I segreti di un meccanico: intervista a Giuseppe Archetti

Nonostante la sua esperienza più che trentennale, una delle prime cose che sottolinea Giuseppe Archetti, meccanico UAE Team Emirates, è l’importanza dei ruoli e del loro rispetto. Quando qualche corridore gli chiede di intervenire sulla sua bicicletta, Archetti pone una differenziazione a seconda che si tratti di posizione e millimetri di variazione di sella o manubrio oppure di altre questioni più complesse: «Per piccoli ritocchi sulla posizione o sulla calibrazione della sella, intervengo io. Ci si lavora col tempo e talvolta è anche un aspetto psicologico. Su altre questioni credo non sia giusto agire da solo. Quando si toccano i pedali, più larghi, più lunghi, la sella, il materiale o altri aspetti, penso che il meccanico non debba agire se non dopo un’attenta discussione con lo staff». Squadra significa anche specializzazione. Se si è squadra, bisogna esserlo sempre.
In quest’ottica Archetti ha imparato a dire no e, con l’età, dire no è diventato più semplice. Non solo, con il passare del tempo è aumentata la pazienza e la capacità di spiegare perché, in quella circostanza, non si può fare ciò che il corridore richiede. Da giovani, spesso, non si considera l’importanza di motivare la decisione, talvolta non la si saprebbe neppure motivare. «Nelle categorie minori le scelte sono più fluide, i contratti meno stringenti. Lì, si accontenta anche più facilmente l’atleta. Certe volte il corridore è abituato con una determinata sella e vorrebbe avere sempre quella. Se non è possibile, devi dirlo chiaramente ma devi anche spiegargli che stai lavorando per fornire una sella che si adatti alle sue esigenze, devi fargli capire che nonostante il no tu lo hai ascoltato. Devi dirgli la verità. Così gli spiegherai che la larghezza è simile, che il punto d’appoggio è lo stesso e che il biomeccanico ha lavorato perché la posizione non cambi».
Archetti sostiene che questo aiuti la fiducia perché l’atleta deve fidarsi del meccanico e tanto più riterrà esaurienti le spiegazioni, più si fiderà.
L’inverno, poi, è il periodo dei trasferimenti degli atleti, da una squadra all’altra, e anche qui le cose sono cambiate. Quando Archetti ha iniziato, gli atleti portavano la loro bicicletta precedente al nuovo meccanico e questo segnava tutte le misure da riportare su quella nuova. Oggi il tutto si svolge tramite un dialogo maggiore tra i diversi meccanici. «Una volta i corridori avevano un gruppo diverso di meccanici a seconda delle gare che facevano, grandi giri o classiche, ad esempio, oggi si usa meno». Negli atleti non è cambiato molto: c’è sempre chi ha una sensibilità maggiore e chi minore, chi studia questi aspetti e chi no, di sicuro, però, si hanno già materiali migliori sin dalle categorie giovanili.
La bicicletta, invece, è cambiata nettamente. Archetti pensa al cambio: «Ricordo le mani degli atleti quando c’era il cambio a frizione: certe volte arrivavano al traguardo con le mani talmente gelate che non riuscivano più a cambiare per il freddo o per la terra che bloccava il filo. L’elettronica ha rivoluzionato il nostro lavoro e di certo ha agevolato gli atleti».
Quando le cose non vanno, ancora oggi, talvolta, si va dal meccanico e si sostiene che il problema sia lì, in qualche suo errore. Archetti ascolta, lascia passare il momento di crisi ma, poi, dice chiaramente la sua: «Ho sempre parlato chiaro e con l’età lo faccio ancora di più. Il passare del tempo ti toglie la paura del giudizio: abbiamo a che fare con ragazzi giovani che spesso hanno già tutto, è nostro dovere spiegare il valore dell’aspettare, dell’umiltà». A questo proposito, Archetti pensa a Tadej Pogacar, l’ultimo dei grandi campioni, con cui sta lavorando.
«In trentacinque anni non ho mai visto uno come lui. Un ragazzo acqua e sapone nonostante i due Tour de France vinti. Certe volte le cose non vanno neanche per lui ma non ha mai cercato nessuno a cui dare la colpa. Tadej è anche abituato ai no, quando mi chiede qualcosa e non posso aiutarlo non dice nulla, se non “se non puoi, va bene così”». Di quei momenti difficili, sa qualcosa anche Archetti che, dopo tante considerazioni tecniche, si lascia andare a un pensiero personale sulla gestione di questi momenti mentre si è a contatto con gli altri.
Nel 2016, quando parte per le Olimpiadi di Rio, Archetti è senza un contratto per la stagione successiva, al ritorno potrebbe essere senza lavoro. Per qualche tempo, deluso dall’ambiente, pensa anche di lasciare e di cambiare lavoro. Non lo farà. «È stata l’unica volta, poi ho ripreso. Anche in quei giorni, però, le cose sono restate separate: quando sei in una squadra non puoi permetterti di lasciare che i tuoi problemi influiscano sul lavoro che fai. I campi sono da tenere separati, gli altri non devono scontare le tue difficoltà, vale anche per gli atleti: quando le cose non vanno ce ne si assume la responsabilità, senza scaricare colpe». Questione di ruoli e di rispetto: parole che Giuseppe Archetti conosce molto bene.


Fayetteville, i protagonisti e i bambini

Il centro di Fayetteville, Arkansas, stasera ospita uno spettacolo diverso dal solito. C'è un palco, piccolo e illuminato, e ci sono i bambini della scuola cittadina che si dimenano eccitati. Si corre un campionato del mondo in città, ma i protagonisti sono loro: a ciascuno è stata assegnata una bandiera o un cartello con il nome di un paese. Sfileranno per i pochi passi necessari ad attraversare la piazza, sino al centro dei riflettori. Portabandiera inediti di una cerimonia inaugurale altrettanto bizzarra. Gli atleti, i protagonisti del mondiale di ciclocross, non ci sono. Il freddo e la tensione hanno tenuto tutti in albergo. Solo una manciata di rappresentati del Messico e del Costa Rica si sono spinti sino in piazza, nascosti tra il pubblico.
I bambini con le loro mascherine colorate sfilano e la piazza ha applausi per tutti. Per chi è in pantaloni corti come per chi sta ben intabarrato nella giacca a vento. Per chi fa ruotare il cartello come una majorette e per chi sbandiera come in parata. Quando passano i rappresentanti dell'Italia qualcuno urla "Pizza!" e qualcuno risponde con "Pasta!". Per la sfilata degli Stati Uniti si levano i boati. Il sindaco Lioneld Jordan grida "Hello everyone!" e il pubblico lo interrompe urlando "Yeah!". Anche Pieter Pools, il banditore ufficiale del comune di Geraardsbergen, Fiandre, interrompe la cerimonia: salta sul palco e saluta tutti i presenti. Il mondo è piccolo sotto i colori dell'iride.

Le corse inizieranno stasera, con la prova dimostrativa di una staffetta che ha cambiato il suo regolamento a poche ore dal via, ma l'attesa è tutta per i giorni che seguiranno, e per i protagonisti che stasera non si vedono. Per Belgio, Paesi Bassi e... tutti gli altri. Non si offendano, questi ultimi, ma da domani i riflettori sono su due nazionali su tutte, come sempre. Il Belgio ha fatto ancora una volta le cose in grande stile. È vero, manca la supernova di Wout van Aert a illuminarla, ma la selezione di Sven Vanthourenhout resta il faro del movimento. Hanno dedicato 90mila euro e un anno di organizzazione solo al trasporto di tutto il materiale: 70 telai, 175 paia di ruote, 650 tra gel e barrette, 150 paia di calze, 200 test rapidi per il Covid... e quasi tutti i favoriti per la prova degli uomini élite.

Eli Iserbyt ha vinto in lungo e in largo per tutta la stagione, senza quasi mai rifiatare. Toon Aerts lo insidia in casa, in una nazionale che però appare più unita del solito. Lo testimonia Michael Vanthourenhout, uno che non si fa problemi a rinunciare alle proprie ambizioni per favorire il capitano e amico Iserbyt. Il problema è che nella loro quiete aleggia un fantasma, e ha un'altra maglia. Tom Pidcock sarà il più talentuoso e il più titolato tra i corridori al via: il suo 2021 è stato un anno magico, e in questo mondiale che fa da ponte tra due stagioni vuole prolungare l'incanto.

Ma se la prova maschile sarà l'ultima, quella femminile sarà probabilmente la più attesa, una sfida agli altissimi livelli a cui gli ultimi anni ci hanno felicemente abituato. Un mondiale che avrebbe potuto essere una replica del campionato nazionale dei Paesi Bassi, se non fosse stato per i malanni che hanno bloccato in Europa Denise Betsema e Annemarie Worst. Ma anche così, al di là delle legittime speranze dell'ungherese Blanka Kata Vas e delle due nordamericane Meghalie Rochette e Clara Honsinger, ci si può attendere tanto arancione sul podio e una sfida stellare. In un angolo Lucinda Brand, iridata uscente e dominatrice assoluta della stagione, e nell'altro Marianne Vos, l'essere umano più straordinario di ogni tempo in bicicletta.
Ma un mondiale è molto di più delle due prove élite. E mentre sul palco di Fayetteville si susseguono i bambini, ci sono ragazzi e ragazze di una decina di anni più grandi che qualche chilometro più in là realizzeranno un sogno. Per loro contano poco i numeri ridotti, i campioni assenti, la distanza da casa. Conta essere qui, sul palcoscenico più grande del mondo. Per i risultati ci sarà tempo, il mondiale che comincia per juniores e under 23 sarà soprattutto meraviglia, e sarà un'avventura da raccontare.


Viva van der Poel

Oggi van der Poel compie 27 anni (sembra ieri che...): viva van der Poel, auguri van der Poel. 27 anni e sulle spalle il macigno delle aspettative, il peso di essere già una leggenda di questo sport a prescindere dai risultati. Van der Poel cresciuto spalmando gare di bicicletta sul pane a colazione, pucciando nel latte biscotti al ciclocross; con il compito di spostare l'interesse di chi segue il ciclismo su strada e di chi si avvicina al fuoristrada.
Il compito meraviglioso di rallegrarci nei fine settimana, noi che, magari dopo una bella pedalata al sabato mattina, ci piazziamo davanti alla televisione per vedere van der Poel, sì, decisamente: viva van der Poel.
Ci sono ragazzini oggi che lo imitano, usano il suo stesso modello di occhiali, comprano la sua maglietta come fosse quella di un idolo calcistico e, quando corrono, nella testa si immaginano mentre ripetono i suoi gesti in gara, le sue scorribande, le sue fughe a volte scriteriate, le sue acrobazie, le sue smorfie, i suoi scatti vincenti che si concludono con esultanze da ricordare. Ci sono immagini di bambini che danno fuori di matto per un cinque battuto al volo, un autografo, una borraccia. Questo è van der Poel. Spauracchio per gli avversari in gara, che fa parlare quando in corsa non c'è, che piace perché a volte la sua dimensione eroica si rivela così teneramente umana. È persino battibile, fallibile.
Ci sono suiveur che sanno quanto fascino in più ci sia in una corsa quando c'è van der Poel. Quanta importanza ha van der Poel per il ciclismo e quanto sia importante il ciclismo per van der Poel.
Oggi potremmo parlare di quanto cambiare da una disciplina all'altra possa avergli fatto male alla schiena, quegli "attacchi che ha inflitto al suo corpo", come li ha definiti il suo fisioterapista. Ma no, oggi sarebbe la sede sbagliata. Potremmo parlare del suo problema al ginocchio, l'operazione, il mancato duello con van Aert, ma non è la giornata giusta.
Certo, però, è che la primavera (ciclistica) si avvicina, quelle delle classiche, e, abituati così bene, non sarebbe una primavera ciclistica senza van der Poel.
Incrociamo le dita se non possiamo fare altro, e oggi diciamo viva van der Poel, auguri van der Poel - di pronta guarigione, anche, ovviamente: riposati e fai il bravo che ti aspettiamo, il ciclismo ti aspetta.


La gratitudine di Bernal

«E rimango qui». Lo ha scritto Egan Bernal, nel giorno del rinnovo contrattuale, per cinque anni, con Ineos Grenadiers. E qualcuno potrebbe dire che il colombiano, in fondo, è un ciclista particolare.

I ciclisti lo dicono sempre: «È difficile da spiegare. Un ciclista vive il ciclismo, non è detto che sappia spiegarlo». Lui, invece, ha questa facilità di gesti e di parole, quando parla e quando scrive. Sembra molto timido, ma chi lo conosce dice che in realtà è uno a cui piace divertirsi, svagarsi, anche staccare la spina. Uno che sa restare in mezzo alla gente e per restarci si dimentica di tutta l’importanza che ha. Anche di quel Tour de France e di quel Giro d’Italia. Si è detto tanto di lui e di Marco Pantani, noi vorremmo dire che forse in Egan Bernal c’è anche qualcosa di romagnolo, almeno nell’indole, anche se non sappiamo quanto conosca la Romagna. Di una piadina e un vino rosso. Qualcosa del Piemonte e della corsa in libertà su una collina nel Canavese che Bernal ben conosce.

«E rimango qui» è in realtà la fine del suo pensiero, la conseguenza. Una sorta di pratica della gratitudine. Egan Bernal si ricorda bene il ragazzo che era quando è arrivato in Europa, prima in Androni e poi in Ineos e sebbene per il campione potrebbe quasi essere comodo nascondere fragilità, errori e colpe, Bernal non lo fa. Li ammette, li racconta e facendolo racconta un legame. Lavorativo, ma pur sempre un legame.

E forse questa è anche l’altra faccia di quel ciclismo a ritmi sempre più elevati. La faccia buona, fra tanti aspetti più spinosi, fra cui la pressione, lo stress. Qualcosa che può preservare da questi aspetti. La necessità di un ambiente all’occorrenza duro, severo, rigido, ma un ambiente stabile, conosciuto con la costanza del tempo. Bernal parla di persone che sono diventate come padri ed è questo che noi intendiamo, coscienti di quanto possa essere complesso parlare di famiglia in ambito lavorativo.
Così parliamo di conoscenza, di conoscenza prolungata, che accanto all’impegno consegni all’atleta una serenità nuova perché qualunque errore sarà rimproverato con una lente diversa. Non quella del giudizio di chi non conosci, ma della critica fatta a chi conosci perché sai quello che può dare. Questo, tutto questo, è il legame di cui parla Bernal. La sua gratitudine.


C'era una volta "Ice Man"

A volte succedono che ti affibbiano un nomignolo e non te lo levi più. "Ice man" al secolo (si dice così, no?) Tom Meeusen, ma ormai sono passati più di undici anni quando si inventò quella che resterà un po' la gara della sua vita. Si correva a Kalmthout, Fiandre, dove ha sede da oltre 160 anni uno dei più celebri giardini botanici del nord Europa (magari a qualcuno può interessare).
Gara della vita dicevamo, più o meno, e andate a vedervi il video e andate a vedervi chi sconfisse in una volata a due, un certo Sven Nys. Fioccava di brutto quel giorno, nulla a che vedere con la bella pista battuta della Val di Sole di qualche settimana fa, ma neve che si mischiava alla mota e diventava una poltiglia che rendeva tutto ancora più complesso. Ci sono alcuni passaggi tecnici fatti da Nys che puoi solo dire: è ciclocross. Anche le sbandate di Mourey hanno il loro fascino.
Tornando a noi, anzi a lui: prometteva bene Tom Meeusen che forse di quel talento ne ha fatto vedere solo a sprazzi.
Gli è rimasto quel nomignolo tanto che alla viglia della prova di Vermiglio in Val di Sole, che ormai ha fatto storia e che prova persino a cambiare le sorti del ciclocross (Giochi Olimpici? Chissà), un suo ex compagno di squadra, ora commentatore televisivo gli scriveva un messaggio: "domenica vinci tu".
Tom Meeusen si è portato dietro quel suo essere Ice Man, ma, realista, sfuggiva ai favori del pronostico.
«È un soprannome un po' vecchiotto in realtà, non credo di poter vincere in Val di Sole, ma di una cosa sono sicuro: amo la neve e mi rende felice: sono un grande fan di biathlon e sci di fondo!»
Spiegava sempre Meuseen: «Il mio vantaggio su certe superfici è svanito col tempo e con l'avvento dei freni a disco. Le bici di una volta ampliavano i margini da corridore a corridore quelle di ora sono più semplici da guidare».
Qualcuno dice che se Meeusen un po' alla volta è finito per scivolare a metà classifica è perché ha avuto "la sfortuna di nascere negli anni sbagliati" - d'altra parte non vi è scelta in questo.
Lui stesso racconta di come, con l'avvento dei due "van", abbia provato ad alzare l'asticella, si sia allenato ancora più duramente e alla fine ne è aumentata solo la frustrazione.
Però Ice Man resterà per sempre Ice Man, quello non glielo toglierà nessuno. Così come nessuno cancellerà la foto che lo immortala mentre batte, sotto la neve, uno dei corridori più grandi di sempre in questa disciplina.


Maghalie Rochette e la forma del fango

C’è stato un giorno, neanche troppo lontano, in cui Maghalie Rochette ha pensato di smettere. Era a bordo strada, a piangere, mentre i pedali non giravano e, sfinita, ha chiamato il suo allenatore. «David ho deciso di lasciare il ciclismo. Non ce la faccio più. Ho tanti altri interessi, la lettura, la scrittura, i podcast che realizzo, mi dedicherò a loro». Lui l’ha ascoltata e poi, seraficamente, ha ripreso a parlarle: «Vuoi mollare? Fai pure, non te lo impedisco e sicuramente hai le tue ragioni. Sappi, però, che un lavoro normale ti impiegherà circa otto ore al giorno e per le tue passioni non avrai comunque tempo. Il ciclismo ti stanca ma ti piace e, in ogni caso, il tempo te lo lascia».

Così Maghalie ha cambiato idea. Spesso si è sentita estranea, non al ciclismo ma all’Europa a cui è arrivata dal Canada, dal Quebéc. Dalle piccole cose perché il senso di appartenenza si crea attraverso i dettagli. Soprattutto attraverso la condivisione delle difficoltà. A chi le dice che il ciclocross è una strana disciplina, forse anche un poco folle, risponde che è vero ma è proprio per questo che attrae, è per questo che le si resta legati. «A volte sembra che la tua bici non sia attrezzata per tutto ciò che devi affrontare, ma ti basta riuscire a prendere quella curva che pensavi di non riuscire a tenere per dimenticare tutto. Ci sono erba, sabbia, colline, fango e ora anche ghiaccio». ha detto a Cyclingtips.

L’unico motore per andare avanti, a suo parere, è proprio la sperimentazione di nuovi territori e nuove prove: ciò che blocca è la paura delle novità, il restare a ciò che si è sempre fatto. Rochette è riconoscente al passato e alle atlete che con il loro operare hanno fatto in modo che il cross sia ciò che è oggi anche dal punto di vista economico. Tutti corrono per passione ma c’è un fatto di sostenibilità economica perchè «anche noi cicliste andiamo a fare la spesa».

Spesso Rochette si è trovata ad essere l’unica canadese in gara. In Canada, purtroppo, si investe ancora troppo poco nel ciclismo, lei ed il compagno investono nelle giovani generazioni, non solo in termini di denaro. I gesti contano: «Se un giovane mi vede andare a podio sa che può riuscirci anche lui. È una motivazione per entrambi». E lei è sempre lì, si butta nella mischia, prova, è spesso nelle prime.

Quando torna nel camper, dopo le gare, ad attenderla c’è Mia, il suo cane. Per esserci, questa femmina di Retriver, ha affrontato un viaggio di sei ore, da Montreal e Bruxelles. Rochette aveva dei dubbi, poi ha pensato che in aereo avrebbe dormito e che, in fondo, Mia non poteva che essere con loro, con la sua famiglia. La sua presenza significa normalità, significa una tranquilla passeggiata a sera, tranquillità. Poi ci sono i valori importanti, quelli che vengono in mente vedendo un cane che fa la festa al padrone che torna da lui: «Mia mi ha insegnato ad essere umile. A lei non interessa se ho avuto una gara brutta o se ho vinto. Per lei sono sempre la stessa».


Chiedi chi è Philippe Gilbert

Basterebbe dire che, professionista dal 2003, il 2021 è stato il suo secondo anno senza vittorie, la prima volta nel 2020. Forse ci si potrebbe anche fermare alle quattro classiche monumento, manca solo la Milano-Sanremo, o al Campionato del mondo 2012. Magari alla considerazione che ha vinto su ogni terreno, dalle pietre, alla pianura, agli strappi, alla salita, che conta 77 vittorie all’attivo, tante per non essere un velocista.
Il legame tra Philippe Gilbert e la vittoria parla di tutto questo e di una considerazione che il fuoriclasse belga ha fatto in un’intervista a Procycling. A quasi quarant’anni, dopo aver vinto praticamente tutto, all’ultimo anno da professionista Gilbert si chiede che effetto gli farà tornare a vincere. C’era abituato e ricorda bene di essere sempre stato in perfetto controllo, lucido, freddo. Ora non sa come reagirebbe. Ha, però, la certezza che quest’ultimo anno non sarà pura malinconia, che tornerà a cercare la vittoria e non si accontenterà di una gara minore pur di riassaporarla, non abbasserà il livello pur di riuscirci.
Forse una nuova vittoria avrà il sapore delle vittorie degli altri, dei compagni di squadra per cui Gilbert si è messo a disposizione. Sempre, a partire da Cadel Evans, sino a Caleb Ewan. «Quando sei tu a vincere- ha raccontato- sai esattamente cosa sta succedendo, gestisci la situazione. Quando fai di tutto per aiutare qualcuno a vincere, appena te lo dicono la felicità esplode». Perché non eri pronto a provarla, perché non sei nelle gambe dell’atleta per cui hai lavorato, non sai cosa ha provato ad ogni metro. C’è una fragilità particolare anche dietro quell’atteggiamento così sicuro, quello che il belga ha maturato negli anni.
La prima vittoria, come racconta, è certamente questione di merito, ma tornare a vincere è più difficile perché tutti sanno che hai vinto, che puoi farlo e quindi te lo chiedono. Tornare a vincere per Gilbert è prima di tutto volerlo e fare qualunque cosa sia necessaria. Lì dentro c’è il fatto che per molti mesi potresti non vedere la tua famiglia, che potresti dover non pensare ad altro che a quello, limitare tutto il resto.
Philippe Gilbert ha calcolato che, nella sua carriera, ha dormito nello stesso letto al massimo per due, forse tre settimane consecutive, forse per un mese nello stesso posto. In certi periodi è stato difficile, ma, oggi, è convinto del fatto che se ti limiti «a stare a casa» non va bene perché non ti fa bene.
Per il 2022 proverà a mettere un ulteriore tassello, come detto non cederà alla tentazione di accontentarsi: se finirà fra i primi cinque, fra i migliori, alla prossima Omloop Het Nieuwsblad sarà contento perché con loro vuole lottare. E se, un domani, un ragazzino, con fra le mani la prima bici, gli chiederà qualcosa del ciclismo, lui saprà rispondere a tutto, ma proprio a tutto.


Il giovane Owen

Vecchio a 26 anni, andateglielo a dire a Logan Owen che salvo modifiche al suo destino nel 2022 resterà senza squadra. Anzi tecnicamente è come lo fosse già. A settembre gli è stato comunicato che nel giro di qualche mese avrebbe dovuto restituire tutta l'attrezzatura: bici, divise, eccetera.

Sperava nel salvataggio della Qhubeka una volta compreso come nella EF non ci fosse più spazio per lui. Ha provato a bussare alla porta di altre squadre, trovandola chiusa.

E se qualcuno avesse seguito in maniera distratta la sua carriera, lo riportiamo noi sulla retta via: Logan Owen "non è Merckx" (cit.), ma nemmeno l'ultimo che passa. Lui si racconta come un corridore capace di muoversi in gruppo come fosse uno dei migliori; capace di leggere la corsa, capace di dare una mano al capitano entrandogli nella testa oppure come se lo potesse prendere per mano aiutandolo a entrare nei pertugi che si creano in quella matassa che è il plotone.

Giovane, altro che vecchio. Solido, altro che molle. Nel 2015 vinse la Liegi-Bastogne Liegi-Under 23 - oppure Espoirs, come preferite - battendo Sivakov e Guerreiro, due che si fanno o si stanno facendo bene e si faranno, anche tra i professionisti.

Ha mollato il ciclocross per la strada eppure nelle brughiere di tutto il mondo ha sempre detto la sua in maniera costante, pesante. 10 volte campione nazionale americano, nel 2013 arrivò 4° nel mondiale junior che si correva proprio negli Stati Uniti. C'era un unico favorito (indovinate chi? Il suo nome inizia per van, e batte bandiera olandese) che vinse. Dopo un problema in partenza, Owen rimontò dal 19° posto mostrando quando valesse nel muoversi tra le canalette in sella a una bici da cross. Alla vigilia pareva proprio l'unico contendente al titolo che spettava, quasi per assonanza con il suo talento, a Mathieu van der Poel.

Pare abbia deciso che, qualora le cose per lui dovessero andare male per la strada, si butterebbe nel gravel e si riconcilierebbe con il ciclocross. Ci ha pensato qualche settimana fa, facendo anche un pensierino al mondiale che nuovamente si correrà negli Stati Uniti, ma i problemi logistici lo hanno frenato: «Il problema - raccontava a Cyclingnews - è spostare me, la mia compagna, i miei cani e i miei due gatti» Un incubo, afferma.

Mentalmente, poi, trova difficile Owen allenarsi come se fosse sotto contratto. Un po' spingi, sì, ma poi dentro ti resta quella paura di non poter correre più l'anno prossimo.

E se non dovesse trovare un contratto? Il destino di Owen ha due facce. «Forse troverò un lavoro normale o tornerò a scuola. C'è un buon programma infermieristico da dove vengo, o potrei fare un po' di coaching per il ciclocross dalle parti di Seattle. Però se devo essere onesto ancora non so nulla di quale sarà il mio futuro». Che suona un po' come quella celebre farse di Salinger: "Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come se ne avessi tredici. È proprio da ridere, perché sono alto un metro e ottantanove e ho i capelli grigi". Vada come vada, il futuro tuttavia resta dalla parte del giovane Owen.


L'avventura di Tom Dumoulin

Tom Dumoulin era già tornato. Lo aveva fatto in silenzio, a bordo strada, in primavera. Poi lo aveva fatto in sella al Tour de Suisse, “un ragazzo al primo giorno di scuola”, nonostante il Giro d’Italia vinto nel 2017, nonostante i podi al Giro e al Tour. Al Tour de Suisse dove quella bicicletta era così simile a quella su cui pedalava da ragazzo, con poche paure, con la voglia scoprire e riscoprire. Aveva continuato a tornare all’Olimpiade, in quella voglia di porsi un traguardo e raggiungerlo, mentre la bicicletta iniziava a cambiare forma, a diventare qualcosa in più di una scoperta, ovvero un obiettivo.
Qualche tempo fa, in un’intervista al Magazine olandese Helden, aveva raccontato del perché, da ragazzino, aveva scelto il mestiere del ciclista: per tirare fuori il meglio di se stesso. E il meglio, per lui, ha sempre avuto a che vedere con la vittoria. Solo quando ha momentaneamente abbandonato il suo mondo, Dumoulin ha avuto qualche dubbio. Per quegli anni in più che si sentiva sulle spalle, per quel peso che si sentiva addosso.
Bisognava tornare leggeri per tornare a parlare di futuro.
Che Dumoulin parli di grandi giri in questi giorni è importante sopratutto perché significa che quella leggerezza è davvero tornata insieme a lui. «Puntare alla classifica generale di un grande giro è il meglio che si possa chiedere per un ciclista e io voglio puntare a questo il prossimo anno» ha dichiarato a De Telegraaf.
Allora tutti hanno iniziato a pensare a quale corsa si riferisse. Ci sono indizi che portano verso il Giro d’Italia, altri verso il Tour de France e altri verso la Vuelta. Nelle prossime settimane le cose saranno più chiare, nei prossimi mesi evidenti. Quello che già si sa è che Dumoulin ha cambiato modo di vedere le cose e lo ha fatto proprio grazie a Roglič, colui che lo ha battuto all’Olimpiade, colui con cui condivide la squadra. A “L’Équipe” ha detto che Roglič è una delle poche persone realmente in grado di ascoltare i problemi senza giudicare. Se avesse dovuto scegliere una persona da cui essere sconfitto, avrebbe scelto proprio lui.
Ascoltando e permettendo allo sloveno di ascoltare, Dumoulin ha iniziato a vedere in maniera diversa la sua carriera. Un’avventura, una semplice avventura. Da scrivere, progettare, inventare. Di cui essere fieri perché non capita tutti i giorni. A cui volere bene perché lo si fa solo e unicamente per se stessi.
Non sappiamo se la “farfalla di Maastricht” sarà all’altezza dei voli di pochi anni fa, se tornare per vincere vorrà dire davvero vincere. Però sentirlo entusiasta per i giovani prodigi con cui andrà a sfidarsi è una bella promessa. Sentirgli dire che «sarà un’occasione speciale e sarà stupendo a prescindere da come andrà, da quanto sarà difficile» fa il resto. Perché, se Tom Dumoulin parla così, significa che è davvero tornato quello di una volta. Anzi, meglio di quello di una volta. Con una nuova visuale sul mondo.


Alla scoperta dell'eliminator: intervista a Gaia Tormena

Gaia Tormena ricorda che, da ragazzina, nel bosco, si divertiva a fare impennate: se cadeva, si rialzava come nulla fosse e ricominciava a giocare con quella bicicletta. Non è cambiato molto e non potrebbe che essere così, perché la diciannovenne della Val d’Aosta sa bene che il ciclismo è uno sport troppo faticoso per continuare a farlo se non ci si diverte più, così, se si proietta avanti nel tempo, ha solo una speranza: «Fra cinque anni spero di divertirmi come adesso, altrimenti sarà un problema. Anche perché, per chi è cresciuto come me, è difficile pensare di fare altro nella vita».
Tempo fa, si era iscritta a Strava, ma tutti i suoi percorsi erano privati, nessuno poteva vederli se non lei e lei non si è quasi mai preoccupata dei percorsi degli altri, dei loro tempi, dei loro watt. «Credo sia una perdita di tempo e di tranquillità per un professionista. Per migliorare puoi lavorare solo su te stesso, questi strumenti invece continuano a metterti in competizione con altri e, alla fine, ti tolgono tempo e spazio per lavorare su di te». Già, perché per quanto le piaccia la competizione, Tormena sa che non è tutto, che c’è altro. Così, ogni tanto, chiama il suo allenatore e gli dice che stacca, che va al Bike Park di Pila e si butta in discesa. Giù, in libertà, come qualche anno fa.
Non tutti conoscono la sua disciplina, l’Eliminator, e a lei, che è Campionessa del mondo della specialità, piace raccontarla. Si tratta, ci dice, della disciplina sprint del fuoristrada: tra i cinquecento e gli ottocento metri fra ostacoli naturali o artificiali. Qualificazioni e poi gare a batteria, a torneo. In Italia è l’unica a praticarla a così alti livelli: «Quando mi applaudono alle gare ci penso. Penso che, in fondo, ciò che sarà dell’Eliminator, da noi, dipende anche da me, da ciò che riesco a fare».
Essendo una disciplina recente manca ancora una regolamentazione specifica. Soprattutto in Italia perché in Coppa del Mondo le regole sono rigide. L’Italia non ha una prova mondiale dal 2019. «Mi scrivono giovani allenatori e mi mostrano filmati di bambini che provano le nostre partenze. Sono spettacolari e si divertono molto, ma c’è ancora da lavorare per resistuire all’Eliminator lo spazio che si merita».
In primis vanno sconfitte le concezioni errate. «All’estero non interviene quasi mai un’ambulanza in queste gare. In Italia, invece, si considerano pericolose e forse lo sono ma solo perché mancano regole rigide, così ci sono cadute con conseguenze importanti. Per noi sarebbe un passo fondamentale l’affiancamento delle nostre gare a quelle di cross country, ma gli atleti di cross country hanno timore a correre sui nostri tracciati perché, senza quelle regole, rischiano seri infortuni, rischiano di rimetterci la stagione».
Inoltre, l’Eliminator è una possibilità per i giovani che possono gareggiare da subito accanto a un Campione del mondo, magari stargli davanti alla ruota per un giro, sfruttando quelle fibre veloci che si hanno da ragazzi. «Anche i commissari tecnici studiano questa disciplina. Per questo vado in pista a Montichiari o faccio lavori specifici su strada: cerchiamo di capire come si interfaccino le diverse discipline, cosa aiuta e cosa penalizza».
Diciannove anni e tanta maturità. Perché Tormena sa aspettare e spesso ne parla con papà. «Potrei passare in una squadra più grande rispetto al G.S. Lupi Valle d’Aosta perché le cose più importanti piacciono a tutti, ma sono ancora giovane e ho già tanto. Ho paura che il troppo mi tolga questa “fame”, questa voglia che sento. Mi spaventa l’idea di trovarmi a venticinque anni e avere la sensazione di avere già dato tutto. Per ora mi bastano i risultati per avere stimoli, quando quelli mancheranno, forse, li cercherò nell’ambiente, in una squadra più strutturata».
Se l’esplosività, fra qualche anno, dovesse venire meno si dedicherà alle discipline endurance, discipline di sviluppo più ampio in cui serve più resistenza. Guardare avanti, però, non significa solo questo. «Alcuni sponsor mi supportano ma queste discipline, ad oggi, difficilmente consentono di avere uno stipendio. Fino a qualche anno fa, era papà a comprarmi tutto e già il fatto di avere qualcuno a supportarmi con del personale mi sembra tantissimo. Però si cresce, gli anni passano e bisogna costruirsi una propria indipendenza. Lo sport è l’unico lavoro che ti impegna tutto il giorno, quasi tutti i giorni, è triste pensare che alcuni sportivi non possano pagarsi le bollette col frutto del loro lavoro. Il cambiamento è necessario».

Foto: Alessandro Di Donato