C’è un uomo con un caschetto rosso e una tuta giallonera che pedala e intorno a lui la società pare si disponga come in un romanzo scritto prima di una rivoluzione: lampioni che sembrano giudici, strade che si piegano come pagine, mentre lui avanza senza chiedere lumi alla vanità delle cose.

Jonas attraversa la pioggia e il freddo come un personaggio che non ha tempo per le pose; non cerca applausi per il suo abbigliamento, cerca solo di non congelare. Ha vinto la Paris‑Nice – ed è la prima volta in carriera, l’ha inseguita, voluta «per me significa tanto essere qui -ha raccontato. È la mia prima corsa dell’anno ed è la mia prima vittoria in una gara che volevo vincere da tanto tempo». Frasi di circostanza, ma che escono sinceramente dalla sua bocca, con quell’espressione che fa del danese il terzo fratello dei Caulkin, quello che al palcoscenico di Hollywood ha preferito l’altrettanto faticoso mondo del professionismo in bicicletta.

Due tappe vinte, una generale costruita con pazienza e potenza, un margine che parla chiaro: 4’23’’ al secondo, Daniel Felipe Martinez, una vittoria mai in discussione sul modello del suo più grande rivale, Pogačar, lui che forse è l’unico che ancora un minimo riesce a disturbargli leggermente il sonno la notte. Tipo una civetta sul davanzale della finestra. Quarantacinque successi in carriera, tra cui due Tour e una Vuelta e ora si prepara per il Giro, per entrare nel club dei vincitori di tutti e tre i grandi giri prima di Tadej Pogačar. Sono soddisfazioni.

Eppure, mentre la sua ruota taglia l’aria e la classifica si compone, il mondo si mette a discutere di bretelle e bib‑tights come fosse la cosa più importante, e forse lo è: gli appartenenti alla società dell’apparenza dettano legge. Ecco con cosa si sentono appagati.

La prima tappa vinta sembra una cosa normale, agli occhi di chi è normale, poi ascolti in giro e capisci che non lo è affatto. Vingegaard vince vestito come il grande Steve Urkel di Otto sotto un tetto: bretelle sopra la maglia, strati che sembrano spuntargli addosso da soli, come se la bici avesse attraversato una nuvola e lui ne fosse uscito con tutto l’inventario meteorologico appeso alle spalle. Pedala, arriva, vince. E intanto l’universo, da qualche parte, prende appunti per capire se quell’outfit è un errore o un nuovo ramo dell’evoluzione.

Il mondo che ci appartiene nostro malgrado, invece, si trova così diviso tra chi zooma le foto per capire se le bretelle fossero sopra o sotto, mentre a noi viene da sbadigliare. Perché davvero non ce ne importa niente. Non siamo qui per giudicare il guardaroba di un uomo che sta facendo centinaia di watt in salita. Non siamo qui per trasformare la fatica in un catalogo. È uno dei modi più rapidi per far precipitare tutto: prendere la corsa e ridurla a una vetrina squallida da cui comprare il meglio. La bici ultimo modello che va come quella di dieci anni fa, ma vuoi mettere che figurona ci faccio al giro del sabato con i colleghi; la maglia all’ultimo grido perché altrimenti ti urlano “panno!” come se fosse un argomento. Tantomeno bisognerebbe renderlo argomento di discussione qui tra di noi. Questo non è giornalismo sportivo: è merchandising con cronaca.

Il giorno dopo, Vingegaard vince di nuovo ed è ancora protagonista di momenti sviscerati sui social e dalle cronache sportive. Mica il suo attacco, la cadenza, la pochezza, con tutto rispetto, degli avversari, alcuni dei quali se vogliono provare a salire sul podio al Tour devono fare un ulteriore salto di qualità. No, si parla di una scena che in effetti sembra uscita da un sogno confuso, uno di quelli in cui tutto è logico finché non ti svegli. C’è una tifosa dietro a una transenna e c’è un mazzo di fiori. C’è Vingegaard che le porge quei fiori, ma infilandoli attraverso le grate con la delicatezza di uno che sta cercando di restituire un gatto a un’altra dimensione, invece di passarli semplicemente dall’alto. La tifosa li prende, un po’ stupita, un po’ felice, un po’ come chi riceve un regalo da un’entità soprannaturale che non ha letto bene il manuale delle interazioni umane. E mentre il mondo discute se fosse più elegante (o più sensato, diremmo noi)  passarli dall’alto, noi continuiamo a non capire perché tutto debba essere trasformato in un tutorial di stile. È sport, non un corso accelerato di galateo per influencer.

E poi c’è quel gesto –  piccolo e vero – che ha fatto discutere più di quanto meritasse: dopo quel successo di tappa, Jonas si è chinato sul manubrio e ha baciato una foto della famiglia appiccicata lì, come fanno i marinai con la medaglietta, come fanno gli uomini che portano con sé qualcosa che non si vede nelle classifiche. Il gesto è semplice, umano, eppure sui social è esplosa l’indignazione: lo hanno chiamato patetico, succube, ridicolo. Soddisfazioni di plastica da parte di squallidi omuncoli che purtroppo si ritrovano a respirare la nostra stessa aria. In che mondo assurdo viviamo per definire così un ragazzo, qualsiasi sia la sua professione? Lo sdegno non è per il gesto – il gesto è sacro nella sua banalità – ma per l’assurdo bisogno di deridere la tenerezza, per la fretta di trasformare ogni emozione in un’etichetta sprezzante. Se baciare la foto della famiglia è essere “patetici”, allora abbiamo perso il senso delle parole. È più patetico chi giudica, chi sputa sentenze da tastiera, di chi porta con sé un ritaglio di casa mentre affronta la fatica. Ma capisco anche quanto sia inutile e forse è davvero patetica la mia battaglia nel cercare di comprendere o riportare all’ordine, di ritrovare una certa dimensione in chi guarda, parla, commenta. Da ormai anni si è sconfinato e non c’è più modo per tornare indietro. Basta semplicemente vedere le classi dirigenti in ogni ambito politico e sociale a cosa ci hanno ridotto.

Ma torniamo a noi e al mondo di Vingegaard. Due tappe vinte, si diceva. Nella prima sfida la moda e vince. Nella seconda sfida la logica e vince lo stesso, ma ai punti, perché la logica non si presenta nemmeno. La trasformazione dello sport in vetrina produce due effetti concreti: svuota la narrazione della fatica e crea una gerarchia di consumo dove l’apparire conta più del correre. Non è una questione di snobismo: è una questione di priorità. Se misuriamo i corridori in centimetri di stoffa, perdiamo la misura delle cose che contano: la capacità di soffrire, la scelta tattica, il momento in cui si decide di attaccare o di resistere. Se la cronaca diventa un manuale di stile, allora la corsa diventa un pretesto per vendere, e il pubblico resta tradito.

Eppure, nonostante tutto, la sostanza rimane. Jonas ha vinto la Paris‑Nice; ha messo in fila chilometri e avversari con la stessa freddezza con cui qualcuno mette ordine in una stanza. Ha accumulato vittorie che non si contano con i like e ora si prepara per il Giro d’Italia dove si vedrà la differenza tra chi vive per l’apparire e chi vive per la corsa. A noi il danese piace per il suo modo di essere, ma solo abbastanza, manca quella scintilla che accenderebbe se solo si facesse vedere di più durante la stagione, ma lui è fatto ìin questa maniera, il potenziale per farsi amare ci sarebbe tutto, ma d’altra parte, molto retoricamente, lui ha già chi lo ama e lo aspetta a casa – con buona pace dei ******** sui social che lo insultano.

Ma a noi va bene anche così: chi siamo per giudicare le scelte di vita e sportive di un ragazzo di trent’anni? Ci viene da pensare che Jonas non sbagli mai, ma che forse è il mondo che gli sta dietro con un ritardo di due o tre tappe. O forse – e questa è la versione più probabile, reale, concreta – Vingegaard vive in un universo parallelo e ogni tanto ci manda una cartolina. Una cartolina storta, piegata male, infilata tra le sbarre. Ma sempre gentile. Noi la apriamo, la leggiamo e la mettiamo sul tavolo: dentro c’è il suo mondo, straniante, ma così normale per essere vero, come vincere una corsa in salita o la tenerezza di un bacio a una foto. E questo, più di qualsiasi bretella, è ciò che conta davvero.

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