In cima al Teide, il passaggio delle nuvole è particolare ed Elisa Longo Borghini lo ha notato proprio lunedì, quando si è trovata a pedalare fra quelle nuvole basse che avvolgono pietre e terra. Dopo qualche metro, la mantellina era bagnata, piena di minuscole gocce, come se piovesse, in realtà il cielo era limpido, ma, «sarà l’altitudine del Vulcano, sarà che quelle nuvole erano davvero radenti il terreno, si ha la sensazione di sfiorarle». Non le era mai capitato e, anche mentre ce lo racconta, fatica a spiegarselo. Le montagne, in fondo, possono sorprendere anche chi le scala da sempre. In realtà, però, oggi Longo Borghini ha in mente un’altra cosa, una frase che torna da molti anni fa. Una frase che dice così: «Io non sono capace di farti tanto male».

Sarà perché martedì è stata giornata di test e al Teide è arrivato Paolo Slongo, il suo preparatore, da molti anni, non da sempre, però, perché, nei primi tempi, Elisa era preparata dal padre.
Ferdinando Longo Borghini allenava i fondisti, si occupava dello sci di fondo, e, quando la portava a fare le salite, diceva più o meno così: «Negli ultimi cinquecento metri, fai il medio, la soglia e poi lanci la volata». Elisa ricorda ancora le volte in cui lo guardava e: «Ho i battiti alti, papà». Lui rispondeva con naturalezza: «Tira su un dente». Longo Borghini aveva la sensazione che per suo padre la fatica fosse qualcosa di inevitabile, non solo nel ciclismo, nella quotidianità, per questo l’accettava: bisognava sopportare e continuare a spingere. Anzi, abituarsi a farne di più. È cresciuta così, almeno fino a quando il padre le ha detto che ormai era tempo che percorresse la sua strada affiancata da un preparatore professionista.

«Non volevo, perché mi trovavo bene con lui, perché significava ripartire da capo e chissà come sarebbe andata. Ho chiesto molti perché: mi ha detto che era il momento per lui di farsi da parte, che le cose diventavano più importanti e che bisogna lasciare che un figlio percorra da solo la propria strada. Ad un certo punto, ha riso. Mi ha fissato, lo ricordo come fosse adesso: “Poi, se vuoi sapere la verità, io non sono capace di farti tanto male”. Quella frase l’ho capita tempo dopo, ho capito il bene che c’era dentro: quando ci si prepara, ci si allena, si soffre e non tutti riescono a vederti così». Prendete, ad esempio, la giornata di ieri: cinque ore di allenamento e il test del lattato.
Funziona in questo modo: un tratto di salita, un chilometro e mezzo, un piccolo esame del sangue per verificare il valore del lattato prima di iniziare a pedalare e si torna a ripetere continuamente lo stesso tratto. Ogni volta che si arriva in “vetta” si ricalcola il valore, fino a che si raggiunge un parametro standard, denominato soglia, quattro millimoli. Da quel momento, si ripete ancora il test, da fermi, per due volte, dopo tre e sei minuti. Ciò che emerge fotografa la condizione attuale dell’atleta: «Non sarò in piena forma per le prime gare, ma da marzo penso di sì, lì potrò dire la mia». A noi, allora, viene naturale parlare di scatti, di quando si lascia il gruppo o il gruppetto sul posto e si va via, si va a vincere. Cosa c’è di più naturale della tentazione o della voglia di scattare per una ciclista?
«Ti confesso che, all’inizio, scattare mi faceva paura. C’è un gruppo di cento atlete e tu, da sola, parti, attacchi. Nei primi tempi, sembra quasi una lesa maestà al plotone. Mi vergognavo ad attaccare. Pensa che il primo attacco, che ricordo come tale, avvenne al trofeo Binda 2011. Non per andare a vincere, ma per riportarsi sul primo gruppo. Mi dicevo “adesso parto”, mi rispondevo “ma no, che figura ci fai se non riesci a staccarle?” e argomentavo “tanto non ti conosce nessuno, anche se ti riprendono, non si ricordano chi sei”. Dopo questa frase, ho attaccato davvero». A Plouay, sempre nel 2011 il primo scatto dalla testa del gruppo, per provare a vincere. Un poco di margine e il plotone che torna ad inglobarla: «Non potevo andare da nessuna parte, mi sono spenta da sola. Sono rientrate senza nemmeno aumentare il ritmo. In quel momento, però, avevo la percezione di essere davvero una ciclista».


Spiega Longo Borghini che quella sensazione non cambia mai: appena si affaccia alla mente l’idea di scattare, quel misto di adrenalina torna e scompiglia come le prime volte. Basta solo pensare: «Adesso le seguo, poi attacco e le stacco». Si insegue di grinta o di intelligenza, dipende dalle salite.
C’è Elisa e c’è Longo Borghini. A fare tutto questo, sul Teide, è Longo Borghini, Elisa, invece, è altro. «Per chi mi vuole bene voglio essere solo Elisa. Devo essere solo Elisa. Longo Borghini resta da una parte, resta agli incoraggiamenti delle persone, dei tifosi, tutte cose che fanno piacere, ma non posso fermarmi lì. Elisa, invece, racconta il ciclismo come un qualunque altro lavoro perché per Elisa è così. Per Elisa c’è la strada in cui è cresciuta, la scuola che ha frequentato, le amicizie di quel tempo, le parole con mia madre che vedo sempre meno e che, per stare con me, è arrivata fin quassù».
E ancora ci sono tutti quei fogli su cui, anche in una camera, affacciata sul Teide, anche mentre fuori ci sono solo le poche luci dell’alba, segna ciò che le viene in mente. Il foglio, poi, lo butta via, ma ha bisogno di vedere scritte le idee che le frullano in testa. C’è un libro di Carlos Ruiz Zafón, “L’ombra del vento”, che è il suo preferito da sempre e la musica che porta ovunque. “Qui vicino, ho percorso una salita che si chiama “Jama”. Questo è anche il titolo di una canzone che mi ha fatto ascoltare una persona molto importante per me. Ho iniziato a scalare e, nel frattempo, in mente avevo solo le parole di quella canzone”. Forse il senso della musica, come delle parole, per chi pedala è questo: legare cose lontane.
Tutte cose apparentemente normali, come un passaggio di nuvole basse in alta montagna o uno scatto per una ciclista. Tutte cose che, in realtà, normali non lo diventano mai. Per fortuna, aggiungiamo noi. Elisa Longo Borghini, intanto, là fuori, ha ripreso i lavori sulla soglia e sui cambi di ritmo: il menù di questi giorni.