Non è solo la canicule
Al quarto giorno, sul Tour de France, è calata la canicola. È la canicule, come si dice da queste parti, una cappa di calore e afa che piomba sulle strade e le soffoca: l’aria è immobile, non si muove una foglia e qualunque artificio per avvertire un refolo vento e rinfrescarsi è in realtà una beffa, perché il soffio c’è ma di aria calda, come un asciugacapelli puntato addosso. I segni della canicule restano sulle strade perché l’asfalto si screpola come pelle bruciata e le “toppe” che di volta in volta si vanno a mettere sono un segno del Tour, come le balle di fieno nei campi dorati, le libellule quando si va in campagna, le code interminabili per lasciare la sala stampa e certe periferie in cui ci si ritrova di sera a cercare un ristorante. A ben guardare, caratteristiche, anche, come certe fughe che vanno via nelle giornate in cui la fuga si annusa come l’aria dopo dopo la pioggia e sono talmente corpose che, a tratti, si confondono con il gruppo.
Da Carcassonne a Foix sono ben trentaquattro i fugaioli e fra loro c’è di tutto, compresi gran bei nomi: Marco Frigo, Kevin Vauquelin, Jasper Stuyven, Romain Gregoire, Quinn Simmons e Mads Pedersen. Sono fughe che si sgretolano lungo la strada ed il gruppo, piano piano, raccoglie i suoi fuggiaschi dispersi, naufraghi di terra. Però, quando è così, qualcuno, di solito i migliori, al traguardo arriva. Soprattutto se il gruppo ha già dato il proprio benestare e a Tadej Pogačar, tutto sommato, sta anche bene perdere la maglia gialla. È presto, Parigi è lontana, ed è meglio non sprecare energie, in particolare se, dal mattino, ci si risveglia con un brutto mal di testa e pare sia questo il caso del campione del mondo. La fuga va all’arrivo, stamani si sospettava, adesso si sa per certo.

Fa caldo e tutti ne parlano nel mondo della carovana, che è un piccolo mondo con problemi suoi che, forse proprio per questo, riesce a far dimenticare il resto. Deve essere per questo che parliamo sempre di festa del ciclismo, anche in maniera retorica. Deve essere per questo che si dice di continuo che al Giro od al Tour si torna bambini, anche questo con più o meno retorica, pur se è vero. I problemi della carovana sono i problemi della strada, del vivere tre settimane tra l’asfalto ed i campi, tra l’asfalto e le città, tra l’asfalto e le rotonde. Mica poco. Questa canicule, ad esempio. Si soffre con simili temperature in bicicletta: ghiaccio e acqua ed ancora acqua e ghiaccio. Sudore ed ancora acqua e ghiaccio. Non è facile. Poi, capita di leggere che, ieri, ultimo all’arrivo è stato Arvid De Kleijn, olandese della Tudor Pro Cycling. Si è salvato per un soffio dal tempo massimo, lui che era nello stesso gruppo di Arnaud De Lie, poi ritiratosi. All’epica del ciclismo, a cui ci inchiniamo, De Kleijn ha risposto che ha sofferto molto, certo, ma sono altre le sofferenze che l’hanno segnato, imparagonabili. A febbraio De Kleijn ha perso il padre, vedendolo ammalato, vedendolo e sentendolo soffrire. Nel frattempo anche lui è diventato papà e mentre si allenava si è sentito aggredito, insultato, apostrofato con il nome della malattia di cui aveva sofferto il padre. Poi, ieri, è arrivato ultimo: non solo il caldo, ma l’impossibilità di fare fatica come avrebbe voluto. In questa fornace, stamattina, De Kleijn è ripartito. A Foix di mancanze si era già parlato. Nel 2022, qui vinse Hugo Houle e, sul traguardo, con le dita al cielo, pensò al fratello Pierrick, ucciso da un automobilista ubriaco mentre si stava allenando, la vigilia di Natale del 2012.
La tappa va, la fuga arriva e Mads Pedersen vince sprigionando watt, potenza e classe cristallina. Pedersen che non ama la retorica, non il romanticismo applicato a tutti i costi. Pedersen che preferisce una verità ruvida a una bugia infiocchettata per fare bella figura e stare dalla parte giusta o dalla parte che si presume giusta. Pedersen per cui il ciclismo è solo un lavoro, così dice, ma un lavoro da fare bene. La maglia gialla, invece, se la prende Torstein Træen, il terzo norvegese in giallo in tutta la storia del Tour de France, dopo Hushovd e Kristoff. Proprio Thor Hushovd, suo manager alla Uno-X Mobility, era ad attenderlo emozionato al traguardo. Træen ha trent’anni e quattro anni fa, grazie ad un controllo antidoping, scoprì di avere un tumore ad un testicolo. Se tutto è andato per il meglio e oggi corre ancora, ma soprattutto sta bene, è grazie a quel controllo. Allora, forse, è la giornata giusta perché a vincere sia Pedersen. Allora forse è la giornata giusta per ricordarsi che, alla fine, anche il Tour de France è solo una corsa in bicicletta. Bellissima, ma pur sempre un evento. Un luogo, non solo fisico, anche un topos letterario, un ricordo, un profumo, in cui davvero è possibile tornare indietro nel tempo e sentirsi meglio. Oppure un lavoro. Una bolla in cui del resto ci si può quasi scordare. Anche al Tour, però, il resto c’è. Forse è un’ovvietà. Non è benaltrismo. Di Tour de France, di corridori e biciclette scriviamo ogni giorno. Ma non è nemmeno solo la canicule che pesa sugli occhi.
Mi chiamo Tadej Pogačar
Mi chiamo Tadej Pogačar, ho ventisette anni, sono un ciclista ed ho vinto tutto ciò che può vincere un ragazzo che, un giorno, sceglie di fare questo mestiere. No, non sono a fine carriera: è il sei luglio, fa caldo, sono sul bus della squadra e stiamo andando verso Carcassonne. Domani, la quarta tappa del Tour de France 2026 partirà da lì. Anche oggi la mia squadra ha controllato la corsa e a Les Angles, nel giorno in cui la Grande Boucle è tornata a casa, ho battuto tutti sullo strappo finale, prendendomi il simbolo del primato. Ho qui, sul sedile, la maglia gialla. Se qualcuno mi chiedesse quante volte sono stato in giallo probabilmente farei fatica a rispondere perché non tengo i conti, anche se so di avere numeri tali da entrare nella storia di questo sport. Se dovessi arrivare a Parigi in giallo, avrei conquistato il mio quinto Tour de France ed è per questo che lavoro ed ho lavorato. Non lo nascondo, non mi nascondo.
Voglio il quinto Tour. Per questo sabato, sul Montjuïc, sono partito in quel modo quando mi sono reso conto che Jonas era ad un passo dalla prima maglia gialla. La cercavo. Sono stato il più veloce in quel tratto, così sono finito in maglia a pois, ma la cronometro l’abbiamo persa. Avevo pensato di attaccare già ieri, poi Isaac ha fatto quel che ha fatto e non me la sono sentita di fare “Pogačar”. Sono stato alle sue spalle, ho controllato gli altri e, dico la verità, quando, mentre passava la fettuccia bianca del traguardo mi ha indicato, mi sono emozionato. Ho provato qualcosa di simile a quello che provo quando faccio il matto. Non so bene cosa sia quel che mi passa per la testa quando attacco, magari ad ottanta chilometri dal traguardo. Potrei vincere in altri modi, magari più comodamente, però a me piace vincere così e ai ciclisti non è mai stato imposto un limite di fantasia, allora esagero.
Mi chiamo Tadej Pogačar e ho appena conquistato la mia ventiduesima vittoria di tappa al Tour de France, così mi hanno detto quelli che se ne intendono di statistiche. Mi sento bene quando levo tutti di ruota, anche se per pochi metri, per pochi secondi. Mi sento bene quando vinco. E, non posso negarlo, sto pensando ai prossimi giorni, a quelli in cui potrò ancora seminare tempesta. Ora che ho la maglia mi sembrano più veri, più vicini ed entro nei dettagli di quel che farò. Chiudo gli occhi per questo sole che rimbalza sul vetro e mi impedisce di guardare la strada. Chiudo gli occhi e visualizzo il prossimo attacco. Ho pensato a qualcuno vincendo, questa vittoria e questa maglia gialla sono per qualcuno. Ma non devo raccontare nulla. Ogni ciclista pensa a qualcuno quando vince o quando perde. Sorrido e faccio il ragazzo fenomeno. Ma ho i miei pensieri, le mie preoccupazioni e, certe volte, non sopporto proprio quell’occhio della telecamera che mi scruta. Mi chiamo Tadej Pogačar, so che, per come vanno le cose, tutti vorrebbero scrutare dentro la mia felicità o la mia preoccupazione, perché sono il fenomeno, il campione, ma le felicità più vere e le preoccupazioni più forti continuerò a proteggerle come qualunque essere umano quando va per strada e vorrebbe saltare di gioia o piangere, ma si trattiene e continua a camminare. O a pedalare.
Mi chiamo Tadej Pogačar e, per strada, ho visto alcuni pompieri che guardavano la corsa. Gli ultimi chilometri sono stati a porte chiuse per un’emergenza incendi. Ci penso. Mi chiamo Tadej Pogačar e stasera, in hotel, molti vedranno la partita del Campionato del Mondo tra Spagna e Portogallo. Magari anche io. La Slovenia, invece, non c’è. Ieri, però, mi è piaciuto prendere in mano quella bandiera del Messico passatami dalle persone qui per Isaac. Ridevo mentre la sventolavo e loro gridavano: “Mexico, Mexico, Mexico”. Erano contenti perché il loro idolo aveva vinto la tappa e speravano che anche il Messico stanotte passasse il turno. Invece no. Il calcio è così diverso dal ciclismo. Sotto la maglia gialla ho la maglia iridata: so cosa significhi essere campioni del mondo. Lo so dalla prospettiva di un ciclista, chissà se per un calciatore o un pallavolista è la stessa cosa. Chissà se fossi stato uno di loro chi sarei stato, in realtà. Il bus sta entrando nel cortile dell’hotel, farà manovra e poi scenderemo. Mi chiedo come sarà la camera, se riuscirò a riposare bene stanotte. Da che il Tour è il Tour, gli alberghi al Tour sono gli alberghi al Tour ed è sempre un punto interrogativo. La partita la vedrò da lì, se la vedrò. Prima ci saranno i massaggi, la cena, la riunione. Per me che sono in maglia gialla sarà tutto più lungo: sono stato in conferenza stampa, tante domande, i controlli e tutto quel che comporta essere il leader. Mi chiamo Tadej Pogačar, sono nella storia del ciclismo. Mi chiamo Tadej Pogačar e, quando entro in camera, mi siedo sul letto e guardo il cellulare per vedere se qualcuno che mi vuole bene mi ha cercato per sapere come sto, perché il mio lavoro ha i suoi pericoli e non sono pochi. Rispondo, poi penso al resto.
I liberi ed i liberati al Tour de France
Alla fine, nella gioia di un ciclista c’è tutta la strada che ha fatto. Allora Isaac Del Toro che, sul traguardo di Barcellona, al termine della seconda tappa del Tour de France 2026, vince come vince e libera la felicità come la libera è, in fondo, solo un ragazzo che, avendo vissuto la propria storia, è l’unico vero conoscitore della felicità che, un giorno, in quella storia ha trovato spazio: potrebbe dire di come quel sentimento si sia costruito nel tempo, di cosa abbia dovuto passare per avere qualche possibilità di esistere ancora, di esplodere ancora, così non controlla più nulla e pare impazzisca in ogni centimetro del proprio corpo dopo la fettuccia bianca. Perché Isaac Del Toro che si lascia andare a terra e freme, e grida, e ride, è l’immagine di una liberazione. Che c’entra con libertà, ne ha la stessa la stessa radice, l’eco nel suono, ma è cosa ben diversa. I liberi hanno un’idea della libertà, i liberati ne hanno una differente: hanno in mente il pericolo che hanno scampato, hanno sulle mani i segni delle catene che hanno sciolto, reali oppure interiori, hanno dentro quel buio. I liberi pronunciano il nome della libertà, i liberati le scrivono poesie. Isaac Del Toro è un liberato. Da una rara malattia alle ossa di cui soffriva da ragazzo, dai tumori che aveva ovunque, da un buco nella mascella. Dalla luce fioca di un ospedale, dai suoi corridoi e dalle sue finestre da cui, chissà perché, non si vede quasi mai qualcosa di bello. Eppure è una finestra come tante, no? Anche se si trova in un ospedale. Isaac Del Toro è un liberato ed è un ragazzo che si è liberato. Da una Federazione Messicana che non vedeva, che non capiva. Che raccontava numeri, ma non faceva quasi nulla perché quelle persone, quei ciclisti, potessero arrivare dove erano. Poi, una volta arrivate, rendere merito è semplice, anche scontato. Coloro che si liberano sono ancora diversi dai liberi e dai liberati. Non cercano cose differenti e straordinarie chissà dove e non vogliono essere nessun altro perché hanno rischiato di non poter essere nemmeno chi erano e quel che erano non l’hanno buttato via, l’hanno salvato e corrono.
Non era successo granchè fino agli ultimi chilometri: una fuga a tre, poi a due, dal finale segnato, rocce calcaree chiare affacciate su un acqua più blu del cielo, ragazzi travestiti da banana che correvano accanto al gruppo, un’auto d’epoca tirata a lucido, in bella vista, bandiere della Catalogna al vento e un caldo scosso dalla brezza di un luglio che sta prendendo forma. Tutti aspettavano un duello nel finale: Tadej Pogačar, che ha dichiarato di volersi prendere la maglia gialla, e Jonas Vingegaard che, in partenza, da Tarragona, indossava una mascherina, per non trascurare nulla perché, forse, un virus o qualcosa di simile potrebbe girare in gruppo. Il terreno sarebbe dovuto essere il Montjuïc, da ripetere nel finale. Lì ha provato a sistemare i conti con la sfortuna di ieri Mattias Skjelmose e pure questo ha qualcosa a che vedere con coloro che si liberano. I ciclisti, in fondo, cercano tutti di liberarsi. Dicono che andare in bicicletta sia libertà. A noi hanno spiegato che per un professionista questo discorso non vale poi molto, allora proviamo a dire che i professionisti sono coloro che la libertà la cercano, coloro che si liberano. Tutti o quasi. Perché sono coloro che fanno fatica e corrono.
Forse sarebbe potuto succedere di più oggi, non è successo per un ritmo indiavolato, quasi dimentichi che è solo il secondo giorno. Mathieu van der Poel è rimbalzato, Del Toro si è fiondato sulla testa del gruppo. Forse Pogačar avrebbe potuto affiancarlo, superarlo e vincere, come si è comportato sul Montjuïc ieri, del resto, l’abbiamo visto tutti. Invece no. Ha quasi protetto la vittoria di Del Toro. Perché è un suo compagno di squadra e probabilmente non solo. Se c’è qualcuno, in gruppo, che pare libero più che liberato è lui. Il ragazzo a cui riesce tutto facile, il ragazzo dalle imprese impossibili, colui che non soffre o, se soffre, vorremmo tutti soffrire così. Essere lontano dalla frustrazione e dal dolore è la migliore forma di libertà. Non dover inseguire lo è. Del Toro, liberato, si volta e indica Pogačar, libero, che gli tocca la spalla e se la felicità si misura in decibel di un urlo o in potenza di un fremito, non è molto diversa la sua da quella del messicano. Pur se figlia di una storia differente. Ma pure “l’alieno” è un ciclista e conosce il desiderio di liberarsi di chi fatica in bicicletta. Anche se quando arriva Arnaud De Lie, ultimo a oltre diciotto minuti da Del Toro, è già sul bus, e non vede il suo sguardo, non vede come scenda dalla bicicletta. Non vede come, in certi giorni, non ci si riesce proprio a liberare, se non aspettando il giorno dopo. Non lo vede, ma lo sa. E corre come tutti gli altri. Solo più veloce.
La fisarmonica delle squadre a Barcelona
Quando parte la Grande Boucle, l’estate è sempre già iniziata da qualche settimana, eppure, per intere generazioni, l’estate è sempre scoccata con il Tour de France. Sarà perché anche l’estate scatta solo per convenzione in un determinato giorno dell’anno, ma, in realtà, per tutti noi parte da chissà dove e ci viene incontro, fino ad una mattina in cui ci si sveglia e l’estate è fuori dalla finestra, mentre dalle tapparelle abbassate oppure dalle persiane socchiuse filtra la sua luce.
Per qualcuno l’estate è l’ultimo giorno di scuola, per altri il primo giorno in cui ci si avvicina ad un ventilatore e non si vorrebbe più andare via, così si lavora da lì. Per qualcuno coincide con la prima doccia gelata, per altri con i pantaloni corti e una maglietta più chiara. Per qualcuno con la prima bottiglia di una bevanda fredda da prendere dal frigorifero, per altri con una lattina di una bevanda gassata aperta al tavolino di un bar. Sulla patina di quel freddo, che sia vetro, plastica o metallo, d’estate tutti abbiamo scritto o disegnato qualcosa. C’è chi si accorge dell’estate da una musica alla radio, chi dai finestrini dell’auto abbassati, chi da un profumo nell’aria, chi da un sapore in bocca. Chi dall’albero su cui si arrampicava a raccogliere ciliegie, chi dal campetto in cui trascorreva i pomeriggi e dalla signora al bancone del baretto dell’oratorio che sapeva quali caramelle erano le nostre caramelle. Chi ha la pelle più scura, chi resta bianco e si scotta. Qualcuno l’estate l’avverte dalla prima zanzara che pizzica. Qualcuno sa che, se una zanzara si trova in una stanza, sarà lui ad essere il prescelto. Qualcuno si accorge dell’estate quando una band canta su un palco all’aperto e ragazze e ragazzi ballano vicini, altri quando una televisione trasmette partite di calcio dall’altra parte del mondo: è il Mondiale.
E poi c’è chi l’estate è una corsa in bicicletta in Francia. Balle di fieno dorate, girasoli più gialli che mai, asfalto che si scioglie, Alpi, Pirenei, tavoli e sedie di plastica nei campi o a bordo strada, tovaglie a quadri, cappelli di paglia, enormi biciclette con corridori che scalano e ruote che girano disegnate in quei campi, mosse da tante persone sotto il sole, e riprese dall’alto da un elicottero, la lavanda, il sonno del primo pomeriggio e la sera più tarda e più lunga. L’estate, allora, è iniziata ieri. A Barcellona, verso sera, con i colori della città che paiono scelti apposta per mettere in risalto le sfumature delle maglie delle squadre. Una cronometro a squadre ha dato il via al Tour de France 2026, l’ultima era stata, al Tour, nel 2019, ma questa volta il meccanismo è differente. Si corre a squadre, certo, ma il tempo è singolo per ogni atleta. Il cronometro, per ogni formazione, viene simbolicamente fermato sul tempo del primo corridore della medesima: spesso il più rappresentativo oppure il più forte nella specialità. Esercizio particolare quello in considerazione, perché la somma non fa sempre il totale. La squadra diventa un insieme da non scomporre, un delicato equilibrio da non perdere. Non si può “strappare” per usare il gergo ciclistico. Altrimenti si perde anziché guadagnare. La squadra è una fisarmonica. Così, almeno, ci pare e un filo d’aria asciuga una goccia di sudore.
Ci è mancato davvero poco e l’estate poteva essere Filippo Ganna in maglia gialla. Un italiano in giallo, in fondo, fa titolo d’estate, fa chiacchiere d’estate, quando ci si ritrova per parlare del Tour de France, con sul tavolo le parole crociate, una penna, le sigarette e in mano un ghiacciolo ai mille gusti. Invece non è bastato perchè quei due, leggasi Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard, hanno iniziato il solito ritornello e pure questo è sintomo d’estate. Il danese, questa volta, ce l’ha fatta: dodici secondi fra lui e lo sloveno, in mezzo Ganna. Non sono niente o quasi, è solo il primo giorno, però gli valgono la prima maglia gialla. Il ritorno a vestire quel colore dopo tre anni. Dirà questo nell’intervista post gara. Dirà che ha vinto impegnandosi molto, soprattutto, però, grazie ai compagni che si sono impegnati per lui. Sarà il solito Vingegaard, il ragazzo semplice, genuino, “giusto” che non susciterà grandi amori e tuttavia non si può non riconoscergli qualcosa di profondamente umano, pur in quella impassibilità da ragazzo del nord. Non c’è da andare lontano stasera, domani, si arriverà sempre qui, a Barcellona e chi è venuto apposta per il Tour potrà fare il pieno, à la bonne franquette, senza dover subito scappare. E se stanotte farà troppo caldo e si suderà basterà pensare che domani c’è il Tour. E se stanotte farà troppo caldo e si suderà sarà davvero perché l’estate è arrivata.
I Giri quando finiscono...
I Giri. I Giri che quando finiscono è come contare un anno in più. Perché per chi con il Giro è cresciuto c’è stato il Giro della quinta elementare, del primo amore, della prima delusione, della maturità, di quell’esame universitario che non si riusciva a superare, di quel caldo impossibile a maggio, di quella pioggia senza fine, della prima macchina, di quella famosa nuova promozione per inviare messaggi per tutta l’estate a chi era lontano, mentre in città l’afa era un lenzuolo a nascondere il cielo. E ancora il Giro del primo lavoro, il Giro di quell’anno in cui il lavoro non lo si trovava o lo si era perso, il primo Giro con i nonni, il Giro a casa dei nostri genitori, il Giro a casa nostra. Il Giro di quella canzone, il Giro di quel film, di quel tormentone. Il Giro di quando si usava ancora il televideo per vedere le classifiche, il Giro di quando i computer erano touch. Il primo Giro sulla strada, con qualcuno e poi soli. Perché eravamo cresciuti o perché eravamo invecchiati. I Giri di quando avevamo i poster in camera, quelli dei libri sul comodino. Quelli dei campioni che ci hanno cambiato la fantasia, quelli dei gregari che ci hanno ricordato la realtà. Così siamo qui ed è passato un altro Giro.
I Giri. I Giri che quando finiscono è domenica pomeriggio, qualche volta domenica sera, ma succede sempre più o meno lo stesso. Le maglie dei leader che sfilano con le loro squadre, qualche bicchiere di spumante, le parole, le chiacchiere, le pacche sulle spalle. La gente intorno che fa festa, uguale e diversa a Milano, a Verona, a Roma. La luce che è più d’estate che di primavera. I Giri che quando finiscono si resta davanti alla televisione a guardare tutto anche se, per gran parte della tappa, è un copione ormai noto, eppure si sta lì. Sarà perché, quando i Giri finiscono, si capisce meglio quanto c’entrino con noi, quanto ci riguardino, come tutte le cose che terminano, come tutte le stagioni che se ne vanno e si ricercano solo quando cambia l’aria. Eppure erano lì fino ad un momento prima. I Giri che quando finiscono sono il momento in cui, chi al Giro non ha potuto esserci o che dal Giro ha dovuto andarsene, inizia a pensare al prossimo Giro. Quello a cui non vuole mancare.
I Giri. I Giri che quando finiscono, spesso, sono in realtà già finiti il giorno prima e quella finale è una passerella. I Giri che, però, quando finiscono o sono già finiti, in realtà, hanno ancora dentro un sacco di lavoro fatto e mai concretizzato, di amarezza, di rammarico, di pensieri, di dubbi. Almeno per qualcuno. Perché la festa non è mai di tutti. C’è chi avrebbe voluto qualcosa in più, chi avrebbe voluto fare meglio, vincere, almeno una volta, almeno una tappa. Jonathan Milan è fra questi. Nonostante non dica nulla, sorrida. Nonostante ieri sia passato da casa e abbia respirato. Nonostante non si lamenti, guardi avanti e paia felice come tutti gli altri. A Milan mancava qualcosa, L’ha trovato stasera, a Roma. Ha vinto all’ultima occasione e ha vinto da Milan. Ha fatto capire che domani sarà un lunedì differente, che serve per questa estate, che serve in generale. C’è sempre qualcuno a cui manca qualcosa quando un Giro finisce. Si dice ultimo giorno di scuola, ma da grandi è diverso. Da corridori è diverso.
I Giri. I Giri che quando finiscono c’è il podio. I Giri che quando finiscono guardi Jai Hindley e pensi a come si era concluso l’anno scorso il suo Giro, con quella caduta a Napoli, dopo averci creduto tanto. Ancora sul podio, questa volta terzo. E pazienza, o forse no, se non se ne parla mai quanto si dovrebbe. Perché il mondo e pure il ciclismo va avanti anche grazie agli Hindley, a chi pedala tanto, appare poco, osserva, comprende, sa e questo gli basta. Che gli altri credano ciò che vogliono. Jai Hindley è un corridore, un signor corridore, ed i corridori possono anche essere così. I Giri che quando finiscono c’è Felix Gall secondo e Jonas Vingegaard primo. I Giri che quando finiscono puoi finalmente abbracciare chi hai baciato solo in un adesivo sul manubrio per troppi giorni oppure al telefono, ma al telefono è diverso. L’altra persona c’è e non c’è. I Giri che quando finiscono hai gli occhi pieni di lacrime alle interviste e la pelle più rossa del solito. Merito dell’emozione e della festa di quando i Giri finiscono e a Roma ci si può restare qualche giorno, bicicletta a parte. I Giri che quando finiscono scrivi l’ultima frase dell’ultimo pezzo, chiudi il pezzo, chiudi il computer e stai in silenzio un istante. Poi ti metti a fare altro. Come nulla fosse.
Aria di rivoluzione
C’è aria di rivoluzione a Liegi. Anzi, c’è aria di rivoluzioni e se c’è di mezzo una bicicletta sono quasi tutte aria fresca. Da queste parti non serve narrare quel racconto secondo cui la vera e unica rivoluzione necessaria, buona e giusta, è quella del bruco che, senza grande rumore, senza alcun clamore, nel silenzio, diventa farfalla. Sì, perché, nella storia, le rivoluzioni ribaltano la realtà esistente ma chissà cosa portano. Il confine è labile ed i pretesti di qualunque rivoluzione possono essere i più saggi oppure i più crudeli. E, poi, nella storia, succedono anche molte altre cose da cui il ciclismo si illude per qualche istante di restare fuori, anche se fuori se non si è mai davvero. Eppure nel ciclismo i rivoluzionari si attendono e per loro si stravolge tutto o quasi. I rivoluzionari del ciclismo sono una clessidra che inverte il regolare scorrere del tempo anche se ad oggi i corridori sono seguiti da un drone sul traguardo e le clessidre non esistono più: uno strano uccello meccanico, invece, vola dietro di loro e ce li fa vedere come non mai. Finiranno le clessidre e la sabbia da capovolgere ma il tempo no e se scorrerà più o meno velocemente sarà roba da esseri umani.
Quando c’è aria di rivoluzione, nel ciclismo, di solito corre rapido e anche la domenica di chi osserva ne esce scossa. La rivoluzione parte da Remco Evenepoel che cavalca il caos e si inserisce nella fronda dei cinquanta e più che, dopo vari attacchi e una caduta, prendono vantaggio su un gruppo spezzato. Sono tutti buoni corridori, gente che non è strano vedere in fuga, pur per motivi differenti, ma a pochi minuti dalla partenza, Evenepoel e Bernal da quelle parti saltano all’occhio. Sono gente così i rivoluzionari. Può essere che un giorno si sveglino e siano stufi di quel che c’è. Molto più spesso, la rivoluzione non è un taglio netto, solo il contrario della rassegnazione allo stato delle cose. Non importa molto il loro passato: magari hanno vinto, magari hanno sofferto. Entrambi hanno vinto e sofferto, ma li conoscete.
Tirano e fanno fatica davanti perché il vantaggio è rapidamente cresciuto e, anche se l’arrivo è così lontano, bisogna menare, altrimenti che rivoluzionari si è? Tirano e fanno fatica dietro, perché a loro non va bene. Non a Tadej Pogačar, non a Paul Seixas. E, nel ciclismo, quando qualcosa non va, e si hanno le forze, si pedala più forte o, magari, con più insistenza anche se non serve a niente. Vogliamo dire: contano solo i fatti e, come spiegava Sciascia, solo i fatti devono contare. I rimorsi e i rimpianti ognuno può giocarseli come vuole, tuttavia è merce di peso e in bicicletta è zavorra totale. Allora via dalle spalle e dal cuore. Quei cinquanta si disfano quando la Liegi diventa la Liegi. Il gruppo si stanca, riduce il vantaggio, li riprende. Soprattutto riprende Bernal ed Evenepoel. Quando su La Redoute, Pogačar attacca, soffre Evenepoel e cede il passo. Soffrono tutti e nemmeno lo guardano “quello là che corre una corsa a parte”. A casa, invece, lo guardano eccome e rivoluzionano i posti sul divano. Ci si alza e si va al tavolo, più centrale rispetto alla televisione, perché “lo devo vedere”. Nelle case, certe domeniche di sport fanno di queste rivoluzioni, quando non si spostano anche i divani o le sedie.
La rivoluzione dello sloveno è questo suo modo di dominare e restare solo. Qualcuno lo ama perché vince, qualcuno non lo sopporta perché vince troppo, altri dicono che è il modo, non la vittoria. Ma oggi la sua rivoluzione non è stata la solita. Paul Seixas, diciannove anni, non l’ha guardato, ma l’ha seguito. Dirà il francese che con Pogačar si sono fatti male a vicenda: “Lui ne ha fatto a me, ma anche io gliene ho fatto”. E se farsi male è questa cosa qui, vogliamo farcene. La Roccia dei Falconi vedrà questo male, finché il Campione del Mondo se ne andrà e per l’ennesima volta, la quarta, farà quel che si addice alle sue rivoluzioni, tagliando per primo la linea d’arrivo, anche per Camilo Munoz, ex compagno di squadra, che non c’è più. E qui non si fanno rivoluzioni, purtroppo. Secondo quel diciannovenne francese che ha sorvegliato la rivoluzione. Terzo Remco Evenepoel, che l’ha avviata. Ha sofferto, tuttavia è sul podio. Non si può essere rivoluzionari senza qualche dolore.
Demi Vollering corre altrove. Non perché lo spazio sia diverso, bensì perché, da qualche tempo, pare inseguire altro. Forse quel che non ha raggiunto prima e l’ha cambiata. Due Tour de France persi come li ha persi lei, anche se non sono rimorsi o rimpianti, noi non possiamo saperlo, sono macigni, pure se a vederla pedalare è pressoché perfetta: pedalata piena, redditizia, densa. Anna van der Breggen pedala in questo modo quando lascia la compagnia del gruppo per riportarsi su Kasia Niewiadoma e Puck Pieterse. Pedala così chi si toglie da un luogo e si porta in un altro, senza scuse, solo volontà. Se non ci si riesce, si rimbalza, ma loro non rimbalzano, loro ci riescono. Probabilmente è tutto questo che ha reso Vollering l’atleta che stiamo vedendo in questo inizio di stagione: rivoluzionare le sconfitte passate. Kasia Niewiadoma, a guardarla, pare abbia pensato che vorrebbe tenerle la ruota e per farlo serve lavorare di più e lei lavorerà ancora. Anna van der Breggen ha un passato diverso, è alla seconda volta del suo ciclismo pedalato e anni fa sarebbe stata lei Vollering o qualcuna come Vollering. Oggi vede il mondo in maniera diversa perché pure di voler sempre rivoluzionare tutto ci si stanca. Però quando se la sente, parte e fa ancora paura. Del resto, quando c’è aria di rivoluzione, nel ciclismo, non c’è legge che tenga, se non quel che si ha dentro. Passato, presente e anche futuro.
Un ciclista nuovo
Ieri mattina Lennart Jasch si è svegliato e con discreto entusiasmo ha pensato che fosse un altro giorno di corsa. Era felice perché per molti atleti la felicità viene dal poter partire, dall’attaccare un dorsale alla schiena e far parte del gruppo. La maggior parte dei ciclisti non ha pensieri di vittoria e questo non perché non interessi, non perché non sia un sogno, spesso il primo dall’infanzia, ma perché a contatto con la realtà del plotone sono entrati in altri ruoli, hanno imparato a svolgerli, hanno compreso che qualcuno, talvolta più di uno, spesso gran parte del gruppo è più forte, più scaltro, più talentuoso, più esperto, ed è bene essere realisti per non perdersi. Ed è molto facile negli spazi ampli del ciclismo. Lennart Jasch si è svegliato così. Lui che fino al 2023 praticava lo speed skating, al Tour of the Alps è venuto, convocato eccezionalmente dalla selezione giovanile del team, classe 2000, per aiutare Michael Storer a bissare il successo dello scorso anno. Al ciclismo, invece, è arrivato perché si era infortunato ed aveva bisogno di fare riabilitazione in sella. La prima squadra che lo ha tesserato ha annotato la sua data di nascita: 14 novembre. Lo stesso giorno in cui sono nati Vincenzo Nibali, Vittorio Adorni, Bernard Hinault e pure Koichi Nakano, campione e pistard giapponese. L’unica pista frequentata da Jasch, però, era differente e, per quanto riguarda gli altri nomi, se si dovesse presagire un qualcosa di speciale per chiunque condivida la data di nascita con uno sportivo importante, avremmo un problema. Eppure, chissà perché, dopo ieri, questo conta un poco di più.
Jasch, che non pensava alla vittoria, è scattato dopo diciassette chilometri dalla partenza di Arco e non era solo: con lui, Kepplinger, Quinn, Juul-Jensen e Raccani. In fuga è rimasto perché riusciva a tenere le ruote e rinunciare non è mai una buona azione, soprattutto in tappe come la quarta del Tour of the Alps. Quelle dure, quelle segnate con un circoletto rosso dai più. Non bisogna rinunciare perché non si sa mai e perché qualcuno al mattino ha detto di tentare il tutto per tutto senza mai cedere. Magari anche come punto d’appoggio per Storer. Jasch esegue alla lettera il piano della Tudor Pro Cycling Team e sulla salita di Povo resta solo. Il gruppo lo bracca da vicino mentre alle sue spalle si sta scatenando la lotta per la generale con le prime scaramucce di giornata. Si muove anche Pellizzari e il destino di chi fugge dal mattino sembra segnato. In quattro non ci credono più, lui sì. Lennart Jasch non crede alla possibilità di vincere, non in quel momento almeno. Capirà solo successivamente di essere il più forte. Crede in qualcosa di indefinito e indefinibile, qualcosa che potremmo definire solo come la volontà di proseguire. Jasch prosegue, prosegue e prosegue ancora. Fa solo questo con ostinazione cieca. Anche quando Matteo Sobrero e Federico Iacomoni, partiti dal gruppo all’inseguimento, gli arrivano a meno di dieci secondi. Quando appare sul rettilineo d’arrivo, lo spuntare dei due inseguitori in fondo testimonia visivamente quanto poco bastasse per infrangere quel sogno che nemmeno lui aveva il coraggio di sognare. Invece no. A Trento, primo Lennart Jasch, secondo Matteo Sobrero, terzo Federico Iacomoni . A forza di andare avanti, Jasch è arrivato.
Non ci crede nemmeno lui. Dimentica che questo non è solo il suo primo successo di questa stagione ma il suo primo successo da professionista. Glielo ricordano in conferenza stampa e resta quasi incredulo, come se vedesse un film dall’esterno, come se cercasse di capire da che parte sta andando la fantasia degli autori. Accanto a lui c’è Giulio Pellizzari: lo guarda come si guarda un idolo del proprio sport, un veterano. Pellizzari, che oggi si giocherà la vittoria del Tour of the Alps, ha ventidue anni, tre meno di lui. Non importa: Lennart Jasch sente così e così fa. Ha da imparare, ma chi non ha imparare? Osserva sorridendo e aggiunge: “Anche Giulio ha da imparare. Magari fra un anno ci ritroveremo ancora qui insieme”. È un ciclista nuovo, perché viene da un altro sport, ed ha vinto nel modo più antico che il ciclismo conosca: in solitudine dopo una fuga. Antico e romantico. È un ciclista nuovo e potrebbe rimpiangere l’esperienza che non ha, gli anni che gli sono mancati in bicicletta. No, è contento di aver praticato speed skating, anche perché senza quella parentesi non sarebbe mai arrivato qui. E poi lo speed skating ha conferito forza al suo corpo e la forza in bicicletta serve. È un ciclista nuovo, un vincitore nuovo e pare un attore alle prime armi che, non abituato a ricevere gli applausi, non sa bene come reagire, come comportarsi, così continua a sorridere e a mostrare l’incapacità di crederci in ogni azione. Fino a che non ammette candidamente: “Mi sembra strano, quasi ingiusto, sia io a parlare a voi giornalisti, dovrebbe essere Michael Storer al mio posto. Vorrei ci fosse lui”. Lennart Jasch non è abituato a vincere. Per questo vederlo vincere è così bello per tutti quelli che lo osservano. E questa è un’altra buona notizia.
Foto da comunicato TotA
Rendez vous ad Arco
Ad Arco, la terza frazione del Tour of the Alps termina come i più si aspettavano: una volata di un gruppo ristretto ad una trentina di corridori che negli ultimi chilometri hanno richiuso sulla fuga di giornata. In testa al gruppo sono ancora in due: Tommaso Dati e Tom Pidcock, Tom Pidcock e Tommaso Dati come l’altro giorno a Innsbruck. Ma, questa volta, accade esattamente il contrario. Tom Pidcock precede Tommaso Dati, i due sfrecciano davanti al gruppo di fotografi e giornalisti sul rettilineo d’arrivo e laggiù, in fondo, dove il sole, che penetra tra le fronde degli alberi, rimbalza sull’acciaio di un cancello, senza più pedalare e tuttavia ancora lanciati dalla velocità delle volata, i due si cercano e si stringono la mano, dandosi una pacca sulla schiena. Sì, da queste parti si può essere diversi, anche molto diversi, eppure, alla fine, non lo si è mai più di tanto.
Mentre qualcuno racconta di una primavera che, per l’ennesima volta, si è scordata di essere tale, a Laces la stagione è nel pieno delle forze e sembra una delle tante mattinate che accompagnano ad un altro maggio. La radio di corsa sta pronunciando le frasi di rito che preannunciano ogni partenza: qualche corridore resta attardato ed è necessario posticipare di qualche istante, rispetto al chilometro zero prefissato, il via. Qualcuno fora, qualcuno ha un problema meccanico. Poi la partenza ufficiale, a tutta velocità, oltre cinquanta chilometri orari. Di nuovo la voce gracchiante dalla radiolina: “Grossa caduta nelle prime posizioni del gruppo. Molti corridori coinvolti”. Qualche secondo o poco più e l’annuncio: “La corsa è neutralizzata in attesa di nuove comunicazioni”. Chi non può vedere, praticamente tutti visto che la diretta televisiva ancora non c’è, fa i conti con quello che si sa. Davvero poco. E attende. La radio, per giunta, proprio quando si vorrebbe sentirla, tace. Del resto non c’è nulla da dire. Alla partenza c’erano i genitori di alcuni atleti: stanno cercando informazioni. All’arrivo di ieri avevamo visto la madre di Lorenzo Mark Finn, lei ed il padre dovevano seguire la corsa anche oggi. Dopo una decina di minuti, vengono annunciati alcuni numeri di dorsale. Finn viene annunciato a parte: “Il dorsale numero 67 della Red Bull-Bora Hansgrohe è stato ospedalizzato”. A seguire: “La bicicletta del dorsale 67 potrà essere recuperata presso…”. Non è così importante, ma è un’informazione necessaria. Un’ambulanza sorpassa la lunga fila di auto e a sirene accese precede il gruppo. Si ripartirà esattamente ventuno minuti e sette secondi dopo il primo annuncio. Di grave, forse, non è successo nulla. Per Finn si tratta della frattura del polso, lo apprendiamo nel tardo pomeriggio, in sala stampa, da un comunicato. Si vedranno i tempi di recupero ma è andata bene. Abbiamo a che fare quella sensazione di equilibrio precario che ogni ciclista ben conosce. Non importa nulla quanto sia bella giornata, quanto sia presto o quanto sia tardi. Può succedere. E la radio dirà solo così. Per quanto si sia diversi, qui non si è poi tanto diversi. L’abbiamo detto.
Quando di tutto questo restano solo i segni sul corpo e alcune ferite non coperte da alcuna fasciatura, da alcuna benda, Pidcock si prende la rivincita e supera Dati. A Val Martelllo, non è stata una buona giornata per il britannico che al traguardo ha pagato un passivo pesante da Pellizzari. In mattinata Calzoni, suo compagno di squadra, sosteneva che Pidcock dovesse concentrarsi sulla prestazione e sul risultato della prima frazione dopo un periodo difficile conseguente all’infortunio rimediato alla Volta Ciclista a Catalunya. Lui è arrivato a Innsbruck senza avere un preciso obiettivo ma con il desiderio di trovare una vittoria. Non è stato facile partire sapendo di non essere al meglio della condizione, ha scelto di farlo per mettersi alla prova. La mente, forse, ha sofferto più del fisico. Succede agli atleti abituati a vincere, a quelli che non riescono ad accettare di stare un gradino sotto, di non poter competere al massimo perchè sono abituati a farlo. Accettare la sfida non è da tutti e Podcock l’ha fatto. Tommaso Dati è arrivato secondo, soddisfatto perché anche la vittoria, pur raramente, può accadere come un caso, essere capace di riconfermarsi, invece, no. Non è un caso. Per questo dice che, anche se pare assurdo, è più felice adesso di quanto lo fosse dopo la vittoria della prima tappa. Al ritrovo di partenza avevamo parlato con lui del lavoro: l’unica via per raggiungere risultati, al di fuori di questa, dice Dati, non c’è storia, non c’è possibilità. Sono tornati entrambi grazie al lavoro che è pure l’unica strada per tornare. Certamente l’altro giorno il secondo posto di Pidcock ha dato valore al successo di Dati. Vogliamo credere che oggi, il secondo posto di Dati abbia aggiunto qualcosa al successo di Pidcock. Non si è così diversi, anche se il palmares dice altro. Questo è certo e la loro stretta di mano lo conferma e lo racconta.
Foto: Luca Matassoni da comunicato TotA
Saldo come quel campanile
Il campanile ad un’estremità del lago di Resia resta lì. Quando il gruppo passa da quelle parti è un martedì di aprile con un cielo azzurro, nuvole bianche e un’aria di vetro, ma non fa differenza. Quel campanile è sempre saldo in quell’acqua limpida, anche quando piove, nevica, fa freddo, persino quando, in inverno, l’acqua ghiaccia e qualcuno prova a camminarci sopra per raggiungerlo. Alla fine, un campanile resta l’unico edificio di Curon Vecchia dopo che tutti gli altri sono stati abbattuti. Solo. Apparentemente non c’entra nulla ed invece c’entra eccome. I ciclisti, talvolta, condividono lo stesso destino. Ed anche le donne e gli uomini che, magari, ciclisti non sono. E non è facile.
Prendete Mattia Gaffuri. Stamani è partito, in fuga, dopo soli otto chilometri dal via di Telfs. Erano in nove. Piano, piano, soprattutto nel finale, con la complicata ascesa verso Val Martello, è rimasto solo. Pareva l’andassero a riprendere da un momento all’altro e pareva che la storia di questa fuga potesse essere spazzata via lasciando nulla o quasi, almeno nell’ordine d’arrivo. Invece, chilometro dopo chilometro, Gaffuri era ancora lì. Lo era quando, dal gruppo, sono partiti Thymen Arensman e Lorenzo Mark Finn e lo era quando Giulio Pellizzari, del proprio passo, si è riportato sotto. Sono andati a riprenderlo, ma non ha mollato il colpo, ha tenuto quelle ruote e, anche se non è bello anticipare la conclusione di una corsa, all’arrivo Mattia Gaffuri era nel gruppo che si è giocato la vittoria. Saldo anche lui, anche se un corridore sente cose che le pietre di un campanile non sentiranno mai. Però i campanili sono spesso l’indicazione principe quando si arriva in una nuova città ed in fondo anche i ciclisti lo sono o possono esserlo. Non solo i più conosciuti, perché per ogni città è importante il proprio ciclista. Come le madri con i figli.
Prendete Egan Bernal. Qualche giorno fa ha confidato di non essere ancora nel migliore stato di forma però, ha spiegato, molti ciclisti non lo sono ancora, allora è giusto partire e fare quel che si può. Se non è possibile essere perfettamente preparati, è buona cosa essere abbastanza preparati per non mandare tutto all’aria. Di sicuro nemmeno il campanile di Curon Vecchia è perfetto. Anzi, utilizzando solo la razionalità è esattamente il contrario della perfezione, perché i campanili non sono fatti per restare a mollo nell’acqua. Eppure è bello. Qualcosa vorrà pur dire. Egan Bernal che si mette in testa a fare il ritmo per Thymen Arensman non è perfetto ma è come dev’essere, almeno per ora. Nemmeno Domenico Pozzovivo che fa l’elastico ma cede poco, pochissimo ai migliori è perfetto però tanto basta perchè sia una buona giornata. Anche lui è restato saldo.
Prendete Giulio Pellizzari. Neanche lui, che a Val Martello vince, è perfetto. Anzi, confesserà di non aver sentito le migliori gambe in avvicinamento al traguardo. Così ha pensato a tutte le volate ai cartelli che ha fatto in ritiro con Jai Hindley. Dice che qualcuna l’ha vinta. Se avesse tenuto, si è detto, avrebbe potuto giocarsela in volata. Ha battuto Thymen Arensman, bella gamba sia ieri che oggi ma non basta per vincere, e Mattia Gaffuri, di cui abbiamo già parlato. Tira un grido, Pellizzari. Dalla Tirreno era uscito nemmeno troppo contento perché avrebbe voluto vincere e non ci è riuscito e la vittoria gli mancava molto. Nel frattempo sono piovuti paragoni, grandi aggettivi e altrettanto grandi articoli. Era con Lorenzo Mark Finn, giovane anche lui. E Pellizzari ha parlato anche per Finn: i giovani sono i primi a voler vincere ma serve tempo perché accada. I grandi paragoni, spiega, pongono pressioni sulle loro spalle e questo non aiuta chi corre in bicicletta. In Italia siamo così, lo ricorda, sorride, ma forse si può imparare qualcosa. Cambiare qualcosa. Magari cambiare idea, lettura del circostante, che è permesso alle persone non certo ai campanili.
Per il resto, invece, ben venga chi resta saldo anche nel giorno in cui non sente le gambe che vorrebbe e, al traguardo, supera tutti. Ben venga chi resta saldo ma lo fa al modo degli uomini e delle donne, non dei freddi edifici e nemmeno degli sportivi di un certo immaginario, duri, puri e sempre perfetti, senza la minima ombra di dubbio o fragilità. Benedetto, quindi, Giulio Pellizzari che a questo traguardo ha spesso pensato mentre ricordava Stefano Casagranda, padre della sua compagna Andrea. Casagranda aveva vinto da queste parti. Da qualche mese non c’è più e lui voleva ricordarlo, dedicargli qualcosa. Poi la voce si increspa e servono le mani a sfregare gli occhi lucidi. Poi i rulli si fanno guardando a terra, per mandare giù il ricordo. Poi si capisce perché quel che è secolare, talvolta millenario, quasi infinito, come quel campanile, colpisce lo sguardo di tutti coloro che costeggiano il lago di Resia. Agli esseri umani non è permesso, pur se restano saldi. O forse sì. Ma questo davvero non c’entra nulla. Pellizzari sta concedendo le ultime interviste, dobbiamo tornare a lavorare.
Foto: Luca Matassoni, da comunicato TotA
I volti dei ciclisti nel giorno di Tommaso Dati
Non sappiamo quanti anni avesse il signore che ieri mattina, a Innsbruck, alla partenza della prima tappa del Tour of the Alps, guardava i corridori arrivare al palco della presentazione squadre e, almeno per quattro o cinque di loro, trovava somiglianze fisiche con ciclisti dei tempi dei nostri genitori e dei nostri nonni. Non stava parlando con noi ma qualche nome l’abbiamo sentito: ha citato Ottavio Bottecchia, Costante Girardengo, Giovanni Brunero e Alfredo Binda. Parlava di volti, di capelli, persino di movenze simili. Forse aveva ragione, forse no e, ad essere sinceri, ci sembra più verosimile questa alternativa perché, anche sforzandoci, quelle somiglianze proprio non riusciamo a rintracciarle. Poi, però, abbiamo pensato ad un libro letto di recente in cui si sosteneva che, con il passare degli anni e la mancanza di tante fra le persone che abbiamo conosciuto, il cervello si sforzi di ricercare in coloro che incontriamo tracce del passato e, in un certo senso, ricalchi su quei volti i volti già appartenuti alla nostra storia, quasi non riuscisse a memorizzarne di nuovi. Allora non solo il ciclismo che guardano in televisione i nostri nonni è, spesso, un romanzo di storie passate a fare da contorno e sottofondo alle nuove tappe ma anche le sembianze dei ciclisti di oggi sono eco di volti passati nella loro mente. Qui fuori non riusciamo più a scorgerlo, ma se incontrassimo di nuovo quel signore dai capelli bianchi gli chiederemmo chi gli viene in mente guardando Domenico Pozzovivo che, lui sì, ha davvero qualcosa di un corridore di altri tempi.
In fondo, il lucano ha solo quarantatré anni ma il suo ritorno ha suscitato una strana curiosità e nelle sue interviste si cercano storie che sembrano arrivare da un altro ciclismo, anche se Pozzovivo ha smesso solo un anno fa: desiderava dedicarsi alla propria famiglia, completare gli studi e anche evitare le strade sempre più pericolose su cui ogni ciclista trascorre tanto, troppo tempo. Accanto ad una finestra macchiata dalla pioggia, ieri pomeriggio, ci ha detto che è tornato perché le gambe sono ancora buone, perché gli studi li ha completati, perché vuole mettersi alla prova con un ciclismo che è sempre più giovane e perché, alla fine, nel ciclismo, a più di quarant’anni, di tempo non ce n’è poi tanto e se si ha un’idea non ci si può permettere di rimandarla. Non solo nel ciclismo e non solo a quarant’anni, ci viene da dire, ma non è questo il punto. Tutti cercano Pozzovivo perché il suo corpo parla di ciclismo, dopo tutti i chilometri che ha fatto e gli infortuni che ha avuto. Tutti cercano Pozzovivo perché se somiglia a qualcuno, probabilmente, somiglia a quei ciclisti particolari: più alti o più bassi di quel che ci si attende da un atleta, con una pedalata che si riconosce all’istante, con passioni forti e libri ancora in mano quando la scuola è ormai lontana. Quelli che li noti e hai voglia di fare almeno una domanda. Domenico Pozzovivo è come loro. E, anche se non abbiamo i capelli bianchi, questo lo sappiamo con certezza.
Tommaso Dati è un classe 2002 ed ha vent’anni esatti meno di Pozzovivo. Qualcuno, in questi giorni, ha fatto il suo nome per questa prima tappa con partenza ed arrivo ad Innsbruck, non lontano dalle case color pastello affacciate su un Inn che pare incazzato, sotto una luna storta di primavera, mentre scorre via. Quando, però, nel finale di tappa è partito Thymen Arensman a Dati nessuno pensava più. Invece, come il plotone ha chiuso sull’olandese, è stato proprio Tommaso Dati il più veloce. Non si era accorto di avere dietro di lui Tom Pidcock, l’ha notato solo quando si è voltato. Per fortuna forse, perché si vince meglio così, senza farsi troppe domande. Il rischio, in fondo, quando si è molto giovani è quello di spaventarsi, di lasciarsi prendere dal timore reverenziale e sbagliare quel che di solito non si sbaglierebbe mai. Ce lo ha ricordato Giulio Pellizzari con la sua espressione nel momento in cui ha appreso che l’ultimo italiano a vincere qui è stato Vincenzo Nibali: da candidato alla vittoria finale deve avergli fatto impressione l’idea del confronto. Pidcock che si affaccia fa la stessa paura. Dati non l’ha avuta e se l’è lasciato alle spalle. Dati ha vent’anni meno di Pozzovivo, dicevamo, ma nel giorno più bello della sua vita, almeno ciclistica, dice qualcosa che avrebbe potuto dire anche il lucano: “Sono troppo felice, sono entusiasta. Ci ripenserò, certamente, ma quando tornerò a casa mi metterò solamente a lavorare sodo perché la strada non è finita qui e, comunque, è giusto così: voglio arrivare al World Tour”. Ha il volto dei giovani, dei giovani ha anche la riservatezza e lo sguardo. Somiglia al ciclista che avrebbe voluto essere quando giorni come questo non erano nemmeno nell’immaginazione e c’erano solo sacrifici e tutto ciò che ancora non funzionava. È la somiglianza più importante. Di più non si può dire.
Foto: da comunicato TotA









