Wout van Aert ha ricominciato la stagione come uno che esce di casa convinto di aver chiuso il gas e invece a metà strada gli viene il dubbio. A Le Samyn, dieci chilometri all’arrivo, la corsa che si stringe come una porta girevole, e lui che fora. Non una foratura elegante, di quelle che ti fanno fermare con dignità. No, una di quelle che ti fanno scendere dalla bici come uno che scende dal tram sbagliato. Arriva Mattio, giovane italiano di enormi speranze, gli dà la sua, Wout ci sale, fa due pedalate e capisce subito che non è roba sua: è come infilarsi il cappotto di un altro, magari pure uno che pesa dieci chili meno. Così è. Allora si ferma, aspetta l’ammiraglia, guarda la corsa che se ne va, e ha quella faccia da cummenda che ha appena perso il tram sotto la pioggia, dopo aver lasciato l’auto in panne ferma in garage. E la cosa più bella – o più triste, dipende da come la guardi – è che a fine corsa dice che sulla strada c’erano dei vetri. Lo dice come si dice “hanno aumentato il biglietto dell’ATM”: senza stupore, senza rabbia, con quella rassegnazione civile che è quasi un talento. Dei vetri. Come se fosse normale trovarli sempre quando passa lui. Come se fosse normale che la sfortuna, quando deve scegliere un corridore, scelga sempre quello con il casco argentato e sopra il simbolo di una nota marca di bevande energetiche che lo differenzia dagli altri in gruppo. E intanto la stagione gli è già partita storta: prima la malattia che l’ha tolto dall’Omloop, poi questa. E prima ancora la caduta di gennaio, che ormai è diventata una specie di tradizione, come il panettone a Natale o quelli che vengono a prendere il vetro sotto casa verso le 4 di mattina e ti eri appena addormentato causa notte insonne per il mix di neonato e caffeina.

Van Aert è uno che parla piano, come quelli che nei bar che tra un Campari e una carambola ti spiegano che la vita è così, che non c’è da farla lunga, che tanto non cambia niente. Dice che va tutto bene, che non è un dramma, che la stagione è lunga, che la vita è più grande di una corsa. E intanto, dentro, gli scorre un’altra pellicola: quella delle occasioni perse, dei finali scappati, delle corse che sembravano sue e invece no. È uno che vive due vite: quella che mostra e quella che si tiene. Quella che sorride e quella che mastica amaro. Quella che dice “capita” e quella che pensa “ma porca miseria, ancora?”. Gli si vede negli occhi, ogni tanto, un lampo breve, un micro-secondo di verità: non ne può più. Poi torna Wout, quello pubblico, quello che parla piano. Ma quel lampo resta, come una spia accesa sul cruscotto della Lancia Musa.

Ha un museo personale, Van Aert. Ci sono un bel po’ di trofei, ma anche diversi quasi-trofei. Sanremo vinte e sfiorate, Strade Bianche vinte e sfiorate, Fiandre che sembravano lì a pochi millimetri, Roubaix che gli sono scappate come un portafoglio caduto mentre sei in fila da qualche parte. Mondiali in cui era l’uomo più forte finché ora non lo è più. E ora anche Le Samyn, che non è una Monumento, nemmeno una Grande Classica, ma era la sua ripartenza. Una delle tante. Una corsa di pietre, vento e cattiveria: perfetta per uno come lui. Perfetta per dire: sono tornato. Invece ha detto: sono tornato, ma con lui anche la sfortuna, sempre un passo avanti. E lui, come sempre, ha fatto finta di niente. Che è il suo modo di dire tutto.

La cosa che colpisce è come perde. Perde bene. Che è la cosa più difficile da fare. Perde senza fare rumore, senza cercare scuse, senza puntare il dito. Perde come uno che ha capito che la vita non è un film: non c’è manicheismo, non vince sempre il buono, non vince sempre il più forte, non vince sempre chi se lo merita. Perde con quella dignità che fa più male della sconfitta. Perché quando uno perde male, ti viene da dirgli che succede. Quando uno perde bene, ti viene da chiederti perché succede proprio a lui. E intanto lui pedala, come quelli che vanno al lavoro anche quando piove, anche quando scioperano i tram, anche quando sanno che non cambierà niente.

La verità è che Van Aert vive in un eterno preambolo. Ogni anno deve ricominciare da capo, ogni anno deve dimostrare qualcosa che aveva già dimostrato, ogni anno deve inseguire una vittoria che sembra sempre lì, a un braccio di distanza, e invece è dall’altra parte della strada. E lui ci va, dall’altra parte della strada. Ci va sempre, comunque, anche quando trova i vetri per terra, antifrasi di lui che non va in frantumi e non si lamenta. La cosa più sospetta di tutte.

Prima o poi succederà (di tornare a vincere qualcosa di bello pesante, al Nord). Non quando lo aspettiamo, non quando lo merita, non quando è il più forte. Succederà in un giorno qualunque, magari pure brutto, magari pure storto, magari pure con il vento contro. magari pure con la presenza di quei due lì che vanno più forte non solo di lui, ma di tutto il gruppo. Succederà quando nessuno ci starà pensando. Succederà quando lui avrà smesso di chiederselo. E allora vincerà il Fiandre o la Roubaix. O tutte e due, per recuperare il tempo perduto. Quel giorno non servirà parlare piano, anzi, non servirà parlare affatto. Basterà guardarlo e capire che certe primavere arrivano tardi, ma quando arrivano fanno rumore.

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