Centonovanta sono quasi duecento, ma puoi farne anche centotrenta. Centonovanta con tremilacinquecento metri di dislivello è il percorso lungo della Nove Colli. Una dimensione: fino al bivio, posto dopo il breve, ma terribile Barbotto. Quando poi, dopo lo scollinamento dei saliscendi a seguire, dove è posto il GPM giri a sinistra, entri in un’altra dimensione. Un’altra avventura, un altro viaggio, un’altra corsa. Polenta, Pieve di Rivoschio e Ciola. Con il finale del Barbotto, rappresentano un percorso di tutto rispetto intendiamoci, ma il lungo è un’altra faccenda. Ci sono ancora cinque ascese da affrontare. Dalle più severe, alle più pedalabili, dalle più lunghe alle meno lunghe. Montetiffi, Perticara, Madonna di Pugliano, Passo delle Siepi, Sogliano al Rubicone. Se nel percorso ridotto, anche se non sei con i primi, ti trovi sovente in un gruppo numeroso, dopo il bivio è facile, ad esempio in salita, rimanere in solitudine. O quasi. Nel lungo cambia tutto per i normali. Devi fare i conti con il fatto di alimentarti e idratarti con regolarità, con il non fare fuori giri inutili. E’ necessario gestirsi. Sfiorare i duecento chilometri con un dislivello così importante per un amatore è qualcosa di estremamente impegnativo, dal momento che in gara, qualunque sia il tuo valore, cerchi di andare sempre al tuo massimo.

Intensità sempre, che è quella che ti finisce. Agonismo insomma. Bestiale la differenza fra i percorsi. Ho provato il percorso più ridotto. Lo chiamo così, dire corto è dispregiativo. Magari il GS Fausto Coppi che organizza la Nove Colli giunta alla edizione numero 54, potrebbe dire il medio lungo. Perché qua il lungo è lunghissimo, come quello della Sportful Dolomiti Race o della Maratona Des les Dolomites per fare alcuni esempi. Il lungo è emozione, il lungo è incertezza.

Un su e giù continuo sulle colline romagnole, un percorso nervoso con ascese segnate dalla discontinuità. In montagna trovi il rimo sulla salite, procedi con il tuo passo. Su queste salite irregolari non è facile tenere un’andatura unica e talvolta alterni il padellone al rapporto più piccolo davanti. Che poi non servono le ascese interminabili a spezzarti i quadricipiti. Anzi. Sono proprio queste le più infami. Sono nove colli, nove scalate, nove insidie. L’ultima è una liberazione, il dolore ci trasmette entusiasmo, felicità, lotta, riscatto. Poi c’è la picchiata finale, venticinque chilometri di pianura. Dove anche i cavalcavia che ti portano su lungomare di Cesenatico sembrano salite interminabili.

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