10 nomi da seguire al Lombardia 2026
L’assenza di Pogačar, vincitore delle ultime cinque edizioni, apre la porta del successo, un po’ come visto al mondiale, a diversi corridori: Healy, Pidcock, Seixas, Del Toro, Evenepoel, perché no, anche il campione del mondo McNulty, i suoi connazionali Simmons e Jorgenson e persino qualche italiano che punta a un bel risultato come Ciccone, Scaroni e Piganzoli. Sarebbe troppo facile fare questi nomi e allora proviamo a spostarci un po’ più giù, scavando, scegliendo dieci nomi da seguire che difficilmente potranno non solo vincere, ma anche ambire a un posto sul podio o tra i primi cinque, ma che, ugualmentem potrebbero essere protagonisti in un modo o nell’altro.
Pello Bilbao 🇪🇸 (Bahrain-Victorious)
Un archetipo più che il corridore in sé nello specifico. Ovvero colui che al Giro di Lombardia correrà l’ultimo Monumento della carriera – in qualche caso proprio l’ultima gara in carriera,, uno degli esempi più noti, e la memoria va al 2023, è Thibaut Pinot che lasciò il ciclismo qui in un tripudio di tifo e miccette. Pello Bilbao e un altro nome di peso: Bauke Mollema che ha persino vinto qui, nel 2019, ma affronterà le strade che portano a Como in supporto dei propri compagni di squadra. Qualcosa di simile per Bilbao, con qualche licenza in più, perché la Bahrain potrà contare, sì, su Lenny Martinez, ma è apparso un po’ spompo nelle ultime uscite, e allora il basco, per la verità mai protagonista su queste strade nelle tre precedenti volte che ha disputato la corsa, che ha dimostrato di stare bene di recente, si giocherà qualche carta, a partire dalle discese.

Ramses Debruyne 🇧🇪 (Alpecin PremierTech)
Tra i corridori maggiormente cresciuti in questo 2026 c’è Ramses Debruyne. Il belga della Alpecin ha, in qualche maniera, fatto di tutto per non far sentire la mancanza in gara di van der Poel e Philipsen, due che, soprattutto il nederlandese, corrono con il contagocce. Oltretutto il belga è il corridore più forte della squadra dei Roodhoft in salita e punta, a breve termine, a diventare l’uomo da classifica nelle brevi e nelle grandi corse a tappe. Ma prima c’è da chiudere in bellezza questo 2026 che l’ha visto di recente 6° al Campionato europeo e 16° alla Tre Valli Varesine lui che lo scorso anno al suo esordio in una gara dura e lunga proprio come il Lombardia arrivò 37° in un gruppetto non molto lontano dalla zona primi dieci (suo obiettivo oggi) e che ad aprile ha chiuso nei 20 (18°) la Liegi. Uomo da percorsi duri: Il Lombardia può diventare la sua corsa.

Jarno Widar 🇧🇪 (Lotto Intermarché)
Che ci crediate o no il suo nome era stato già inserito non solo nei dieci ma anche nella prima lista, quella dei cinque, sicuri, da scegliere per il Lombardia, ben prima della vittoria alla Tre Valli Varesine. Certo, voi direte, beh, bella forza, da quando è junior Widar fa parlare di se per spunto veloce, esplosività, resistenza sulle salite più o meno lunghe: c’è un profilo più adatto a corse di un giorno come Liegi e Lombardia fra gli emergenti? Se togliamo due già diventati grandi come Del toro e Seixas e in attesa di Finn, no. Jarno Widar ci pare il più pronto e lo ha già dimostrato. La vittoria, prima da professionista, di qualche giorno fa lo ha sbloccato, i dubbi sono sulla tenuta in una corsa così lunga, ma eventualmente sarà una scoperta che faremo anche noi strada facendo.

Jan Christen 🇨🇭 (UAE Team Emirates)
A rappresentare la quota della categoria corridori che attaccano a caso (o, come vengono definiti brutalmente in altri lidi, polli senza testa) ecco Jan Christen, uno dei tanti esemplari in gruppo di attaccanti senza criterio che forse, preservando qualche energia in più potrebbero ambire a qualcosa di meglio. Oppure no? Sta lì il gioco della coperta corta: e se uno come Jan Christen attaccasse proprio perché insicuro (o cosciente) di non avere i mezzi per giocarsela con i più forti? Eppure passato professionista ci eravamo fatti un’altra idea, ovvero un corridore se non con le stimmate del predestinato, almeno capace di giocarsela con tutti sui suoi terreni di elezione che sono, in fin dei conti, anche le corse come il Lombardia. Vedremo che ne sarà di lui: qui ha corso una volta sola e si è ritirato dopo una caduta, qui avrebbe dovuto aiutare Pogačar ei n sua assenza non avrà molte chance, perché ci sono Del Toro e McNulty, ma per noi ci proverà comunque. Stagione strana la sua, tuttavia, alti e bassi, cinque vittorie su 10 totali ottenute in tre anni e mezzo da professionista poche non sono, ma l’impressione, seppure è un corridore ancora giovanissimo, di essere, a oggi, di fronte a un piccolo incompiuto o a qualcosa di completamente diverso rispetto alle aspettative.

Mikel Landa 🇪🇸 (Soudal Quick Step)
Sarà all’ultima gara in maglia Soudal perché l’anno prossimo effettuerà un romanticissimo salto all’indietro tornando a correre con la Euskaltel Euskadi, la squadra che ha lanciato lui e altri baschi e proverà a riportarla più in su, dopo anni di difficoltà. Intanto, Landa, sembra aver ritrovato quel modo che ci ha fatto appassionare: lo scatto in salita che spesso è senza speranza, ma che a La Vuelta 2026 si è tramutato in successo di tappa il penultimo giorno, quando ormai nessuno ci sperava più. Alla Tre Valli ha chiuso nel gruppo davanti, dimostrando di stare ancora bene, al Lombardia ha corso 12 volte con 8 ritiri e un podio nel 2022, arrivando a pochi secondi da Pogačar e Mas che si giocarono la vittoria allo sprint. E se si ripetesse salendo sul podio? In un finale di stagione che senza lo sloveno sta regalando spettacolo, sorprese e incertezze, lo spazio ci sarebbe pure.

Clément Berthet 🇫🇷 (Groupama FDJ United)
Anche se un passo alla volta, il signor Labous ce l’ha (quasi) fatta ed è riuscito finalmente a mostrare, anche in una corsa di tre settimane, il potenziale da scalatore che ogni tanto ha tirato fuori in carriera o in corse minori oppure a sostegno dei suoi capitani. Clement Berthet, 29 anni, ancora zero vittorie in carriera, arriva da un 8° posto in classifica generale alla Vuelta, un 13° e un 11° tra Emilia e Tre valli che lo candidano come minimo alla possibilità di entrare tra i primi dieci. Tra gli scalatori più in forma del momento, Berthet ha partecipato alle ultime 5 edizioni della corsa, tutte quelle vinte da Pogačar, e ha ottenuto, come migliori risultati, un 14° (2022) e un 16° (2023) posto.

Alessandro Fancellu 🇮🇹 (MBH Bank CSB Telecom Fort)
La MBH Ballan fa l’esordio assoluto in una Monumento e lui, che pare vicino al grande salto nel World Tour, è atteso con curiosità a una sfida che soltanto qualche stagione fa immaginavamo potesse diventare il suo pane quotidiano. Ha fatto tanta fatica a emergere, ha avuto problemi fisici, malanni, cadute e risalite, ma da qualche tempo a questa parte il corridore lombardo ha ricominciato a far vedere quei numeri che da junior lo mostravano per quel che era: un corridore dall’enorme potenziale. Forse negli anni, oltre ai problemi fisici, c’è stato un malinteso su ciò che sarebbe potuto essere, ovvero un corridore da corse a tappe e se invece Fancellu preferisse le corse di un giorno? Tra le righe de Il Lombardia (corsa che lo ha visto ai nastri di partenza due volte, e all’arrivo una, 55° nel 2022) potremmo leggere la risposta, magari non quella definitiva, ma almeno farci un’idea, quello sì.

Oscar Onley 🇬🇧 (Netcompany INEOS)
La carriera di Oscar Onley, invece, è decollata quasi sin da subito, non appena ha varcato la soglia del professionismo e, al netto di qualche caduta di troppo che ne ha condizionato alcune parti della carriera, sta dimostrando in questa fase di stagione di essere affidabile non solo nei grandi giri (4° al tour 2025, 6° alla Vuelta 2026), ma anche nelle corse di un giorno. Di recente è stato protagonista al Mondiale, membro della fuga con i due van, roba che per poco non arrivava al traguardo, e ha chiuso 17° e stremato, mentre settimana scorsa è stato tra i più brillanti al Giro dell’Emilia, terzo alle spalle di Piganzoli e Pidcock, corsa che in chiave Il Lombardia difficilmente mente, almeno per quanto riguarda la forma.

Enric Mas 🇪🇸 (Movistar Team)
Invito i lettori a recuperare il pezzo uscito su di lui sull’ultimo numero di alvento (potete ordinarlo qui), e in cui cerchiamo di riabilitarlo agli occhi del tifoso, non solo grazie al successo in Spagna, ma cercando di mettere qualche puntino sulle i. Dopo la vittoria alla Vuelta, Mas, che a Il Lombardia nel 2022 ha vissuto uno dei migliori momenti in carriera in una grande classica, battuto solo da Pogačar allo sprint, ha rifiatato. Lo abbiamo visto, al Mondiale, staccarsi quasi subito, e poi ritirarsi, mentre alla Tre Valli Varesine la sua sagoma a un certo punto è apparsa davanti in salita, chiudendo poi in coda al gruppo finito alle spalle dei tre che si sono giocati il successo. In una corsa così, con un bel po’ di dislivello, difficile non considerare lo spagnolo come un possibile outsider, certo va anche valutata l’energia (e la voglia) rimasta, dopo il successo nel grande giro di casa.

Mathys Rondel 🇫🇷 (Tudor Pro Cycling team)
Chiudiamo con un giovane francese che, lontano dai riflettori, si candida per essere uno dei regolaristi per eccellenza di questo 2026. Quando corre, e le gare prevedono salite, lui, affidabilissimo in montagna, c’è quasi sempre. Lo dimostra la sfilza di piazzamenti da inizio stagione: 12° all’UAE Tour, 8° alla Parigi-Nizza, 5° al TotA, 11° al Giro, 6° alla Vuelta a Burgos e 2° al Giro d’Abruzzo – questo per quanto concerne le corse a tappe. Anche nelle gare di un giorno, se impegnative, lo abbiamo intravisto: 15° a San Sebastian, 8° a Larciano, 9° al Pantani, 11° all’Europeo. Uno così farebbe comodo al ciclismo di casa nostra, anzi probabilmente lo esalteremmo come uno dei corridori di vertice. Invece punterà a essere, a il Lombardia, uno dei tanti nostri cugini transalpini in top 20.

La lunga strada verso la vittoria
Quando Alessia Vigilia è scattata, insieme ad un’altra manciata di atlete, nelle prime fasi di gara del Giro dell’Emilia, in fondo, è stato tutto come sempre. Il tema principale, il sottofondo, era che la fuga sarebbe stata ripresa e, ancor prima, che, alla fine, a questo Giro dell’Emilia mancavano molte delle principali protagoniste del nostro ciclismo. Non così diversa la reazione quando Alessia Vigilia, a trenta chilometri dall’arrivo, è andata in fuga dalla fuga, in solitaria. Eravamo in corsa, fra le ammiraglie di testa, e abbiamo osservato attentamente quel che accadeva.
Dopo i primi istanti, in cui, giustamente, si cercava di capire quali fossero le reali condizioni di Vigilia, se quell’attacco fosse un fuoco di paglia oppure una scintilla destinata ad accendere una giornata autunnale già sin troppo calda, qualcuno, capendo che il margine si sarebbe presto fatto incolmabile e che le doti di passista-scalatrice della bolzanina sarebbero state quel che serviva per andare all’arrivo, iniziava a chiedere ai colleghi direttori sportivi di organizzare una rotazione in testa al gruppetto in fuga per limitare il vantaggio, «altrimenti va al traguardo». Sarà per la stanchezza, sarà perché ormai la fuga durava da tanti chilometri, quell’appello non è stato accolto o non ha potuto essere accolto. Alessia Vigilia ha incrementato il proprio vantaggio e ben presto è stato chiaro che l’avrebbero rivista dopo la fettuccia bianca dell’arrivo in vetta a San Luca.

Nel vocabolario del ciclismo azioni così possono definirsi imprese. Intanto perché quando la fuga arriva al traguardo, partendo da lontano, l’epica di questo sport si risveglia, qualche volta si esagera anche, siamo d’accordo, ma così è. Poi perché la fuga dalla fuga e la solitudine di chi sceglie di andare da solo è, forse, l’ingrediente più romantico per chi parla di donne e uomini in bicicletta e di biciclette. Ma, quando è una ciclista come Vigilia a portare a termine qualcosa di simile, c’è anche di più e quel più sta proprio nell’atleta che lo compie. Non è un’atleta di cui si parla molto Vigilia. E non è un’atleta che parla molto. Al termine della prova, giù da San Luca, l’abbiamo incontrata e ci ha detto solo: «Sono senza telefono, chi mi cerca mi darà per dispersa. Sto pensando all’Europeo». Pochi fronzoli, poco spazio per sedersi sugli allori, per la vanità della vittoria, che pur ci starebbe. Il pensiero a chi ha scritto un messaggio a cui ancora non ha risposto, e al passo seguente, allo sforzo seguente, al lavoro del giorno dopo. E il suo lavoro all’Europeo, nel corso della Mixed Relay, l’hanno visto tutti. Non ha cambiato il suo modo di vedere il ciclismo il tre ottobre, Vigilia. Così è sempre stata. Poi certe volte arrivano i risultati e certe volte bisogna lavorare duro, in silenzio, quasi invisibili. Ma non è importante quanto se ne parla, è importante quel che si fa. Vigilia vuol dire questo. Oltre ad attesa di cose belle, la notte che precede Natale, ad esempio.
Pochi giorno dopo, martedì sei ottobre, a Varese, la lunga strada verso la vittoria si è conclusa nel modo migliore possibile per Eleonora Camilla Gasparrini. L’ultima volta era successo un anno fa o poco più, in Germania, Women’s Cycling Grand Prix Stuttgart and Region, ma questa volta è diverso, per il valore del successo alla Tre Valli Varesine, e non solo. Ha fatto un’annata da incorniciare Gasparrini, anche se il successo è arrivato solo in uno degli ultimi balli. A marzo aveva aggiunto un tassello importante al proprio palmares con il podio alla Sanremo Women, dietro a Lotte Kopecky e Noemi Rüegg. Da lì una sfilza di piazzamenti, tra cui citiamo quello al Campionato del Mondo di Montréal, dodicesima dopo essersi messa a disposizione della capitana, Elisa Longo Borghini. Noi la ricordiamo, in particolare, in una telefonata di ormai sei anni fa, dopo il successo all’Europeo nella categoria junior. Ci aveva detto di aver messo la maglia conquistata sul letto, in camera, e di tornare di tanto in tanto lì, con una scusa, solo per guardarla. Era il periodo immediatamente successivo al primo lockdown per la pandemia da Covid19 e tornare a correre le sembrava la cosa più importante perché, diceva, in fondo, a mancarci sono sempre le sensazioni che abbiamo provato. Così ha dedicato la vittoria a David Facciano, suo massaggiatore in UAE Team Limad scomparso pochi giorni fa. Perché cambiano tante cose e la strada verso la vittoria talvolta è più lunga, ma quelle importanti restano sempre le stesse.
Alvento Point: Santini
Fra i ricordi d’infanzia più belli di Paola Santini ci sono le estati che trascorreva in produzione, in azienda, assieme alla sorella Monica, solo per stare con mamma e papà. Qualcuno le dava dei fili e lei giocava ad arrotolarli, poi osservava gli scarti di produzione e correva da qualcun altro a chiedere: «Posso prenderli? Posso? Salgo in casa e faccio un lavoretto». Era così felice che, oggi, che Santini non si trova più a Lallio, dove l’appartamento della famiglia era sopra l’azienda, ma a Bergamo, in via Zanica 14, e Paola è madre, quando sua figlia passa nel suo ufficio, a lavoro, lascia che porti via qualche scarto di produzione e si cimenti a propria volta in qualche lavoretto. «Certo è diverso perché la nostra abitazione è più lontana e non c’è quella sincronia di quando ero io ad essere bambina: la mia culla era spesso nell’ufficio di mamma e, quando tornavo dalle scuole elementari, passavo in fabbrica a salutare i miei genitori prima di andare a tavola. Ma ho così tanti ricordi spensierati che vorrei che anche mia figlia potesse averne di simili». Il padre di Paola e Monica è il Cavalier Santini che, oggi, ha ottantacinque anni e, nonostante una quindicina di anni fa abbia passato la mano alle figlie, alla conduzione dell’azienda di famiglia, dopo anni di affiancamento, ogni mattina passa allo stabilimento e prende un caffè, mentre chiacchiera, ride, scherza, chiede e controlla gli incassi. Perché Santini è preciso esattamente come sessant’anni fa, quando questa storia iniziava. Era tutto in un garage dove le sorelle di Santini avevano un maglificio e producevano maglioni per i freddi inverni delle montagne attorno a Bergamo. Lui, però, lavorava altrove e correva in bicicletta, in velodromo, assieme a Felice Gimondi nello Sforzatica. Erano amici, non solo compagni di squadra: uno già campione, l’altro futuro imprenditore. In quel garage, Santini iniziò a dare una mano dopo che un infortunio ad una gamba lo costrinse a casa, per l’incapacità di stare senza fare nulla per giorni e giorni. L’azienda Santini è nata in quel momento, in quel basement, con le prime maglie di lana della seconda metà degli anni sessanta, ricamate con le macchine da cucire Cornely: due giorni e mezzo per completare un ricamo. Un’altra epoca. Da lì, alla lana stampata, ai tessuti in lycra degli anni settanta e poi allo sviluppo dei tessuti tecnologici della modernità. Santini è partner dell’Uci dal 1988, ha collaborato con il Giro d’Italia dal 1993 al 2017, dal 2022 lavora con il Tour de France e negli anni ha sviluppato maglie per le più importanti squadre professionistiche: Gatorade, Polti, Mercatone Uno, di cui ha anche una collezione di bici, e Trek.

La struttura in cui chiacchieriamo, quella di via Zanica 14, è di fine anni cinquanta, di architettura brutalista, ristrutturata qualche anno fa, quando, anche per questione di spazi, Santini si è trasferita tutta qui da Lallio, dopo un periodo di coesistenza delle due sedi. Il progetto è stato affidato a Marco Acerbis, architetto bergamasco e ciclista, con plurime esperienze nel mondo che, al termine di due anni di lavoro intenso, ha messo in piedi quel che ora tutti vedono. Nella sua idea, l’edificio era effettivamente molto bello, ma non valorizzato: tutte le colonne di cemento, ora visibili, erano coperte da cartongesso e muratura, bisognava spogliare, bisognava togliere, alleggerire, portare via anziché aggiungere, per restituire luce ad un ambiente che tra la pietra ed il marmo rischiava di essere claustrofobico. In questo senso vanno le vetrate all’ingresso, affinché da fuori le persone possano osservare l’interno dello store, l’inizio di tutto secondo Paola Santini, ed il tetto “sfondato” e luminoso, verso cui si arrampicano le scale, mentre la reception ed il bar all’ingresso, da un lato e dall’altro, simboleggiano le ruote di una bicicletta, quasi scolpita nel locale a dargli forma. L’ambiente si apre come la bicicletta si apre al paesaggio e agli spazi della natura: ecco il concept di Acerbis. Paola e Monica hanno portato qui tutto ciò che hanno visto in giro per il mondo ed è sempre stato questo il più grande auspicio di papà: che studiassero, viaggiassero, facessero esperienza lontano, perché tutto ciò che si vede può essere, poi, sperimentato, ed è meglio si sia visto molto quando ci si mette all’opera. Paola ha studiato per sette anni a Londra e Monica è stata tre anni in Brasile: le due sorelle erano complementari già da bambine, come lo sono oggi. Paola che quando in televisione venivano trasmesse le gare chiedeva a mamma se papà fosse lì e Monica che cercava gli ordini d’arrivo e studiava la corsa. Paola che adesso prova personalmente ogni capo e, appena può, esce a pedalare, Monica che, in ufficio, ha sempre la televisione accesa e continua ad ascoltare ogni telecronaca. E Maria Rosa, la loro madre, che ogni tanto tra il serio ed il faceto: «Tutti parlano solo di voi e del papà ma ci sono anche io, quanto tempo ho trascorso nella nostra factory e quanti lavori ho fatto in quarant’anni di attività». Una donna coraggiosa che di fronte ai dubbi del Cavalier Santini è sempre stata la “miccia” per proseguire, provare, fare, anche rischiando. Una roccia: «Non abbiamo mai corso in bicicletta perché papà aveva paura, così ci siamo dedicate al nuoto. Mamma, invece, era sempre lì a dirci di non temere». Papà ha sempre dimostrarto con i fatti e di raccomandazioni non ne ha mai fatte tante, una, però, in particolare sempre, anche oggi, in dialetto bergamasco: «Mi raccomando, non fatemi fare brutta figura».

Sì, il Cavalier Santini è uno di quegli uomini dalla tempra antica che ha sempre messo e continua a mettere al centro di ogni azione la parola data ed il suo rispetto, fiero soprattutto del fatto che nessuno possa dire il contrario dell’operato di Santini, a prescindere dall’accordo o disaccordo lavorativo. Attorno ai sessant’anni ha, però, iniziato a percepire che il mondo del ciclismo, il suo universo di fatto, cominciava ad essere diverso da quello che aveva conosciuto ed in cui era cresciuto, a coincidere meno con le sue idee e la sua prospettiva, così ha avuto la lucidità di alzare la cornetta del telefono e chiamare Monica, la figlia maggiore: «Temo di non riuscire più a gestire al meglio l’azienda, servono persone più giovani, più fresche, che comprendano bene i cambiamenti. Tu cos’hai intenzione di fare? Sennò assumiamo una persona che se ne occupi. Parliamone». Monica ha accettato la proposta ed una decina di anni dopo ha fatto una telefonata simile a Paola chiedendo se volesse occuparsi della parte di comunicazione aziendale. E Paola è partita dallo store. «Ogni indicazione, ogni feedback arriva da qui. Il designer ed il direttore creativo non hanno miglior materiale da cui partire che queste indicazioni. Non tutto si può fare ma abbiamo l’obbligo di considerarlo e lavorarci. Si raccoglie ogni osservazione e ci si mette al lavoro. Parliamo di due collezioni all’anno, estate ed inverno, e di un processo creativo che anticipa di molto l’uscita dei capi perché ha una durata considerevole, anche a causa del reperimento materiali. Basti considerare ad esempio che la collezione summer 2027 è stata presentata ad aprile 2026». Attorno al tavolo, dopo aver verificato le quantità richieste, l’andamento del mercato ed aver disegnato le prime bozze si ritrova quindi la squadra al completo: il responsabile dello sviluppo modelli, il responsabile del cucito, che verifica se le idee dei creativi sono effettivamente realizzabili, il direttore commerciale e del marketing ed il direttore generale, ovvero Monica Santini. A questo punto si procede alla prima prototipia con i modellisti che, insieme al responsabile del cucito, predispongono i primi modelli. Da qui e dai primi prototipi si avviano tutte le cosiddette riunioni di “sdifettamento” fino a quando il capo non è perfetto e si può dare il via alla campionatura, con gli agenti che procedono alla vendita. Un mestiere talmente vario che, in Santini, nessuno sa cosa sia la noia.

«L’evoluzione è continua , perché è cambiato il ciclismo ed è cambiato anche il consumatore. Anni fa si guardava alla tecnicità del prodotto più che allo stile, da qualche tempo a questa parte, invece, il ciclismo è anche diventato cool: un giro con gli amici, una pausa al bar, una scalata assieme, un viaggio lontano con le borse da bikepacking. Indubbiamente la pandemia da Covid19 ha inciso, come anche l’età dell’acquirente. I giovani, in particolare, prediligono un ciclismo che badi anche allo stile, nelle altre fasce di età, di solito, chi considera la parte tecnica si interessa meno alla bellezza stilistica e viceversa. Qualche consumatore è anche più preparato di noi a forza di studiare e qualcuno ci chiede perché non “cavalchiamo” certe mode. Il punto è semplice: un brand nuovo può muoversi come meglio crede, Santini ha una propria riconoscibilità e chi viene da noi si aspetta quel tipo di prodotto. Non è possibile stravolgerlo dall’oggi al domani». Sono questi i cambiamenti che il Cavalier Santini aveva intuito nei giorni della telefonata in Brasile, a Monica. Anche oggi, ogni tanto, si rivolge alle figlie con un: «Io lavoravo molto più di voi». E le due sorelle a spiegare che è cambiato tutto. Un aneddoto in particolare è significativo e risale al 2021, quando l’azienda era ancora a Lallio. In quel periodo era stata realizzata la prima collezione gravel e Monica e Paola stavano guardando il video promozionale realizzato poche settimane prima: «Papà nemmeno sapeva cosa fosse il gravel. Ricordo che Monica gli chiese di vedere il filmato assieme a noi, sessanta secondi, non di più. Io e lei ci siamo guardate entusiaste, poi abbiamo rivolto lo sguardo a lui che, perplesso, ci ha detto: “Pota! Ma sta per andare in guerra quel ragazzo? Tutto verde e marrone, con le borse sulla bicicletta. Ai miei tempi si andava in guerra messi in quel modo. Però, se voi dite che funziona, mi fido”. Siamo rimaste senza parole, tra lo sbigottimento e le risate per quella reazione tanto genuina quanto incredula». Il Cavalier Santini non capisce ancora bene la logica delle vendite online e chiede se non serva il fax, ma continua ad interessarsi, desidera essere coinvolto e, spesso, di fronte alle nuove iniziative ha un’unica domanda: «Mi piace, ma, scusate, quanto ci costa?».

L’azienda Santini lavora con il ciclismo ed ha lavorato con il triathlon. In quel caso, specifica Paola, il rapporto è diretto con l’atleta e molte cose sono più facilmente risolvibili. Nel ciclismo, invece, il tramite è sempre rappresentato dalla squadra. Anche gli atleti, però, sono cambiati negli anni: una volta conoscevano di meno e si affidavano, poi i social e la rete hanno ampliato la percentuale di nozioni disponibili e alcuni ciclisti si presentano in Santini chiedendo informazioni su ciò che hanno letto o che hanno cercato in internet. Paola Santini sostiene che possa non essere un male ma, come sempre, è necessaria la via di mezzo, perché non tutto ciò che si trova astrattamente in rete è poi realizzabile o adatto al caso specifico: «Qualcuno sostiene che il miglior ciclista sia quello che non conosce nulla tranne ciò che gli serve per il suo sforzo. Questo perché, visto che la vita da atleta è già complessa, seguendo questa via, è possibile alleggerire i pensieri e avere meno dubbi. Altri invece ritengono che un professionista in quanto tale abbia il dovere di una conoscenza a tutto campo nel proprio settore. Io credo non esista un meglio assoluto o un peggio certo, ma dipenda sempre dalla personalità dell’atleta e dalla capacità di gestire o meno determinate pressioni».

Quanto le cose siano cambiate, ce lo racconta Claudia Berzi, coordinatrice del retail e del merchandising in Santini. Lei, che viene dal mondo della moda e di ciclismo non conosceva praticamente nulla, se non la bicicletta di suo nonno, di oltre cinquant’anni fa, che custodisce ancora a casa, e le storie più importanti che quasi si imparano per osmosi quando ci si trova in una città come Bergamo, ha assistito al trasloco da Lallio a Bergamo: un trasloco importante di cinquant’anni di produzione: «Ricordo molto bene le espressioni di Paola e Monica di fronte ad alcune vecchie foto e a certi vecchi trofei che spostavamo dagli uffici: stupite da quanto fossero brutti. Io, invece, ne ero affascinata. Per loro era “antichità”, per me era “vintage”. Al di là dell’interpretazione, però, restano le differenze abissali in nemmeno tantissimi anni». Anche per Claudia non c’è tempo per la noia o per un fisiologico calo di entusiasmo dopo ormai cinque anni nella medesima azienda. Le regole sono sempre quelle del retail, sia nella moda che nel ciclismo: da un lato, tuttavia, vi è solo l’attenzione estetica, dall’altro la necessità di coniugare questa con la tecnica in indumenti che debbono essere performanti, che si tratti di un viaggio lungo o di una gara. Vi sono sempre pioggia, caldo, freddo, talvolta neve e ghiaccio. La parola chiave è assistenza, ascoltare il cliente ed essere pronti a continuare la ricerca, soprattutto in considerazione della varietà di prodotti. «Bergamo è una piccola grande Mecca, se parliamo di ciclismo- prosegue Paola Santini- tanto da divenire un marchio. Esiste il Made in Italy ma anche il Made in Bergamo. Parliamo di una città conosciuta e riconoscibile, per storia ciclistica, territorio e orgoglio bergamasco. Il fatto che Santini abbia qui le proprie radici è per noi un punto importante, anche grazie alla dimensione internazionale di Bergamo, favorita dall’aeroporto, siamo cresciuti. Ma qui sembra tutto perfetto, il contesto, i professionisti e così via».
Ma gli store Santini sono anche a Como ed a Bologna e, di fatto, mantengono la medesima filosofia. L’attività di Como, anche se più recente, è maggiormente simile a quella di Bergamo, sia come impostazione, sia per il fatto che anche quella di Como è una provincia fortemente legata al ciclismo. Lo store, in questo caso, sorge all’interno di una grande Decathlon e, come a Bergamo, ospita periodicamente ride. Parzialmente diverso è il caso di Bologna, in cui si ha il tipico esempio di negozio bolognese , lungo viale dell’Indipendenza, verso Piazza Maggiore, nel centro di Bologna, con uno stile architettonico che conserva le cappellette rosse tipiche e richiama gli archi della città. Resta sempre la struttura riconoscibile, il logo classico e il set up delle maglie che durante le grandi corse a tappe, il Tour de France, vengono trasportate nelle città di partenza e arrivo della Grande Boucle con dei veri e propri pop up store: «Sembra una sciocchezza ma sono un punto di incontro per quelle persone che magari non passano da Bergamo ma vogliono un capo. Penso- precisa Claudia Berzi- ad esempio ad una signora proveniente dall’America che l’anno scorso passò da noi diretta verso il Cile e questa tornerà in viaggio verso Oslo». Si è fatto tardi, Paola Santini deve tornare in ufficio, il Cavalier Santini è a casa e sa che d’estate potrà andare al mare e godersi le ferie meritate. Le sue figlie non gli faranno fare brutta figura.
A tutto Velo: il Commissario Tecnico risponde
Quando gli telefoniamo, Marco Velo, commissario tecnico della nazionale italiana femminile di ciclismo su strada, è appena rientrato a casa dai magazzini della Federazione dove sta preparando il materiale per la spedizione al Campionato del Mondo in Canada, a Montreal, ed il successivo Campionato Europeo in Slovenia. A distanza di un anno e mezzo dalla sua nomina a C.T. l’intervista, oltre ad essere un’anteprima sulle prove in linea di tutte e tre le categorie, junior, under 23 ed élite, è anche l’occasione per un punto su metodi, stato dell’arte e prospetti di questa sua prima stagione in azzurro.
METODO VELO
Per quanto, ormai cinquantaduenne e da una vita nel ciclismo, Marco Velo sia il primo ad ammettere che, oggi, nel ciclismo non si inventi più nulla, nel dialogo rileva, in ogni caso, alcuni elementi che ritiene siano caratterizzanti del proprio mandato. In primis, un punto fermo: alle gare si assiste dall’interno, in moto, la propria o dell’organizzazione, oppure in auto, quando collabora con RCS ed è sulla vettura della direzione di corsa, altrimenti, soprattutto per le categorie più giovani, è inutile seguirle, in quanto l’idea che se ne ricava non è, spesso, corrispondente al vero. «Gli ordini d’arrivo non sono sempre veritieri. Prendiamo il Campionato Italiano: se mi basassi su quello, dovrei dire che Matilde Rossignoli è andata piano. La realtà è ben diversa: ha fatto un lavoro importante per le sue compagne di squadra e, se la fuga è stata ripresa, è merito suo. Le ho fatto personalmente i complimenti. Non credo sia sufficiente nemmeno andare a vedere le gare posizionandosi in un punto del tracciato: se avvenisse una foratura o un salto di catena duecento metri prima? Non lo coglieremmo, anche perché non c’è diretta televisiva. Personalmente, se non posso stare in moto, fare avanti e indietro, andare sulla fuga o sulle atlete in ritardo, non vado proprio a vedere le corse. Nel mio caso, poi, il ruolo in RCS, lungi dall’essere qualcosa in contrapposizione con la guida tecnica della nazionale, la agevola, perché anche lì sono nel vivo del gruppo e posso notare dettagli che nemmeno la diretta mostra». Al termine delle competizioni, Marco Velo parla molto con i direttori sportivi: «Sono nuovo in questo ruolo ed anche questa è una dinamica da comprendere. Vi sono direttori sportivi obiettivi nelle analisi ed altri che, per spirito di parte, tendono a vantare le proprie atlete in modo, talvolta, non oggettivo. Con il tempo si capisce e si sa come farvi fronte e quanto peso dare alle indicazioni». Il C.T. non si ferma qui. Anche sulla scia di alcuni confronti con Davide Cassani, da tempo sceglie di pedalare assieme alle sue atlete negli allenamenti. Scherza: «Sì, ma solo con le più giovani, le altre mi staccano in pianura. Già con queste, capita che inizi le ripetute con la prima e le finisca con l’ultima. Il mio allenamento non basta più, c’è poco da fare». Tornando seri, la riflessione di Velo è più profonda ed è quella che motiva la scelta di stare in sella e non solo in ammiraglia: «Le decisioni le prendo io perché sono io il Commissario Tecnico, ma non ci si può limitare a questo. Nelle lunghe giornate di lavoro, soprattutto con le categorie minori, è anche importante che non venga percepito come qualcuno che, ex cathedra, impartisce disposizioni, ma come uno di loro. Ho notato un grosso miglioramento del rapporto e una maggiore fiducia da parte delle ragazze che si aprono e manifestano dubbi, paure, perplessità. In un primo momento, era una mia iniziativa, ora sono loro stesse a chiedermi di pedalare assieme». Oltre a questo, spiega, l’essere in sella offre una maggiore possibilità di controllare i “lavori”: dieci secondi in più o in meno, su un lavoro da trenta secondi, in ammiraglia non si rilevano quasi mai, in bicicletta, invece, sì. Certo è necessario non aver mollato del tutto la bicicletta, una volta scesi di sella, altrimenti non si tiene il passo, però, se possibile, la strada di Velo è questa.
I BUONI PROSPETTI TRA LE JUNIOR, LE DIFFICOLTÀ TRA LE UNDER 23 E L’ETERNA LONGO BORGHINI
Quando si parla di junior, Marco Velo è ottimista: «In questa categoria, mi trovo a lavorare con atlete che, a mio avviso, se continueranno a mettere identica serietà ed impegno, tra qualche anno, saranno il ricambio che è necessario. Non a caso, anche nelle convocazioni al Mondiale, mi hanno messo in difficoltà. Duole dirlo, ma per le under23, invece, il discorso è opposto. Avrei potuto chiamare quattro atlete, ne ho chiamate solo tre perché non ci sono i presupposti di qualità e la maglia azzurra, sia chiaro, non può essere un regalo. Deve essere meritata con prestazioni che evidenzino dei numeri». Arrivando al gruppo élite, il Commissario Tecnico si trova davanti ad una constatazione amara: «Su tracciati duri e in ottica classifica, nelle corse a tappe, dipendiamo ancora, quasi esclusivamente, da Elisa Longo Borghini che pare eterna, ma non può esserlo. Qui occorre una riflessione, perché, il giorno in cui decidesse di smettere, sarebbe un problema per il movimento e non è una bella e corretta prospettiva. Spero che sia un evento il più lontano possibile e, se così fosse, in realtà, non sono nemmeno tanto pessimista, perché arriveranno ragazze, quelle junior di cui accennavo, che, se cresciamo bene, possono fare la differenza».

IL MOMENTO DELLE CONVOCAZIONI, I NO E GLI SCAMBI CON BORGHESI, SILVESTRI E PALADIN
Le convocazioni sono state ufficializzate da qualche giorno e Marco Velo ammette la propria difficoltà nel momento della scelta: «A tutti piace dire “sì, verrai al Mondiale”, quando bisogna dire no, invece, le cose cambiano, soprattutto se si tratta di atlete che avrebbero le stesse qualità e lo stesso merito di coloro che, effettivamente, poi, sono convocate. Alcune comprendono subito, con altre serve una lunga spiegazione, altre ancora si chiudono a riccio e diventa complesso gestire il rapporto. Sono stato atleta e capisco molto bene lo stato d’animo. Tra l’altro, vorrei sempre più che queste comunicazioni potessero avvenire di persona, il che sarebbe l’ideale, invece, con la vita che facciamo dobbiamo comunicare telefonicamente spesso e in certi casi non è il massimo». Il Commissario Tecnico mette sul tavolo nomi ed esempi, partendo da Letizia Borghesi che non volerà in Canada: «Dopo un periodo di difficoltà, Borghesi è tornata a fare ottime prestazioni. Il percorso del Mondiale, per durezza del tracciato, si addice alle sue caratteristiche e sono certo avrebbe svolto al meglio il compito affidatole. Perché non l’ho convocata? In una prova come il Campionato del Mondo, oltre ad una adeguata forma fisica, è necessaria, essenziale, tranquillità. Ho ritenuto che Elisa Longo Borghini potesse essere più tranquilla con il blocco di atlete con cui lavora tutto l’anno in UAE. Non parliamo solo di qualità delle atlete, ma anche di automatismi che si sviluppano in stagioni di lavoro fianco a fianco. Ma Borghesi è “azzurrabile”, come lo sono anche Soraya Paladin e Debora Silvestri: ho parlato con tutte e tre. Saranno convocate in altre occasioni».

LA PROVA JUNIOR: NESSUNA CAPITANA, TRE ATLETE VELOCI E PELLIZOTTI SE LA CORSA SI FACESSE DURA
Qualche giorno fa, Velo ha inviato alle sue atlete un link per rivedere la prova del Grand Prix Cycliste de Montréal, invitandole anche a seguire l’edizione 2026: «Si tratta di una gara maschile, su un altro chilometraggio e con altre tattiche, ma il percorso è quello. Mi aspetto una gara con scatti e controscatti, in cui siano necessarie più alternative, possibilmente interscambiabili. Maria Acuti, Matilde Rossignoli e Azzurra Ballan sono atlete che abbinano resistenza su tracciati esigenti ad una buona punta di velocità, Giorgia Pellizotti, invece, è meno veloce ma sono certo possa essere la nostra carta là davanti se la corsa dovesse farsi dura. Si tratta di una ragazza molto determinata, decisa: se si mette in testa una cosa la realizza. Meritava questa possibilità». Non vi sarà una capitana designata in casa azzurra perché, spiega Velo, potrebbe essere controproducente in questa categoria, con un tracciato simile e con atlete che si equivalgono. Per paradosso potrebbe penalizzare. Occhi su Francia, Spagna e su varie individualità, ad esempio della Polonia, sapendo che gli scenari possono essere molteplici. Su una cosa, però, è stato ben chiaro con il gruppo: «Io non so se l’anno prossimo sarò ancora qui, voi, invece, sì, sarete ancora in gruppo e con davanti una carriera. La lealtà è un dovere, se non state bene dovete dirlo e mettervi a disposizione delle compagne: la furbizia non paga. Certe cose si vengono sempre a sapere e, così giovani, rischiate davvero di giocarvi il vostro percorso professionale perché nessuno vuole in squadra atlete non sincere, non corrette, non oneste». Una buona comunicazione di squadra sarà tanto più necessaria anche per l’impossibilità di adottare le radioline. Qui l’affondo polemico di Marco Velo: «Senza mezzi termini, non è accettabile che in una prova come un Mondiale o un Europeo vi sia questa difficoltà di comunicazione con gli atleti. Non c’è molto da aggiungere».

LA PROVA UNDER23: SEGATO NON ABBIA TIMORI, CIABOCCO PER LA MEDAGLIA E UN DOMANI…
«Qui la capitana c’è ed è, senza se senza ma, Eleonora Ciabocco. Le nostre speranze di medaglia sono affidate a lei. Un’atleta in continua crescita che paga solamente la sfortuna. Anche quest’anno, infatti, un infortunio ad inizio stagione le ha condizionato l’annata, però ha un carattere forte e, soprattutto, è una ragazza che non si demoralizza, non si piange addosso, non cerca alibi. Pure di fronte alle circostanze peggiori, lei dice “sarà per la prossima volta. Questa volta è andata male, la prossima andrà meglio”. I problemi della vita ciclistica sono plurimi e un approccio di questo tipo è prezioso e farà sempre più la differenza. Mi spingo oltre: Eleonora, compatibilmente con la sua struttura fisica, è una delle atlete più complete che abbiamo. Va forte in salita, tiene bene sugli strappi brevi ed è anche discretamente veloce. Può permettersi di vincere le corse sia staccando le rivali che battendole in sprint ristretti. Prima parlavamo di quando Longo Borghini smetterà: quando succederà, Ciabocco ci farà ben sperare». In supporto vi saranno Giada Silo e Gaia Segato. Silo, spiega Velo, è al primo anno nella categoria e, nonostante abbia corso poco, in parte inevitabile essendo in una development, si è trasformata fisicamente, si è allenata molto bene ed arriva a questa rassegna in buona condizione. Anche Gaia Segato, secondo il C.T., mostra una crescita costante, a lei fa un invito: «Vorrei fosse meno “timida”. A mio avviso, alcune volte, non è nemmeno lei consapevole delle proprie possibilità, quindi temporeggia, aspetta e segue le situazioni. Vorrei le creasse, perché ne ha le qualità». Parlando delle rivali, Velo si permette una battuta: «Diciamo che se Blasi non corresse con le élite, la corsa potrebbe già essere chiusa. Diversamente, occhio a Spagna, Olanda e Francia. Ma, ripeto, noi possiamo tenerle».

LE TELEFONATE CON ELENA CECCHINI
Marco Velo lo ha sempre ammesso: i consigli ed il parere delle cosiddette “senatrici” del plotone, sono da sempre un punto chiave nella sua gestione della nazionale. In particolare, in questa occasione, si focalizza sulle telefonate e gli scambi con Elena Cecchini, dopo la sua ottima prestazione ai Giochi del Mediterraneo e alla vigilia dell’abbandono dell’attività agonistica a fine anno: «Il fatto che, per pochissimo, non sia riuscita a conquistare una medaglia a Taranto, è uno dei miei rimpianti più grandi perché nessuno l’avrebbe meritata come Elena. È stata la prima a rispondere alla mia convocazione e non ha esitato un istante a dirmi sì, ma non solo per questo avrebbe meritato il podio. Elena Cecchini è una di quelle atlete che speri non si ritirino mai, pur accettando la sua scelta e comprendendola. Penso che, in questi anni, sia stata un pilastro della nazionale e abbia aiutato tutto il gruppo a crescere, a restare motivato, a inseguire nuovi traguardi e sono anche sicuro che continuerà a farlo pur giù dalla sella. Cecchini è un’atleta che ha sempre lavorato molto ed in silenzio: prendo ad esempio la mixed relay che abbiamo perso per un niente in Australia. Il suo lavoro fino alla salita è stato encomiabile anche se non sotto i riflettori. Si è staccata per questo e qualcuno l’ha anche criticata, ma qui si ritorna ad un certo modo di vedere le corse. Per le cronometro, io l’ho sempre convocata e ho sempre ascoltato il suo parere nelle decisioni. Si tratta di una persona estremamente schietta, nel bene e nel male. Una di quelle persone che criticano in maniera costruttiva e sulle cui critiche bisogna basare un nuovo edificio».

LA PROVA ÉLITE: TUTTE PER LONGO BORGHINI, MA ATTENZIONE AGLI ERRORI DELLO SCORSO ANNO
Il faro sarà Elisa Longo Borghini e non poteva che essere così. Velo ha voluto una squadra costruita attorno a lei, di cui il blocco UAE è l’esemplificazione: Silvia Persico, Eleonora Gasparrini ed Erica Magnaldi. Vi sono però delle differenziazioni: se Persico e Magnaldi saranno esclusivamente di supporto, Gasparrini rappresenta quella punta veloce che, in una prova simile, è importante: «Persico meritava la convocazione per tutto il lavoro che ha fatto in stagione per Longo Borghini, Magnaldi sta bene, anche se ultimamente ha corso poco ed è una donna squadra. Gasparrini, invece, ha corso ed a Plouay, nonostante gli attacchi, si è poi piazzata quarta in volata. È una atleta che mi piace molto, è il giusto mix di velocità e resistenza per questa tipologia di percorso». A supporto di Longo Borghini, vi saranno poi Francesca Barale e Sara Casasola: entrambe uscite da un Tour a disposizione delle capitane, la prima per Marlen Reusser, capitana più che esigente, la seconda di Pieterse. Ultima atleta convocata è Monica Trinca Colonel che dovrà tenersi coperta insieme a Longo Borghini fino alle fasi cruciali. Il percorso, in questo caso, ha lo snodo principale all’esterno del circuito e Velo si raccomanderà con le proprie atlete: «Non dobbiamo assolutamente commettere lo stesso errore dello scorso anno. Ovviamente in riunione segnalerò le atlete che non voglio vadano all’attacco, allo stesso tempo però dirò che dobbiamo anche noi cercare la fuga e lasciare alle altre nazionali, Belgio, Olanda e Spagna, potenzialmente anche più forti di noi- sono scaramantico- il peso dell’inseguimento. Alla fine, in ogni caso, resteranno in quattro o cinque a giocarsi la medaglia»
MONDIALE ED EUROPEI SIMILI E RAVVICINATI? ANCHE NO
Il Commissario Tecnico riflette anche sul calendario: la collocazione di Mondiali ed Europei ravvicinati e con percorsi simili pone alcune questioni: «Da un lato potrebbe facilitare: prepari una squadra, cambi al massimo due o tre nomi e vai all’Europeo. In realtà, in questo modo, si costringono le atlete a tirare dritto, da un appuntamento all’altro, tornando a casa solo per un giorno o due, senza considerare fusi orari differenti. Credo si debba decidere: noi non abbiamo tale abbondanza da poterci permettere di avere due squadre e mi risulta che nemmeno le altre nazioni la abbiano. Se si pensa ad un Mondiale duro, forse si potrebbe ragionare su un Europeo per ruote veloci e viceversa. È un tema».
SELLE SAN MARCO - Shortfit Allroad
Finalmente ci siamo. È arrivato quel momento dell’anno in cui stacchiamo dalla vita di tutti i giorni, mettiamo le borse sulla bici e maciniamo chilometri con un ritmo diverso. L’unica cosa che potrebbe disturbare quella pace interiore è il dolore al fondoschiena, puntuale dopo giorni consecutivi di pedalata. Per fortuna Selle San Marco ha creato la Shortfit Allroad, progettata per offrire il comfort necessario per affrontare molte ore su superfici miste.
La forma è quella Shortfit: compatta, con una sezione posteriore rialzata e arrotondata per sostenere il movimento in salita, e un anteriore snello pensato per adattarsi a diverse conformazioni del bacino. Il profilo waved, ondulato nella zona centrale, distribuisce il carico in modo più uniforme e aiuta a mantenere una posizione stabile anche quando la strada smette di essere tale.
Il cuore della sella è il sistema Bow Rail: i binari permettono alla scocca di ruotare leggermente attorno a essi, assorbendo micro-impatti e vibrazioni senza togliere nulla alla pedalata. Completano il quadro gli Shock Absorbers integrati nella scocca, studiati per filtrare le frequenze alte tipiche dello sterrato, e una membrana che chiude lo scarico perineale per proteggere dagli schizzi nelle giornate più fangose.
Dopo qualche giorno in sella, il corpo trova il suo ritmo e la testa, finalmente, si quieta. La Shortfit Allroad fa la sua parte. Per il resto, ci pensa il viaggio.
Shortfit Allroad (da 79,90 €)
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Finché c'è bici c'è speranza: intervista a Debora Silvestri
«So che ci sono persone che, ancora nel 2026, ritengono che il ciclismo sia uno sport da uomini. Forse sono le stesse che credono che seguire le nostre gare sia noioso, che non ci sia paragone e non hanno mai provato a guardarci, nemmeno in televisione. Probabilmente tra queste ci sono coloro che, quando avviene una caduta nel gruppo femminile, commentano in modi non ripetibili sui social, come se noi ci divertissimo a cadere e farci male. Eppure non ho mai pensato, neanche per un istante, che, per fare il mio mestiere, sarebbe stato meglio se fossi nata uomo, anche se certe cose avrebbero potuto essere più facili. Sono anzi fiera di essere donna e di essere una ciclista. Non sai quanto sono orgogliosa di tutte le cicliste che sono venute prima di me e grazie alle quali, oggi, io posso fare quello che faccio. Certe volte mi ritrovo a credere che, se anche noi lavoriamo bene, alziamo il livello, mostriamo tutta la nostra professionalità, la incrementiamo, qualche donna del domani possa non dover nemmeno più sentire certe assurdità. Così lavoro sodo, dei commenti social non parlo, tante voci non le ascolto, e cerco di dimostrare sempre il contrario, con l’orgoglio di essere donna. Se servisse, del resto potrebbe anche non importarmi». A dirci queste parole è Debora Silvestri, classe 1998, di Isola della Scala, nel plotone con la divisa di Laboral Kutxa – Fundaciòn Euskadi. A pedalare ha iniziato proprio osservando un gruppo di ragazzini in un campo dietro casa. Era con suo padre quel giorno, amatore, e, dopo essere rimasta a guardarli per qualche minuto, glielo disse: «Voglio fare come loro. Voglio diventare una ciclista». Era troppo giovane, non poteva iscriversi ad alcuna squadra. Allora si limitava a studiare i loro giri e, da sola, provava a ripercorrerli. Potrebbe bastare questo aneddoto a descriverne il carattere, di quelli tosti, di quelli che, di fronte ad un problema o ad un infortunio, hanno sempre cercato di trovare la chiave perché fosse un modo di andare avanti e non di fermarsi o di cambiare strada. La volta in cui Silvestri se l’è vista più brutta non è nemmeno molto lontana: il 21 marzo, alla Sanremo Women. Una caduta in curva, davanti a lei, che nulla può fare per evitare di cadere. Le immagini le abbiamo tutti in mente e ancora oggi fanno paura. Silvestri, invece, di quei momenti non ricorda nulla e, forse, grazie a questo non le è rimasto alcun timore ad affrontare la strada che scende. Eppure quel giorno ha fatto male.
Sei giorni in ospedale, i primi tre con l’ossigeno a causa di un edema che rendeva complicata la respirazione, immobilizzata. Faticava anche a ridere per il dolore alle costole e dormiva sul divano, “quasi in piedi”. Al ritorno a casa, il primo giorno, ha voluto uscire a fare una breve camminata, dopo due settimane era sui rulli, dopo circa quattro era già tornata su strada, grazie anche alla riabilitazione ed alla ginnastica posturale. Tutti le hanno detto che il suo è stato un recupero veloce, lei ritiene sia solo stato al suo tempo: «Quando ho ripreso a pedalare, era esattamente il momento in cui il mio corpo poteva riprendere a pedalare, al termine di tanti piccoli passi. Non avvertivo nemmeno le vibrazioni dell’asfalto. Mi ha aiutato sapermi ascoltare: quando ero una ragazzina mi allenavo sulla base dei miei battiti, di watt ho iniziato a capire qualcosa a vent’anni, forse a ventidue. Conosco il mio corpo e so ascoltarlo proprio per come sono cresciuta. I dati sono un appoggio». In quei giorni, Debora Silvestri non legge i social, ma i commenti che taluni riservano a quella caduta, in un modo o nell’altro, le giungono all’orecchio. «Non ha alcun senso replicare a certe parole. La cosa migliore è ignorarle. Una cosa, però, voglio dirla: in ogni lavoro ci sono dei rischi, anche nel ciclismo. Noi, come professioniste, questi rischi ce li assumiamo tutti. Sia quando le cose vanno bene, che quando vanno male. Quando siamo nel giusto e quando sbagliamo. Chi scrive sui social questi rischi non li conosce nemmeno. E spesso non è nemmeno mai salito su una bicicletta da corsa. Non metto certo in discussione la mia capacità di guidare la bicicletta per qualche commento social». Diverso è invece il discorso che riguarda la sicurezza stradale e che Silvestri affronta, portando la propria esperienza.
«Le strade italiane sono una giungla, lo dico senza mezzi termini. In altre nazioni non funziona così, in Spagna ad esempio, dove mi alleno spesso. Da noi un ciclista deve pensare a mille possibili movimenti di ogni automobilista, perché può succedere di tutto. Non gli basta concentrarsi sulla propria condotta, perché sa che per quanto possa essere attento e rispettare il codice stradale può trovare chiunque che, senza la medesima attenzione, pone in essere comportamenti pericolosi e potenzialmente mortali data la fragilità dell’utente della strada in bicicletta. Non è un caso. Sono azioni e le azioni dipendono spesso dalla cultura o dalla mancanza di cultura. In Italia manca completamente la cultura». Il pensiero non può non andare all’accaduto a Finlay Tarling alla Volta a Portugal solo poche settimane fa: «Fatico anche a parlarne. Si è fatto molto per la sicurezza in corsa, ma bisogna continuare a fare, non fermarsi mai e non credere mai di essere arrivati perché c’è sempre da fare. Tutte noi quando partecipiamo ad una corsa sappiamo che corriamo dei rischi, non ci pensiamo altrimenti cambieremmo mestiere, perché avremmo paura, Certe cose sono insite nel lavoro, su altre si ha il dovere di intervenire per evitarle. Ho apprezzato particolarmente, ad esempio, il lavoro che si è fatto, ad esempio, per le transenne agli arrivi. Cerco di mettere la massima attenzione, la massima correttezza ed anche prudenza ma non è detto che basti».
A credere che il ciclismo avrebbe potuto essere un lavoro, Silvestri ha iniziato nel 2020, l’anno in cui, spiega, anche il ciclismo è cambiato per molti aspetti. Se l’è sempre cavata bene, anche da junior, il cambio di categoria l’ha patito, ma, anche in quei momenti, era certa che era solo molto giovane, serviva tempo, ma ce l’avrebbe fatta. Ne era certa allora, come ne è certa oggi, alla vigilia di un anno, il 2027, che comporterà vari cambiamenti, tra cui quello relativo alla squadra. Silvestri ha caratteristiche da passista scalatrice, si riconosce doti da regista, è capace di leggere bene la corsa, sa stare bene in gruppo, limare e guidare la bicicletta per prendere la posizione migliore: «Non è facile e spesso non siamo portate a farlo ma penso che abbiamo il dovere di riconoscerci quello in cui siamo brave e dircelo chiaramente: “Questo lo so fare bene. Mi sono allenata tanto, mi sono impegnata ed ora sono brava”. Sono certa che faccia bene dirselo». Dopo l’infortunio, il Giro Women doveva essere un passaggio per arrivare al Tour de France Femmes pronta e così è stato. Non voleva fare classifica generale, aveva in mente di sfruttare le occasioni buone per una top ten in qualche tappa. Non è stato possibile perché le leader si sono date battaglia in praticamente ogni tappa, ma le sue gambe erano buone. In particolare è soddisfatta dell’ottava tappa, una sorta di rivincita per lei: «Mi hanno sempre detto tutti che nel finale delle corse calo, essere lì sul finire del Tour è stata la prova che, forse, si sbagliano. So di essere la seconda italiana in classifica generale dietro ad Elisa Longo Borghini, non è però un dato che considero rilevante e che mi interessa, anche se considero Elisa un faro nel nostro ciclismo, la nostra certezza, il nostro punto fermo. Voglio solo continuare su questa linea e far valere il mio potenziale». Proprio al Tour, Silvestri ha scalato il Ventoux ed ha stabilito il suo record personale di scalata su una salita che conosce bene, «ogni pietra, ogni albero, ogni ombra», in quanto spesso vi si è allenata: «Non riesco a capirne fino in fondo il motivo, ma è proprio un simbolo della Provenza, un rifugio. In qualunque giorno incontri decine e decine di persone che lo scalano. Mi sono anche chiesta chi glielo faccia fare perché è duro il Ventoux. Per noi è un lavoro, ma per loro? La risposta non l’ho trovata, continuerò a cercarla, a cercare di capire un mistero che mi affascina».
Dice che c’è stato sicuramente qualche istante in cui ha pensato che il ciclismo non facesse per lei, ma è stato sicuramente solo qualche istante e nel giro di un’ora, poco meno o poco più, è tornata in sella convinta che il ciclismo fosse il suo spazio, la sua realtà. Il ciclismo l’ha fatto conoscere a sua sorella minore Martina che ha iniziato a correre con anche il suo sprone e quest’anno, che ha corso il primo Giro d’Italia, ha voluto parlarle per incoraggiarla di fronte alla tensione di una prova complicata. Sostiene che Mathieu van der Poel sia inimitabile in sella, per eleganza, classe e potenza e pensa spesso a Wout van Aert: «Vedi? Wout è uno di quegli atleti che per le delusioni e le difficoltà che ha dovuto affrontare avrebbe avuto tutti i motivi per smettere, per non crederci più. Invece è ancora in bicicletta e quando corre è difficile non sperare in una sua vittoria. C’è tutto in questa speranza. Niente altro da dire».
Cucire il tempo, ritrovare la vittoria: la maglia dei paesi Bassi di Kelderman
Articolo di Santino Stavola
In queste ore circolano le prime immagini della maglia di campione nazionale olandese che Wilco Kelderman sta indossando al Giro di Polonia. È una delle reinterpretazioni più eleganti delle tradizionali maglie nazionali che sfilano nel gruppo, ma non è questo il motivo per cui continuo a guardarla. Quella maglia racconta una storia iniziata molto prima della vittoria di fine giugno. Una storia di talento, di pazienza e di trasformazione che, per me, affonda le radici nell’essenza stessa del ciclismo.
Perché Kelderman non alzava le braccia al cielo in una corsa in linea da undici anni. Undici stagioni trascorse ai massimi livelli del ciclismo mondiale, senza però riuscire a trasformare in vittoria quel talento da predestinato che si portava dietro da ragazzo. Una bella storia di sport, destinata a consumarsi nello spazio di una domenica. Per me invece è stato come ritrovare un vecchio compagno di viaggio.
Perché da oltre vent’anni, ogni volta che apro un ordine d’arrivo, finisco sempre per cercare il suo nome. E ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato sulle strade del Giro della Basilicata.
Il Giro della Basilicata juniores, alla fine degli anni Novanta, si correva appena prima del Lunigiana. La vera rassegna mondiale della categoria, i cui ordini di arrivo anticipavano le classifiche che avremmo ritrovato pochi anni dopo al Tour de France. Ma proprio per questo le grandi nazionali attraversavano l’Europa qualche giorno prima e scendevano anche in Basilicata. Per molti di noi era il primo contatto con il vero mondo del ciclismo.
Ricordo ancora quando arrivava la Rabobank con quei ragazzini biondi. Erano nostri coetanei, ma sembravano già professionisti. Quelle Colnago arancioni erano identiche a quelle dei loro compagni più grandi al Tour de France. Tutto era perfetto: biciclette, abbigliamento, organizzazione. Loro sembravano il futuro. Noi cercavamo semplicemente di stargli dietro.
Io correvo con una bici d’acciaio e una maglia celeste un po’ sblusata, sulla quale campeggiava una gigantesca scritta “Basilicata”. Eravamo tutti ragazzi. Ma qualcuno sembrava già appartenere a un altro mondo.
In una tappa riuscii perfino ad arrivare settimo, ma quando dopo pochi giorni quel circo si spostò in Lunigiana, ricordo che arrivai all’ultima tappa senza più gambe e mi ritirai perché non riuscivo più a tenere le ruote nemmeno del fine gara. Qualche anno dopo Wilco Kelderman avrebbe chiuso quella stessa corsa al secondo posto, come capita ai corridori destinati a qualcosa di grande. Forse era già scritto lì che le nostre strade avrebbero preso direzioni diverse.
Lui diventò uno dei talenti più attesi della sua generazione. Io, invece, lasciai il ciclismo.
Wilco era un talento che doveva detonare.
Cronoman formidabile, elegante in salita, uno di quei corridori completi che sembravano destinati a vincere i grandi giri a tappe. Nei primi anni da professionista mantenne quasi tutte le promesse. Vinse per due volte la classifica dei giovani al Delfinato, fece altrettanto in diverse brevi corse a tappe, concluse settimo il Giro d’Italia e quarto la Vuelta. Le vittorie erano poche, ma bastava guardarlo correre per capire che apparteneva di diritto all’élite del ciclismo mondiale.
Era sempre lì. A un passo dalla consacrazione.
Il Giro del 2020 sembrò finalmente il momento giusto. Sullo Stelvio Kelderman conquistò la maglia rosa e riportò la Sunweb nella posizione di vincere il Giro. Ma quello stesso giorno la squadra si ritrovò con due uomini in lotta per la classifica generale: lui e il più giovane Jai Hindley. Da quel momento cambiò qualcosa. Sul finale dello Stelvio Kelderman perse contatto da Tao Geoghegan Hart e si aspettava l’aiuto del compagno per rientrare, ma l’ammiraglia fece una scelta diversa. Wilco vestì la maglia rosa, ma l’equilibrio tattico di quel Giro si era ormai spezzato. A vincere sarebbe stata l’Ineos.
Non era la prima volta che, nel momento decisivo, mancava qualcosa. Nel 2017, sul Blockhaus, una moto della polizia provocò la caduta di Kelderman e Geraint Thomas mentre erano in testa con i migliori. In altre occasioni furono un fotografo, un contatto in gruppo, un episodio di corsa. Cambiavano le circostanze, non il copione. Wilco si rialzava sempre. Tornava tra i migliori. Ma la vittoria che avrebbe trasformato il grandissimo corridore in un campione riconosciuto continuava a sfuggirgli.
Per questo, quando il ciclismo entrò nell’era dei fenomeni capaci di riscrivere ogni parametro, molti smisero di aspettare l’esplosione di Wilco Kelderman. Lui, semplicemente, continuò a fare quello che aveva sempre fatto: correre con i migliori.
Io per tutto quel tempo avevo smesso di correre.
Ogni tanto riprendevo la bicicletta, ma senza obiettivi. La vita aveva preso altri ritmi. Del ciclismo mi era rimasta soprattutto la passione di guardarlo in televisione, o di rincorrerlo a maggio in qualche paese vestito di rosa. E così, quasi senza accorgermene, continuavo a fare una cosa che andava avanti da vent’anni. Se trovavo una Gazzetta aperta su un tavolo, finivo sempre ai trafiletti di ciclismo. E ogni volta che scorrevo un ordine d’arrivo, cercavo con più attenzione quel nome con la W non così comune.
Poi, qualche anno fa, qualcosa è cambiato.
Dai piccoli raduni domenicali, mi ritrovai in una squadra amatoriale e, quasi senza accorgermene, catapultato in un ciclismo completamente diverso da quello che avevo lasciato. Più scientifico, più veloce, più competitivo. Un mondo in cui i numeri sembrano aver preso il posto delle sensazioni e in cui i giovani, ma anche attempati cicloamatori, arrivano preparati come professionisti.
Eppure, pedalando, mi sono accorto che alcune cose non erano cambiate affatto.
Ho ricominciato a vincere qualche corsa. Ma, soprattutto, ho scoperto che ciò che mi dava più soddisfazione non era più tagliare il traguardo per primo. Mi appassionava costruire la corsa, leggere gli avversari, organizzare la strategia della squadra. Mi piaceva insegnare ai ragazzi quelle piccole cose che io avevo imparato quando il ciclismo era ancora una palestra di strada.
Negli ultimi anni avevo raccolto tante soddisfazioni anche tra gli amatori. Ma spesso erano vittorie costruite da solo, in un ciclismo in cui ciascuno pensa per sé. Sentivo che mancava qualcosa. Così di recente, ho preso una decisione che molti intorno a me non hanno compreso, lasciando la squadra di cui ero leader indiscusso per approdare ad una formazione più strutturata, con gerarchie sedimentate e tanti giovani di talento.
Da fuori poteva sembrare una forma di resa al tempo e alle ambizioni. Ma nulla di tutto questo.
Sapevo di poter offrire qualcosa che oggi è diventato raro: l’arte silenziosa di fare la corsa. Suggerire i movimenti giusti, tenere unito un gruppo, leggere l’aria prima che la fuga parta. Perché un buon regista non smette mai di essere un corridore: semplicemente, comincia a vincere anche attraverso le gambe degli altri. E quando tocca di nuovo a lui, non ha dimenticato come si fa.

Quando Wilco Kelderman approdò alla Visma, quella decisione mi colpì. Non sembrava la rinuncia di un corridore in declino, ma la scelta lucida di chi aveva capito come continuare a essere decisivo in un ciclismo che stava cambiando. Soltanto anni dopo, ritrovandomi davanti a una scelta per certi versi simile, ho capito fino in fondo quella decisione. Non era stata soltanto coraggiosa. Era stata profondamente lungimirante.
Da quel momento ho iniziato a guardare Wilco Kelderman con occhi diversi.
Non era più il ragazzo della Rabobank che, da juniores, sembrava destinato a vincere tutto. Vedevo un corridore che aveva saputo evolversi senza tradire sé stesso.
Prima alla Bora, poi alla Visma, il suo ruolo era cambiato. Attorno a lui c’erano ormai campioni generazionali destinati a riscrivere le gerarchie del ciclismo moderno. Kelderman non era più chiamato a costruire la propria classifica, ma quella dei suoi capitani. Eppure bastava osservare una tappa di montagna per ritrovarlo sempre nello stesso posto: tra gli ultimi uomini rimasti accanto ai migliori, quando il gruppo si assottigliava e la corsa diventava verità.
Per chi guarda il ciclismo da fuori, un gregario è semplicemente chi rinuncia a vincere perché vinca il capitano. Si dice che le squadre che vincono il Tour abbiano gregari che sarebbero capitani in altre formazioni. Ma è quel ruolo, quel talento speciale, a fornire il paradosso che rende unico il ciclismo: uno sport di squadra che incorona un solo vincitore, ma in cui nessuno vince davvero da solo.
Suggerire il momento giusto per chiudere una fuga, invitare un compagno ad aspettare qualche chilometro prima di attaccare o ricordargli di risparmiare una pedalata invece di sprecarla, talvolta cambia una corsa e la domenica di chi, il giorno dopo, tornerà semplicemente al proprio lavoro, trasformando corridori con la stessa maglia in una testuggine romana.
Forse è questo il destino dei registi. Il loro lavoro si nota quando non si vede.
Così ho fatto caso più volte a Kelderman portarsi una mano all’auricolare prima di un attacco di Vingegaard, come chi non aveva rinunciato ad essere protagonista, ma aveva semplicemente scelto un modo diverso di esserlo in un ciclismo sempre più simile alla Formula 1.
Eppure c’è una cosa che accomuna tutti i grandi registi, nello sport come nella vita: non dimenticano mai come si vince.
Per questo, quando qualche domenica fa molti hanno raccontato la vittoria di Wilco in Olanda come un miracolo sportivo, io ci ho visto qualcosa di diverso. Non il premio di consolazione riservato a un corridore tenace, ma il biondino della Rabobank con la Colnago arancione che vent’anni prima sembrava nato per vincere.
Per molti è stata una sorpresa, ma era soltanto il talento che, dopo undici anni, aveva finalmente ritrovato il modo di farsi riconoscere.
Ripensandoci oggi, credo sia per questo che la vittoria di Kelderman ai campionati olandesi mi ha emozionato più di tante altre: non perché Wilco Kelderman avesse finalmente spezzato un digiuno di undici anni. E nemmeno perché fosse riuscito a conquistare la maglia di campione d’Olanda in un ciclismo in cui molti dei suoi avversari stavano appena imparando ad andare in bicicletta quando lui era già considerato uno dei grandi talenti della sua generazione.
Mi ha emozionato perché quella vittoria racconta una verità che nello sport dimentichiamo troppo spesso: il talento non coincide sempre col numero delle vittorie.
Ci sono corridori che lasciano il segno dominando. Altri lo fanno restando, anno dopo anno, all’altezza dei migliori, accettando di cambiare ruolo senza cambiare passione. Kelderman appartiene pienamente a questa categoria. Ha rinunciato ai riflettori, non alla qualità. Ha smesso di essere il centro del progetto, non di essere uno dei corridori che lo rendono possibile.
È passato quasi un mese da quella vittoria. La cronaca è già diventata passato. Quella maglia nazionale, invece, continua a raccontare la sua storia. Cucire il tempo ha preteso undici anni di lavoro silenzioso, di cadute, di coraggio nel cambiare pelle senza mai cambiare passione. È arrivata tardi soltanto per chi guarda il ciclismo con superficialità. Per tutti gli altri, era solo il talento che attendeva il momento giusto per ritornare a farsi riconoscere.
Aux Champs-Élysées
L’ultima istantanea del Tour de France 2026 non ha nostalgia sullo sfondo, bensì la sensazione che il presente basti – e a tratti esondi – in questo ciclismo. Poi la tentazione di guardare indietro e tirare fuori i ricordi c’è sempre quando si parla di corridori e biciclette ma non avrebbe senso. Non stasera. Proprio questa mattina in radio, frequenza disturbata da una strada di montagna, qualcuno parlava della “passerella di Parigi” ed anche questo è un modo di dire che affonda radici in quel che sempre è accaduto sugli Champs-Élysées ed in quell’ultimo giorno che era una festa a fare da cornice alla volata finale. Invece stasera, aux Champs-Élysées, c’è Mathieu van der Poel che, subito dopo aver tagliato il traguardo, cerca una transenna, vi si appoggia con i polmoni frantumati dallo sforzo, l’acido lattico chissà dove e un cuore grosso così. Jasper Philipsen lo cerca, lo scuote, lui si sgancia dalla bicicletta e resta per terra, faccia a faccia con la strada di Parigi, con il suo pavè, sotto una transenna. Mathieu van der Poel ha vinto aux Champs-Élysées, nell’ultima tappa del quinto Tour de France di Tadej Pogačar.
Quello di Remco Evenepoel felice ed incazzato, quello di Mads Pedersen senza fine e di Paul Seixas di coraggio e gioventù. Quello di Baptiste Veistroffer che ci ha provato anche oggi e che bello che sia accaduto, quello di Adam Yates che, aux Champs-Élysées, era davanti a tirare il gruppo e solo lui sa quanto ha patito in questi giorni, quello di Jonas Vingegaard che è mancato prima che a tutti gli altri proprio al suo rivale, a Tadej Pogačar, ed è tornato a casa guardando per aria e facendo una smorfia dal dolore. Quello di Xabier Azparren che, salendo a Montmartre, ha invitato tutta la gente lassù a fare rumore e sapeva che lo avrebbero ripreso. Quello di Juan Ayuso che un giorno ha patito, ha pagato, ha perso tutto, appoggiato a una transenna come van der Poel ma rotto dentro, ed il giorno dopo ha avuto il coraggio di ripartire e attaccare. Mica facile. Quello di Carapaz e Kuss, quello di Torstein Træen. Quello di Cees Bol, ultimo, ma aux Champs-Élysées. E non vuole essere un elenco, un riassunto, semmai un insieme di impressioni del presente.
Aux Champs-Élysées, grazie a Montmartre, non c’è stato un attimo di quiete, pois e bollicine. L’hanno accesa ancora loro: Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. La prima volta. Solo Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel, l’ultima volta. Anzi, in ordine inverso, perché all’ultimo passaggio da Montmartre van der Poel ha fatto una delle sue accelerazioni e anche Pogačar ha dovuto faticare per rientrare. L’anno scorso gli era andato di traverso Wout van Aert, quest’anno van der Poel. L’anno scorso sotto la pioggia, quest’anno al sole, per citare la canzone che si intitola come questo pezzo. Crediamo volesse provare a prendersi anche Parigi e ci ha provato. Solo l’inseguimento del gruppo ai due di testa sarebbe valso il prezzo del biglietto, che non c’è, perché ci si arrampica ovunque per guardare e nessuno dice nulla visto il ciclismo ha i suoi avamposti, i più impensabili, che si tratti di ruvida periferia, di montagna verticale, di discesa scoscesa o di città elegante e infiocchettata. Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar sul rettilineo finale e il gruppo che li bracca da vicino. C’è davvero tutto quel che si vuole aux Champs-Élysées.
Entrambi sanno che il pericolo è imminente: Pogačar lo vede, lo sente e si arrende, van der Poel lo vede, lo sente, e quasi tira su la bicicletta da terra pur di fare ancora un metro in più. La volata lo coglie in questo sforzo, mentre il suo compagno di squadra, Jasper Philipsen, fa la volata solo per poterlo indicare con un dito e la fotografia del traguardo coglierà il particolare. Bisogna essere aperti all’ignoto da queste parti, a quello che nessun romanziere, pur ispirato, potrebbe scrivere. Mathieu van der Poel lo è stato. La sua orchestra mille corde è quel pezzo di strada dopo l’arrivo, tutte quelle voci, quei rumori, quei suoni, ascoltati da terra. Tutto quel mondo frenetico visto dal basso. Quando il sole va giù così, quando il Tour de France finisce così, si ha la tentazione di lasciarsi andare ad un pizzico di rammarico e guardare vecchie foto. Ma no, non sarebbe giusto. Questo presente non ce lo consegnerà nessuno, una nuova volta. Questo presente è il nostro.
Giustizia per me
Giustizia per me è un giorno di sole in inverno, se viene dura poco, se viene scalda assiderati: l’ha scritto Erri De Luca, parlando di tutt’altro che di ciclismo, di Tour de France, di una tappa con il Col de la Croix-de-Fer, il Col du Télégraphe, il Col du Galibier, il Col de Sarenne e di un versante mai affrontato dell’Alpe d’Huez: la penultima giornata della Grande Boucle perché, domani, si arriva a Parigi. Eppure vedere vincere Richard Carapaz come ha vinto, oggi, all’Alpe, somiglia molto ad un giorno di sole in inverno che viene, dura poco, scalda assiderati e se ne va. Intendiamoci: Carapaz aveva vinto solo due giorni fa, a Orcières Merlette, non era a digiuno da tanto tempo, ma, relativo com’è il tempo, quando ad un corridore accade di perdere una frazione come l’ha persa ieri l’ecuadoriano, dopo aver fatto tutto quel che ieri aveva fatto Carapaz- e non solo ieri, a dire il vero – non conta nulla che il successo sia un fatto relativamente recente.
Si avverte qualcosa di ingiusto nel modo in cui, alla fine, è andata la corsa, non per chi ha vinto, per chi ha perso. Giustizia, forse, nel ciclismo non esiste. Non duratura almeno. Certo esiste il merito, vince il merito, ma la giustizia, quella di Erri de Luca, quella del sole che arriva in inverno, non è solo il merito. È quello, sicuramente, più un qualcosa che non si riesce bene a spiegare ma che tutti sanno e intendono quando dicono che “non è giusto che la tappa sia finita così”. Ieri l’hanno detto in molti e oggi Carapaz, in maglia a pois, scalpitava in fuga, all’attacco, già sulla prima salita. Il terzo giorno. Consecutivo si intende, perché Carapaz in fuga è stato il battito di questo Tour. Insieme a lui, tra gli altri, anche Sepp Kuss, un altro di quelli in fuga da giorni.
Mentre, dietro, Tadej Pogačar si mette al servizio di Isaac Del Toro e, di fatto, lo scorta fino al traguardo e sul podio, mentre Paul Seixas fa lavorare la propria squadra, accende l’idea di un assalto al podio e, poi, è costretto ad arrendersi alle energie che restano al termine di un Tour corso da protagonista a solo diciannove anni, davanti gli ultimi due superstiti della fuga di giornata sono proprio loro due: Richard Carapaz e Sepp Kuss. Uno ha vinto il Giro, l’altro la Vuelta. Uno ha perso all’Alpe d’Huez, superato da Pogačar e successivamente da Lenny Martinez, negli ultimi metri di ieri, l’altro pure, ma l’altro ha perso anche il proprio capitano, Jonas Vingegaard, e da quel giorno la sua squadra ha stracciato ogni tattica e pensato a cercare un successo di tappa. Non ci è ancora riuscita. Si attaccano e si staccano a vicenda più volte. Il gruppo lima secondi su secondi e a tratti si pensa che possa finire ancora come ieri. Invece no. I due non hanno il tempo per controllarsi: prima Carapaz stacca Kuss, poi Kuss stacca Carapaz e va. Carapaz insegue a pochi secondi. In discesa, Kuss sbanda una volta, ma si tiene in piedi, Carapaz si avvicina. Sbanda una seconda, cade e, per fortuna, una rete di sicurezza gli evita un volo ben peggiore. Carapaz lo supera proprio mentre si sta rialzando e si invola verso l’ultima parte di salita. Dietro, intanto, parte Remco Evenepoel e se avesse avuto un filo più di coraggio – o di forza – probabilmente sarebbe andato a riprendere entrambi, senza Pogačar sulla ruota perché lo sloveno sceglie ancora Del Toro.
Invece no. Richard Carapaz arriva al traguardo, alza le braccia, vince la tappa, conquista la maglia a pois e domani salirà sul podio a Parigi. Sembra la giustizia del ciclismo, un raro giorno di sole in inverno che arriva, scalda assiderati e dura pochissimo. È il merito più quel qualcosa che non si riesce a spiegare, perché fosse solo questione di merito la meriterebbe anche Evenepoel. Perché fosse solo questione di merito non avvertiremmo mai quel senso di ingiustizia visto che chi vince è certamente colui che merita di vincere, perché più forte, più furbo o anche solo più fortunato, colui che ha ragione, per citare un noto detto. Invece, pure oggi, guardiamo alla corsa di Sepp Kuss, terzo all’arrivo, superato anche da Evenepoel proprio sul rettilineo finale, e quel senso lo avvertiamo. No, giustizia non esiste anche se ha vinto Carapaz. Oppure è quel giorno di sole in inverno, che oggi è stato Carapaz, domani Kuss e chissà chi in un altro Tour. E quando arriverà, comunque, qualche volta, resterà quel pensiero che farà dire che è bello e difficile da accettare. Per quel qualcosa che non si sa spiegare.
Quando scatta Tadej Pogačar
Quando scatta Tadej Pogačar, il gruppo dei migliori mi ha già ripreso ed io mi sono messo a ruota, cercando di respirare e di non perdere contatto. Dopo pochi metri non lo si vede più, ma si sente lo strappo, si capisce che siamo tutti sulla stessa barca da come diamo di spalle e non riusciamo a reagire. Non ce la faccio più. Ho le gambe pesanti e una smorfia in volto. Sono stato in fuga chilometri e chilometri anche oggi e, ogni tanto, mi sono chiesto quando questo attacco sarebbe arrivato perché che sarebbe arrivato, in fondo, lo sapevo. Me lo chiedevo e ad ogni chilometro che passava, senza che il gruppo mi riprendesse e senza che dalla radio mi dicessero che la maglia gialla si era alzata sui pedali e, per l’ennesima volta, aveva staccato tutti, continuavo a sperare, non so come, che sarei arrivato solo all’arrivo posto al termine di questa ciclabile verticale del Col du Haag. Ho letto su L’Équipe che qui, fino a poco tempo fa, c’erano “più vacche che ciclisti, più buche che ciclisti”. Ora, forse, capisco meglio tutti quei corridori che al Tour si sono trovati a fare una strada per la prima volta e hanno imprecato. Johannessen, all’attacco con me, ad un certo punto, quando mi ha raggiunto, ha perso la pazienza perché rallentavo l’andatura non appena mi mettevo in testa a tirare, mi ha spostato con la mano, come non sapessi che questo passo non mi porterà da nessuna parte. Tocco una catenina che ho al collo, ho tanti pensieri per la testa, ai più dirò che non so nemmeno io a cosa penso. In realtà lo so benissimo: fossi arrivato avrei parlato di mamma che non c’è più da gennaio ed è già troppo. Sono Richard Carapaz e oggi è andata così.
Quando scatta Tadej Pogačar, sono chilometri che faccio l’andatura proprio davanti a lui. Ho addosso una maglia a pois che non è mia, anzi, oggi sono in completo a pois ma la sostanza non cambia. Pure quello è di Tadej. A Barcellona ho conquistato la maglia gialla di apertura del Tour e dal giorno in cui l’ho persa so che il mio destino è svegliarmi ogni mattina e cercare la giornata no di Pogačar. Fino ad oggi non è mai arrivata, però, pochi secondi fa, era alla mia ruota, prendeva la borraccia, beveva, si bagnava, spesso si voltava. Non dico che facesse fatica a seguire il passo, quello no, però sembrava non avesse la forza per attaccare anche questa volta. Conosce bene questa salita: tre anni fa, in maglia gialla c’ero io, ma qui aveva vinto lui, dopo la crisi di qualche giorno prima. Da quel momento non l’ho più visto in difficoltà e nei momenti più difficili mi appello a questo: dovrà capitare nuovamente un giorno in cui io sarò più forte di lui. Magari oggi che sta a ruota e non attacca, mi dicevo. Invece a milleseicento metri dalla vetta è partito di nuovo. Reagisco, non perdo molto, ma ho già troppo ritardo in classifica generale. Ho vinto il Giro d’Italia, qui mi sento il primo degli umani ma non mi basta. Sono Jonas Vingegaard ed oggi è andata così.
Quando scatta Tadej Pogačar, mi ricordo di quello che mi è stato detto: “Non rispondere mai ai suoi attacchi, è impossibile. Sali del tuo passo e vedrai che riesci a tirartene fuori e tornargli vicino”. Oggi ho fatto così ed ha funzionato. A dire la verità, però, prima ho anche provato ad attaccarlo, mettendo davanti la mia squadra a fare il ritmo: è stato uno scatto “telefonato” il mio, probabilmente, però ci ho provato. Sono giovane, ho diciannove anni, ne compirò venti a settembre e tutti dicono che un domani sarò io Pogačar. Se accadrà, mi ricorderò di questi giorni al mio primo Tour de France. Mi ricorderò di tutta questa gente sulla strada che impazzisce per ogni corridore ed anche- forse soprattutto- per me. Ho letto il mio cognome sulle strade, sui tornanti, nei campi, su fogli e cartoncini, l’ho sentito gridare. Per queste persone sono già importante. Al Tour tornerò di sicuro perché quando ci penso mi viene in mente da quanto un francese non lo vince e, chissà, magari potrei essere io. Ma ora devo solo inseguire: sono tornato su Vingegaard e Del Toro è con noi. Al traguardo arriverò con loro e sarò felice. Metterò una mascherina perché, anche se sono giovane, non voglio tralasciare alcun dettaglio. Sono Paul Seixas e oggi è andata così.
Quando scatta Tadej Pogačar, sono l’unico che, nonostante sia in crisi, spera che vada il più lontano possibile e dia secondi o minuti a tutti i rivali. Lo spero perché Tadej Pogačar, oltre ad essere il padrone del Tour, è un mio compagno di squadra. Non sono passati molti giorni da quando mi ha lasciato vincere la seconda tappa a Barcellona e per me quella frazione l’abbiamo vinta assieme. Mentre ero in coda al gruppetto dei migliori e mi chiedevo come avrei fatto a tenere fino al traguardo, la maglia gialla continuava a voltarsi ed a cercarmi con lo sguardo. Voleva vedermi in faccia, voleva vedermi gli occhi e capire come stessi. Avrebbe potuto scattare molto prima invece ha aspettato per permettermi di salvaguardare la mia posizione in classifica generale. Alla fine, non so nemmeno io come, ho ritrovato le forze e, quando ero con Vingegaard e Seixas, mi sembrava anche di stare bene. Intanto, davanti, il mio compagno di squadra faceva l’ennesimo show, vinceva la quarta tappa in questo Tour e la venticinquesima alla Grande Boucle. Le ultime energie, uno sprint, il secondo posto e un’altra giornata portata a casa per noi che siamo i più forti. Sono Isaac Del Toro ed oggi è andata così.
Quando Tadej Pogačar scatta, nemmeno lo so. Che oggi non sarebbe stata giornata per me era ovvio, ma quella caduta sulla prima salita di giornata proprio non ci voleva. Perdo anche le ruote del gruppetto, resto da solo a inseguire chissà cosa. Finirò fuori tempo massimo, perché è questo che succede a chi si stacca anche dalla rete dei velocisti. Domani non ripartirò. Qualcuno mi dice di scendere dalla bicicletta e ritirarmi e ammetto che per che la fatica che sto facendo ci ho anche pensato. Ma no, non lo farò. Andrò al traguardo e domani non ripartirò perché sarò fuori dal tempo limite. Mi chiamo Anton Charmig e oggi è andata così.
Sì, oggi è andata così, perché, quando Tadej Pogačar scatta, davanti a lui c’è solo la strada, davanti agli altri c’è lui, spesso nemmeno lo vedono, e tutto quel che accade quando scatta Tadej Pogačar.











