Per come l’abbiamo visto saltare, agitarsi, maltrattarsi la voce e, poi, correre accanto a Isaac Del Toro, agitando il pugno nell’aria polverosa del Colle delle Finestre, crediamo che un bambino in maglia e pantaloncini rosa e occhiali, che riflettono il mondo ma non gli occhi, ora, starà vivendo una delle prime delusioni sportive. E ricordiamo tutti quanto faccia male quel tipo di delusione a dieci anni, forse dodici, magari anche meno. Il prossimo Giro, come il prossimo Mondiale, la prossima Olimpiade o il prossimo scudetto, a quell’età, sembrano così lontani da non arrivare più. Ed in quel pugno stretto resta solo l’aria, vuota.

A quel bambino vorremmo dire di studiare la storia di Simon Yates, se ancora non la conosce, tuttavia è improbabile perché chi fa così di solito ha un’enciclopedia del ciclismo in testa e quaderni pieni di classifiche e distacchi. Vorremmo dirglielo perché Simon Yates ha vinto il Giro d’Italia 2025, sette anni e qualche giorno dopo il 25 maggio 2018, quando, sullo stesso Colle delle Finestre, ancora innevato, pagò da Chris Froome 38’51”. Quel giorno eravamo all’arrivo e, quando tagliò il traguardo, con addosso la maglia rosa ormai persa, ben pochi lo aspettavano. Non lo vedemmo piangere al traguardo, forse avrà pianto altrove, magari in camera, di nascosto, preda della convezione per cui piangere fa apparire deboli.

A più di un quarto d’ora dalla conclusione della ventesima tappa, invece, oggi che il Giro è suo, Simon Yates non riesce a smettere di piangere e i condotti lacrimali si scavano sempre più come l’acqua fa con le rocce. Sì, di felicità è concesso a tutti piangere mentre la tristezza è meglio nasconderla. Che sciocchezza! Quel bambino, un domani, capirà questa storia e correrà ancora al fianco di un ciclista. Forse anche di “Torito”, come lo chiama la sua gente.

Non è il primo ad attaccare Simon Yates, quel compito spetta a Carapaz, che il banco vuole farlo saltare sin dal primo chilometro del Finestre. Del Toro risponde. In quel preciso momento entrambi hanno la convinzione di essere sulla strada giusta: Del Toro perché la ruota del suo rivale è vicina, Carapaz perché a forza di attaccare “quello si staccherà”. Non hanno fatto i conti con l’imprevedibile, anzi, a dire il vero, semplicemente non hanno fatto i conti con il fatto che il Giro è ancora troppo aperto e il Finestre lungo, molto lungo. Simon Yates lo ricorda bene: c’era la neve, c’era la gente e quello sterrato non finiva mai. Era solo, lo sorpassavano tutti o quasi. La festa c’era ma non era per lui. Incredibile quanto il paesaggio sia così vicino e così distante dagli esseri umani, quanto li abbracci e quanto se ne disinteressi. A parte il sole e la polvere, a parte sette anni in cui Mondiali e Olimpiadi si sono tenuti e il Giro è passato e ripassato, è tutto uguale, ma Yates è in terza posizione e sta andando a vincere il Giro. Dopo così tanti giorni, mesi e anni che non può battere gli stessi rivali, può batterne altri e far pace con una vecchia tristezza, un antico rimpianto.

La battaglia di Simon Yates è la battaglia di Wout van Aert che attacca, scala, lo attende, gli fa strada in discesa, calcola i rischi e i benefici, lo porta fin dove può e pare non volerlo lasciare mai, perché quell’uomo sta facendo qualcosa di troppo grande, di troppo bello, e lo sta facendo rischiando tutto laddove era “caduto”. Nel luogo che era stato suo carnefice. Si sposta sfinito van Aert, sbanda, pare il fantasma di un corridore, in una di quelle storie in cui si baratta il proprio essere per qualcosa o per qualcuno. Lui l’ha fatto per Simon Yates e entrambi hanno vinto. Il gruppo, se così si può chiamare quello fatto a pezzi dal Finestre, si riporta su Del Toro e Carapaz, che si controllano e si innervosiscono, e su Gee e il distacco aumenta: saranno più di cinque minuti, quando Del Toro, con una volata tanto bella quanto inutile ai fini della generale, taglia il traguardo.

A Sestriere ha vinto Chris Harper, davanti ad Alessandro Verre e il rammarico è che, in giornate così, le parole vanno altrove e gesti simili passano sotto silenzio. Harper ha cercato Yates e l’ha abbracciato. Non ha visto nulla, ma ha capito la portata di quello che è avvenuto oggi, ne è stato testimone, a modo proprio. Si parla di redenzione per Yates e noi non sappiamo se effettivamente lo sia, anche se i lemmi coincidono. Però siamo certi che Yates, stasera, è un uomo con un pizzico di libertà in più, perché ha curato un pianto antico, visibile o invisibile. E domani, a Roma, conquisterà Il Giro d’Italia.

Foto: Poci’s Pix

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