Un giorno, forse, sarà accaduto anche a quelli come Tadej Pogačar. Guardando il mare, come noi questa sera, da qualche parte nel mondo, si sarà avvicinato al padre e, al modo di Stefano Roi, ne “Il Colombre” di Dino Buzzati, avrà chiesto cos’era quella cosa nera che, di tanto in tanto, interrompeva la scia dei bastimenti intenti ad andare per le acque. Qualcuno avrà spiegato allo sloveno e a quelli come lui che il Colombre è il pesce che i marinai temono di più e che, una volta visto, non lascia pace, non lascia tregua, e insegue la propria vittima, l’unica, insieme alle persone del suo stesso sangue, in grado di vederlo. Quella cresce, cambia, invecchia e laggiù, in fondo all’orizzonte, c’è ancora quel puntino scuro che interrompe ogni pace, ogni tregua. Un puntino da cui si è irresistibilmente attratti e da cui, però, si fugge, perché non si conosce, se non per racconti, leggende, vecchie storie in cui dei protagonisti non si è più saputo nulla. Hanno visto il Colombre in fondo ad un mare e poi basta. Spariti nel tempo.

Finché un giorno qualcuno, al Colombre, decide di andare incontro. Esattamente come Stefano Roi. Non è vecchio e imbiancato dal tempo, è giovane ed ha già avuto tutto, eppure di lui continuano a dire che la Milano Sanremo è la corsa che gli manca. Che lui che ha vinto ogni cosa e che continuerà a vincere ogni cosa, in realtà, vuole solo questo giorno, quello che inizia la primavera. Tadej Pogačar incontra il Colombre in un sabato che all’alba minaccia pioggia e poi scopre il sole. Se fosse Stefano Roi, quando cade malamente, assieme a Wout van Aert e Mathieu van der Poel, a più di trenta chilometri dal traguardo, penserebbe che è vero che andare incontro al Colombre è la paura, è la fine. Crederebbe realmente che quel che non si vede bene aspetta solo di inghiottirci. Però anche se fosse Stefano Roi si alzerebbe e ammaccato, strappato, sporco, riprenderebbe a pedalare. Ha fatto qualcosa che con gli esseri umani ha poco a che vedere. Oppure ha fatto qualcosa che ha troppo a che vedere con gli esseri umani. Ha ripreso il gruppo, si è portato in testa, ha fatto lavorare la sua squadra, ha attaccato come un dannato, in preda a chissà quale visione, ha staccato tutti, tranne Tom Pidcock. Lucido fino alla fine, l’ha battuto in volata, a Sanremo. E quel che gli mancava, ora ce l’ha. Qualcuno, sostiene addirittura che il Colombre non esista, anche se il suo nome è tradotto in tutte le lingue del mondo. Noi crediamo che qualcosa ci sia, ma non sia un pesce, non un mostro, sia un’ indole, un segno, un destino accettato o combattuto, non subito, una passione o un’ossessione. Noi crediamo valga la pena andargli incontro.

Elena Cecchini deve pensarla un poco allo stesso modo. Dice che Lorena Wiebes non è la favorita numero uno per la Sanremo Women, perché la Sanremo non è una corsa per cui si possa dire “andrà così”. Laggiù c’è il Colombre, o forse no ed è solo una storiella, ma bisogna andare. Infatti Lorena Wiebes non vince ed il suo gruppo arriva staccato da quello che si contende la gara. Tutti si chiedevano come fare a batterla ed il modo l’hanno trovato. L’ha trovato una ragazza di Torino, Eleonora Camilla Gasparrini che ha seminato tempesta e portato via il gruppetto di cinque atlete che ha sprintato per il successo. Non ha vinto, è giunta terza, ma avrebbe potuto. E comunque è meglio così che stare ad aspettare il Colombre, per anni ed anni e finire per crearlo, anche se non esiste. A Sanremo, Eleonora Camilla Gasparrini vincerà prima o poi. Ieri è toccato a Lotte Kopecky che, fino a pochi giorni fa, aveva un conto in sospeso da troppo tempo con la vittoria. Se l’è costruita come l’aveva immaginata e nessuno può dire nulla. Kasia Niewiadoma tornerà da queste parti per sistemare un altro conto in sospeso: quello con la paura. Una curva sbagliata, la bici che se ne va, le altre atlete che arrivano e non possono evitare di cadere, addosso o poco più in là, dall’altro lato di un muretto. Quel conto in sospeso lo abbiamo tutti e lo paghiamo ogni volta in cui, in una gara, alla perdita di equilibrio segue un attimo di silenzio in cui nulla si muove. Debora Silvestri è in ospedale, ma pare sia rimasta sempre vigile: così dice un comunicato.

Il Colombre non attendeva Stefano Roi per fargli del male, bensì per consegnargli qualcosa, una perla. Solo che, a forza di rimandare, quel giorno arrivò troppo tardi. Questo è il rischio di ogni Colombre, vero o frutto di fantasia. Allora, vedere spintare Wout van Aert, in fondo a via Roma, e sapere che non riuscirà a vincere e che per l’ennesima volta la sfortuna ci ha messo del suo, è un altro tipo di dolore. O, magari, di consolazione. Perché se tutti fossero come Van Aert, i Colombre davvero non esisterebbero. Resterebbero le occasioni sprecate, non quelle mancate. I ciclisti e l’intero gruppo lo hanno ben presente. Così, più delle altre volte, cercano Pogačar: lo abbracciano, si complimentano, gli dicono qualcosa all’orecchio. E una ragazza che è arrivata qui da Lucca, quasi piangendo, spiega: “Una volta che vengo qui per vederlo, lui vince. Mamma mia, mamma mia”.

Foto: Poci’s Pix

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