sempre lì. Per anni sono stato il favorito o uno dei favoriti, e arrivarci così è stato difficile da gestire. Vincerne una sarebbe la ciliegina sulla torta. Significherebbe tutto per me».
Anche per noi, Wout.


Dalla crisi alla seconda medaglia: intervista a Federica Venturelli

Dopo il bronzo nella crono juniores a Glasgow 2023, l’orizzonte sembrava tutto in discesa per Federica Venturelli. Il 2024 e il 2025, però, le hanno riservato più di qualche complicazione, tra infortuni, gare annullate in momenti cruciali della sua preparazione, una forma difficile da ritrovare e un po’ di comprensibile scoramento. «Quello che avrebbe dovuto essere un percorso di sviluppo e crescita, non stava andando nel migliore dei modi”, racconta. “Ho pensato che fosse destino, e avevo perso un po' di motivazione ad allenarmi, il piacere in quello che facevo».

Una pedalata dopo l’altra, però, la gamba è tornata, e con essa la testa e quel bellissimo sorriso che lunedì abbiamo visto sul volto di Federica, dopo il suo secondo bronzo mondiale. Confermandosi anche a Kigali, come in Scozia due anni fa, l’atleta italiana capace di smuovere lo “0” dal medagliere azzurro, dopo una domenica non indimenticabile per le crono élite. «Mi ero già dimenticata di questa cosa», risponde se le viene fatta notare la curiosità, come se fosse un “bis” che si scorda facilmente. «Me l'hanno ricordata dopo il podio, e non ne avevo idea. Spero possa accadere anche in futuro, mi auguro di ricevere convocazioni per appuntamenti così importanti anche i prossimi anni, anche se passando all'élite ovviamente non sarà così semplice mantenere la tradizione… ma ci pensiamo più avanti, un passo per volta».

 

Federica Venturelli in azione a Glasgow 2023

Ora, in effetti, è il momento di godersi questo bronzo, tutt’altro che scontato. Tanto per il risultato in sé, quanto per dove e come è maturato: in un Mondiale con grandi pendenze, e rimontando nel finale, sull'infernale Côte de Kimihurura, la rampa in pavè che porta al Convention Center di Kigali, e quindi alla linea d’arrivo. «Non me l’aspettavo assolutamente. Nelle ultime settimane ho visto tantissime ragazze in forma, non mi aspettavo di finire sul podio. Il giorno prima della gara qui a Kigali ho guardato la start list e mi sono messa a fare la conta di quante potevano andare più forte di me, e mi ero segnata 17 nomi. Mi sono detta: bene, magari posso sperare in una top-15, magari una top-10… mai mi sarei immaginata una medaglia. Guardando il percorso e l'altimetria soprattutto, perché non era certo un tracciato ideale per me, era una crono per ragazze più leggere. E soprattutto quello strappo alla fine è molto impegnativo, con 20 chilometri già nelle gambe… è tostissimo, devastante».

In una breve intervista post gara l’ha definito «uno dei chilometri più lunghi della mia vita». E anche a freddo, il giorno successivo, si respira tutta la fatica della Côte de Kimihurura nelle sue parole. «Il primo pezzo è il più duro, ma una volta passato quello ti immagini che sia un po’ più semplice. E invece no, lo strappo nelle gambe dei metri prima è difficile da smaltire, anche per l’altura, che rende più difficile recuperare dagli sforzi. Ripensandoci direi che sono stati più duri gli ultimi 500 metri prima dell'arrivo che la rampa sul pavé, proprio perché si arriva con il serbatoio completamente vuoto. Vedevo i cartelli con le centinaia di metri mancanti, passavano molto, troppo lentamente. Continuavo a ripetermi: dai, manca poco, manca solo un chilometro e mezzo e poi sarà tutto finito. Alla fine il traguardo è arrivato, in qualche modo, ed è stata una grande sorpresa vedere il mio nome al secondo posto, e ancora di più lo è stata rimanere sul podio, visto che mancavano ancora tante delle favorite».

Eppure è proprio su quella rampa che la sua medaglia ha preso forma, recuperando 37 secondi all’australiana Wislon-Haffenden, avanti nei due parziali precedenti. Ma non parlate a Federica di intertempi, perché non è quel tipo di atleta che vuole avere tutto sotto controllo, rilevazioni cronometriche incluse, durante la prestazione. Anzi, come dice lei stessa, «Io ho sempre un rapporto un po' così con gli intertempi, perché ho paura che non siano uno stimolo positivo, per come sono fatta. Da una parte, se passo all'intertempo e vedo che non sto andando bene, mi dico: beh, se già sto andando male, allora non vale la pena continuare a soffrire per una posizione di cui già non sono contenta; dall'altra, se vedo che sto andando bene e che sono tra le prime, magari mi deconcentro un po’. In ogni caso è un qualcosa che non mi aiuta a dare il 100%, a concentrarmi solo sul mio sforzo e sul dare tutto quello che ho. Poi in realtà qui a Kigali nei passaggi degli intertempi ci sono dei maxi-schermi, anzi dei maxi-maxi-maxi-schermi, soprattutto il primo che è in un tratto in salita. Io avrei voluto non guardarlo per niente, ma mi è caduto l'occhio e ho visto che avevo il terzo tempo. Ho cercato di toglierlo subito dalla mia testa e andare avanti. Poi al secondo, quello a 4-5 km dall’arrivo, appena prima dello strappo finale, si passa veloci, in discesa, e quello non l'ho guardato proprio. Mi sono girata dall'altra parte per non vederlo. È la tattica migliore per me, perché la cronometro individuale è una gara contro se stessi in cui si deve trovare il proprio ritmo e arrivare alla fine sapendo di aver dato tutto. E poi ognuno ha il proprio modo per gestire lo sforzo: c'è chi va più forte all'inizio, chi alla fine, e quindi confrontare i tempi con le altre atlete senza sapere la loro gestione della gara non ha molto senso. Sì, con gli intertempi sono un po’ emotiva, e forse impulsiva, ma è il mio modo di dare il 100% in gara».

 

Federica Venturelli in azione a Kigali 2025

Il risultato finale è stato sorprendente per tutti questi motivi, ma anche per l’impossibilità - e in parte la non volontà - per Venturelli di allenarsi in altitudine. La 20enne ha raccontato di non aver avuto modo, tra un problema fisico e l’altro, di dedicare tempo all’altura per prepararsi a Kigali 2025. Al suo fianco, in conferenza stampa, sedeva Zoe Backstedt, fresca di una medaglia d’oro “Evenepoel-like”, ottenuta staccando di due minuti (almeno) tutte le dirette concorrenti. La britannica racconta di essersi preparata in lungo e in largo per l’altitudine di Kigali, che si trova a 1.600 metri circa sul livello del mare. «Tra un infortunio e l’altro», spiega invece Venturelli, «ho corso pochissimo nella prima parte dell'anno e ci tenevo a fare qualche gara con la squadra, a non finire la stagione con solo due o tre corse. E poi è stata anche una questione di mie abitudini, perché non ho mai fatto tanti allenamenti o ritiri in altura, e quindi sinceramente mi sembrava più rischioso provare una cosa che non avevo mai sperimentato, proprio per un appuntamento così importante. Diciamo che per quest’anno mi sono trovata bene così e lasciamo un margine di miglioramento per il futuro».

Un aspetto che l’ha aiutata, da questo punto di vista, è stata la possibilità di parlare con compagne e compagni élite dopo le gare del giorno precedente, per farsi trovare psicologicamente pronta a performance non eccezionali dal punto di vista individuale. «La gestione della gara è stata complicata, perché i dati della potenza, probabilmente per l'altura, sono molto diversi rispetto a quelli in condizioni normali. Ma su questo ero serena, ne avevo sentito parlare da chi ha fatto l’élite prima di me. Non correre il primo giorno è stato meglio, quindi: mi sono preparata a non vedere i miei numeri migliori, stando tranquilla ed essendo consapevole che eravamo tutte sulla stessa barca, che avremmo avuto tutte questo problema».

Nelle parole di Venturelli ritorna spesso il riferimento al periodo difficile che l’ha accompagnata fino a Kigali 2025. «Non un anno facile, per niente», racconta con una smorfia a metà tra la fatica ereditata dalle tante difficoltà superate, e la leggerezza di aver finalmente chiuso un lungo capitolo. «Mi sono rotta il gomito alla prima gara della stagione, dopo che non correvo su strada da sei mesi, anche lì per un infortunio (al polso, ndr). Nonostante le paure iniziali, alla fine si è rivelata una frattura non troppo brutta, da cui ho recuperato abbastanza in fretta. Ma quando avrei dovuto riprendere, hanno annullato le due gare che avevo in calendario - il Mediterraneo e il Ponente in Rosa - ed è stata una bella botta, perché mi sentivo bene, avevo ripreso la forma, ero pronta a correre e mi hanno cancellato gli unici obiettivi a breve termine che avevo. Dopodiché, altri problemi: prima alla schiena, che mi hanno fatto stare ferma ancora tre settimane, e mi hanno causato un po’ di disequilibrio perché pedalavo storta; quindi al ginocchio, per cui ho dovuto saltare ancora un po’ di gare. Insomma, è stato un periodo davvero difficile: dopo dieci mesi praticamente senza correre su strada avevo iniziato a pensare che non ne valesse la pena, avevo perso un po' la motivazione ad allenarmi, il piacere in quello che facevo. La seconda parte dell'anno è andata meglio, ma anche quando ho ripreso a gareggiare c’è stato un momento complicato, perché pensavo: bene, ora finalmente il periodo difficile è finito, rientro e tutto andrà meglio - non correre per così tanto mi ha fatto perdere la forma, e in gara sentivo di non essere più me stessa, quella di prima. Nelle prime ho fatto davvero fatica ad abituarmi, mi facevo staccare anche su salite brevi in cui l'anno precedente avrei retto. Dopo un mesetto, però, ho visto finalmente dei miglioramenti, netti. Anche nelle gare non troppo adatte a me riuscivo a esprimere dei buoni valori, e da lì è stato tutto più facile, fisicamente e psicologicamente. Nell'ultimo mese e mezzo, poi, con l’Avenir e l’Ardèche, che sono due gare molto impegnative e con tanto dislivello, sono riuscita a comportarmi abbastanza bene, a ritrovare fiducia e condizione fisica, e ad arrivare qua il più in forma possibile».

Ed ecco Federica sbarcare a Kigali, per il primo mondiale di sempre in terra africana, nonché uno dei più strani e controversi di sempre, per ragioni sportive e non. Il racconto della sua esperienza sul posto è quello di chi è arrivata in Rwanda con qualche timore, comprensibile e forse amplificato da una narrazione mediatica un filo eccessiva; ma pronta a fare ritorno con un’esperienza più che positiva, a livello umano oltre che sportivo. Le critiche piovute sull’assegnazione dell’UCI un po’ da qualsiasi angolo del mondo non svaniscono per la bontà a livello organizzativo dell’evento e per le testimonianze di chi ha partecipato, ma di sicuro le parole di Venturelli ci restituiscono un ambiente in cui è stato tutto molto più semplice e naturale di quanto ci si aspettasse. Viaggi esclusi, ovviamente: quelli sono stati lunghi e costosi, inevitabilmente. «Sicuramente dal punto di vista logistico è stato molto impegnativo, perché è una trasferta lunga per tutti, visto che il ciclismo arriva per lo più da Europa, America e Australia, che sono un po' il fulcro di questo mondo. Tante delegazioni hanno dovuto fare delle scelte e lasciare a casa qualcuno, ma per fortuna l'Italia ha portato una delegazione numerosa, anche se non piena come si sarebbe potuto fare altrove. Dobbiamo ringraziare la federazione e Roberto Amadio, che ci hanno consentito di portare tante persone qui a Kigali; ma non solo, anche lo staff che è qui con noi, perché è meno numeroso del solito e vedo ogni giorno le persone che si fanno in quattro, se non in otto, per cercare di stare dietro a tutto. In un certo senso, questo è ancora più appagante, perché chi è qui dall'Europa sa quanto hanno investito le federazioni ed è un onore avere questa opportunità».

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Sulla sua Kigali, Federica racconta che «all’inizio, quando mi hanno detto che il Mondiale sarebbe stato in Rwanda, sinceramente ero un po' preoccupata. Prima di tutto dal punto di vista della salute, della prevenzione e dei vaccini, oltre che per tutte le cose a cui pensare per organizzare una trasferta del genere. Ma direi che è stato più semplice del previsto, sia perché alla fine non ci sono vaccinazioni obbligatorie per chi arriva dall'Italia, sia per il supporto che ci ha dato lo staff medico della nazionale. Quando siamo arrivate qui, poi, l’impatto è stato molto bello. I primi giorni eravamo un po' spaventate dalle zanzare, e ci cospargevamo di spray per evitare tutti i rischi del caso... ma alla fine praticamente non ce ne sono, o almeno non dove stiamo noi (Kigali Delight Hotel, ndr), un bel sollievo. Avevamo paura anche di trovare condizioni non ideali per allenarci, per via del traffico - ma anche qui: non abbiamo mai avuto problemi, anzi. Con le strade chiuse e il rispetto che le persone hanno per i ciclisti, ci siamo trovate subito bene. Ad ogni incrocio tutte le macchine e i motorini si fermano per farci passare, si vede l’organizzazione che c'è dietro l’evento e anche la voglia della gente del posto che tutto vada per il meglio, oltre al rispetto per il nostro lavoro. Onestamente penso che andando in giro ad allenarci sulle strade italiane ci saremmo trovate più volte in pericolo che qui a Kigali. E poi c'è l'atmosfera, che è molto bella e viva. L'accoglienza e l'ospitalità della gente, che vedi anche nelle piccole cose. Penso che sia una bella occasione per conoscere un paese diverso dalle solite trasferte che si fanno durante la stagione, e su questo credo che tutte le mie compagne la pensino allo stesso modo».

Kigali 2025 è stato il mondiale delle opportunità, dunque. Non solo quella di viaggiare in una meta sportivamente improbabile, ma anche perché da quest’anno l’UCI ha garantito nuove occasioni, con l’Under 23, a ragazze come Federica. Oltre alla chance per tanti atleti africani di competere ai massimi livelli internazionali. «Correre qui è un modo di garantire pari opportunità. Basta vedere quanti atleti africani ci sono in gara, anche nelle cronometro, ed è bello. Ci sono tante federazioni per cui i costi delle trasferte in Europa sono difficili da sostenere, e quindi gareggiando qui si dà una grande opportunità. Sono contenta di questo, così come dalla novità dell’Under 23. L’idea che condividiamo tutte è che si tratti di una chance preziosa, perché ora anche le donne, come gli uomini, hanno una categoria e un percorso per crescere in maniera graduale, senza dover forzare il salto da juniores a élite. Grazie all’Under 23 c’è un nuovo stimolo per le donne in questa fascia di età, ed è nata anche una nuova opportunità per correre come leader e non sempre a supporto delle compagne più esperte. Quindi direi che è una cosa positiva, assolutamente».

Foto: Sprint Cycling Agency


È stato un grande piacere Mister G

«Il mondo. Sarebbe cambiato soltanto il nostro modo di osservarlo e pensarlo, che è l’obiettivo cui tende ogni vero artista, ogni vero innovatore: l’unica rivoluzione che ormai ci è concessa».
– Franco La Polla

Ogni volta che un corridore dice basta non è una semplice pagina che si chiude, la scritta fine che a volte puoi trovare in fondo a un libro, la sbarra che chiude una strada: non oltrepassare. Quando un corridore dice basta è il tempo che passa, è la vittoria più netta e schiacciante della relatività. Quei granelli di sabbia che scendono veloci da una clessidra e non hanno mai bloccato l’ingranaggio se non – forse – in qualche nostro sogno.
Vola davvero da strapparti via il cuore, questa convenzione chiamata tempo? Ci pensavo pochi giorni fa osservando una foto di Geraint Thomas da giovane. L'ho confrontata con una delle ultime di queste settimane, a pochi giorni dall’annuncio del suo ritiro che avverrà a fine stagione – era nell’aria, il segreto di Pulcinella lo chiamano a Napoli. Basette, chioma riccia, sguardo – perché lo sguardo non mente mai – di chi sembra capitato per caso nel tritacarne del ciclismo, ma che avrebbe potuto affrontare con la stessa verve e disinvoltura qualsiasi altro mestiere. È cambiato poco, negli anni, ma in che senso? Qualche ruga a solcare il viso, per l’appunto, è l’usura; gli occhi vispi, giudici pronti, prima ancora di quella lingua veloce, sempre tagliente, più che spada un fioretto capace di intrattenere come quasi nessun altro in un mondo allappato come quello del ciclismo. Avete mai provato a mangiare un caco acerbo? Immagino di sì, ecco: spesso, senza personaggi come G, il ciclismo ti lascia questa sensazione.

Alzi la mano chi non avrebbe visto benissimo G nelle vesti di intrattenitore, mica per forza televisivo, ma anche semplicemente l’amico che si siede di fianco a te al pub e – pinta di birra dietro l’altra, sua grande passione – te la racconta, commentando ogni argomento con quel mix tra il cinico, l’ironico e il disinvolto di chi ha una marcia in più, guardando la televisione appesa a un muro scolorito che manda le notizie più importanti del giorno. Lo fa davvero! La disinvoltura con il quale spiega di Bernal al termine del successo del ragazzo colombiano al Tour è quella di chi ha mente fresca e gola schiarita da quel nettare biondo e schiumoso: «La cosa più bella che mi viene da pensare in questo momento è che quando avrò 45 anni e sarò brutto, grasso e ubriaco al pub, vedrò Eganito vincere il suo decimo Tour de France potrò dire: guardatelo, a quello lì gli ho insegnato tutto quello che sa».
Al termine di ogni periodo di corse, magari stressante da tenerlo con la mente così lontano dalle sue cose, ha sempre sentito il bisogno di ricaricarsi nel suo Galles. «Nell’ultimo periodo dopo il Tour de France sono stato ubriaco 12 giorni su 14», ha detto una volta, ma di questi divertenti aneddoti ne sono piene le sue interviste sul web.

Eppure ha fatto parte di un sistema che ha rivoluzionato il ciclismo, quello britannico del Team Sky, che si è inserito nel mondo delle due ruote e ne ha amplificato diversi aspetti, tecnici, di preparazione, tattici, a volte esasperandoli, a volte finendo nella bufera delle polemiche. Un contesto quasi casto e monastico visto da fuori, fatto di regole ferree che poco sembravano addirsi a un carattere del genere. G è passato con disinvoltura da pistard capace di medaglie olimpiche, e che a volte si staccava in pianura nelle corse a tappe, a vincitore di un Tour de France, e in mezzo è andato forte anche al Nord. Eppure, in questo quadro, G ha sempre lasciato trasparire una vita da corridore vissuta con leggerezza e disincanto. Noi non potremmo immaginarlo diversamente. Come un disegno appeso al muro da decenni. In sella alla bicicletta e una birra pronta a farsi scolare a fine tappa. Perché ogni volta che un corridore dice basta, si chiude un'epoca, ma quando a fermarsi è uno come Geraint Thomas è come se si fermasse uno di noi.

Da alvento #38


Il soffio del gigante

«Andiamo a vedere il Tour?»
Spesso è dalle domande più semplici che nascono le idee migliori, sempre che pedalare quasi 700 chilometri e 9.000 metri di dislivello per vedere sfrecciare davanti a sé dei ciclisti per una manciata di secondi possa essere considerata una buona idea.

Ma se vedere il Tour inizialmente era una scusa per mettersi in sella, viverlo anche se solo per una giornata ci ha fatto assaporare la vera essenza del ciclismo e della fatica.

Senza che nessuno di noi lo ammettesse, quel far girare le gambe e la mente era ciò che ci serviva per dare ossigeno alle nostre menti, partenza da casa, verso la tappa per scalatori più iconica del La Grande Boucle di quest'anno: il Mont Ventoux.
Un nome rimasto impresso negli annali del ciclismo e non solo, addirittura nel XIV secolo, Petrarca, forse per molti solo una reminiscenza delle lezioni di letteratura delle superiori, salì il Monte Ventoso, vivendo sulla sua pelle le difficoltà che poneva la sua ascensione «Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l'altezza discendendo».

Del viaggio parleranno le foto.
Quelle scattate lungo strade secondarie, con l’asfalto screpolato e l’ombra degli alberi a tagliare i raggi del sole. Quelle con la bici appoggiata a un muretto, i panini mangiati in silenzio, le lente giornate. Quelle basteranno. A me, invece, interessa raccontare ciò che non si può fotografare.

Non ho dormito molto la notte prima. La montagna era là, non come il nostro Airbnb che non esisteva (ma questa è un’altra storia). Un gigante che si nasconde dietro le colline e i boschi, in attesa. E io, come prima di un esame, sentivo le gambe vuote e la testa piena.

Il vento arriva prima di tutto, ancora prima dell’inizio della salita. Soffia freddo, con quella voce antica che pare mormorare segreti agli alberi, e scuote le bandiere gialle legate alle transenne come se volesse liberarle.
Arrivare in cima è come entrare in un luogo sacro. Il sole, le grida, le birre, tutto sembra attutito da una coltre invisibile. C'è qualcosa nell’aria rarefatta, un rispetto, una tensione, una memoria collettiva. Qui hanno sofferto tutti. Qui il ciclismo si spoglia dell'apparenza e diventa un culto. Tutto si riduce alla pura, cruda esperienza dell’uomo che lotta contro la salita, il cronometro e contro se stesso. Ed è proprio lì che si radica il vero significato del culto: una sorta di venerazione per la fatica e il sacrificio.
Quando arrivano i corridori, tutto si scioglie in un boato. Ma è un attimo. Un battito d’ali. I corpi che si piegano sulle bici, gli occhi scavati, il silenzio negli sguardi. Li vedo e mi vedo. In ognuno di loro c’è la mia fatica, la voglia di non mollare. E poi passano, anche gli ultimi, incredibilmente veloci.
Scendiamo in silenzio, come gocce d’acqua in un fiume, con le mani fredde sul manubrio e il cuore troppo pieno per parlare. Non ho parole. Non ho un souvenir. Ho solo il ricordo di un gigante che quel giorno ci ha accolto, atleti e tifosi, senza distinzioni.

Difficile spiegare perché fossimo lì. Difficile spiegare perché abbiamo pedalato per giorni. Sul Mont Ventoux non si sale per vedere una corsa. Si sale per capire qualcosa. Non so bene cosa, ma il gigante sì. Il Ventoux capisce tutto.

Testo e foto di Jacopo Chianale


Ultima tappa a Parigi

Dopo migliaia di chilometri, ci siamo. Il vincitore c’è già, ma i grandi campioni non si fanno mai sfuggire lo sfizio di trionfare ai Campi Elisi.

Ha dominato il Tour, è stanco, gli avversari lo sanno. Non gli permetteranno di vincere anche questa. Così, dopo un’iniziale passerella d’onore, la capitale francese diventa una pista, vogliono vincere tutti. La maglia gialla è lì, come sempre, aspetta il momento giusto. La gente acclama il suo nome, storpiato dalla pronuncia francese. Ultimo rendez-vous, il campione è ancora in attesa, la folla lo vuole vedere dare tutto, perché non attacca?

Un corridore parte, davanti a lui. E il campione non si fa aspettare, lo insegue. Mancano cinquecento metri, la maglia gialla accelera, Parigi trema, il campione ha vinto anche questa, il campione è italiano, si chiama Ottavio Bottecchia ed è il 1924.
Centouno anni dopo, l’epilogo della Grande Boucle, non è così diverso. Tadej Pogačar ha dominato, è stato leader per quasi tutte le tappe, ha superato la febbre, la fatica, la nebbia del Col de la Loze.
Anche lui voleva sfilare a Parigi, mettere una ciliegina sulla torta e non si può dire che non abbia provato, mostrando questa volta un lato nuovo, più umano. Lo sloveno ha vinto e non ci sono stati mai dei seri dubbi in queste tre settimane, ma non ha vinto come è uso fare, l’ha detto anche lui stesso: «Sto contando i chilometri». Ma ovviamente non poteva accontentarsi. Con la classifica generale chiusa, voleva comunque imporre la sua superiorità, anche sul pavé di Montmartre, quando altri avrebbero tenuto il freno tirato.

Questo, in centouno anni, non è cambiato: è proprio lo spirito di profonda abnegazione, di resistenza, di incoscienza, che spinge le persone ad accalcarsi ogni anno per vedere le imprese di questi fuoriclasse. E poco importa se è passato un secolo. Ottavio Bottecchia e Tadej Pogačar hanno corso sulle stesse strade, hanno usato gli stessi muscoli, vissuto gli stessi traumi e provato le stesse emozioni. Perché portare la maglia gialla a Parigi, facendo impazzire i tifosi, provando fino all’ultimo chilometro a vincere anche la tappa finale, è una cosa che hanno fatto alla stessa maniera.
Gel contro pane e salame.
Lycra contro Lana.
Aero contro bici in spalla.
E si potrebbe andare avanti citando migliaia di differenze, ma un’altra somiglianza che subito salta agli occhi degli appassionati, è la predestinazione del campione. Pogačar pedala fluido, sorridente, spiana le salite e demolisce gli avversari, come successo sul Peyragudes. Bottecchia si era formato in guerra, come esploratore d’assalto dei bersaglieri ciclisti, e proprio in bicicletta era scappato per ben due volte dalla prigionia austriaca. Era un emaciato muratore veneto, i giornalisti francesi lo prendevano in giro perché emanava un vago odore di formaggio caprino, ma dopo la vittoria del tour, diventò un idolo anche in Francia: era diventato Bottescià.
Persino lo storico fondatore del Tour, il pistard e giornalista Henri Desgrange, lodò la pedalata di Bottecchia, definendola precisa come una pendola.
Il Giro del 1924 e quello del 2025 hanno avuto due vincitori assoluti, mai veramente in discussione.

«Mi sentivo ormai sicuro di vincere… Xe da do setimane che so sicuro. Gli altri corrono, corrono, ma non come mi. Se son contento? Mi sì, il Giro è molto faticoso [...], ma mollare gnente! Bisognava vincere». (Ottavio Bottecchia, intervistato dopo l’ultima tappa dal Corriere della Sera).

Anche Pogačar, se sapesse il veneto, si sarebbe espresso così. Questa vittoria nutre ancora di più la consapevolezza dello sloveno, che è sempre più nell’olimpo della bicicletta. Per Bottecchia non fu così, fu soprattutto un modo per far sì che il magnar non mancasse mai dalla tavola della sua famiglia. Con la vittoria anche l’anno successivo, la sua famiglia non ebbe mai più problemi di schei, anche se il destino del primo vincitore italiano del Giro di Francia, non gli riservò ciò che avrebbe meritato.

“Il ciclismo è uno splendido mestiere, fra l’altro assai facile”.
Ottavio Bottecchia, 1924

Articolo a cura di Alessandro Demartini
Foto: Poci's Pix


Giallo al Tour de France

Tra le strade di Lilla, affollate e gioiose per la Grand Départ della festa mobile, si aggira un uomo alto e massiccio. Indossa un completo scuro, che contrasta con le magliette indossate da appassionati e curiosi, tra i quali prevale la tinta gialla. In bocca tiene una pipa carica, ma ancora spenta. Ogni tanto estrae con la mano destra un fazzoletto di seta dal taschino della giacca, per asciugarsi la fronte madida di sudore. Il commissario Maigret, della 1° Squadra mobile, è stato incaricato dal Direttore generale della polizia per risolvere il mistero dell’estate: capire chi vincerà il centododicesimo Tour de France. I primi sospettati sono i soliti due, che si sono accaparrati le ultime cinque edizioni della corsa.

Gli indizi si trovano lungo i 3338 chilometri di questo Tour da Lilla a Parigi. Il percorso somiglia a due serpenti che circondano due piccoli ranocchi. Le prime otto tappe saranno nella Francia settentrionale. La nona e la decima saranno in Francia centrale, con una serie di trasferimenti che andranno considerati tra i fattori di stress. Da mercoledì 16 luglio ci si sposterà al sud, per affrontare i Pirenei e poi le Alpi, completando una rotazione antioraria che terminerà nuovamente sugli Champs-Elysees, dopo l’arrivo a Nizza del 2024.
Le difficoltà vere di questo Tour cominceranno giovedì 17 con le prime montagne vere. Il gruppo arriva nei Pirenei per tre giorni di fuoco. Il giovedì si arriva ad Hautacam, dove nel 2022 Vingegaard mise il punto esclamativo sul suo primo Tour vinto arrivando in solitaria. Il giorno successivo c’è la cronoscalata del Col de Peyresourde, 8 chilometri all’8% di media che potrebbero spostare gli equilibri, e anche mandare fuori tempo massimo qualche ruota veloce.

A questo Tour non mancheranno sicuramente le salite che hanno fatto la storia della corsa gialla. Il 19 luglio si affronterà, per l’87esima volta, il Col du Tourmalet, con lo scollinamento a 2115 metri sul livello del mare che varrà il Souvenir Jacques Goddet. Tre giorni dopo toccherà al Mont Ventoux, dove ci si aspettano oltre 35 gradi.
Le ultime occasioni per ribaltare la corsa alla maglia gialla, o per levarsi una soddisfazione dopo un Tour deludente, saranno nella diciottesima e diciannovesima frazione. Due tappe brevi, ma con cinque GPM Hors Categorie: Glandon, Madeleine e Col de la Loze il giovedì, Col du Pré e La Plagne venerdì.

 

 

Il bello del Tour è (anche) nella qualità media altissima dei 184 partenti. Tutti hanno un buon motivo per brillare: chi lotta per la classifica generale, chi per quella del miglior scalatore. Qualcuno punta sulle volate, qualcuno sull’inserirsi in una fuga che arrivi al traguardo. Molti lavoreranno per i propri compagni di squadra, e si toglieranno grandi soddisfazioni quando vedranno vincere un altro con la divisa dello stesso colore.
In diversi vorrebbero ribaltare quei pronostici che danno la maglia gialla già decisa da una lotta a due. Per rovesciare questo dualismo c’è bisogno di una rivoluzione. Remco Evenepoel ha dalla sua le cronometro, ma tra Pirenei e Alpi potrebbe perdere il vantaggio accumulato nella quinta frazione, la cronometro di 33 chilometri a Caen in cui è il grande favorito. Per Primož Roglič potrebbe essere l’ultima occasione per conquistare l’unico grande giro che manca in bacheca. Sono passati quasi cinque anni da quella cronoscalata sul La Planche des Belles Filles che aprì una nuova era di ciclismo. Nella Red Bull il capitano potrebbe essere però un altro: il tedesco Florian Lipowitz, che ha impressionato nell’ultimo Delfinato. Lotteranno per la generale anche Gall, Skjelmose, Guillaume Martin e Ben O’Connor, gli spagnoli Enric Mas e Carlos Rodriguez. Difficile vederli più in alto del terzo gradino del podio.

La prima tappa di questo Tour è disegnata per i velocisti, che si giocheranno quindi la prima maglia gialla. I tre sprinter più forti al mondo sono al via di questo Tour: Philipsen, Merlier e Milan sono sullo stesso livello. Saranno decisivi i treni e i poisson-pilote, gli ultimi uomini. Philipsen può contare sul miglior ciclista al mondo nelle gare da un giorno, Mathieu Van der Poel, per il quale ogni altra parola sarebbe superflua. Milan ha Simone Consonni, con cui corre e vince in strada e in pista. Il mago Merlier avrà al suo fianco, anzi proprio davanti, Bert Van Lerberghe. I due, nati a un mese di distanza l’uno dall’altro nelle Fiandre Occidentali, si conoscono benissimo da quando erano piccoli, e hanno costruito insieme molti dei successi di Tim. Proveranno a inserirsi in questa lotta Biniam Girmay, reduce da tre vittorie lo scorso anno, ma mai in palla nel 2025. Da citare anche i nomi di Alberto Dainese, Dylan Groenewegen, Jordi Meeus e Søren Wærenskjold.

Sebbene sia commissario da tanti anni, Maigret tiene in particolare considerazione i fuggitivi. Sulle due ruote fuggire significa onorare la corsa, colorarla anche nei momenti più grigi, quando si chiudono gli occhi e ci si appisola (sul divano, in corsa mai). Per questo Maigret tiferà Ben Healy, i ragazzi della Arkea e della Cofidis, Warren Barguil e Jonas Abrahamsen, e tutti quelli che passeranno ore e ore a prendere il vento davanti, sfidando la balena del gruppo e una probabilità sfavorevole.

Mi faccio coraggio, mi avvicino e chiedo a Maigret chi lo vincerà, questo Tour. Mi guarda senza lasciar trasparire alcuna emozione. Indica verso l'alto, il sole, e spiega che il grande caldo sarà un fattore: farà le sue vittime, influendo sulla corsa più di tanti Gran Premi della Montagna. Un nome però non me lo fa, neanche quello che sarebbe più scontato da pronunciare. D’altronde Maigret non si sbilancia mai.

Foto: Poci's Pix


Quella volta in cui Bardet

A cura di Matteo Giordano

La Rocca di San Leo non potevo perdermela.
Quando ci si arriva sotto, radenti, lo sperone di roccia sul quale svetta nel verde del Montefeltro, più verde ancora di una maglia a punti, puoi solo pensare che sì, doveva davvero apparire imprendibile agli eserciti che si sono trovati lì dove mi trovo io ora, nel giorno più caldo della mia settimana di ferie in Riviera.

Il Tour de France in Italia non potevo perdermelo.
La prima volta che ho visitato Parigi nel 2007, durante il classico giro d’Europa post adolescenziale, ho visto Daniele Bennati alzare le braccia sugli Champs Élysées.
La seconda volta, per inconsapevole premonizione o imperscrutabili convergenze astrali, ho deciso di andarci nel 2014; in primavera proposi alla mia ragazza un weekend lungo nella capitale francese con Musée d’Orsay e arrivo della Grande Boucle incluso. 2014, Vincenzo Nibali in maglia gialla.
C’entra sempre la magia e l’imponderabile, nel ciclismo come nella vita; quella percentuale di inspiegabile che rende anche i più scettici titubanti di fronte ai disegni del destino, alle coincidenze che ripensate a mente fredda non sembrano mai tali. A Parigi c’è il Pendolo di Foucault, che ondeggia mistico, unico punto fermo nell’universo, stando al romanzo di Umberto Eco che ancora oggi non si schioda dalla classifica generale dei miei libri preferiti, leader inscalfibile come Pogačar al Giro d’Italia.
Se il Pendolo di Foucault vuole rappresentare il punto fermo dell’universo, la Rocca di San Leo somiglia a un suo equivalente in pietra, ritta sullo sperone come se sfidasse il tempo e la gravità.
In una delle sue celle è morto il conte di Cagliostro, inafferrabile, inquietante, contraddittorio e oscuro mago e avventuriero del Settecento; oggi avrebbe un canale su TikTok con milioni di followers, nell’Europa del diciottesimo secolo poteva vantare una platea di salotti buoni e cortigiani creduloni più selezionata, ma che lo ha reso lo stesso immortale, anche se non nel senso che Cagliostro aveva dell’immortalità.
Di nuovo il Tour de France e di nuovo la magia: no, questa occasione davvero non potevo perdermela.

Sono seduto in uno dei bar di piazza Dante Alighieri, mia moglie beve un prosecco, mio figlio un succo all’albicocca, io una birretta che si scalda subito; il sole brucia anche attraverso il tendone che copre i tavolini del centro storico già brulicante di cicloamatori, curiosi, bandierine gialle e tifosi più o meno pittoreschi; c’è un indiano, un Sikh con una tunica gialla e il turbante viola che telefona passeggiando sul ciottolato; qualche tavolino più in là di me, un gruppetto di norvegesi con la parrucca riccia e la faccia pitturata brinda probabilmente alla salute dei fratelli Kulset; ci sono già trenta gradi e io sudo anche per loro.

San Leo sembra un presepe fuori scala. Il centro storico – che poi è tutta la città – è racchiuso tra la piazza, la cattedrale e la pieve, così vicine da sembrare una composizione artificiale, una di quelle da sta dentro una boule de neige. Poi, basta alzare lo sguardo, e a dominare tutto c’è sempre lei: la Rocca.
Ci si arriva in due modi: in comodità con la navetta che ti scarica davanti all’ingresso, oppure a piedi, attraverso il sentiero nel bosco che avvolge il massiccio di pietra.
Rampe in doppia cifra. Il respiro che si fa corto. Un bimbo di due anni in braccio, come un crossista con la bici in spalla. Il sole picchia. Il traguardo è lì, lassù.
In cima la vista di colline verdeggianti in contrasto con il cielo azzurro appena screziato da qualche nuvola è da cartolina; il lato che guarda il paese più in basso è ricoperto da un enorme telo giallo a favore di elicottero; è talmente grande che i volontari faticano a tenerlo teso bloccandone i lati con alcune sedie e altre suppellettili; ma il vento lassù soffia deciso e forse nemmeno le pietre del Carrefour de l’Arbre riuscirebbero a tenerlo fermo.

Dentro la Rocca si cammina come oppressi dalle pareti strette, le scale sono impervie con i gradini sottili e ripidi che sembrano un invito al ruzzolone; lungo il percorso per turisti tutto è pensato per stimolare il senso di magico e misterioso, l’inquietudine e il fascino.
I visitatori in fila aspettano soltanto di poter visitare la cella di Cagliostro: qui, il mago e il ciarlatano, venne definitivamente rinchiuso nel 1791, calato, secondo la vulgata, attraverso una botola nel soffitto, dentro la piccola cella dalla quale poteva vedere solamente la cattedrale.
La botola. Attraverso il vetro spesso si intravede il tavolaccio che faceva da giaciglio. Qualcuno ci ha posato un mazzo di fiori bianchi. La fandom del Conte non molla.
Oggi si può scendere fino al livello della cella ed entrare, più comodamente, da una porticina, forse aggiunta in seguito, e ascoltare il rumore dei propri passi sul pavimento mentre si osserva fra le grate la libertà, lontanissima, oltre la cattedrale, fra le colline del Montefeltro. L’immortalità Cagliostro la ha raggiunta con altri mezzi, forse l’unico possibile, solido e duraturo come le pietre della sua cella.
Sbircio dalla finestrella, laggiù, da qualche parte, il peloton è partito da Firenze e sta facendo rotta verso la Romagna; fra qualche ora passeranno da San Leo, giusto il tempo per andare a pranzo, poi, come sempre il rito dell’attesa sul ciglio della strada, indeciso fino all’ultimo sul dove posizionarmi, convinto che ci sia sempre un punto migliore, per vedere meglio, per riuscire a percepire fra le grida della gente il suono vorticoso delle pedivelle, e assistere a un atto di magia, che poi equivale a un atto di fede, uno scatto, meglio se scriteriato, da cuore oltre l’ostacolo, da archibugiere all’assalto senza speranza della Rocca di San Leo, o la va o la spacca. Ma ma se la va…

Lascio il tavolo al ristorante con una fuga in corso. Quando mi alzo ci sono fra gli attaccanti di giornata: Abrahamsen per la gioia dei norvegesi con la faccia pitturata, Madouas, e Matej Mohorič, tutti corridori da riconoscere senza fatica anche se passano a trenta all’ora lungo una salita all’otto percento. Mohorič poi, appartiene alla cerchia ristretta di corridori dei quali mio figlio ricorda il nome e di cui chiede conto a ogni gara in tv: c’è Molic? c’è Vanat? c’è Vandeppul?
Prima del riposino gli ho detto che Mohorič era in fuga, per cui al risveglio il suo chiodo fisso (anzi il chiodo sono io e lui il martello) è: dov’è Molic?
Risaliamo il centro storico, ormai vuoto e silenzioso come in un giorno infrasettimanale, mia moglie indugia davanti a una vetrina di prodotti tipici, sulla porta il gestore ha appeso un cartello che dice: riapro dopo il passaggio del Tour de France, e io non capisco se sia un atto di protesta o un messaggio Torno subito di un appassionato di ciclismo che chiude il negozio per non perdersi la magia della corsa.
La cima della Cote di San Leo è già piena zeppa di gente, così ci posizioniamo un paio di tornanti più sotto. Mi sono messo la maglia gialla comprata sugli Champs-Élysées il giorno della vittoria di Nibali. Proprio all’imbocco del percorso c’è un piccolo negozio di alimentari già preso più volte d’assalto: entro e mi pare di sentire l’eco della mia voce tanto sono vuoti gli scaffali. La signora alla cassa dichiara subito che accetta solo contanti, io afferro due lattine di Moretti calde e torno nella canicola chiedendomi se Cagliostro conoscesse pure un incantesimo per raffreddare la birra. In ogni caso non posso aspettare il passaggio del Tour senza un drink; di rituali io, ingenuo apprendista della magia, ne conosco pochi, ma quei pochi ci tengo a portarli avanti, anche se invidio la borraccia termica di mio figlio a forma di coccodrillo dalla quale il piccolo beve con gusto la sua acqua bella fresca presa da una fontanella.

Troviamo un buon posto, appena fuori da una semicurva; il telefono smette di prendere, so che sul Barbotto hanno scollinato in testa Abrahamsen, Madouas, Van den Broek e Mohorič, per cui a mio figlio che chiede, papà dov’è Molic, io rispondo che sta per arrivare. L’attesa dura una quarantina di minuti, mio figlio è rapito dai rumori, le moto che lo salutano, i clacson; un po ’si diverte, un po’ forse si chiede che cosa sia quello strano rito in cui i grandi sono coinvolti, il rito dell’attesa spasmodica per un soffio di vento colorato che riempirà gli occhi giusto il tempo di un respiro, di un applauso, di un incitamento.
Quando i corridori stanno per arrivare, lascio mia moglie, addetta alle riprese con l’iPhone, sul lato esterno della strada e con mio figlio attraverso e mi e metto contro la parete di roccia nella parte più interna del tracciato.
Papà, dov’è Molic?

Stavolta non faccio in tempo a rispondere che in piedi sui pedali spunta Valentin Madouas con Abrahamsen alle calcagna; è un lampo, riesco solo a dire alé Valentin! Poi rassicuro mio figlio, ora arriva Mohorič, tranquillo. Invece spuntano due corridori della DSM uno è Van den Broek, ok, ma l’altro chi è, seduto, serafico, a ruota del compagno? La faccia non la metto a fuoco ma ho lo stesso una intuizione; poi leggo il numero sulla schiena 181, è Romain Bardet, questo sì che è un attacco scriteriato, da archibugiere d’assalto. Di più, è l’essenza del magico che avvolge una corsa, è la moderna ricerca dell’immortalità nella fatica: Romain Bardet, 31 anni, una carriera che prometteva tanto ma ha mantenuto meno, spende un incantesimo di magia contagiosa e prova a mettere nel sacco il gruppo. Torno con la memoria a Frazer e al Ramo d’oro: la magia contagiosa è una forma di magia simpatica, basata sull’idea antropologica che tra oggetti, persone o azioni esista un legame mistico. Se due elementi entrano in contatto, continueranno a influenzarsi anche a distanza.
Lungo le rampe di San Leo, all’ombra della Rocca, Cagliostro e Bardet, forse, sono entrati in contatto, e il corridore francese ha messo in atto un tentativo di evasione, una sfida alla prigionia del gruppo, un atto di fede nel proprio destino, un destino che forse l’immortalità non l’aveva prevista.

Passa il gruppo tirato dalla Visma, riconosco Vingegard, ma mettendo a fuoco lui perdo un’altra trentina di corridori; vedo la maglia tricolore di Bettiol, la stazza cinghialonica di Pedersen, Benoot che in fondo a tutti fatica a tenere le ruote. Via via passano gli altri, gli staccati, i reduci della fuga, i gregari che hanno finito il turno, Gaudu con quasi mezz’ora di ritardo. Mio figlio mi guarda perplesso, papà dov’è Molic?
Niente da fare, probabilmente era nella pancia del peloton o sperso in qualche altro gruppuscolo e non sono riuscito a vederlo; non ho visto nemmeno Pogačar per la verità e devo chiedere conferma a mia moglie dall’altra parte della strada che dice che sì, lo ha riconosciuto dal ciuffo; ha fatto, come al solito un’ottima ripresa.

Torniamo al bar in piazza per un gelato e per vedere l’arrivo di Rimini; scommetto un cono al pistacchio che Bardet ce la fa, nonostante la risicata dote di secondi; il gruppo spinge, troppi velocisti resistenti e assatanati vogliono la prima maglia gialla e ai tavoli accanto la coppia della DSM è già data per spacciata. Il sole ora è sceso alle spalle della Rocca e raggi di luce irrorano dai fianchi; mi dispiace per voi, ma non avete fatto i conti con la magia, con l’evasione perfetta alla conquista dell’immortalità, quella sportiva almeno, che per un corridore, soprattuto un corridore francese equivale a un giorno in maglia gialla.
Emperor Romain, titolerà l’Equipe il giorno dopo, e va bene così.

Riprendiamo l’auto per tornare in Riviera e mio figlio, prima di abbioccarsi per gran parte del tragitto, mi chiede ancora conto di dove sia Mohorič; lo rassicuro sul fatto che sia arrivato, probabilmente un po’ stanco, ma che ce l’ha fatta. Domani a Cervia, davanti al Fantini, giuro che lo vediamo, promesso. Meno male che la mamma anche per il passaggio al chilometro zero della Cesenatico - Bologna ha realizzato un video pregevole, così che andando di fotogramma in fotogramma siamo riusciti a vedere anche Mohorič, a cinquanta all’ora nella pancia del gruppo.
Merci Tour, è stato bellissimo.


Se tutti sbagliano strada vinco io

Racconto assurdo di una tappa vera alla Volta ao Algarve.

Quasi fosse un monito, tra i palazzi moderni di Lagos sbuca una palazzina residenziale con un graffito sul fianco. Rappresenta un teschio alle prese con un’antica macchina da presa. Il cinema vero sta per accadere lì di fronte. Altri personaggi compaiono da un universo parallelo a quello del ciclismo: un uomo con coppola e vestito lungo in stile Twin Peaks, un altro in maniche corte e infradito in quota Baywatch. Che temperatura faccia nel sud del Portogallo a fine febbraio è un mistero.

I fatti li ricorderete. La prima tappa di una corsa a febbraio inoltrato, la Volta ao Algarve, sta per terminare con uno sprint. Nel chilometro finale le squadre dei velocisti scalpitano: c’è la Intermarché per Girmay, la Red Bull-Bora per Meeus. Una tipica volata, insomma. Senonché, a 500 metri dal traguardo, gran parte del gruppo sbaglia strada.

L’errore ha del clamoroso. Non sbagliano uno o due corridori, come abbiamo già visto, ma quasi tutti. Viene imboccata l’uscita delle ammiraglie e d’un tratto il plotone si ritrova sul controviale. Pochissimi corridori capiscono le indicazioni dell’affaccendata motostaffetta: il più lesto a intuire l’errore degli altri ha la sagoma potente di Filippo Ganna.

Lo squarcio d’irrealtà aperto dal finale sdoppiato sembra uscire dagli articoli satirici di Achille Campanile sul Giro d’Italia 1932, o da un capitolo di Bar Sport di Stefano Benni. Ganna mena sui pedali, nel controviale qualcuno vuole gettarsi comunque in volata. Chi vince? E il traguardo dov’è? Impossibile a dirsi.

Sul traguardo vero, intanto, vince Ganna. È uno dei corridori più forti al mondo, cosa se ne fa di una vittoria del genere? In ogni caso gliela tolgono: tappa neutralizzata per (bisogna leggere tra le righe del regolamento) troppe assurdità del finale. Mille domande sorgono qui: cosa pensare al posto di Ganna? La sua squadra, una delle più ricche e vincenti al mondo, avrebbe dovuto lamentarsi, fare ricorso? Se al posto di Ganna avesse vinto João Martins della Rádio Popular-Paredes-Boavista, cosa avremmo pensato? Tutte le risposte sono lecite.

Il circo prosegue. Chi ha sbagliato strada torna indietro qualche metro, supera le transenne con la bici in spalla, taglia il traguardo al piccolo trotto. Lazkano se la ride, Alaphilippe assume un’aria grave. Arnaud De Lie incazzato: «Il corridore in testa al gruppo che ha seguito la moto non ha mai visto una gara in tv». Peccato che fosse un suo compagno di squadra.

È un evento su cui possiamo scherzare perché nessuno si è fatto male. La sicurezza, la responsabilità dell’organizzazione e la segnalazione del tracciato sono elementi cruciali, sempre. Prendiamoci però un momento per ricordare una tappa, solo immaginata da frasi fatte come Se cadono tutti vinco io, oppure Quello non vince manco se gli altri sbagliano strada. In Algarve hanno quasi tutti sbagliato strada e ha comunque vinto chi forse ne aveva meno bisogno tra i 170 partenti. Il suo ragionamento post-tappa non fa una piega: «Ho preso la strada giusta e ho vinto».


Storie dal deserto

ARTICOLO A CURA DI MATTEO GIORDANO

Lo ammetto, l’ UAE Tour non sarà la corsa di una settimana più esaltante del calendario, con i suoi drittoni nel deserto buoni solo per qualche ventaglio, viatico per le prime sfide fra i migliori velocisti; non si tratta nemmeno di una corsa che regala sfide particolarmente spettacolari sulle rampe di Jebel Jais e Jebel Hafet, che comunque sono parecchio in alto nella mia classifica personale dei nomi di salite più belli ed evocativi del mondo. Tuttavia l’Oriente mi ha sempre affascinato, e poi il deserto, insieme alle montagne, rappresenta la massima aspirazione per l’uomo quando si tratta di andare oltre le proprie paure e i propri limiti.

L’UAE Tour ha qualcosa di ipnotico come un incantesimo, forse per via del contrasto fra il deserto brullo e le città immaginifiche costruite da chi non solo può permettersi di ingaggiare il miglior corridore del mondo, ma anche di assumere i più visionari ingegneri e architetti, per sfidare la natura, domare l’acqua, piegare anche il deserto, almeno un po’, al proprio volere.
Ma magari sono solo io che, dopo due mesi di ciclocross e oniriche gare australiane nel cuore della notte, non vedo l’ora di tornare a un po’ di vero ciclismo su strada, ma non escludo che il massiccio volume de "Le Mille e una Notte" che latita sul mio comodino e che di tanto in tanto riprendo, in questo periodo dell’anno fa la sua parte.
E allora mi viene quasi naturale scovare un’epica fatta di magia, eroi e prodigi, tipici di quelle terre lontane, anche nelle imprese dei Pro sulle loro biciclette scintillanti sotto una luce che non dà tregua.

Tappa 1 – Philipsen, l’uccello Roc che cade sotto il suo stesso peso

La prima volata di questo UAE Tour lanciata con l’arrivo che tirava all’insù, molto più di quanto si sarebbe potuto pensare, non poteva che vincerla Jonathan Milan, con il suo strapotere fisico che pare debba strappare il manubrio da un momento all’altro mentre spinge a più non posso sui pedali.
Tuttavia, a far parlare di sé sul traguardo di Dubai è stato Jasper Philipsen, uno che, come Milan del resto, non si può definire velocista senza il rischio di essere tacciati di limitata visione delle cose.
Philipsen si è lanciato come sempre verso la linea del traguardo simile all’uccello Roc delle leggende arabe: enorme (forse anche un filo sovrappeso), con l’aria dominante, capace di oscurare il cielo con la sua sola presenza. Quando è sbucato dalla ruota di Milan, per un attimo la vittoria sembrava certa, pareva dovesse, con le ultime pedalate, planare per primo sul traguardo, e invece no, doppiamente no: il corridore dell’Alpecin ha incrociato il destino dell’uccello Roc. La mitologica creatura che si crede invincibile arriva secondo; di più, finisce per soccombere alla sua stessa foga e bramosia di vittoria. La giuria rivede le immagini: deviazione irregolare per chiudere la traiettoria a Fisher-Black. Retrocesso.
Come Roc che perde il controllo e precipita sotto il suo stesso peso, anche Philipsen, troppo sicuro della sua potenza, come già in altre occasioni, finisce sconfitto. Un altro sprint segnato da troppo impeto e forse da un filo di consapevole scorrettezza.

Tappa 2 – Tarling, il tappeto volante

Nel deserto soffia un vento che porta con sé antiche storie. Una delle più celebri è quella del tappeto volante, capace di sfidare la gravità e portare il suo cavaliere più lontano e più veloce di qualsiasi altro mezzo. Josh Tarling, nella tappa a cronometro sembrava averne trovato uno. Il suo tappeto non era tessuto di fili magici, ma di carbonio e ingegneria avanzata, un bolide che ha dominato la strada e il vento con la grazia di chi è nato per volare.
Mentre gli altri sembravano faticare per tenere la bici in traiettoria tra le raffiche, lui sfrecciava con una leggerezza quasi irreale. Il suo assetto era perfetto, il colpo di pedale senza scosse, la progressione inarrestabile. Come nei racconti in cui solo il prescelto può governare il tappeto magico, anche Tarling sembra avere un dono naturale per la cronometro, una sintonia perfetta con il mezzo che lo rende già un dominatore del tempo.
Il futuro forse è già qui, e di fronte a una simile naturale potenza non c’è nemmeno bisogno di troppa magia.

Tappa 3 - Rubio e la maledizione del secondo ritorno

La montagna che un anno fa lo aveva incoronato, questa volta gli ha voltato le spalle e in un modo che fa arrabbiare. Einer Rubio, vincitore nel 2024 sul traguardo di Jebel Jais, e che forse sognava di provarci anche quest’anno, non aveva messo in conto un guasto meccanico nel momento peggiore, e soprattutto la strana posizione in cui sull’ammiraglia stava la bici di scorta, talmente scomoda da raggiungere che il massaggiatore deve arrampicarsi sul cofano; e così gli avversari se ne vanno e i minuti pure.
Nella tradizione araba esiste un'antica credenza: il secondo ritorno è sempre carico di insidie. Gli eroi che provano a ripetere un’impresa trionfale spesso si scontrano con ostacoli imprevisti, come se il fato volesse impedire loro di replicare la gloria. È la sorte che toccò a Sindbad il Marinaio che, dopo essere sopravvissuto a incredibili avventure, volle spingersi ancora oltre, solo per trovare nuove sventure ad attenderlo.
Anche Rubio ha vissuto il suo secondo ritorno a Jebel Jais con esiti ben diversi dal primo. Il destino lo ha messo alla prova con un imprevisto tecnico nel momento peggiore, e a nulla è servita la sua gran gamba. Ma se c’è una lezione che le leggende arabe insegnano, è che le maledizioni possono essere spezzate: e allora servirà un terzo ritorno, per trasformare la sfortuna in leggenda.

Tappa 4 – Milan, la forza inarrestabile del vento

Nel deserto, il vento non è solo un elemento naturale: è un’entità viva, un narratore invisibile che scolpisce le dune, e porta con sé le storie di chi osa sfidarlo. E quando soffia con furia, solo i più forti sanno cavalcarlo senza esserne travolti.
Jonathan Milan ha domato il vento. Nella quarta tappa, caratterizzata da raffiche che spazzano le strade aperte dell’UAE, il corridore italiano si è fatto brezza, poi tempesta. Ha atteso il momento giusto, sfruttato ogni folata a suo favore e, con un colpo di pedale potente come una martellata, ha tagliato il traguardo davanti a tutti, senza storia
Nel folklore arabo, il vento è spesso un alleato delle imprese eroiche: porta i viaggiatori verso il loro destino, soffia nelle vele dei grandi esploratori, avvolge gli eroi nel momento decisivo. Anche oggi il vento ha scelto Milan e tutto lascia pensare che non lo abbandonerà tanto facilmente.

Tappa 5 - Malucelli: il destino del viandante

Nelle storie della tradizione araba, spesso il viandante, colui che sembra destinato a rimanere nell’ombra dei grandi, trova invece il suo momento di gloria quando meno ci si aspetta. Così accade ne "Le Mille e una Notte", dove un mercante senza pretese può scoprire un tesoro nascosto, o un viaggiatore qualsiasi può incrociare il proprio destino con quello dei sovrani.
Matteo Malucelli, centrando un grande secondo posto nella quinta tappa dell’UAE Tour, ha seguito il copione del viandante che, con astuzia e tempismo, si inserisce nel racconto in un ruolo che, probabilmente non era stato scritto per lui. Mentre i favoriti si controllavano e altri venivano messi fuori gioco da una caduta, Malucelli ha saputo infilare le sue ruote, piuttosto veloci (benché qualcuno avesse avanzato qualche ironico sospetto data la provenienza geografica delle stesse) nel momento giusto, emergendo inaspettatamente e scrivendo la sua M tra quelle più blasonate di Merlier e Milan. Non sarà una vittoria, ma è una di quelle imprese che fanno sì che il viaggio – e le corse – rimangano sempre pieni di sorprese.

Tappa 6 – Merlier, il mago del deserto

Nella tradizione araba, il mago è una figura ambivalente: può essere un ingannatore o un saggio, un manipolatore delle forze invisibili o un maestro della conoscenza segreta. Ne "Le Mille e una Notte", i maghi non si limitano a lanciare incantesimi: trasformano il mondo intorno a loro con la parola, la mente e l'illusione. Sono strateghi, come il celebre mago persiano che nella storia di Hasan di Bassora modella il destino del protagonista attraverso trucchi e magie sottili.
Tim Merlier, forte dell’assonanza con un altro celebre mago della tradizione occidentale, vince la quinta tappa con la solita chirurgica precisione del velocista di razza che sa che, per sconfiggere lo strapotere fisico di un avversario, occorre pure un tocco di magia. In una corsa caotica, con i ventagli a spezzare il gruppo e le accelerazioni che fiaccavano le gambe, il campione d’Europa ha saputo leggere la corsa come un incantatore che prevede il futuro. Ha misurato l’attesa, tessuto la sua strategia e poi, quasi come un incantesimo, ha materializzato la sua vittoria anticipando tutti, scappando via per non essere più raggiunto. Un mago della velocità, uno con cui fare i conti a ogni volata.

Tappa 7 – Pogačar, il jinn della montagna

Non è umano, banale dirlo. Tadej Pogačar non ha nemmeno bisogno di faticare troppo sulle salite dell’UAE Tour con la naturalezza di chi sa di avere un potere superiore. È lui il jinn della montagna, lo spirito inarrestabile che appare e scompare a piacimento, lasciando dietro di sé solo il suono del vento e il rumore della resa dei suoi avversari. Nel folklore arabo, i jinn sono esseri misteriosi, dotati di poteri immensi. Possono trasformarsi, controllare gli elementi e sparire, proprio come fa Pogačar, che sembra evaporare agli occhi di chi cerca di seguirlo non appena allunga il passo in salita. Un attimo prima è lì, accanto a te; un attimo dopo è già lontano, verso un destino scritto da tempo. Da togliere il respiro, soprattutto a quelli che provano a seguirlo.
Tutto troppo prevedibile? Forse. Ma questo non rende la sua superiorità meno spaventosa e fa crescere in noi il desiderio di vederlo presto duellare ad armi pari con qualche altro jinn, magari un jinn delle pietre.


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