Matteo Trentin è ancora lì, davanti. Sui muri delle Fiandre, tra vento e pavé, la sua figura si staglia netta, senza bisogno di proclami. Ieri, alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, ha chiuso terzo, dietro a Matthew Brennan e al compagno di squadra Luca Mozzato. Due maglie Tudor sul podio, una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: non c’è retorica, solo il risultato di una giornata fatta di scelte precise. Tpicamente del Nord, col cielo grigio, il vento, gli attacchi da ogni dove. Una corsa che non perdona distrazioni.
Si è decisa in volata, dopo quasi duecento chilometri di nervosismo palpabile, a misura d’uomo in bicicletta. Con diversi muri disseminati lungo il percorso e il vento che, come sempre, ha fatto la sua parte. Il gruppo si è sfilacciato più volte, ma nessuno è riuscito a spezzare davvero l’equilibrio. Troppo spazio dall’ultima salitella al traguardo, in una corsa che ogni anno ci ricorda, oltre all’asinello in palio, di essere tra le più aperte e divertenti tra le classiche del Nord (figuriamoci se poi non ci sono al via quei due lì…). Trentin e Mozzato hanno lavorato insieme fino ai cinque chilometri dall’arrivo, poi ognuno ha seguito la propria traiettoria. «Quando siamo passati per la prima volta sul rettilineo del traguardo ci siamo parlati e stavamo tutti e due molto bene. Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria… Così, siamo finiti secondo e terzo, che è un bel risultato». Nessuna forzatura, nessun rimpianto. «Matthew ha vinto in modo netto. Avere due uomini sul podio è comunque un bel segnale».
Il podio di Kuurne arriva dopo una vigilia complicata. Alla Omloop Nieuwsblad, il giorno prima, la Tudor aveva perso uomini per cadute e infortuni. Stefan Küng fuori per una frattura al femore, Rick Pluimers con i denti rotti, altri compagni segnati. «Quando sei l’unico sul bus che non ha bisogno del dottore, è dura» ha detto Trentin, senza enfasi. «Oggi almeno ci siamo presi una piccola rivincita. Abbiamo corso perché era l’unica cosa da fare». In cinque al via, con le gambe che portano ancora i segni del giorno prima, la testa tutt’altro che sgombra, la squadra ha scelto la semplicità: stare davanti, rispondere agli attacchi, non sprecare energie. «Abbiamo ottenuto il miglior risultato possibile: questo doppio podio è per Rick, per Stefan, per Marco che è caduto anche lui ieri e per Petr che ha tirato tutto il giorno oggi».

Vedere Trentin ancora lì, davanti, è un fatto che colpisce solo chi non ha ancora ben capito di chi e cosa parliamo. Trentin ha trentasei anni, va per i trentasettam corre da professionista dal 2011, ha attraversato almeno due ere del ciclismo. Ha vinto tappe al Tour, alla Vuelta, al Giro, tre volte la Parigi-Tours, l’ultima pochi mesi fa con un pezzo di bravura e furbizia raro, un Europeo su strada battendo i due van che da lì a poco avrebbero preso la scena. Ha sfiorato il Mondiale nel 2019, battuto da Pedersen in una volata che ancora oggi pesa sulle sue spalle e sui nostri ricordi da appassionati. Da allora, le volate ristrette sono diventate terreno difficile, ma la sua presenza nei finali che contano non è mai venuta meno.
Il suo palmarès recente parla chiaro. Nel 2025 ha chiuso nono alla Milano-Sanremo, ha vinto la Parigi-Tours per la terza volta, ha raccolto piazzamenti e visibilità nelle classiche e due top-10 di tappa al Tour de France. Nel 2026, prima della Kuurne, era già arrivato quindicesimo alla Omloop Nieuwsblad, sempre attento nelle fasi calde, poi certo quando parte Mathieu van der Poel non c’è nulla da fare. Anche se lui dietro è sempre stato fra i più attivi.
Il programma stagionale è quello di sempre, di un italiano con i connotati fiamminghi: le classiche del Nord, la Parigi-Nizza, il Tour de France. Il Giro d’Italia resta in ballo, ma dipenderà dalla condizione dopo le classiche. «Se hai una buona stagione delle classiche con sole e bel tempo, è una cosa. Se la stagione delle classiche è difficile con pioggia, freddo, vento, sarà molto più complicato fare il Giro». Il contratto con la Tudor scade a fine anno, ma non esclude di continuare: «Amo ancora il ciclismo, amo allenarmi, amo le gare e l’adrenalina. Quindi vedremo durante l’anno». Nel caso già ci mancherebbe e sostituirlo sarà quasi impossibile, lui che della nazionale di Cassani è stato capitano, regista, faro, finalizzatore.
Sui muri fiamminghi, Trentin è rimasto uno degli ultimi italiani a saper leggere e reggere la corsa. Non ha più l’esplosività di un tempo, lo dice lui stesso, ma ha affinato la capacità di stare davanti, di scegliere il momento giusto, di insegnare con l’esempio. Adam Blythe lo definisce «il corridore più sottovalutato del gruppo… vale il suo peso in oro». In un ciclismo che ha perso molti dei suoi veterani Trentin è rimasto il riferimento di una generazione che si sta spegnendo, maledetto tempo che passa, ma che ha ancora qualcosa da dire.
Il rapporto con i giovani è diretto, concreto. Mozzato, secondo a Kuurne, è al suo primo anno con la Tudor. «Luca e io non siamo corridori che usano altri corridori che gli aprono la strada in volata in scenari normali». E Mozzato conferma: «Era importante cambiare pagina e dare il nostro meglio… ci siamo riusciti sia io che Matteo». Se un corridore scaltro e intelligente come Mozzato saprà rubare un po’ di mestiere da Trentin, ci farà divertire molto a partire da quest’anno.
La tattica, per Trentin, è una questione di dettagli. «Cerco di portare le mie conoscenze, di cogliere gli attimi giusti, di prevedere cosa succederà». Non c’è spazio per l’epica, solo per la lucidità di chi ha visto passare Boonen, Cancellara, ieri e oggi Van der Poel e Pogacar, e sa che il ciclismo è fatto di cicli che si chiudono e si riaprono e dove lui in tre lustri è stata una costante.

Le Classiche del Nord sono il suo terreno naturale, seppure resta imspiegabile come abbia ottenuto in carriera una sola top ten tra Fiandre e Roubaix – 10° al Fiandre 2023, mentre il migliore risultato nel velodromo dell’Inferno del Nord è un 19° sempre in quell’anno. I muri, il pavé, il vento che taglia la pianura, le difficoltà a pedalare in gruppo sono scritti nel suo DNA. Trentin conosce questo libro a memoria, sa dove si può fare la differenza e dove invece bisogna solo resistere. «Quando sei giovane non hai esperienza. Io avrò delle corse per me e altre in cui darò una mano ai capitani». Lo diceva nel 2022, in maglia UAE, a insegnare il mestiere a diversi fra cui un certo sloveno, quando molti pensavano che la sua parabola fosse in discesa. La realtà ha smentito tutti.
Il ciclismo italiano è in transizione. Le squadre WorldTour sono scomparse, i giovani faticano a emergere, i veterani si ritirano. Trentin resta. Ultimo di una generazione che ha vissuto gloria e declino, che ha saputo adattarsi senza perdere la bussola. «Dopo 15 anni di professionismo, i figli crescono e il mio lavoro non determina più la mia vita».
Il suo modo di stare in gruppo è diventato un esempio. Non urla, non gesticola, non cerca i riflettori. Insegna con la posizione in corsa, con la scelta della traiettoria giusta. I giovani come Mozzato possono solo imparare. «Abbiamo lavorato l’uno per l’altro fino ai -5 dall’arrivo. Poi, ognuno ha preso la sua traiettoria…». Da lì quella volata atipica, criticata solo da chi non capisce del tutto le dinamiche di un ciclismo che ieri sul traguardo della KBK aveva un solo grande favorito e dividere in due la volata invece che disputarne una sola, avrebbe dato come risultato un piazzamento e basta. Così sono due ed è il miglior risultato ottenibile: è soddisfazione, sono premi, è visibilità, sono punti – che piaccia o non piaccia, contano.
Non c’è bisogno di aggiungere altro. Trentin è ancora lì, davanti. Non per caso, non per fortuna. Perché sa leggere la corsa, sa stare nel vento, conosce i muri e il pavé come pochi altri. Perché, anche quando le gambe non sono più quelle di una volta, la testa fa la differenza. E perché, in un ciclismo che cambia in fretta, la sua presenza è una certezza che non ha bisogno di essere celebrata e da lui si può solo che imparare come stare davanti: accendere lo schermo in una gara del Nord e vederlo lì in testa o nelle primissime posizioni del gruppo, è una delle poche sicurezze di questi tempi.
Il bello è sapere che è ancora lì, a lottare per la vittoria, senza clamore. In mezzo al gruppo, che non si arrende all’idea che il tempo sia finito. Come cerchiamo di fare noi. Ogni passo che fa è per sempre. E forse è proprio questo che resta: la capacità di esserci, ancora, quando molti hanno già spento la luce.


