Dicono che poco fa, a Roubaix, abbia vinto il ciclista più ispirato. Noi non lo sappiamo, però, proprio oggi ci mancano le parole e a scrivere fatichiamo. Intanto ci è tornato in mente Gianrico Carofiglio e quell’osservazione: «Ci sono occasioni in cui occorre parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono occasioni in cui, invece, devi rimanere in silenzio perché nell’aria c’è qualcosa di impalpabile e prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante. Sono due concetti semplici. La parte difficile è decidere quando applicare una regola e quando l’altra». Non sta in un pezzo quel che ciascuno ha provato quando Wout van Aert ha tagliato il traguardo nel velodromo di Roubaix, perché è qualcosa di differente in ogni persona, qualcosa che riguarda il presente ed il passato di ognuno, e perché, alla fine, quel che conta è ciò che ha sentito ed ha fatto van Aert. I ciclisti, anche se ci piace crederlo ed è romantico, non corrono per realizzare le nostre vite, per sciogliere i nostri dubbi o per simboleggiare altro. Quel che si vede è esattamente quel che c’è. Semmai è vero che talvolta, a causa dei grandi gesti atletici, non si vede qualcosa che c’è stato. Forse è questo che fa l’ispirazione.

Per van Aert, l’ispirazione potrebbe essere in tutta la sfortuna che ha avuto, qui e non solo qui, e tutte le sere in cui è andato a letto pensando che avrebbe lasciato perdere. L’ha raccontato lui. Poi si è risvegliato al mattino ed ha deciso di metterci tutto ancora una volta. Si diventa ispirati così. Perché l’ispirazione non è uno squarcio di luce nel buio. Può esserlo, certo. Ma più spesso è solo un insieme di tutte le cose che ci sono andate male ma non ci hanno fatto andare via. E se l’ispirazione viene da qui, si spiega la lucidità e la spietatezza di Wout van Aert che dalla sfortuna, peraltro, non è stato graziato nemmeno oggi ed ha dovuto rientrare dopo una foratura. Ha attaccato mentre da dietro Mathieu van der Poel si avvicinava sempre più e ha dato il colpo di grazia alle speranze dell’olandese. Essere ispirati è vedere oltre. Guardare il metro di strada da percorrere ed immaginare già i due, tre metri successivi. Scrivono che a Roubaix van Aert abbia abbracciato il proprio destino. Di sicuro, Wout van Aert conosceva più di altri quel che a molti è successo e che avrebbe potuto succedere e non gli importava perché ne aveva già viste troppe. Ne aveva paura, sì, perché altrimenti non si piange così al traguardo e perché Wout van Aert è un uomo fenomeno fra tanti fenomeni uomini. Quel che poteva accadere è accaduto e ciascuno dei favoriti della vigilia l’ha vissuto.

Tadej Pogačar ha inseguito dopo una foratura a più centoventi chilometri dal traguardo: è rientrato dopo un inseguimento infinito e sulle gambe aveva anche quella fatica quando van Aert l’ha superato in volata nella bolgia del velodromo. Mathieu van der Poel ha cercato di rendergli più difficile la vita, aumentando l’andatura ma, quando lo sloveno è tornato in gruppo, durante il passaggio nella foresta di Arenberg è rimasto appiedato a propria volta. Ad un certo punto era cronometrato a più di due minuti. Ha chiuso quarto, a quindici secondi. A Filippo Ganna è successo letteralmente di tutto, tra problemi meccanici e anche una caduta. E via così perché queste lingue di pietre accostate e sconnesse non sono e non saranno mai l’ideale per una bicicletta eppure, o forse proprio per questo, continuano a tornarci e noi continuiamo ad aspettare giorni così. Alla fine, restano in due: van Aert e Pogačar. In un certo senso il peggior compagno di avventura possibile per il belga, colui che non perde quasi mai. Perde oggi Tadej Pogačar e perde da un corridore per cui le persone che speravano nella vittoria del campione del mondo dicono: “se proprio la doveva vincere un altro, bene che sia Wout”. Perché un ciclista non è lì per risolvere la vita di nessuno, forse neanche la propria, ma spesso viene naturale rivedersi in un ciclista e Wout van Aert è un ciclista in cui è naturale rivedersi perché tocca lo straordinario e reagisce allo straordinario come farebbe chiunque, non come ci hanno abituato a pensare debbano fare i super uomini.

Non crediamo sia un caso che, nella gara femminile, sia stata Marianne Vos a fare la corsa in Visma I Lease a bike. Avrebbe dedicato la vittoria a Henk, Marianne. Suo padre che se n’è andato pochi giorni fa. Siamo certi l’avrebbe fatto e siamo anche certi che, oltre per le doti indiscusse, la corsa abbia voluto farla in prima persona anche per questo. Dicono anche che Vos fosse ispirata almeno quanto van Aert solo che quell’ispirazione non le è bastata e Franziska Koch, da sola contro lei e Ferrand-Prévot, ha messo entrambe nel sacco e dopo tante buone prestazioni ha vinto all’Inferno. Sì, non basta mai l’ispirazione se non c’è tutto il resto, però tutto il resto senza ispirazione è più povero. Sarà perché gli ispirati sono, per l’appunto, coloro che non sono mai andati via da quel che andava male e ciascuno, ciclista o meno, alla fine, ha voglia di sentirselo ripetere. Di guardarlo. Di sentirlo. Qualcosa come: «Resta al sicuro ancora una notte, che fuori è troppo buio per decidere. Aspetta che venga la luce, aspetta una nuova mattina. Ancora una volta. E, forse, continuare ti farà meno paura».

Foto: Poci’s

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