Per fare certe cose bisogna essere matti. Anche per dire chiaramente certe cose bisogna essere folli. O forse solo molto giovani. Sostiene Giulio Pellizzari che avere Tadej Pogačar in gruppo sia stimolante, allo stesso tempo però “speriamo che presto cali un poco di prestazioni e che smetta anche di correre il prima possibile”. Lo dice sorridendo, Pellizzari, ma lo dice. Forse perché Tadej Pogačar, nel ciclismo di oggi, racchiude talmente tanta fantasia da non lasciarne più un briciolo agli altri che devono nutrirsi della sua immaginazione e arrivano a conoscerla così bene da prevederla. Il punto non era chi avrebbe vinto, perché tutti parlavano di lui. Tempo fa, il punto era come avrebbe vinto. Ieri il punto è stato semplicemente a quanti chilometri avrebbe attaccato: una cifra che i più stimavano dagli ottanta ai sessanta al traguardo. Settantanove è il risultato, la forbice più ampia. Un ragazzo ci dice che attacca con talmente tanta potenza da “levare le strisce dall’asfalto”. Che è un modo toscano che rende bene l’idea: un uragano che scompiglia tutto, che non salva nessuno dietro la polvere che alza. E di polvere, oggi, si può ben parlare perché siamo fra gli sterri senesi. L’ha fatto di nuovo Tadej Pogacar ed è stato l’ennesimo spettacolo dei suoi, estremo e solitario.

E questo è ciò che si ricerca nel ciclismo. Piazza del Campo vibrava quando è arrivato perché la folla lo sente, lo guarda, si ispira a lui. Nel pomeriggio di ieri, uscendo dalla Fortezza Medicea, al termine della presentazione squadre, le persone impazzivano anche solo per toccargli un braccio, una spalla. Questo è un lato del discorso. L’altro, invece, ha a che fare con quello che ci disse un signore, mangiando arrosticini, in Abruzzo, quattro anni fa, al Giro. Ci spiegò che “i Pogačar” servono, sono necessari, come modello. Poi, nella realtà, abbiamo bisogno di vedere persone che cadono come noi, che crollano come noi, che non sanno come fare, esattamente come noi. Perché, diversamente, anche quell”ispirazione non serve a nulla, visto che sappiamo di non poter essere Pogačar. La gioia delle persone è da un lato, la frustrazione è dall’altro perché tutti sanno di non poter neppure lontanamente assomigliare a Pogacar. Sanno di doversi arrendere quando prende e se ne va. Forse bisogna essere giovani e folli per sperarci. Bisogna avere un talento fuori dal comune, come quello di Paul Seixas, oggi secondo, per prendergli la ruota, pur per poco. Oppure un’umanità fuori dal comune, come quella di Wout van Aert che, ci ha detto Filippo Fiorelli, “è un ragazzo come tutti gli altri ma a vederlo da fuori non sembra, io l’ho capito solo standoci in squadra assieme”. In certe giornate è necessario solo questo.

Anche Elisa Longo Borghini è estrema. Al traguardo aveva sul volto i segni della polvere e pure lei, oggi, di strisce ne ha fatte saltare dall’asfalto. E se Piazza del Campo risuona del rumore che fa ogni atleta, il suono che accoglie il suo scatto non è esaltazione pura, è immedesimazione, è riconoscimento. Ha fatto la matta, Longo Borghini. Forse anche troppo? Probabile. Ma il cuore lo controlla chi non lo ha. Certo, c’è spazio per ragionare di tattiche, di strategie, di quel troppo che si è speso, che forse non era troppo, ma resta il dato di fatto. Elisa Longo Borghini non si è presa tutta la fantasia del gruppo, infatti il pronostico è incerto e, ma ci arriviamo, con il senno di poi, nessuno lo ha indovinato. Elisa Longo Borghini ha utilizzato la propria fantasia, come sempre. Una fantasia che quando si scontra con la realtà qualche volta ne esce ammaccata. E pace se il quarto posto non è quel che voleva, se non la soddisfa completamente, se passerà qualche giorno a pensarci. “Meglio perdere così che in altri modi”: che è come dire, “mi sono fatta male ma non potevo fare altrimenti”. Per pensare certe cose bisogna essere matti. O forse umani. Per quello si frena, si resta stretti e qualcuno passa davanti. Si tratta di Elise Chabbey che nel giorno in cui Demi Vollering prima fora e poi sbaglia strada, insieme a Lotte Kopecky e Pauline Ferrand-Prevòt, fra le altre, sfila la vittoria alle atlete più nominate e dice che da quando si è resa conto che Vollering, la capitana, non avrebbe potuto essere della partita, ha solo ragionato di come fare a prendersi la Strade Bianche per la propria capitana. Chabbey non ha levato le strisce dall’asfalto, non è stata nettamente superiore alle rivali, ha corso di rimessa, anche, ma è pure così che si vince. Nel ciclismo. Le persone lo sanno e dalle finestre aperte stanno a guardare. Bisogna essere matti per accontentarsi di un momento dopo ore di corsa. Eppure si fa.
Foto: Poci’s Pix