Storie di ciclismo, ispirate da ciò che arriva da Sanremo. Un corridore la storia di questo sport la sta scrivendo, non serve dire chi: basta guardare come. La vittoria di sabato è, forse, tra le sue, la più iconica, al pari della prima al Tour de France; forse la più interessante da raccontare, quasi da scriverci un libro. E mentre quello riscrive il ciclismo, altri stanno scrivendo la propria storia. Che, tuttavia, male non è.

Tom Pidcock, Wout van Aert e Mads Pedersen, per esempio. Le loro storie si riempiono di risultati – perlopiù piazzamenti nelle grandi corse – spesso più per meriti altrui che per propri demeriti.
Pidcock sale di nuovo sul podio di una grande classica, battuto sempre da nomi giganti: due volte alla Strade Bianche (una vittoria e un secondo posto dietro Pogačar, più un quarto e un quinto), una volta alla Liegi (dietro Evenepoel), due alla Amstel (una vittoria e un secondo posto dietro van Aert). A questi si aggiungono i due secondi posti all’Emilia (dietro Pogačar nel ’24 e Del Toro nel ’25) e il podio alla Vuelta (dietro l’unico che riesce a dare un minimo fastidio al campione del mondo nelle corse a tappe, cioè Vingegaard, e a uno dei più solidi regolaristi nei GT del post-Covid, cioè Almeida).

E poi i titoli extra-strada – mountain bike e ciclocross – o le vittorie al Tour sull’Alpe d’Huez, quella al Brabante, e la già citata Strade Bianche. Pochi successi, quasi tutti molto buoni.

Insomma: quando parliamo di Tom Pidcock, che sabato ha tenuto botta a Pogačar fino a farsi battere per mezza ruota, parliamo di un talento enorme, inversamente proporzionale alla sua statura – non è body shaming, sono un nanetto anch’io, se non di più, ma è per enfatizzare e romanzare. Uno capace di andare forte ovunque e per tutta la stagione come pochissimi altri. Semplicemente, il destino per lui ha scelto il peggior momento possibile per nascere e crescere: l’era dei giganti, di Tadej Pogačar e, se allarghiamo al ciclocross, anche quella di Mathieu van der Poel.

Un discorso simile riguarda Wout van Aert e Mads Pedersen, che però nelle gare su strada si sono scontrati più spesso con van der Poel che con Pogačar. Anche se poi, a un certo punto, nelle corse per puncheur, velocisti e classicomani del Nord è spuntato pure il cannibalino sloveno.

Entrambi sono arrivati a Pavia a fari spenti: il danese reduce da un infortunio e da un recupero lampo fatto di sessioni infinite sui rulli , il belga da una Tirreno-Adriatico quasi sottotraccia per ritrovare la condizione. E entrambi man mano che il traguardo si avvicinava si sentivano sempre meglio e infine hanno sorpreso: terzo e quarto posto finale.

Van Aert cade e rientra, non senza polemiche per via della scia data dalle auto in corsa, attacca nel finale: un Pogačar in piccolo, a metà, ma tanto basta – talmente è forte quello lì – per salire sul podio. E allora anche il suo palmarès aggiunge un tassello a una carriera molto più interessante di quanto si racconti. Perché di lui restano impresse le sfortune: Roubaix e Fiandre non vinti (e chissà se mai succederà) e i tanti “non trofei”.
Ma ci sono anche cinquantuno vittorie da professionista: dieci tappe al Tour, una Sanremo, una Amstel, una Strade Bianche, una Gand, una OHN, tre tappe alla Vuelta, una al Giro, una al Delfinato.
E poi i piazzamenti: un secondo (Fiandre perso al fotofinish) e due quarti al Fiandre, più un sesto e un nono; un secondo, un terzo e un quarto alla Roubaix, più un settimo; alla Sanremo, oltre alla vittoria del 2020, due terzi posti, un sesto e un ottavo; un terzo posto alla Liegi.
Pogačar ha alzato l’asticella e ha vinto ovunque, ma corridori in attività con podi a Roubaix, Sanremo e Liegi – tre mondi diversi – sono solo i due van (Aert e der Poel) e lo sloveno. E senza contare Mondiali (due argenti in linea e due a cronometro) e Olimpiadi Bronzo a cronometro, argento in linea), o le vittorie in proprio a Strade Bianche e Amstel o quelle a cui ha contribuito dando una mano ai suoi compagni di squadra. Insomma, per favore, non chiamatelo perdente.

Pedersen, invece, per una volta silenzioso, vince la volata del gruppo. E chissà il rammarico: se invece di Bagioli e Ciccone sull’Aurelia avesse avuto un paio di Vacek (pesante in questo senso il ritiro di Kragh Andersen, coinvolto nella caduta che ha lanciato Pogačar) o se le moto in cima al Poggio non avessero fatto quel servizietto tipo bus-navetta ai due davanti… magari il gruppo sarebbe rientrato. E magari Pedersen avrebbe vinto. Se, se, se.
Pedersen che in carriera ha un Mondiale, tre Gand, cinque tappe al Giro, quattro alla Vuelta, due al Tour. Ma insegue, come Pidcock, la Monumento della consacrazione, che potrebbe non arrivare mai, nonostante i tre podi al Fiandre (due secondi e un terzo), i due terzi e un quarto alla Roubaix, i due quarti, due sesti e un settimo alla Sanremo – corsa che inizialmente, parole sue, non gli piaceva né gli sembrava troppo cucita addosso.
Eppure parliamo di corridori che stanno scrivendo pagine importanti. Stanno scrivendo la loro storia. E che storia.

Così come Andrea Vendrame, che con il sesto posto in Via Roma – terzo nella volata del gruppo – ottiene il risultato più prestigioso della carriera, tolti un paio di successi preziosissimi (al Giro, al Tro Bro Léon, alla Tirreno). E a questo piazzamento vorrebbe far seguire qualcosa di importante fra qualche settimana anche alla Amstel. Corsa su misura, ma ahi lui anche per altri, tra cui alcuni citati qui dentro.

Foto: Poci’s Pix

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