Il viandante di una nota novella di Giovanni Verga che, come ogni persona intrappolata fra le pagine, continua a camminare o fare ciò in cui il narratore lo ha immaginato in tutto il tempo dei tempi, andando lungo il Biviere di Lentini, in questa sera d’inverno, forse guarderebbe per aria e nel cielo vedrebbe le tracce degli aerei che lo solcano. Si chiederebbe allora: “Chi sono quelli?”. E sentirebbe rispondersi. “Ciclisti”. Verso l’Australia, verso gli Emirati Arabi, talvolta anche solo verso le coste della Spagna, dove il tepore di un’altra primavera è già arrivato, volano così i ciclisti, in inverno. Tranne che a Hulst, tra l’acqua che riflette alberi spogli e un mulino a vento senza Don Chisciotte a sfidarlo, ché non siamo in un libro ma nel mondo reale e qui la fantasia va contingentata per non passare per matti.  A Hulst, la città più fiamminga dei Paesi Bassi, sabato 30 gennaio e domenica primo febbraio si sono corsi i Campionati del Mondo di Ciclocross. Loro sono i ciclisti che restano nell’inverno e ne fanno mestiere, traccia, scia, salti, traiettorie, maestria, forza e delicatezza, equilibrio e vertigine. A Hulst non si guardano gli aerei nel cielo, ma i ciclisti nel fango.

Da quelle parti, Mathieu van der Poel ha realizzato l’ottava meraviglia, ovvero l’ottava iride in questa disciplina. Non era mai successo, la chiamano storia. Sarà per chi ne parlerà fra molti anni, lo è già per chi guarda, osserva e resta meravigliato, anche se ormai l’olandese non dovrebbe più sorprendere. Invece lo fa ancora perché c’è dell’arte nel modo in cui vince, in cui salta i dossi, in cui sfiora le curve e sale le salite. Non amiamo particolarmente il termine “planare” o “decollare”, quando si tratta di biciclette e di donne o uomini in bicicletta che sono più cose di terra che di cielo, qualcuno lo ha detto in telecronaca a proposito della sua prestazione e forse per la prima volta ci siamo riconosciuti in quel vocabolo, ci siamo sentiti più giovani. Uno spettacolo solitario perché anche due grossi calibri come Tibor del Grosso e Thibau Nys hanno solo potuto inseguire e giungere al traguardo nell’ordine, dopo qualche schermaglia lungo il percorso. Quando c’è van der Poel di mezzo il resto sembra lontano, eppure Filippo Fontana ha messo su strada una prova notevole e solo Joris Nieuwenhuis gli ha levato un quarto posto che si sarebbe anche meritato. Tra le urla della gente, i cappellini colorati, la lana e la birra, lo spartito perfetto del cross, questa verità non passa inosservata. Nemmeno la bellezza del percorso può lenirla: lo sport che per eccellenza premia il merito, talvolta per eccellenza del merito se ne frega. Non del merito di chi vince che, per antico detto, ha sempre ragione, ma del merito del cammino che è diverso, è vero, ma sempre merito è.

Filippo Grigolini, nella prova juniores, ha preso la corsa di testa e non è un modo di dire. Il suo è stato un assolo, il tradimento è arrivato da quello stesso fango che lo rendeva bello e veloce, efficiente. Due cadute nel giro di pochi minuti, dietro di lui un olandese, Delano Heeren, il cui destino pare segnato, perché l’azzurro è troppo avanti. Quelle due cadute ribaltano la clessidra della storia: Heeren lo sorpassa, Grigolini insegue, ma non c’è più niente da fare. Nel dopo gara si parlerà di un possibile polso fratturato per il diciassettenne, medaglia d’argento: quelle cadute hanno lasciato il segno, non solo sul medagliere. Giel Lejeune, il francese che aveva assediato la fortezza di Grigolini all’inizio, è tornato ad assediarla nel finale, seppur per un bottino minore. Non ci è riuscito perché pur dolorante Grigolini ha difeso la posizione. L’amaro in bocca. Sì, proprio quello, e deglutire per far finta di niente. Si tratta di una sensazione che ha spiegato bene Sara Casasola che ha dovuto ritirarsi dalla prova élite a causa dei postumi di una caduta ad Hoogerheide e del conseguente peggioramento durante la prova percorso ad Hulst. Casasola non riesce spiegarsi come un secondo possa mandare in frantumi settimane di lavoro. Dice che è uno schifo tutto questo e che la bicicletta sa essere straziante.

Può essere straziante oppure simile a una storia ma di quelle vere. E un mulino a vento ed uno specchio d’acqua sono una bella ambientazione. Lucinda Brand veniva da una settimana difficile, lo sapeva lei e lo sapevano le sue colleghe: a condizionarla un problema al polpaccio che le ha fatto saltare diversi allenamenti nell’ultima settimana, mentre le certezze di una stagione perfetta scricchiolavano proprio sul più bello. Trentasei anni per Brand e una vita  da ciclista consacrata al cross, atto di devozione e sacrificio. Podi, podi e ancora podi. Quest’anno la seconda vittoria al Campionato del Mondo, davanti a Ceylin del Carmen Alvarado e Puck Pieterse per un podio tutto arancione. Colore dell’Olanda, autentica dominatrice di questa rassegna con nove medaglie, davanti al Belgio a quattro ed alla Repubblica Ceca a due. Non sorprende allora che proprio l’Olanda abbia conquistato la medaglia d’oro nella prova del Team Relay, schierando, tra gli altri, Shirin van Anrooij e Tibor del Grosso. L’Italia, in quell’occasione, ha messo in campo una prova notevole: aggressiva, attenta, minuziosa. Filippo Grigolini, Stefano Viezzi, Sara Casasola, Elisa Ferri, Giorgia Pellizotti e Filippo Fontana si sono presi così l’argento, davanti al Belgio e a nazionali del calibro di Francia e Gran Bretagna.

Orange è anche Leonie Bentveld, già assidua frequentatrice dei podi Mondiali negli scorsi anni. Sì, però davanti a lei c’era sempre una certa Zoe Bäckstedt. Non è una sorpresa Bentveld, sia chiaro, come non lo è la sempre più nominata Viktória Chladonová che con le unghie e con i denti ha provato a prendersi quel traguardo che vale il gradino più alto del podio, pur dopo un partenza che ha lasciato a desiderare. Bentveld è riuscita ad avere la meglio nel giro conclusivo ma, se atlete come Gery e Moors non erano della partita, in quel momento, si deve soprattutto alla slovacca che ha iniettato nelle loro gambe il veleno della propria abilità. Per l’Italia fra le under23, invece, è da mettere in risalto il decimo posto di Elisa Ferri, giovane e ancora alle prime esperienze in contesti simili. Il Campionato del Mondo è anche universo di riscatti, progettati per un lungo anno: parola di Barbora Bukovskà. Ci si aspettava Lise Revol tra le junior e l’avvio sembrava realizzare la promessa ma è la rabbia di Bukovskà a realizzare la rimonta e lo stravolgimento. Simile a quella di Grohova che così facendo, in solitudine, agguanta il podio. Si corre con le gambe, i più attenti dicono anche con la testa, ed ormai è assodato. Forse si corre anche con altro, qualcosa che c’è dentro l’essere umano e nessuno può comprendere fino in fondo, altrimenti certe prestazioni come le spieghi? Solo le gambe e la testa, magari, cederebbero. Quella radice interiore, invece, no. Quarta è Giorgia Pellizotti.

Il Belgio si prende la scena con Aaron Dockx, nella prova probabilmente più amara per gli azzurri, quella della squalifica di Stefano Viezzi fra gli under23. Il suo avvio è segnato dalla sfortuna: fora e lo pneumatico si stacca dal cerchione. L’errore è quello di appoggiare la bici e dirigersi da solo ai box. Questione di poco, è vero, ma il regolamento prevede che atleta e mezzo debbano comunque giungere assieme. Viezzi è fuori ed è un gran peccato. Si tratta del giorno in cui i pronostici vanno in fumo: David Haverdings precipita nell’incubo e Aubin Sparfel, altro favorito della vigilia, fora. Ne approfitta Dockx e realizza il proprio capolavoro.

Il viandante di Verga, fuori dal tempo, continua a camminare e tra i pascoli deserti di Passaneto e Passanitello, quando vede qualcuno in bicicletta domanda: “Chi è quello?”. E qualcuno risponde: “Ciclisti, anzi ciclocrossisti”. E il mulino di Hulst continua a girare. Ormai solo, perché la festa è finita.

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