Entro in un baretto con una porta di legno che un tempo sarà stata rossa ma ora è diventata una sorta di fucsia sbiadito e su quella porta appeso c’è il cartello dei gelati Sammontana, ma sono sicuro che quei gelati sono almeno trentanni che non vengono più prodotti perché li mangiavo da bambino e poi non li ho più trovati e mi pare di scorgere al volo che i prezzi visibili sono ancora in lire.

La corsa è già partita da un po’, ma qui nessuno sembra preoccuparsene. Il televisore, sintonizzato sulla corsa, è appeso in alto, forse è la cosa più contemporanea che si trova dentro al bar, ma mantiene anche lui quel disegno da follia moderna: è inclinato come un quadro storto che nessuno ha mai avuto il coraggio di raddrizzare, e ogni volta che la porta si apre entra una folata di polvere che fa tremare l’immagine.

Il barista asciuga un bicchiere da venti minuti, come se stesse aspettando un segnale dall’alto per smettere. Per un attimo ho pensato di essere finito in un universo parallelo oppure di essermi svegliato, finalmente aggiungerei, e che questo sia il matrix. C’è pure una radiolina che gracchia in un angolo, ma non si capisce se stia trasmettendo la corsa o il bollettino del traffico sulla Siena–Grosseto. Non riconosco né Pancani, né Panchetti.

La corsa, comunque, è lì: polvere, strade bianche, gente che urla come se stesse passando la Madonna. Davanti non c’è nessuno che fa il fenomeno. Nessuno che parte a settantanove dall’arrivo e ti rovina il pomeriggio. Oggi la corsa è una cosa umana, quasi commovente, come quando vedi un signore di sessant’anni che prova a salire su un monopattino elettrico senza farsi male. Chiudo gli occhi e penso pure a me quando andavo ancora in bicicletta e grazie a lei pesavo quindici chili in meno. Scende una lacrima che dimentico di asciugare.

Seixas è il primo dei grandi favoriti a provarci, anzi per qualcuno è proprio lui il grande favorito della corsa, con quella faccia da bravo ragazzo che non ha ancora capito che la vita è un posto complicato. Parte con una progressione pulita, quasi educata, come uno che chiede «signora, posso?», anche quando deve attaccare per vincere una delle corse più importanti del calendario.

Nel bar uno afferma, serio, compiaciuto:
– «Questo è forte».

Lo dice come se l’avesse scoperto lui, ma allo stesso tempo la voce trema insicura come quella di uno che non si fida nemmeno del meteo. Un altro annuisce, ma più per abitudine che per convinzione, ha la camicia sudata e le braccia conserte così in alto sul busto che le mani sembrano aggrapparsi alle ascelle.

Un terzo entra in quel momento, con la giacca impolverata e l’aria di uno che ha parcheggiato male, e chiede:
– «Chi è quello davanti?».
– «Seixas». Risponde l’esperto con tutta la naturalezza del mondo.
– «Ah, quello che gioca a carte con mio cugino».
– «Signore, questo è portoghese», fa il signore che abbraccia le ascelle.
– «In realtà è francese», ribatte l’esperto, quello che lo ha scoperto e va a dire in giro a tutti quanto questo è forte.
– «E allora? Mio cugino lavora al porto. Mi sarò confuso».
– «Signore, il porto di Livorno non è il Portogallo».
– «E chi lo dice?».
– «Gogol, signore».
– «Ah».

C’è pure Del Toro davanti. Anzi a guardare meglio restano solo in due, loro due, Seixas e Del Toro, ma lo sapevamo sin dalla vigilia. Sono i più forti e nessuno mai, nemmeno tra gli assenti, avrebbe potuto loro rovinare il giochino. Forse Pidcock, ma ogni tanto sbaglia. Gli sta a ruota, lo guarda, lo studia, e poi decide che non può lasciarlo lì da solo a fare il protagonista. Riparte anche lui, con quella pedalata da uno che ha capito che certe occasioni vanno prese al volo, come i treni regionali che una volta arrivavano sempre puntuali, signora mia. Quel Del Toro che ha un modo di muoversi che sembra dire: “Se non ci provo adesso, poi dalle prossime gare torna Lui e finisce che si riprende questo pezzo di strada, che faccio, lascio?“.

Dietro, il gruppo sembra una comitiva in gita al colosseo che ha perso il professore e allora ne approfitta per far girare qualche canna. Grégoire fa il diligente, Pidcock ha la faccia di quello seduto in fondo alla corriera e infatti in bici fa il funambolo, Vermeersch a furia di studiare sembra pesare la metà, e di conseguenza sui terreni sconnessi è a suo agio come il secchione che ha 10 in tutte le materie.

Nel bar, intanto, la radiocronaca la facciamo noi avventori, compresi l’esperto, il giocatore di carte, e l’uomo con le mani sotto le ascelle. Lo facciamo con la precisione di un orologio rotto che però due volte al giorno ci prende.

– «Seixas ha un bel passo».
– «Sì, ma Del Toro è più cattivo».
E un terzo, che non ha mai visto una corsa in vita sua, chiede:
– «Chi è in maglia rosa?».

Poi entra una signora con il cane, che non guarda la corsa ma guarda noi che guardiamo la corsa.
– «Ma è già finita?», chiede.
– «No, signora, manca Santa Caterina».
– «Ah, allora c’è tempo», dice, e si siede come se dovesse aspettare un treno.

Subito dopo entra un turista americano, cappellino da baseball, zaino enorme, sorriso da foto profilo. Guarda lo schermo, non capisce niente, applaude.

– «Good job!», esclama.
– «Ma chi?», gli chiedo, mentre gli altri sbigottiti da questa lingua sconosciuta ci guardano a bocca aperta e in religioso silenzio.
– «All of them!», risponde, felice come se avesse appena visto un matrimonio.

La porta sbatte di nuovo ed entrano due uomini che iniziano a litigare senza motivo apparente.

– «Te l’avevo detto che quello lì è forte!».
– «Ma quale forte, è un ragazzino!».
– «Appunto, è forte!».
– «Ma smettila, te non capisci niente!».

Qualcuno prova a intervenire, difendendo prima un corridore e poi l’altro, prendendo la parte prima di un uomo e poi dell’altro.

Il barista interviene:
– «Ragazzi, per favore, litigate massimo due o tre alla volta e se riuscite fatelo piano che sennò cade il televisore».
– «E allora lo raddrizziamo».
– «È storto da vent’anni, adesso vi svegliate?».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why?», gli chiedo.
– «Because they are passionate!», dice, indicando gli uomini che litigano nel bar e quelli che fanno una fatica senza senso dentro al televisore.
– «Non sono appassionati, sono scemi».
– «Same thing!», risponde lui, convinto.

La salita di Santa Caterina arriva come arriva sempre: senza pietà. Seixas entra davanti, Del Toro dietro, e la gente ai lati della strada urla come se stessero arrivando i Beatles, ma quelli del ’63, non una cover band. Nel bar urliamo anche noi, ma più per abitudine che per convinzione. Il turista americano applaude di nuovo.
– «Why now?», lo incalzo.
– «Because it looks… vertical!», dice, e non ha tutti i torti.

C’è un signore seduto vicino alla finestra che non ha detto una parola per tutta la corsa, ma quando vede Seixas rilanciare fa un cenno con la testa, come se stesse approvando una scelta educativa. Un ragazzo entra in quel momento, guarda lo schermo, e dice:
– «Ma dov’è quello forte?».
– «Non c’è oggi».
– «Ah», dice lui, deluso come un bambino che scopre che il gelato è finito – e meno male direi, sia per l’assenza di quello forte che per il possibile bancone dei gelati vuoti. E immagino una scena in cui siano passati i NAS di recente.

In Piazza del Campo arrivano i due, storti, infangati, belli come solo i ragazzi giovani sanno esserlo. La volata è una cosa che non si può raccontare senza ridere: un misto di coraggio, disperazione e geometrie sbagliate. Vince Seixas, perché qualcuno doveva pur vincere, e Del Toro arriva secondo con la faccia di uno che ha già capito che prima o poi la vince davvero, questa corsa. Grégoire arriva terzo, come se fosse scritto da qualche parte che quando non c’è lo sloveno lui deve fare il podio.

Nel bar ci guardiamo, brindiamo, e uno dice:
– «Bella, eh. Però senza quello lì… un po’ mancava».

E sì, forse mancava.

Perché senza Pogačar la vita è più semplice, o forse no, è proprio quando c’è lui che si semplificano le cose: tanto sai già chi vince.

La signora col cane si alza, guarda il televisore, e dice:
– «Io comunque tifavo quello con la faccia simpatica».
– «Quale?».
– «Quello».

Il turista americano applaude di nuovo.
– «Good race!», dice.
– «Ma è finita da un quarto d’ora».
– «I know!», risponde, felice lo stesso.

Il barista spegne la radiolina, guarda il televisore che continua a tremare, e dice:
– «Ragazzi, chiudo tra dieci minuti».

Come se la storia, alla fine, fosse tutta lì. E forse lo è davvero.

Foto: Poci’s Pix

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