Troppo bello per non essere vero

E adesso diteci chi non ci ha pensato sin dalla qualificazione per la finale per l'oro? Chi non aspettava da questa mattina le 19:30 per vedere il quartetto scendere in pista al velodromo Jean Stablinski contro la Francia? Perché sì, eravamo più forti, lo sapevamo, ma fino a quando non sei su quel parquet può succedere di tutto.
E il momento non arrivava più, nemmeno quando li abbiamo visti posizionarsi. Tre caschi d'oro, per ricordarci ancora una volta ciò che è successo a Tokyo, quella medaglia olimpica che ci ha fatto gridare di gioia in un'estate italiana che più di così non si poteva. Jonathan Milan, Filippo Ganna, Simone Consonni e Liam Bertazzo che a Tokyo era riserva, qui invece è parte di quella scia di suono che passa e se ne va, che puoi solo immaginare fino a quando non entri in un velodromo e la senti. Insieme all'aria che si sposta, all'attrito rovente delle ruote lanciate a tutta velocità sul legno. La pista è perfezione, in ogni dettaglio. E fuori da qui c'è il velodromo di Roubaix, c'è ancora sospeso l'urlo di Colbrelli.

Ci abbiamo pensato tutti e abbiamo osservato quei centesimi scorrere, girare vorticosamente, numeri su numeri. Qui è tutto fatto di numeri. Italia in testa, poi Francia, di nuovo Italia e di nuovo Francia. Si sono superati i francesi, perché correvano in casa, perché Roubaix è un tempio a cui non puoi resistere. C'è devozione, rispetto, timore.

E poi diteci chi, guardando, non ha scandito a voce alta i nomi degli azzurri che si alternavano in testa al quartetto. A tutta, quasi senza fiato. Come Consonni a ruota di Filippo Ganna, lui che strapazza il tempo. Potenza dirompente quella di Ganna, spettacolo di cinetica e aerodinamica. Come il quartetto che si riporta sul tempo della Francia e lo sopravanza. Un gruppo, il quartetto.
Ultimi cinquecento metri, siamo in testa. Ultimi duecentocinquanta metri, la Francia si sfalda, resta con tre uomini, basta gettare un occhio dall'altro lato della pista per vederli in difficoltà. Hanno fatto il possibile ma certi tempi, certe velocità, devi averli nelle gambe e i muscoli dei nostri azzurri li conoscono, li praticano, hanno con loro un'affinità rara. Anche a costo di sentire male, di rischiare di svenire, ma devi resistere. La linea bianca del traguardo è lì.

Abbiamo gridato anche noi, un'altra volta, come quel giorno d'estate, come ieri sera, perché ora è vero: siamo Campioni del mondo dell'inseguimento a squadre. Non succedeva dal 1997, ben ventiquattro anni fa. Perché siamo veloci, lo dice il tempo: 3'47"192. Perché siamo un gruppo che va oltre i quattro atleti in corsa. Lo dicono i ragazzi che, prima di festeggiare, hanno chiamato Lamon, l'hanno voluto lì con loro, l'hanno preso in braccio e fatto saltare. O semplicemente perché era troppo bello per non essere vero. Ora è vero. Ora è oro.


E siamo solo all'inizio...

Forse basterebbe dire che Martina Fidanza, bergamasca, appena ventuno anni, ieri sera ha vinto la medaglia d'oro nello scratch ai Mondiali su pista di Roubaix. Ma noi non vogliamo fermarci qui. Vogliamo soffermarci su quanto sia bello il fatto che una ragazza di soli ventuno anni porti a casa un risultato come questo e sul bene che fa a un gruppo di ragazze altrettanto giovani che continuano a crescere e che in questi giorni sono attese da prove molto importanti. Non ci sbilanciamo, non facciamo pronostici, ma ci crediamo perché, prima del risultato, vediamo ciò che stanno costruendo. Crediamo a ciò che stanno costruendo. Da anni, non da ieri o da oggi.
La bellezza di un mondiale su pista a Roubaix, città che si intende tanto del liscio pavimento dei velodromi quanto delle pietre asimmetriche. Roubaix, città manifesto del ciclismo, come le Fiandre. Lì Elisa Balsamo davanti a tutti in linea, qui Martina Fidanza, in pista, in una gara in cui contano i nervi saldi, l'esperienza, la capacità di scegliere l'attimo. Non ci credeva Martina, non ci credeva e se qualcuno glielo avesse detto ieri sera non lo avrebbe ascoltato. Pensava di potersela giocare? Forse sì, forse nel finale, allo sprint. E già sarebbe stato un bel giocare.
Quello che ha realizzato, invece, è troppo bello per aspettarselo ed è meglio così perché chiunque veda una corsa vuole stupirsi, la pista, poi, è il regno ideale per sorprenderti perché nei metri di un velodromo c'è un universo e puoi vederlo tutto, sentirlo, viverlo tutto. Martina che a cinque giri dal termine incrocia la voce di Dino Salvoldi che le dice: «Vai a tutta». Si fida, si fida ciecamente e parte. Attacca, domina, non lascia scampo alle avversarie. Veloce, potente, inscalfibile.
Si è resa conto di quello che ha fatto a mezzo giro dal termine, quando ha visto che il gruppo più di tanto non recuperava: meglio così, perché quando fai qualcosa di questo tipo è giusto che tu abbia la possibilità di goderti il momento mentre si svolge. Non solo nei ricordi, non solo nei racconti. Come quando disegni e intuisci il risultato quando ancora mancano i dettagli. Lei di disegno se ne intende, come di pista.
Paziente, commossa, appassionata. Felice che questo oro sia arrivato dopo tanti sacrifici perché significa che è stato giusto farli, che è stato giusto crederci. Felice come era felice quando è volata a Tokyo, lì ha scoperto che non avrebbe preso parte ad alcuna specialità e le è spiaciuto, ma era felice lo stesso perché poteva essere di supporto alla sua squadra, alla sua Italia. Quella a cui ieri ha regalato un oro memorabile.
E i Mondiali, lasciatecelo dire e sperare, sono appena appena iniziati.


Battistella e le possibilità di sfruttare

Venezia è un pesce, scriveva Tiziano Scarpa, per raccontare la forma della città dei marinai e delle gondole. Venezia è una possibilità, all'alba della prima edizione della Veneto Classic. Può dirvelo Andrea Piccolo, che dopo un anno da dimenticare che gli ha impedito il debutto in Astana, in maglia Viris Vigevano, in questi mesi, sta cercando di riprendersi quella possibilità. A noi lo dicono le azioni di Federico Burchio e Matteo Zurlo che cavalcano i 330 metri de “La Tisa” come fossero agli ultimi chilometri, invece sono solo all'inizio di giornata. Ripida, nascosta, a tratti di paura, a tratti di sollievo, come tutte le possibilità. Quella di avere una squadra per il prossimo anno, quella di poter continuare a fare il proprio lavoro, a pedalare.
Bassano del Grappa è ancora lontana. Lì tutti fotografano un rinoceronte in acciaio fuori da Palazzo Sturm. Una signora ci affianca mentre lo ammiriamo e ci racconta una storia. Quella di un rinoceronte che nel 1515, dalle colonie orientali, fu portato a Lisbona. L'animale, legato da possenti catene, sarebbe dovuto arrivare anche a Roma: la nave, però, affondò in Liguria. Quel rinoceronte non riuscì a liberarsi dalle catene e nessuno lo vide mai. Com'era fatto, però, lo scoprirono presto tutti, grazie ad Albrecht Dürer, matematico e pittore, che da una lettera che lo descriveva trasse una xilografia. Per dire delle possibilità e di quanto, a patto di avere pazienza, non finiscano dove sembrano finire. Ve lo avremmo potuto dire con quella ragazza che sul ponte di Bassano, mentre ammirava un pianista, ha detto alla madre: «Oggi sembra impossibile, ma un giorno suonerò anche io un pianoforte come quello». Ve lo diciamo così.
Ma basterebbe andare a “La Rosina” per capire quanto in questa terra siano legati alle possibilità. Basterebbe conoscere la storia di Rosina che, in quelle vie, aprì una locanda per dare ristoro ai militari durante la guerra mondiale, quando un tozzo di pane era la possibilità. Oppure parlare con qualche ceramista della zona, per esempio con chi ci dice che la storia della ceramica è una storia di possibilità e libertà. Come quella dei pori della porcellana che lasciano traspirare il cibo: «I pori lasciano passare l'aria, per questo il cibo è più buono lì dentro».
Matteo Trentin e Samuele Battistella la loro possibilità l'hanno inventata sin dall'inizio della gara, insieme ai compagni. A Trentin non è bastato. È la legge della strada. A Samuele Battistella sarebbe potuto non bastare e ai due chilometri dal traguardo tutti avrebbero detto così perché gli inseguitori avevano aperto la caccia, quasi teso un'imboscata nel momento della sofferenza maggiore.
Per un attimo c'erano solo cento metri tra lui e gli inseguitori. Solo per un attimo. Poi duecento, poi l'ultimo chilometro. Ha vinto così Battistella. Non gli si sarebbe potuto dire nulla in ogni caso, del resto cosa vuoi dire a un ragazzo di ventitré anni che racconta di credere nel gregariato, nella necessità di partire dal niente e di fare più fatica degli altri per riuscire? Diversamente devi essere un fenomeno, ma Battistella non si sente tale. Si sente un ragazzo che crede nel lavoro e nelle possibilità. Perché ve lo dicevamo: le possibilità non finiscono dove sembrano finire. Crederci dopo le vittorie è semplice, noi, alle storie che abbiamo incrociato in questi giorni, auguriamo di essere così impregnate di libertà da crederci prima. Battistella insegna.


«Ai miei tempi zera così», ovvero la Serenissima Gravel

A Jesolo, Filippo Fiorelli scherza, salutandoci: «Non mi preoccupa molto la gara. Più che altro penso a come tornare a casa se foro lontano dal tratto in cui c'è il nostro meccanico. Mi tocca andare a piedi, sennò mi lasciano qui». Passano poche ore e radiocorsa annuncia: «Segnalato atleta Cofidis in località Portegrandi. In attesa di essere recuperato da un mezzo, ha avvisato i carabinieri». Insomma, pensiamo, l'indole scherzosa di Fiorelli non c'era andata molto lontano. La realtà è che alla Serenissima Gravel, prima gara gravel italiana per professionisti del World Tour, tra Jesolo e Piazzola sul Brenta, non c'è assistenza al seguito del gruppo: le stradine strette dello sterrato veneto non lo permetterebbero neppure. La soluzione sono tubeless da 40, e giù di lattice per chiudere qualche piccolo foro, ci spiega Andrea Fedi, meccanico della Bardiani CSF Faizanè. Anche il cambio è meccanico per non rischiare malfunzionamenti causati dalle sollecitazioni del terreno. Anzi dalla terra stessa.
È bugiarda qui la terra. Al passaggio del gruppo in questi rivoli vedi alzarsi una nuvola bianca e cerchi di coprirti gli occhi. Come la nuvola si abbassa e li scopri, ti accorgi che la terra è ancora lì, si appoggia sulla pelle e brucia ai lati degli occhi.
«Ai miei tempi zera così» dice un anziano signore rivolgendosi all'amico.
«Perché te si vecio» lo prende in giro il coetaneo.
Chissà cosa avrebbe detto vedendo Jan Petelin che si portava a spasso un tubolare sulla spalla alla partenza. Le persone sono curiose, perché è la prima volta ma non solo.
«È vero che le strade sono di tutti ma è anche vero che non tutti riescono a scalare il Mortirolo o lo Stelvio. Queste stradine sterrate può farle chiunque» ci racconta un tifoso. E giura di aver visto qui qualche avventuriero in Graziella. Gli crediamo? Non è questo a fare la differenza. La differenza la fa la voglia che ha la gente di sentirsi vicina ai professionisti nel modo di vivere e di pedalare.
«Poi in queste strade ti senti sicuro: fori, al massimo rompi la bicicletta ma non ci sono auto o altri pericoli. Le sbucciature guariscono» aggiunge Fedi.
Poi è questione di prospettiva. Chi diceva che la corsa sarebbe stata tranquilla fino agli ultimi giri, perché, come in tutte le prime volte, si va alla cieca e non si rischia troppo, avrebbe dovuto parlare con Alexey Lutsenko che, mentre si passa da Treviso, parte con la lancia in resta. In fondo, con la terra funziona come con qualunque altra cosa: devi conoscerla per affrontarla con sicurezza e non sbagliare troppo. Per questo non sorprende che i primi a inseguire siano i fratelli Braidot, Dorigoni e Cribario, loro di polvere se ne intendono. Ma puoi essere anche Taco van der Hoorn e ti diverti lo stesso, perché «Anche i professionisti vogliono divertirsi» come ci hanno detto. «Passavo gran parte del tempo sul letto, con gli occhi chiusi, al buio. Ero senza contratto» aveva raccontato Taco dopo la vittoria nella terza tappa del Giro d'Italia quest'anno. Pensate quanta voglia possa avere lui di divertirsi.
«Pensa se un giorno a Piazzola arriva van der Poel?» dice una voce vicino a Palazzo Contarini, imponente, maestoso, quasi un contrasto nel giorno del terriccio, del gravel, della bicicletta che torna all'essenziale, ai tempi dei nonni e dei bisnonni, coloro che poi spiegavano quelle giornate ai nipoti e si commuovevano all'idea di aver visto Fausto Coppi. Chissà, le prime volte sono belle anche per questo, perché puoi immaginare tutto quello che verrà. Hanno il fascino del foglio bianco, prima della scrittura del pezzo. Il fascino del sentiero gravel in cui il solco devi tracciarlo tu e sperare di non sbagliare. Alexey Lutsenko, Riccardo Minali e Nathan Haas dicono queste cose qui. Chi ha creduto di portare trentasette ciclisti fra le strade selvagge del Veneto dice queste cose qui. Persino quel ragazzo, che vorrebbe van der Poel a Piazzola, dice questo. Le prime volte conoscono l'illusione, magari, non la disillusione e, nella realtà quotidiana che di disillusioni vive, è un bene. Perché da queste esperienze nasce il futuro, come ci ricorda Lutsenko. Noi ascoltiamo: un giorno in gravel, in fondo, serve anche a ricordarsi questo.


Gli antichi mestieri

Padova è tutta nelle mani di Alfredo che intorno all'ora di pranzo impasta il pane su un tavolino di legno sporcato di farina, lui che è stato panettiere e oggi che è in pensione continua a provare piacere nell'infornare panini. Padova è tutta nelle sensazioni di Kalì che, in Prato della Valle, ha una bancarella con la frutta e mentre guardiamo al cesto delle albicocche avverte: «Vi spiego come fare a capire se la polpa è buona. Però ricordate: dovete sentire, non guardare». E inizia a maneggiare un'albicocca, come a modellarla. Padova è in una rosticceria in cui torna una ragazza dopo la scuola e il padre chiede come sia andata la giornata. «Tornavo qui anche io dopo le lezioni: lasciavo la bicicletta appoggiata ai vetri e uscivo nel cortile a giocare».
Padova che non si è mai scordata gli antichi mestieri e oggi, col ritorno del Giro del Veneto, si è ricordata di uno dei più antichi: il ciclismo. «Il treno su cui saltare in cerca di fortuna» diceva Gianni Mura e citava Zavattini e il suo «i poveri sono matti» aggiungendo «anche i ciclisti lo sono». Per esempio, è da folli partire in fuga dopo cinque giorni in cui non si è toccata la bicicletta e altrettanti di antibiotico, eppure Giacomo Garavaglia lo ha fatto. Come Kalì resta in piazza pure quando d’estate ci sono quaranta gradi anche se non vende nulla e Alfredo impasta il pane nonostante l'artrite. Assomiglia a loro Marco Marcato, di San Donà di Piave, che avrebbe voluto correre il Giro del Veneto, non ha potuto farlo a causa di ripetuti episodi di aritmie, l'anno prossimo si ritirerà, ma questo pomeriggio era lì, in ammiraglia con la UAE Team Emirates e non se lo sarebbe perso per nulla al mondo questo giorno.
Rovolon, Castelnuovo e poi Il Roccolo, dove tutti dicevano che la corsa si sarebbe accesa e dove la corsa si accende. Dove impazza Lutsenko che da ragazzino praticava karate, che non parla molto, come la gente degli antichi mestieri e soffre con dignità, in silenzio. Così in Prato della Valle ci siamo ricordati di quelle lacrime nascoste per i due gemelli che sua moglie aveva perso, per tutto quello che si sarebbe dovuto spiegare all'altra figlia che, già da bambina, doveva affrontare questa sofferenza. Certe cose non c'è mestiere che te le insegni, anche se nel tuo paese sei un eroe.
Gli antichi mestieri, invece, insegnano la concretezza. Non è un caso che a Prato della Valle vinca Xandro Meurisse che «non sa cosa sognare», che ha provato a dire di «non avere sogni», ma tira dritto e beffa Trentin che non ne ha più. Musicista, tastierista e batterista, Meurisse, perché anche la musica, in fondo, si fa con le mani e non lascia spazio a bugie. Non è un caso che in questa città si ritiri Fabio Sabatini, uomo di fiducia di Elia Viviani, lui che pilotava il treno dei velocisti. Quello stesso treno che serve per andare altrove e su cui saltavano i più poveri, i disperati.
Gli antichi mestieri, soprattutto, insegnano la genuinità dell'indignazione. Cruda come la fatica. Accanto a noi, all'arrivo c'è un ragazzo con addosso una maglia Trek-Segafredo. La Trek non è qui, ripensando a Trentin secondo, dietro Meurisse, quel ragazzo spiega: «Non è giusto, è sempre lì, merita di vincere». Sincero, sinceramente dispiaciuto, non perché non abbia vinto il suo beniamino o perché Meurisse non meriti la vittoria, ma perché avrebbe voluto un finale più giusto per la fatica e i tentativi. Lì vicino c'è Dainese con gli occhi lucidi, tradito dalla fatica di uno dei mestieri più antichi. Poco più in là, una voce grida «Forza, sei un ciclista». E solo questo, forse, spiega davvero tutto.


Mad World

Chissà cosa avrà voluto dire quella ragazza che, all'ora del primo caffè, in un bar, poco distante da Como, ha fermato il barista mentre cercava una canzone. "È questa" ha detto ed è partita "Mad World" dei Tears for Fears. Ci abbiamo pensato mentre andavamo alla partenza de "Il Lombardia".
Davide Orrico è di Como, ci dice che è la sua prima volta, che non può fermarsi molto perché tutti lo chiamano. Per nome, tra l'altro. Una restituzione di identità, qualcosa che esula dal ciclista e riporta alla persona. Perché qui tutti lo conoscono così. Non ci dice che proverà ad attaccare, ma le tattiche non si rivelano mai a nessuno. "Si farà strada, vedrete" avverte qualcuno accanto a noi. Orrico si è fatto strada e di strada ne ha fatta: prima in fuga, poi di nuovo ad attaccare ai quaranta dal traguardo dopo essere stato ripreso. Vedi dal volto, vedi dalla sudorazione, dalle spalle che è alla corda ma non molla. E aveva ragione quella ragazza, la canzone è proprio quella, quella che ad un certo punto dice: "È qualcosa di strano, di divertente: i sogni di cui sto morendo sono i migliori che abbia mai avuto". Questa frase ritorna ogni volta in cui un uomo all'attacco si sposta a bordo strada, si fa sfilare. Muoiono sogni, i migliori che ci siano per un ciclista, ogni volta che finisce una fuga.

Vincenzo Nibali potrebbe dire lo stesso, lui che, quando ha provato ad allungare, ha ricordato l'ultimo attacco al Giro di Sicilia ma anche tutte le altre volte. Anche una Sanremo di anni fa, perché poi le salite sono mare verticale e pace se lì eravamo in primavera e qui il foliage scricchiola sotto le scarpe. Si è staccato poco dopo, non era giornata. Ma gli esseri umani hanno un preciso dovere: coltivare sogni, ma badare alla realtà. Nibali lo fa, proseguendo con dignità. Come fa Pinot che, alla partenza, mentre tutti applaudono Alaphilippe, il nuovo Campione del Mondo, gli si avvicina e gli dà una pacca sulla spalla. Fa strano: chi sta realizzando tutto ciò che poteva sperare e chi ha dovuto fare i conti con vetri rotti da rimettere assieme.
Tadej Pogačar nell'armadio di casa dei genitori ha un disegno di un ciclista che attacca una salita. Potrebbe essere lui mentre attacca dopo lo scatto di Nibali. Forse il modo migliore di coltivare un sogno in una famiglia di umili condizioni: appenderlo a un armadio per ricordarsene. All'interno dell'armadio perché la tua realtà devi comunque viverla e la sua non era quella di un ragazzo che potesse permettersi troppi grilli per la testa.

Fausto Masnada sogna come quell'artigiano che per la strada che porta a Bergamo espone oggetti di legno. Modella con umiltà ciò che vuole, con decisione, mettendosi a disposizione ed essendo a disposizione. Quando arriva a Colle Aperto con Pogačar, a noi viene in mente Charlie che a vedere "Il Lombardia" si è appostato in pianura perché la sua carrozzina non gli permette di scalare vette, anche se brevi e ci dice di salire a Colle Aperto "perché lassù oggi non senti nemmeno il tuo respiro dalla folla che c’è". Era vero, aveva ragione Charlie, che probabilmente non ci leggerà ma, se capitasse, vorremmo solo dirgli che il suo consiglio è stato prezioso e che lo ringraziamo perché da nomadi del ciclismo non sapremmo quasi nulla dei luoghi in cui capitiamo senza persone come lui.

Pogačar e Masnada hanno vissuto le stesse sensazioni, chi da una parte e chi dall'altra del sogno. Pogačar, che oggi conquista la sua seconda monumento dopo la Liegi, forse fermerà la radio su un'altra canzone. Masnada quella ragazza potrebbe capirla senza starci troppo a pensare perché ha perso proprio mentre immaginava una delle cose più belle che potesse mai desiderare.
Poi c'è chi non era pronto per i propri sogni, Roglič, e chi non ha scelto il momento giusto per farsi strada, Alaphilippe su tutti, che, in fondo, di quella pacca sulla spalla di Pinot aveva bisogno, come tutti coloro che stanno andando da qualche parte. Per viaggio, per sogno o per lavoro. Perché, tra tutti i sogni realizzati e quelli schiacciati dalla realtà, è proprio un mondo matto.


E a chiudere (o quasi)... Il Lombardia

Se c'è una (grande) corsa di un giorno che si addice in maniera perfetta ai corridori da Grandi Giri quella è “Il Lombardia”, Giro di Lombardia come si chiamava un tempo. "Classica delle foglie morte" per via della stagione, banalmente, del foliage che caratterizza la sede stradale, persino - un tempo - "Mondiale d'autunno'' fino a quando proprio la rassegna iridata non ha iniziato a spostarsi più avanti, più in là, nel calendario.

Se c'è una corsa che per certi versi ha assunto meno prestigio rispetto alle altre “Monumento”, questa è, ahinoi, il Giro di Lombardia: nonostante si riveli poi sempre corsa dura, selettiva, spettacolare, temuta, amata, cerchiata in rosso, nel tempo è stata un po' snobbata (non è il caso di quest'anno); arriva a fine stagione (oggi per la prima volta pure una settimana dopo la Parigi-Roubaix) quando il gruppo ha fiato corto, gambe dimezzate, e poi quei cambi di percorso, che per qualcuno sono il tratto caratteristico, in verità fanno un po' perdere la bussola.
Se c'è una corsa che quest'anno avrà il tremendo compito di svegliarci dal sogno di una stagione ciclistica meravigliosa, segnando la fine (o quasi, perché per fortuna non è proprio finita finita, ancora qualcosina da gustarci ci sarà) del 2021, sarà il Giro di Lombardia.

Da Como a Bergamo in un un percorso diverso rispetto alle ultime stagioni quando l'arrivo sfiorava il Lago e dove Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo della Battaglia intorpidivano le gambe, smembravano il gruppo e poi lanciavano, solitari o sgranati, i corridori verso la vittoria.
Sarà meno selettivo il percorso di quest'anno? Può darsi, ma mai come nelle ultime settimane il gruppo ha mostrato la verità del più banale degli principi: sono loro a fare (dura) la corsa. E oggi ci aspettiamo una grande battaglia, visti i nomi al via.
Giro di Lombardia: da Gerbi (primo vincitore e ancora oggi il suo vantaggio di 40' resta il più grande distacco tra 1° e 2° nella corsa italiana) a Fuglsang, oltre un secolo di storia e così tanti episodi.

Scegliamo, per questioni di memoria e tempo, quella dell'anno scorso, un Ferragosto con Lomabrdia segnato da una selezione e da distacchi – per l'appunto - d'altri tempi (non come quelli dei pionieri) e da quell'immagine tremenda di una bici ferma sul muretto di un ponte lungo la discesa della Colma di Sormano. Evenepoel rischiava, e poi andava giù nel tentativo di seguire la ruota di altri scatenati. Abbiamo temuto il peggio.
Da lì ripartiamo: con il giovane belga che prova ad assorbire quell'esperienza anche se si proclama un po' stanco dopo l'impresa alla Coppa Bernocchi (sulla falsariga di van der Poel che dopo l'impresa alla Tirreno sotto la pioggia accusò la fatica alla Sanremo, oppure pretattica?); con la coppia slovena che parte in prima fila, Roglič decisamente più avanti di Pogačar, ma per ripeterci: scommettereste mai contro uno così? Noi no.

Con Alaphilippe che comunque vada la maglia iridata la porterà davanti in qualsiasi fase della corsa: afferma pure lui di non avere chissà che gambe, e magari in Quick Step hanno pronto Almeida all'ultima recita travestito da lupo prima di andare a infoltire il pacchetto corse a tappe della UAE dal 2022.
Da metà settembre in poi ha collezionato 3 vittorie, 4 secondi posti (tra cui l'Emilia) e un 3° pochi giorni fa alla Milano-Torino. In generale la costanza mostrata nel 2021 è degna di rilievo. Che sia lui il più in forma tra gli uomini di Lefevere? Unico dubbio la tenuta sulla distanza se proprio vogliamo trovare un “ma”. E poi gli Yates, più Adam che Simon che che per la verità si è visto poco di recente, Woods sempre temibile su questi percorsi, l'ultima corsa di Dan Martin, poi Gaudu che ci piace sempre, come Cosnefroy. E poi Valverde che non ha mai vinto una corsa per lui, il pacchetto di mischia Bahrain (Teuns, Mohorič), e tanti altri outsider.

L'Italia si affida a diverse generazioni di corridori: c'è il vecchio, Nibali, l'esperto, Ulissi, ci sono i medi, per età ed esperienza: Moscon, Masnada, Rota e Formolo, e infine i giovani Aleotti e Bagioli, ma quest'ultimo sarà chiamato al lavoro sporco visto tutti i capitani che si porta appresso, ma chissà.

IL PERCORSO

Da Como a Bergamo quest'anno. Come detto almeno sulla carta è meno duro del pacchetto che porta il gruppo verso il Lago con le ascese in serie di Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo. 239 km con un inizio soft, Ghisallo solo simbolico (versante abbordabile) poi è vero: quando si sale si sale (Roncola, Berbenno, Dossena e Zambla Alta in successione), ma il punto clou è atteso sull'ultima salita: Passo di Ganda, il lato oscuro del Selvino con quei 4 km finali duri duri e lo scollinamento a 32 dall'arrivo: trampolino ideale.
Prima del finale lo strappo verso Bergamo Alta, suggestivo e impegnativo per lanciare chi ne avrà verso il traguardo che sarà da lì a poco. I favoriti li abbiano nominati e li mettiamo in fila come d'abitudine qui in seguito, ma occhio che come a volte accade (al Lombardia l'ultima volta fu il 2011 con la clamorosa vittoria di Zaugg) può spuntarla una sorpresa, oppure, in caso di marcamento fra i (diversi) big al via, anche un bel gruppo di seconde linee.
A noi in tal caso, così su due piedi, ci piacerebbe, partigianamente, vedere trionfare Masnada o Rota. Ragazzi di casa - in tutti i sensi - che vanno forte in questo periodo.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Evenepoel, A.Yates
⭐⭐⭐ Alaphilippe, Almeida, Woods, Gaudu
⭐⭐ Mollema, Champoussin, G.Martin, Higuita, Valverde, S.Yates, Rota, Masnada, Teuns, Powless
⭐ Moscon, Aleotti, Grossschartner, D.Martin, Pinot, Nibali, Bagioli, Tulett, Mohorič, Sivakov, Formolo, Hirschi, Bardet, Storer, Kron, Vingegaard, N.Quintana


Dirompente come Jonathan Milan

Vista l'età anche Jonathan Milan ha pieno diritto di entrare nel club dei giovani, forti, vincenti. Mica ce li avranno solo gli altri i talenti dai tratti poliedrici?
Classe 2000 e infatti non ha solo la faccia da ragazzino: lo è. Potente che sembra fare scintille quando punta l'uomo in pista, alto e così performante su strada che la Bahrain domenica scorsa se lo portava alla Roubaix con il compito di aiutare i compagni a stare davanti e non prendere aria nella prima parte di corsa, ieri Jonathan Milan con una prestazione (esageriamo?) esagerata è diventato Campione Europeo dell'inseguimento individuale durante la rassegna continentale in corso a Grenchen, Svizzera. Ha preso e doppiato il suo avversario, il russo Gonov, dopo 3,5 chilometri di gara.
In semifinale stampava un 4'05'' tempo che ha una certa dignità: tre secondi meglio di quello fatto a Berlino (Mondiale 2020) quando a soli 19 anni andò a giocarsi la finale per il bronzo (che poi perse correndo in 4'13'' contro il francese Ermenault). Ipoteticamente quel 4'05'' gli sarebbe persino valso l'argento in una sfida immaginaria con Filippo Ganna. Che prima del via ieri lo ha sostenuto e incitato.
Milan: un titolo europeo e uno olimpico e anche qualche altra medaglia "meno preziosa" al collo tra cui un bronzo mondiale nell'inseguimento a squadre (nel 2020) e un futuro da seguire; friulano di Buja (sì, proprio come De Marchi) ha compiuto 21 anni una settimana fa, e quest'estate, in quel quartetto dove Ganna ha trascinato, ha fatto la sua porca figura.
E la sua figura è alta, da macinatore di chilometri, ha un motore che potrebbe tenere acceso un velodromo per giorni interi, e oggi come oggi potrebbe ricordare più un passista veloce che un cronoman, ma con questo tipo di corridori mai porre limiti.
Sogna la Roubaix, quella che ha già assaggiato, quella che ha vinto Colbrelli e che pare la corsa - su strada - più adatta alle sue caratteristiche; tra qualche settimana sempre a Roubaix, Mondiale su pista, via le pietre terreno molto più morbido, Milan darà fastidio sia a Ganna che a Lambie.
Stavolta nessuna sfida immaginaria o ipotetica, anzi: chissà che non li spazzi via con tutto quel talento, con quella forza dirompente, con quella faccia da ragazzino sempre sorridente e la genuinità dei suoi splendidi 20 anni o poco più. «Ora con Ganna puntiamo assieme ai Mondiali - racconterà a fine gara Milan - vogliamo far bene sia nell’inseguimento a squadre che individuale e abbassare i nostri tempi». Beh, non resta che goderceli entrambi.


MiTo Roglič

Quando Primož Roglič vede lo striscione d'arrivo e magari la strada è in salita, è un po' di tempo che non ce n'è proprio per nessuno: istinto killer. 60 vittorie in carriera, 13 in stagione: oggi alla Milano Torino, verso la Basilica di Superga, c'ha provato Adam Yates a sorprenderlo e a un certo punto sembrava pure farcela.
Poi da dietro è piombato Roglič con quel suo fare che appare quasi freddo, ma che invece è semplicemente ordine, rigore, stile. Lo salta, Roglič, e lo stacca come se lui fosse un velocista in salita, e gli altri al suo cospetto paiono frenati, come oltre ogni limite.

Sabato scorso al Giro dell'Emilia aveva sprintato su Almeida, a un certo punto, preso dalla morsa Quick Step, Roglič se ne infischiava; li batteva dopo aver superato con affascinante eleganza le rampe micidiali del San Luca.

Oggi alla MiTo è stato il turno di Yates, dopo l'ennesima gara ricca di scintille, combattuta, ventagli, attacchi, tattiche. Malcapitato del giorno? L'inglese della Ineos! Sconfitto come succede un po' a tutti in questo momento quando ti giri e di fianco c'è lo sloveno della Jumbo con quella sua azione a tratti ipnotica.
Fra qualche giorno Il Lombardia per uno dei capitoli conclusivi di questa incredibile stagione che non vorremmo mai finisse. Ci sarà la possibilità di sbrogliare la matassa da lontano, perché nessuno vorrà arrivare a tu per tu con Roglič, ma almeno l'arrivo non sarà in salita - sembrano sospirare i suoi avversari.


La manifestazione del talento

La vittoria di Remco Evenepoel alla Coppa Bernocchi è il prorompere del talento. Semplicemente il manifestarsi del talento nella sua forma più pura. Non ce n'era bisogno, forse, perché le doti di Evenepoel sono sotto gli occhi di tutti e non certo da oggi, ma la meraviglia del talento è proprio questa, che non vuole sottostare a regole, forme o dettami. Lo sport, poi, è per eccellenza il luogo in cui il talento si manifesta e in cui tutto si deve al talento.

Anche in giornate di inizio autunno, mentre la pioggia battente sembra far male, quasi picchiare la carne degli atleti nelle loro divise zuppe e i fari delle moto già alle quattro del pomeriggio bucano il buio. Chi si aspettava l'attacco di Evenepoel ieri? Chissà, forse si sarebbe anche potuto prevedere perché i fuoriclasse fanno così. Qualcosa era andato di traverso a Evenepoel negli ultimi tempi: prima la beffa subita da Colbrelli all'Europeo, poi il Campionato del Mondo e tutte le discussioni, lui a fare il lavoro duro e il Belgio che non concretizza. Si è parlato molto di lui, oggi se ne parla per ciò che più ci piace.

Evenepoel che ha portato via la fuga quando i chilometri al traguardo non si contavano. Una fuga che parla di talento: basti citare Alessandro Covi, altro secondo posto amaro con vista sul futuro, Fausto Masnada, Samuele Battistella, Antonio Puppio e Thibaut Pinot, che probabilmente in fuga c'è andato appunto per il proprio talento, per rendergli giustizia.
Evenepoel che se ne va da solo ai meno trentacinque dall'arrivo. Pedala che è un piacere, una mostra di compostezza, efficacia, potenza. Qualcuno ha parlato di vera e propria esibizione e noi condividiamo la definizione perché esibizione è ciò che attira gli occhi e l'attenzione. Così Remco Evenepoel mentre doppia il gruppo e continua a guadagnare in solitaria, mentre i cinque dietro sembrano lottare a vuoto. Eppure vanno che è un piacere anche loro.

Fa così il talento quando si stufa di tante chiacchiere o semplicemente quando vuole riprendersi qualcosa che gli manca. Parte, scatta, scalpita. La rabbia, quella agonistica, lo galvanizza. Può imbizzarrirsi, e Legnano che è città di Palio ben sa cosa intendiamo, e poi ritrovare piacere, goduria. Epico il suo arrivo. Certo siamo alla Coppa Bernocchi, non al Mondiale, non al Fiandre o all'Europeo ma se questi sono gli effetti dell'orgoglio ferito o di qualche sconfitta lasciateceli ammirare. Come il lampo, il tuono e la saetta.
Certo è la Coppa Bernocchi, certo è il Piccolo Stelvio, certo è che la Coppa Bernocchi torna a un atleta belga, l’ultima volta nel 1958. Certo è un antipasto, un'anteprima. Qualcosa che accenna al gusto, che stimola le papille gustative e fa intuire altro. Una prova, tornando all'esibizione. Ma sabato c'è "Il Lombardia", la corsa che l'ha disarcionato e per qualche istante ci ha lasciato senza fiato, e l'altrove che immaginiamo potrebbe proprio essere sulle strade che vanno da Como a Bergamo.