I Vosgi sono considerati, per gli appassionati di bici e di Tour, una catena montuosa di seconda importanza. Effettivamente, a questi monti che si trovano vicino ai confini tedeschi mancano le altitudini e le lunghezze delle salite delle Alpi, le pendenze a doppia cifra dei Pirenei, e anche la storia dell’enorme Massiccio Centrale. Le cime che popolano i Vosgi sono basse: si va dai 1148 metri della Planche des Belles Filles fino ai 1424 metri del Grand Ballon.
Terra storicamente contesa tra Francia e Germania, dopo il trattato di Francoforte del 1871 era entrata a far parte del Secondo Reich. Sulle montagne dei Vosgi si rifugiano i giovani che rifiutano di partire per la leva dell’impero del Kaiser. Le forme di resistenza degli alsaziani, con il loro rifiuto della lingua, della cultura e dell’amministrazione tedesche, vengono raccontate da René Bazin in Les Oberlés. Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale sarà terra di combattimenti sul fronte occidentale, tornerà a far parte della Francia.
Tornando al ciclismo, la salita storicamente più importante della catena è il Ballon d’Alsace, scalato dal Tour fin dal 1905, alla sua terza edizione. Il primo a transitare in vetta è René Pottier. Amatore e pistard di successo, in quello stesso anno aveva fatto il suo esordio alla Parigi-Roubaix e alla Bordeaux-Parigi, arrivando secondo entrambe le volte. Per la sua scalata del Ballon d’Alsace, il direttore del Tour Henri Desgrange disse che era stata “una delle cose più appassionanti che io abbia mai visto”. Costretto al ritiro prima di Parigi, Pottier transiterà nuovamente per primo sul Ballon d’Alsace nel 1906, vincendo quella tappa Nancy-Digione di 416 chilometri dopo 15 ore e 18 minuti, e con 200 chilometri di fuga in solitaria. Il col du Ballon d’Alsace fu per quattro volte sede di arrivo del Tour, con le vittorie da ricordare di Merckx nel ’69, e di Bernard Thévenet tre anni più tardi.
La storia recente del Tour ai Vosgi è invece intrinsecamente legata alla Planche des Belles Filles, affrontata per sei volte tra il 2012 e il 2022. I professionisti scoprirono questa salita negli anni ’90, in occasione della corsa dei Trois Ballons. Nel suo percorso classico, la Planche è lunga 5,9 chilometri per una pendenza media dell’8,5%, con punte del 20 nel durissimo finale. Nella sua versione Super Planche, prima dell’arrivo c’è un altro chilometro in cui si tocca il 24%, praticamente un Mur de Huy.
Al suo primo inserimento nella Grande Boucle, la tappa andò a Chris Froome dopo un grandissimo lavoro del Team Sky in funzione sua e del capitano Bradley Wiggins. Nello scorso decennio, la Planche ha sorriso molto agli scalatori italiani. Nel 2014 arriva solo al traguardo Vincenzo Nibali, trionfante in maglia di campione italiano dopo una giornata di pioggia e clima intrepido. Tre anni più tardi è Fabio Aru a replicare l’impresa, staccando Froome e compagnia e assicurandosi la vittoria col tricolore addosso. Nel 2019 Giulio Ciccone non sarebbe invece riuscito a vincere la tappa, secondo dietro a Teuns, ma la fuga di giornata lo avrebbe portato a indossare la maglia gialla.
La ventesima tappa del Tour de France 2020, quello corso tra agosto e settembre a causa del Covid, è anche il giorno della prima grande consacrazione di Tadej Pogacar nel mondo del ciclismo. Chi non ricorda quella cronoscalata, quei 36 chilometri nei quali il giovanissimo sloveno recupera quasi due minuti a Roglic, dominatore di quel Tour e favorito anche nella prova contro il tempo. E come dimenticare i volti esterrefatti di Dumoulin e Van Aert, che osservano Roglic perdere via via il vantaggio accumulato nelle diciannove tappe precedenti. Una maglia bianca che spiana la Planche, un’enorme novità a cui, nel tempo, ci siamo ormai fermamente abituati.

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