Il ciclismo è un atto di creazione permanente. Chi l’ha scritto parlava della lettura, ma tant’è. Il ciclismo, in un giorno di festa in cui è possibile concedersi la lentezza del pranzo o della cena, attorno ad un tavolo che pare troppo piccolo per tutti i convitati, è un atto di creazione permanente e un atto di resistenza. A cosa? A tutte le contingenze. Anche questo lo scrivevano della lettura però per il ciclismo vale lo stesso, almeno oggi, quindi si può riscrivere. Del resto, il ciclismo di cene (più che di pranzi, a dire il vero) tutti assieme, spesso fuori orario e destinate ad andare oltre l’orario che non c’è se ne intende. Si tratta della storia di chiunque sia mai stato ad una corsa e le tavolate sono, da sempre, luogo privilegiato per il nascere dei racconti. Le tavolate sono antologie. Raccolte di fiori. Anche il ciclismo lo è. Il Fiandre è un’antologia. Il Fiandre ha la propria antologia. Un occhio al televisore e un racconto che c’entra, più o meno o forse per nulla, con quel che si è visto, ma, a tavola, se qualcuno racconta si sta ascoltare. Anche perché alzarsi è una maleducazione.

Al primo attacco, accelerazione forse è il termine migliore, di Tadej Pogačar, a oltre cinquanta chilometri dal traguardo, lo reggono in tre: Wout van Aert, Mathieu van der Poel e Remco Evenepoel. I romantici a quella tavolata credono possa essere il giorno di Wout van Aert e sognano. I realisti, più reali del re, forse anche troppo, dicono che sognare così significa sognare troppo. Di solito, i romantici portano via pezzi di cuore ma la ragione ce l’hanno i realisti. Così è anche oggi, perché van Aert non può tenere quel ritmo e molla il colpo. Si fa per dire, perché arriverà quarto ed è tutto relativo. Uno, undici e centoundici: sono i dorsali dei tre che restano. Una sorta di apologia della solitudine, di ciò che uno, unico e solo o solitario. Remco Evenepoel “gasa” ma perde qualche metro, qualcuno di troppo e si ritrova ad inseguire. Lo farà strenuamente fino al traguardo senza riuscire nell’impresa. Quella di rientrare, si intende, che già questa è un’impresa. Un’altra. Ci dicono che Pasolini avrebbe parlato di lui oggi. O forse di qualcuno più indietro che ci siamo persi noi, assieme all’occhio della telecamera e per questo a tavola non ci sono storie su di lui. Un Canavesi dei nostri giorni, uno qualunque. Qualcuno crede che Pogačar stacchi presto van der Poel e vada a vincere. Qualcuno sostiene che non sia così scontato. Qui il romanticismo non c’entra o non più di tanto. C’entra forse una vecchia storia raccontata da Daniel Pennac.

Da ragazzino, narrava, di aver sempre immaginato la nonna come eterna. Perché? Perché se aveva vissuto così tanti anni avrebbe potuto viverne altrettanti. Quell’età rendeva l’idea della forza, del pizzico di eternità. Bisogna essere forti per restare qui. Ma non basta. Bisogna essere forti anche per vincere quello che vince Pogačar e per farlo come lo fa lui. Ma non basta o non può non bastare. Allora ecco perché un’altra nonna, quando, all’ennesima accelerazione, il Campione del Mondo se ne va, dice: “Io sto per quello davanti, lo dico”. In fondo ci si capisce anche così. Vince ancora, Tadej. Uno, unico, solo. Tre gare e tre vittorie: Strade Bianche, Milano-Sanremo e Ronde van Vlaanderen. Una geografia tutta sua, senza apparente destinazione già scelta.

Come le contingenze che non si scelgono. Per quello si resiste. Per quello resistere è un bel verbo anche se è un verbo che “macina”, ovvero che sfinisce, che svuota, che, talvolta, delude. Allora il ciclismo è un atto di resistenza perché, l’abbiamo detto, fa fronte alle contingenze. La migliore Elisa Longo Borghini possibile non sarebbe stata dove è stata oggi o, forse meglio, ci sarebbe stata per andare altrove. Alla ruota di Demi Vollering a cui scappava la gamba mentre lei stessa scappava e tra le pietre e le salite salutava la compagnia per andarsi a prendere la Ronde che le mancava, dopo aver già conquistato Omloop, Liegi, Strade e Amstel. Vollering ha scelto, Longo Borghini, oggi, non ha scelto. Ha fatto con quello che aveva che non era tutto, era molto meno, a causa di un’influenza che già le aveva fatto saltare la Sanremo Women. Non aveva le gambe che la contraddistinguono, ci ha messo altro, fino alle unghie, per la squadra. Ma le contingenze accadono, le gambe restano o tornano. E quell’atto di resistenza è un rammarico temporaneo o, chissà, un coraggio futuro. Un progetto. Perché se si “inseguono le motostaffette” così, figuriamoci al ritorno.

Il ciclismo è un atto di creazione permanente perché quando la tavolata leva la tovaglia e le briciole, ed i bicchieri traslocano nelle mani, accanto al divano, ancora se ne parla. E, in fondo, si sta già pensando a domenica prossima. Non si dice, ma è così.

Privacy Preference Center