Godersela fino all'ultimo

Abbiamo aspettato così tante volte Richie Porte che a volte pareva farsi quasi beffa del nostro desiderio: lo attendevi e lui, puntualmente, mancava. Abbiamo imparato ad apprezzarlo, anche se all'inizio facevi fatica, lo trovavi strano, mentre poi c'era un altra grossa fetta di pubblico che semplicemente se ne fregava della sua presenza. Poi arrivò il Tour de France del 2020 con tutto il contorno, su cui oggi, tempi bui, preferiamo glissare una volta di più.
Arrivò quel Tour e qualcosa cambiò nella percezione: Porte partecipò andando incontro a uno sforzo enorme difficile da non considerare e persino complicato da comprendere. «Mancare alla nascita di un figlio è il sacrificio più grande che possa immaginare, ma sono altrettanto sicuro di poterlo e volerlo fare: sarò pronto per il Tour de France» raccontò alla vigilia.
Molti si chiesero come fosse possibile, se potesse davvero valerne la pena. Lui rispose conquistando il podio dopo averlo inseguito per un decennio fatto, spesso, perlopiù di delusioni. Rispose presente sul podio finale all'ammonimento di sua moglie in dolce attesa: «Farai meglio a non farti vedere col broncio in fondo al gruppo». Quella foto con l'Arc de Triomphe sullo sfondo, lui lassù insieme agli sloveni, fu come una liberazione.
Lo abbiamo imparato a conoscere in quella fuga bidone al Giro 2010 quando si andava verso L'Aquila, giornata tremenda, vinse Petrov e Porte andò persino in Rosa chiudendo 7° nella classifica finale. Lo abbiamo conosciuto semplicemente come "il tasmaniano"; gli abbiamo visto buttare via corse per le cadute, ma anche gli orbi erano a conoscenza di un talento che, nelle brevi corse a tappe, si trasformava spesso in qualcosa di più concreto.
Il 2022 segnerà le ultime pedalate in sella per Richie Porte, il tasmaniano, almeno per come ce lo siamo immaginati sempre noi, almeno per come se lo è immaginato sempre lui. Un buon contratto, duri allenamenti, programmare le corse, puntare al Tour e vincere brevi corse a tappe in serie; potenziometri e dieta, un numero da attaccare alla maglia, quell'amore sempre corrisposto dalla salita di Willunga Hill, in Australia, banalmente il suo feudo, quella salitella vinta per sei volte di fila, prima di una settima volta arrivata lo scorso anno.
Questi ultimi mesi Richie Porte ha ripercorso Willunga Hill, non era il Tour Down Under, ma era il Santos Festival of Cycling, corsa nazionale australiana che sostituiva per il secondo anno di seguito l'evento che abitualmente apre il calendario World Tour. Almeno in un mondo conosciuto prima della pandemia.
Se l'è goduta alla grande, come mai probabilmente fino a ora. «È stato emozionante per me - raccontava sorridente ai microfoni a fine gara con la maglia della selezione australiana - sono felice di essere tornato in gara qui per l'ultima volta, in un posto che mi ha visto diventare grande e dove ho pedalato per la prima volta 14 anni fa».
Se l'è goduta alla grande quella pedalata in mezzo a quelli che oggi sono il futuro del ciclismo australiano, lui che a guardarsi indietro è stato il passato e il presente del ciclismo oceanico. «Finalmente mi sono potuto rilassare godendo del pubblico sulle strade e ho visto anche un sacco di ragazzi australiani che pedalano forte: tra di loro sono convinto ci possa essere il nuovo Cadel Evans». E perché no, il nuovo Richie Porte.
Il nuovo Richie Porte, che non è poi così diverso dal vecchio Richie Porte, solo con qualche ruga in più e qualche migliaia di chilometri nelle gambe che non ne appesantiscono i desideri. «Al Tour ho fatto quello che dovevo fare e ora andrò al Giro, dove si è aperto un cerchio e dove si chiuderà. Ma senza assilli di nessun genere: l'unica cosa che la squadra mi ha chiesto è godermi il mio ultimo anno in gruppo. Sono contento perché questo era esattamente il mio piano a inizio stagione».
L'altro ieri lo abbiamo visto pedalare in tutta la sua essenza da Richie Porte, ritornato a vestire la maglia INEOS dopo una parentesi, quasi magica, in maglia Trek-Segafredo. Eccolo davanti in salita, nell'azione buona per andare al traguardo aiutando qualche suo compagno di squadra; poi lo abbiamo visto, pienamente in stile Richie Porte, incartapecorito giù per Colla Micheri, discesa da far venire i brividi anche al più spavaldo dei trapezisti.
Per il futuro, Richie Porte pare abbia intenzione di portare la sua esperienza ai giovani australiani, ha già preso sotto la sua ala Plapp con cui si è allenato in Tasmania e pensa già a quello che sarà più avanti: «Fra dieci anni mentre guarderò il ciclismo in televisione potrò dire con orgoglio ai miei figli: guarda, quelli sono i ragazzi con cui ho corso in bicicletta». Ora basta, però, è tempo di godersela fino all'ultimo.


Siena declina l'attesa della Strade Bianche

Se non avessimo già saputo che questi, a Siena, sono giorni particolari, lo avremmo capito quando, scendendo da un treno giunto in stazione con diversi minuti di ritardo, un ragazzo, mentre fissavamo la sua bici con tanto di bagagli fissati alla bell'e meglio, ha detto a qualcuno lì vicino: «Manca sempre meno». Certo non ha parlato di Strade Bianche ma a cos'altro poteva riferirsi?
Il fatto è che Siena è una città in attesa e se ne accorgerebbe chiunque. C'è qualcosa di strano nell'aria: quel guardarsi in giro con aria di cercare un ciclista , un'ammiraglia o un bus. Nei bar del centro un signore ci dice che è un'attesa particolare perché si rinnova ogni anno. Non a caso la parola che usa è appuntamento: «Credo sia parte di ciò per cui gli altri ci conoscono. Una sorta di parola chiave per capire di che città stai parlando. Di Siena si possono dire tante cose, però, quando qualcuno sa che vieni da Siena di solito ti chiede: "E il Palio?". Dopo poco tempo, segue: "E la Strade Bianche?"». Ci dice che succede perché ogni anno, più o meno nella stessa data, le persone sanno cosa accadrà qui intorno.

L'attesa dicevamo. Quella per cui ci si volta attenti al passaggio di ogni bicicletta. In certi casi capisci lontano un miglio che non si tratta di ciclisti professionisti, ma meglio controllare, non si sa mai. Perché, poi, anche i ciclisti in queste vie del centro si comportano come un pedalatore qualunque. A tratti devono zigzagare tra la gente e allora senti “op-op-op-op" che è poi un modo internazionale di segnalare il proprio arrivo. Potrebbero dire qualcosa nella propria lingua, sarebbe intuitivo il significato, invece dicono così e qualcosa significherà. Succede spesso, succederà anche domani.

Ma non solo per questo i ciclisti sono come tutti gli altri. Un fruttivendolo racconta di quando tempo fa, qualcuno si fermò da lui a prendere qualche mela. Capiamo che non è appassionato di ciclismo, non ricorda il nome e nemmeno la squadra, ma ricorda benissimo di quelle mele «lasciate ai ciclisti della Strade Bianche». Come se queste persone avessero bisogno di sentirsi utili per i ciclisti che attraversano le loro città.

Aspettare ripetevamo. Come tutti coloro che si affacciano dai vari accessi di Piazza del Campo, danno un occhio e, se non scorgono nessuno, proseguono sulle strade a lato. Pensate il ciclismo cosa combina: si può anche aspettare a passare in Piazza del Campo per cercare qualcosa che ha a che vedere con la bicicletta. Anche se è presto, anche se non si può ancora vedere molto. Arrivano appassionati, lasciano la bicicletta appoggiata al muro, magari già sporca di terra e si siedono a bere una birra. Qualcuno parla in una lingua che non conosciamo ma ci suona familiare: qualche domanda e scopriamo che è fiammingo.

Ci sono sempre tutte le finestre che si affacciano e quei vetri da cui, ogni tanto, qualcuno guarda fuori e indugia, per esempio per quel signore con una bici d'epoca e un sigaro in bocca che intravediamo qualche secondo e poi scompare.

Per chi è in Piazza del Campo aspettare è aspettare un suono, un rumore, l'insieme delle voci «che quando c'è tanta gente non senti nemmeno la tua voce, puoi sgolarti come ad un concerto». Ci dicono così. L'attesa è diversa, ma neanche tanto, sugli sterrati, dove è un aereo nel cielo a far presagire l'arrivo del gruppo. Presagire sì, perché con quella terra che si alza avresti dei dubbi. Qualcuno ci dice che si aspetta "la nuvola" che altro non è se non l'insieme dei ciclisti.

L'appartenenza la senti quando ti dicono che sono andati a vedere qualche sterrato per intuirne le condizioni o quando li senti al bar parlare del tempo di sabato, quasi fossero loro a dover correre. Invece stanno solo aspettando. «Cos'è l'attesa?» chiediamo a una ragazza in tenuta da ciclista.
«Quella cosa per cui non vedi l'ora che arrivi la gara, ma, poi, ripensandoci speri serva ancora molto tempo perché, se arriva, finisce tutto». Questa è la voce del verbo aspettare in un giovedì pomeriggio, a Siena.


Le uniche guerre che possiamo comprendere

Una Milano Sanremo è una guerra di trincea: tutti fermi immobili fino al momento buono. Bisogna avere pazienza, cogliere l’attimo e sperare che basti: Una volta fuori dalla trincea, o la va o la spacca.

Una Parigi Roubaix è una battaglia campale di fanteria: un gran casino di fango e sangue. Tutti contro tutti al punto di non capire più chi combatte con chi. Fino a quando cala il silenzio e dal fango emerge il vincitore.

Una cronometro è una guerra lampo: partire forte, accelerare e finire in apnea, sperando che finisca il prima possibile. Altrimenti, se non finisce presto, finisce comunque in un altro modo.

Una gara Zwift è una guerra informatica: si combatte senza mai incontrarsi di persona. Però è piuttosto efficace a tagliarti le gambe in poco tempo, molto meno di una di quelle che si combattono “dal vivo”

Una gara di ultra-cycling è una guerra di logoramento. Tutto sta a procurarsi i rifornimenti ed essere gli ultimi a finire le energie. Gli ultimi a cui vien voglia di alzare bandiera bianca.

Ecco. Queste sono le uniche guerre che capiamo. Quelle in lycra, le uniche divise che possiamo tollerare. Quelle di Goodwood le uniche fucilate che vogliamo vedere (e rivedere all’infinito). Tutto il resto, nel 2022, semplicemente non dovrebbe esistere.


Kévin Vauquelin: un neopro sulla Montagna Verde

Se nel ciclismo esistesse il premio dedicato al corridore migliorato maggiormente (una sorta di "Most Improved Player" che assegnano nell'NBA, per dire), non avremmo alcun dubbio su chi puntare dopo questo primo mesetto di gare.
È bastata una manciata di chilometri, un pugno di corse, per farci sobbalzare dalla sedia. Al Tour of Oman, infatti, negli ordini d'arrivo delle ultime tre tappe è spuntata la sagoma di un giovane francese; è spuntato il nome di Kévin Vauquelin che ricorda "Voeckler" ma solo per l'assonanza del cognome. Classe 2001, buon talento, sicuramente, ma non di certo quel corridore che una volta passato professionista lascerebbe a bocca aperta gli osservatori, eppure...
Siamo a febbraio, qualcuno avvicina questo periodo dell'anno ciclistico al calcio d'agosto, quindi verità da prendere con le pinze, menzogne da smascherare, eppure...
Eppure quel Vauquelin in cima a Green Mountain è andato forte, stupendo e stupendosi. Non conosce ancora i suoi limiti, ma come potrebbe: «Ho corso pochissimo in montagna tra i dilettanti in Francia nelle ultime stagioni: sinceramente non pensavo di riuscire a ottenere risultati del genere tra i professionisti» ha raccontato a fine gara.
Normanno di Bayeux, Vauquelin; normanno, come quelli a cui piace attaccare col vento in faccia, che hanno indole da guerrafondai, che se potessero si porterebbero dietro la bandiera da pirata, una benda sull'occhio, un coltello nella tasca. Un normanno di vento in faccia se ne intende.
Forte soprattutto a cronometro: lo scorso anno campione nazionale under 23, due anni prima stesso titolo, ma tra gli juniores. Forte sul passo, vien da sé immaginarlo, valido o qualcosa in più anche quando l'aria viene incanalata nei velodromi: le sue azioni hanno il loro perché anche sul parquet dove ha conquistato medaglie mondiali a livello giovanile, ma è il suo passo in salita che ha meravigliato. Compreso se stesso e i suoi tecnici.
Da quando ha smesso di studiare si è messo in testa seriamente di fare il ciclista e lo fa da un paio di stagioni, per lui passare professionista non è un punto d'arrivo, «ma un primo passo verso quello che potrò diventare».
Sostiene (ma sarà vero?) che la “Montagna Verde” potrebbe aver favorito il suo rapporto peso potenza, con quei tratti che parevano un'autostrada in salita, pur con pendenze in doppia cifra: «Un tipo di salita da gestire un po' come si gestisce una cronometro» ha detto proprio così. Così come non ci sono alcun dubbi sulla partenza a cannone dell'Arkéa, complice pure la lotta per una manciata di punti tra alcune squadre con lo scopo di entrare o di restare nel World Tour. A fine stagione si rinnovano le licenze.
È vero tutto quello che volete, ma la parabola di Kévin Vauquelin è una di quelle da scoprire, per capire fino a dove porterà. Non un predestinato, ma intanto, sicuramente, fra le sorprese di questo inizio 2022.


Domenico Pozzovivo avrebbe anche potuto essere stanco...

Diciamoci la verità: Domenico Pozzovivo avrebbe anche potuto essere stanco. Sarebbe stato anche umano, troppo umano per dirla con Nietzsche. Non sono, invece, così umane quelle undici viti e quella placca che i medici usarono per sistemargli la gamba dopo l'incidente allo Stelvio, nel 2014, quando un gatto gli attraversò la strada in allenamento. Non sono umani tutti gli incidenti che ne hanno martoriato il corpo, spesso prima dei grandi appuntamenti, talvolta all'interno degli stessi. E nonostante tutto Pozzovivo è finito per ben sei volte fra i primi dieci del Giro d'Italia, per due volte quinto. Ha vinto a Lago Laceno, quella montagna sfuggita al Pirata nel 1998.

Quando Qhubeka ha annunciato la chiusura, Domenico Pozzovivo, senza, avrebbe potuto essere stanco, a trentanove anni, di tutto ciò che era già successo. Dei momenti di paura che il ciclismo gli ha lasciato addosso: al Giro d'Italia 2015, con quel volto sbattuto a terra, quegli attimi di terrore. Solo tre anni fa quando sembrava che un'auto in allenamento avesse messo fine a tutto. Persino lo scorso anno, quando ad Ascoli, al Giro d'Italia, si è dovuto fermare perché quelle ossa, quei muscoli, ne avevano già viste troppe e una caduta lo aveva ancora messo in ginocchio.

Avrebbe potuto e invece ha continuato ad allenarsi come se la squadra l'avesse e non era sicuro di trovarla. Sapeva solo che un ciclista vuole essere libero di concludere la carriera quando decide lui, uno sberleffo dritto in faccia alla sfortuna. Tempo fa, un tifoso ci disse che amava Pozzovivo perché "non sembra un ciclista". Abbiamo capito che parlava della sua semplicità, del suo essere sempre contento o del suo mostrarsi contento per poi risolvere da solo i problemi, anche quelli che sembrano troppo grossi. Come essere senza squadra a quasi quarant'anni.

Poi è arrivata l’Intermarché e Pozzovivo era pronto. A trentanove anni potrebbe ancora prendersi sulle spalle la squadra al Giro d'Italia. Non sono promesse vane, basta aver guardato la seconda tappa della Vuelta a Andalucia, quella vinta da Alessandro Covi davanti a Miguel Ángel López e Iván Ramiro Sosa, sul primo arrivo in salita. Domenico Pozzovivo "ha la gamba" come si dice in gergo. Ottavo, ottavo dopo l'inverno che ha trascorso, ottavo sul suo terreno. Aveva sempre detto di crederci, dopo quasi ogni incidente e anche dopo essere rimasto senza squadra. Ma dirlo è anche facile. Pozzovivo lo ha fatto e ieri è stato un antipasto, il cui significato si vede bene guardando indietro, per una volta. Quando Pozzovivo avrebbe potuto essere stanco, invece non lo era. Questo è il punto.


Le paure di un ciclista

Accadono molte cose all'inizio di una discesa. Mantelline, fogli di giornale e posizioni aerodinamiche sono visibili a tutti, poi c'è quel che non si vede. Cosa pensa un ciclista mentre inizia a scendere? In gruppo dicono che, in realtà, la discesa è qualcosa di irrazionale e per questo può incutere timore. Irrazionale perché normalmente è l'uomo ad avere il controllo del mezzo, della bicicletta, in quel caso invece quel controllo è fragile. Normalmente l'uomo accelera, spinge anche a fatica per far girare quelle ruote, quei pedali, in discesa bisogna frenare per rallentare una rincorsa automatica della bicicletta. Le discese possono fare paura e serve molto lavoro per risalire la china di quel blocco, di quando il corridore frena solo, non vuole più andare avanti, ha paura di lasciarsi andare.
Pierre Latour sta facendo questo lavoro perché dopo la caduta in discesa del 2019, in allenamento, quella che gli costò la frattura di entrambi gli arti superiori, le discese sono diventate un problema. Tra l'altro, nel suo caso, il problema fu causato da una buca del manto stradale e questo essere senza controllo lo terrorizza ancor più: «Come si fa a fidarsi nel mollare i freni quando non sai cosa c'è dietro la curva?». Anche perché, in discesa, non puoi frenare di colpo e in ogni caso la frenata ha un tempo prima di bloccare il mezzo. Quando parla di discese, Latour non è più lo stesso e noi possiamo solo immaginare cosa gli si smuova dentro mentre vede video di downhill che dovrebbero aiutarlo a migliorarsi. Alla fine ha capito che la sua paura è in parte lì, sulla strada che scende e in parte altrove. Perché le cadute in discesa sono rovinose, si rischia di perdere la stagione e lui, a fine stagione, quando non ha più nulla da perdere va meglio, si sente più libero.
In TotalEnergies stanno provando a invertire il meccanismo classico attraverso cui Latour ha affrontato le discese, ovvero quello di mettersi davanti al gruppo, per fare in modo di poter frenare senza staccarsi del tutto. Negli anni scorsi, Latour aveva anche i compagni a proteggerlo in discesa perché lo spaventava anche lo spostamento d'aria causato dal passaggio di un atleta che ti sorpassa a tutta. Perché nelle paure fa tanto il ricordo del male, del dolore fisico e psicologico, e quel ricordo esaspera tutto, anche se il corridore che ti sorpassa è distante: tu lo vedi vicino, attaccato, addosso. Perdi lucidità e, alla fine, realizzi ciò che temi: o ti fermi o cadi davvero.
E gli altri? Cosa fanno gli altri? Le persone che hai vicino, lo staff, anche i compagni, forse. Da lì iniziano ad arrivare i consigli, tutti in buona fede, assolutamente. Ma è anche questa la difficoltà di un corridore, quella che, nel caso di Latour si innesca all'inizio di una discesa: «Chi ascolto? Qual è il consiglio giusto?». Ci sono regole generali, poi c'è la soggettività, ciò che è giusto per te, per la tua singola paura, per il corridore che sei.
A Calpe, negli scorsi giorni, Latour ha ripetuto varie volte la stessa discesa, con i compagni a controllare che non passassero auto e l'allenatore a "dirigerlo". Poche persone a dargli consigli, perché è meglio così. Una tranquillità simulata che gli ha permesso di essere sereno conoscendo ciò che c'era dietro la curva, che gli ha permesso di trovare calma e serenità da affiancare al ricordo negativo e poi di passare oltre. Già, perché sarà questo il prossimo passo: evitare di anticipare il plotone in testa, stare lì in mezzo, correndo anche il rischio, sentendo anche la paura, evitando però di tirare i freni perché non è vero che un ciclista non può avere paura delle discese. È, però, vero che un ciclista non può permettersi di non affrontare discese e da quando prende coscienza della paura ha il dovere di lavorarci. Per arrivare a valle.
C'è anche questo in un ciclista in vetta a una montagna, c'è anche questo nella posizione di un ciclista mentre si butta in discesa. Ci si può chiedere quale paura o quale coraggio lo porti lì, perché in lui ci sono le paure di un corridore, di ogni corridore.


Dirsi la verità a qualunque costo: intervista a Giovanni Lonardi

Giovanni Lonardi si augura di ricordare per molto tempo la vittoria alla Clàssica Comunitat Valenciana a fine gennaio. Tra l'altro, in quella gara, Lonardi non avrebbe nemmeno dovuto esserci ed è stato convocato pochi giorni prima per sostituire un compagno. A inizio stagione le sue gambe hanno sempre girato bene, il punto è che quella sensazione di serenità che lascia la vittoria rischia di svanire presto se non ci si ripete e questo è un problema.
Non è stato un anno facile l'ultimo per Giovanni, per questo ha scelto di cambiare squadra e di passare dalla Bardiani alla Eolo-Kometa. Qualcosa si era rotto dopo la mancata convocazione al Giro d'Italia, uno dei traguardi più importanti per una Professional. Cambiare non gli piace, se sta bene, anzi, è abbastanza abitudinario ma, a venticinque anni, è certo che se le cose non vanno bisogna assumersi la responsabilità di cambiare. Sempre quei venticinque anni lo hanno portato a riflettere sulla sincerità nel proprio lavoro: «Non correre un Giro d'Italia fa male soprattutto quando sai che avresti avuto la forma per partire. Da corridore è difficile ammettere che non si è pronti e chiedere al direttore sportivo di scegliere un altro. Davanti a quell'occasione si diventa egoisti. Penso sia fondamentale trovare quel coraggio, anche se pesa, e far notare al direttore sportivo ciò che magari non ha notato, anche se significa rinunciare a una tappa importante della stagione».
Giovanni Lonardi ha cambiato, sarebbe potuta andare male, invece è ripartito col botto. Ammette che serve coraggio per scegliere perché non sai mai come andrà, ma non vuole porre l'accento su questo aspetto perché «nella vita normale è tutto più difficile. Io ho cambiato ma faccio comunque il ciclista, ci sono persone che lasciano il proprio lavoro e devono reinventarsi in ruoli di cui non conoscono nulla». Il suo ruolo, ad oggi, è quello di velocista, non puro però. Quella gamba veloce di cui è dotato fa la differenza soprattutto in percorsi mossi, quando lo sprint è in un gruppo ristretto. La vittoria che glielo ha fatto capire a Forlì, nel 2018, al Giro Under23. Di strada ne ha fatta molta da quel giorno, assegnando sempre maggior valore al lavoro, perché da ragazzo gli capitava di prendere alla leggera qualche allenamento. Poi si cresce e si matura.
Per questo, se guarda avanti, Lonardi si lascia più possibilità: «Magari resterò velocista, magari scoprirò che sarei più utile come ultimo uomo. Ma non è detto, potrebbe essere necessario migliorare in salita. Bisogna essere pronti a cambiare, essere agili in questo senso». Per intanto, continua a provare il treno che deve guidarlo in volata, sicuro del fatto che per quanto si provi, la vera prova è la gara perché ci sono situazioni non simulabili in allenamento.
Crede che la sicurezza stradale sia un punto su cui ognuno ha il dovere di lavorare, perché le cose non sono ancora cambiate. Del ciclismo gli piacciono molti aspetti, viaggiare ad esempio, ma, da quando è diventato un lavoro, qualcosa è cambiato: «Una vittoria ti lascia molto più di ciò che ti tolgono i sacrifici. Per mettere il bilancio in pari bisogna anche vincere. Capita il giorno in cui sei contento anche solo di allenarti e questo vuol dire molto, però, in una carriera, di giorni ce ne sono tanti e uscire in allenamento non è sempre così piacevole. Soprattutto se ti alleni e i risultati non arrivano».
È giovane e, in un modo o nell'altro, si sente vicino a quei ragazzi che alla sua età devono smettere e ricominciare da capo. Lui non ha mai pensato a cosa avrebbe fatto se non avesse fatto il ciclista, ma il suo realismo gli impone di pensare a cosa avrebbe fatto se non avesse trovato una squadra o se dovesse trovarsi in una situazione simile. «Siamo troppo giovani per avere già da parte qualcosa che ci permetta di aspettare a cercare un lavoro. Non sono per restare attaccato a tutti i costi al ciclismo: fino a quando ci sono le possibilità per farlo e farlo in un certo modo sono contento di essere ciclista. Se non fosse capitato avrei cercato un altro lavoro, senza troppi rimpianti. Dobbiamo avere il coraggio di dirci chiaramente quando non è il caso di insistere. Si tratta di onestà con se stessi».


Il coraggio e l'orgoglio: essere paraciclisti

La nazionale di paraciclismo sta cambiando ed è di questo cambiamento che vogliamo parlare. I paraciclisti conoscono bene ogni sfumatura del verbo cambiare perché, se sono lì, è proprio perché qualcosa, nelle loro vite, è cambiato.
Claudia Cretti, ad esempio, ci ha detto che all’inizio non avrebbe voluto far parte del paraciclismo, che, quando dei ragazzi l’hanno invitata a provare, non ha capito perché lo chiedessero proprio a lei, a lei che aveva subito un trauma cranico in un incidente. Anche Claudia è cambiata, per quello che è successo, per le scelte che ha fatto e per quello che ha accettato. Così oggi non ha dubbi quando dice: «Sono una paraciclista». Ha visto diversamente la disabilità, ha visto diversamente i limiti.
Il cambiamento della nazionale non è poi molto diverso. Rino De Candido, nuovo Commissario Tecnico, sostiene che questi atleti hanno una capacità rara di affrontare i problemi e arrivare a una soluzione. Per questo nel primo incontro ha detto: “Tutto quello che dovete fare è sapere chiedere. Se avete bisogno di qualcosa, se avete un problema, sono qui per quello”. Perché anche chi ha imparato a cavarsela da solo, nonostante tutto, ha bisogno di aiuto. Claudia Cretti ricorda che, l’anno scorso, si trovava spaesata di fronte a questi allenamenti da gestire da sola, senza alcuna indicazione: «Nel professionismo ero guidata in ogni dettaglio, mi sono chiesta perchè qui non accadesse. Le altre nazionali, Inghilterra, Canada, Usa, hanno sempre ragionato in termini diversi: i paraciclisti sono atleti e in quanti atleti vanno seguiti».
Nel primo ritiro, pochi giorni fa, si è lavorato in pista, sulla partenza da fermi, sull’agilità, anche sui dettagli minori, quei pochi millimetri della sella in più o in meno. De Candido ha parlato con ciascuno e ad ognuno ha fatto un discorso diverso basato su ciò che ciascuno è. Questo è il senso della fiducia di cui Cretti ci racconta: «Ha visto ciò che già funziona e ciò che è da cambiare. Mi ha detto chiaramente che tutto sta nella testa e nella decisione di fidarsi. Voglio fare ciò che dice De Candido». Ascoltare, guardare, accettare e mettere in pratica. A questo sono serviti i test sul ciclomulino a cui la nazionale di paraciclismo non era abituata.
La nuova nazionale sarà più squadra perché ci saranno dei ruoli, perché essere a tutta dall’inizio della stagione alla fine, oltre ad essere controproducente, non ha senso. I momenti di stacco, di scarico, sono importanti quanto i picchi. De Candido ha parlato di armonia perché in squadra non ci sono rivalità: ognuno deve mettere a disposizione il meglio che ha e il tuo meglio è importante come quello dell’altro. Anche se sembra piccola cosa, anche se fatichi a crederlo così importante.
Francesca Porcellato ha tutto nelle braccia, quelle braccia che sono passate dall’atletica, allo sci di fondo e poi alla bicicletta, ma quando ha incontrato la prima volta Claudia glielo ha detto: «Le tue gambe sono forti come le mie braccia». E già qui c’è tutto, a cominciare dalla volontà di guardare la parte sana e salva della realtà, l’unica che permette di guardare al futuro. Anche le diverse età della nazionale sono un punto di forza perché età significa esperienza. Michele Pittacolo ha avuto la stessa problematica di Claudia, ma avendo più anni sa cose che Cretti deve ancora scoprire, così gliele dice, gliele racconta.
Poi c’è la nuova linfa, quella senza cui non c’è futuro. La nazionale vorrebbe inserire altri giovani, più giovani, se possibile. Anche chi non ha mai vestito la maglia azzurra. Perché necessari per la nazionale, ma soprattutto per loro, per quanto può aiutarli. È questa l’idea di Claudia Cretti: «Come me ci saranno tanti altri ragazzi col desiderio di fare sport ad alti livelli che pensano di non potere, di non riuscire. Che magari non vogliono fare paraciclismo. Dare un segnale a questi ragazzi è importante perché si sta male quando si pensa di non avere una possibilità. Dare un segnale a questi ragazzi può cambiare ancora tanto».


Genitori e figli

A tutti sarà capitato di vedere il riso o la pasta che gli atleti mangiano al termine della gara, per recuperare. A noi, qualcuno fra i più giovani, nelle categorie minori, ha raccontato la dedizione con cui la madre sceglieva il contenitore per mettere quella pasta. Di quella cucina con l’acqua a bollire al mattino alle quattro, quando si sarebbe potuto preparare tutto anche la sera prima, ma “già è quasi scondita, almeno mangiala fresca”. E ancora, la difficoltà per chi non è abituato, di preparare qualcosa di adatto a pranzo o a cena, anche in settimana, lontano dalle gare. Delle madri e dei padri che provano, sbagliano, chiedono e riprovano.
Altri ci hanno parlato dei viaggi che i genitori fanno. Magari per andare in Puglia il sabato e tornare la domenica, partendo dalla Lombardia o dal Piemonte, per accompagnare i figli alla gara. Di quei genitori che in settimana tornano tardi dal lavoro, ma una domanda su com’è andato l’allenamento la fanno sempre e, se quel giorno “la gamba non girava”, cercano argomenti per spiegarti che devi continuare, che domani andrà meglio. Tanto che non immagini neppure i problemi che hanno sul lavoro, perché in quel preciso momento non contano più, contano i tuoi problemi. E il camper non si compra per andare in vacanza, si compra per accompagnare i figli alle corse, perché possano viaggiare più comodi, perché possano avere tutto a disposizione.
Potremmo raccontare di quei figli che, nel fuori stagione, hanno cercato qualche lavoro da fare per aiutare e aiutarsi. Perché iniziare a pedalare vuol dire scegliere di investire su stessi, ma, non nascondiamoci, soprattutto all’inizio vuol dire anche spendere molto per avere l’attrezzatura giusta, perché anche quello conta. Parliamo di biciclette, parliamo di tubolari. Parliamo di genitori che chiedono ai figli di non farsi remore, di chiedere ciò che serve, di comprare il meglio che serve, perché, anche ci fossero sacrifici da fare, si fanno volentieri. Sono figli che, spesso, crescono prima, perché lontani da casa devono fare tutto da soli. Perché l’età adulta in realtà non è un’età ma un modo di essere o di vedere le cose e se fai una certa strada quel modo lo acquisisci presto. Forse anche troppo presto, dice qualche genitore.
E ancora ci sono le bende e i cerotti da controllare a sera, da togliere delicatamente per non fare troppo male. Di quelle ferite si inizia a chiedere da bambini e non si finisce mai perché i genitori si ricordano quasi sempre dov’è quel taglio o quella botta. Ci sono le immagini in televisione che i genitori vorrebbero sempre vedere ma di cui hanno anche paura perché “se succede qualcosa, siamo distanti”.
A loro non interessa non poter far nulla, a loro interessa essere lì, da qualche parte. Accanto al medico che ti visita o al tavolo della colazione mentre quella pasta, così presto, fatica ad andare giù. Vicini. Genitori e figli.


Maxi Richeze: fino alla fine del Giro

Scorgendo la sagoma di Maxi Richeze all'orizzonte, puoi immaginarti alla sua ruota nomi come quelli di Modolo, Kittel, Viviani o Gaviria. Ultimamente potrebbe figurare pure quella di Molano, sempre circoscritto da una sorta di ingenua malinconia, ma tuttavia talentuoso. Succede poi, come, con il solito numero da pesce-pilota, Maxi Richeze permette al colombiano di recuperare e battere sulla linea d'arrivo Albanese: accade all'ultimo Giro di Sicilia ed è uno dei tanti episodi che hanno elevato le capacità di Richeze all'ennesima potenza.
Gaviria, raccontava tempo fa Richeze, è il più forte tra quelli che ha portato fuori a velocità impensabili in mezzo a tutta quella confusione che sono le volate. Facile a dirsi in quanto c'è stato un momento in cui Gaviria pareva un missile - anche se non ha mai sopportato quel soprannome.
Modolo, fu il suo primo capitano nel World Tour e proprio per questo gli deve tanto. Pensiamo che la cosa sia reciproca. Mentre definiva Kittel irresistibile in pianura, fino a che la strada non saliva, e di Viviani, disse una volta: «È quello che mi ha dato di più, professionalmente e umanamente».
Quando scorgi la sagoma di Maxi Richeze ti vengono in mente volate, velocisti e Argentina. Una famiglia di ciclisti, lui secondo di quattro fratelli, tutti aggrappati a una bicicletta. Quando era piccolo scappava da scuola e correva a casa per vedere gli sprint di Cipollini. «Ha cambiato la percezione del pubblico riguardo agli sprinter».
Sbarcò in Italia da Under 23, precisamente in Veneto con la maglia del Team Parolin, grazie ai contatti avuti con Mirko Rossato, e quando sembrava sul procinto di diventare velocista di livello fu fermato per un problema di positività: ancora oggi non si capisce molto bene cosa sia successo. «Potevo prendere e mollare tutto, ma in realtà mi ha dato ancora più motivazione».
Nel tempo ha vinto, sì, ma soprattutto ha legato rapporti e fatto vincere. Ci si poteva fidare di lui ciecamente e quando in una formazione leggevi il suo nome avresti detto: c'è Richeze, vince il "suo" velocista.
E oggi, quando leggi Maxi Richeze da qualche parte, sai che di tempo ne è passato: da quelle scorribande nei dintorni di casa sua con la bici, alle gare su pista, alla prima maglia arrivato in Europa, fino alle volate che i suoi compagni hanno vinto grazie a lui.
Quando leggi Maxi Richeze sai che stava per smettere, praticamente pochi giorni fa, mentre invece lo vedremo tirare ancora qualche volata; vedremo ancora velocisti fidarsi ciecamente di lui standogli a ruota.
Almeno fino alla fine del Giro e poi si vedrà.