Tutto o niente sul Lussari
Il Lussari era caos e festa quel giorno. Le montagne nei giorni di Giro sono così, la loro natura si trasforma, flora e fauna cambiano repentinamente, diventano bandiere, birre, tamburi, grida, urli, canzoni, radio, carta, giornali, sudore, corse, alberi ombrelli per l’ombra o per la pioggia e prati spettinati da chi si siede, si sdraia, salta o staziona. Il Lussari era così: un’unica strada per arrivare lassù, tanto vicini al cielo, in quel pezzetto di Friuli Venezia Giulia che tende verso la Slovenia, come fosse una questione matematica al Liceo. Il Giro d’Italia del 2023, pur alla penultima tappa, prima di volare verso Roma, la città eterna, era in bilico e non per i sentieri montani a strapiombo: Geraint Thomas, da Cardiff, era in maglia rosa ormai da giorni, Primož Roglič, da Trbovlje, Slovenia per l’appunto, lo inseguiva a soli 26 secondi. La rosa l’aveva sfiorata per tutto il Giro, navigando nelle prime cinque o sei posizioni della classifica generale ma gli era sempre sfuggita. Da lassù, solo uno dei due sarebbe sceso senza pesi sull’anima, pur con i muscoli distrutti. All’altro sarebbe rimasta l’anima straziata, perché questo fa la sconfitta, e nient’altro, perché anche il nulla apparente è il risultato dell’essere sconfitti. Otto chilometri, circa, all’11% di pendenza media per sapere come sarebbe finita. L’ultimo sabato del Giro era servito, in una cronometro di 18.6 chilometri, tra pianura e salita e possibile cambio di bici, cronometro-strada, per guadagnare qualcosa o per non perderlo.
Primož Roglič sembra da subito più veloce. Il suo scarto è già minimo, ma il suo modo deciso di affrontare la cronometro lo riduce ulteriormente. Si gioca sul filo dei secondi, al cardiopalma. Difficile sbilanciarsi, impossibile fare pronostici senza azzardare e forse per questo qualche pronostico lo fanno tutti. Perché il sicuro è scontato. Pare una sceneggiatura, in attesa del momento che metterà in crisi il protagonista e lo obbligherà a trovare il modo per rialzarsi oppure cedere. Quel momento è in una frazione di secondo: a Roglič cade la catena della bicicletta in un momento di massimo sforzo, in piena salita. Sembra la parola fine. Qualcuno lo aiuta, riesce a ripartire, però se n’è andato molto tempo e quell’inseguimento, se si usasse solo la ragione, sarebbe impossibile. Si saprà poi che la persona che lo aiuta è, in realtà, una sua vecchia conoscenza di quando saltava con gli sci, suo connazionale: Mitja Meznar. Primož Roglič, invece, usa le gambe e spinge più di prima. Potrebbe esserci un blackout nella sua mente, invece c’è più luce di prima. Mista alla rabbia ed alla voglia di farcela. Ce la farà lassù. Vincerà sul Lussari con 40 secondi su Thomas e gli sfilerà la rosa, per 14 secondi. Mitja Meznar sarà stato fondamentale ed il caso, ancora una volta, assieme al talento, alle capacità, ai meriti, avrà segnato un giorno di ciclismo perché il meccanico da solo, in moto, non avrebbe forse potuto assistere così tempestivamente lo sloveno. Mitja e Primož avevano già vinto assieme, in altri tempi. Questa volta a vincere era solo Roglič ma non del tutto. Era lui a tornare giù da quella strada a senso unico con la felicità in petto ed il Giro d’Italia in mano, A Thomas era rimasto solo l’amaro in bocca.
Tao, Jai, 86 centesimi
Il Giro d’Italia 2020 è stato il Giro d’autunno ed era la luce di quei giorni a illuminare un’incertezza nuova, dopo 85 ore, 22 minuti e 7 secondi di corsa. Così per Jai Hindley, così per Tao Geoghegan Hart. O quasi. Per la precisione, il britannico aveva impiegato qualcosa in più a percorrere le venti tappe sino a quel momento disputate al Giro, alla sera del 24 ottobre. Dopo 3482.2 chilometri, il ritardo da recuperare era di qualche manciata di centesimi da Hindley: 86 per la precisione. Circa 9 metri in una stima approssimativa. Irrazionale, illogico, assurdo. O semplicemente ciclismo. Eppure a Sestriere aveva vinto Tao, in uno sprint a due con lo stesso Hindley. In maglia rosa, fino a quel giorno, c’era Wilco Kelderman, compagno di squadra dell’australiano. Quella tappa, però, aveva ridisegnato i contorni del Giro e due giovani si erano presi la scena. Geoghegan Hart avrebbe dovuto essere al servizio di Geraint Thomas in quell’ottobre, ma Thomas aveva già lasciato la carovana, vittima di una caduta nella quarta tappa, tra Catania e Villafranca Tirrena. Hindley in rosa, Geoghegan Hart ad un’incollatura ed il giorno dopo, domenica, l’ultima tappa del Giro d’Italia: una cronometro di 15.7 chilometri, da Cernusco sul Naviglio a Milano. Quella volta più che mai l’ultima frazione non fu una passerella.
Tao e Jai, due ragazzi prima che due ciclisti. Anche due amici, a quanto si racconta. Sicuramente di cose in comune ne hanno avute. Per esempio gli inizi con il calcio e, solo successivamente, il passaggio alla bicicletta. Tao tifa ancora oggi per l’Arsenal ed il calcio gli è rimasto addosso. A Jai, invece, è rimasto addosso il ciclismo, da un lontano giorno di luglio in cui in televisione gli capitò di seguire il Tour de France. Stava sognando i campi da calcio, ma quel momento, per sua stessa ammissione, gli ha cambiato la vita. Aveva poco più di sei anni. Ha eroi semplici ma belli e grandi: sono i suoi genitori. Ha pensato a loro quando dall’Australia è partito per arrivare in Europa, vicino a Pescara, dove ciclisticamente è cresciuto. Ha riflettuto su tutti i sacrifici che avevano fatto e su quelli che, d’ora in poi, avrebbe affrontato lui per il suo lavoro. Li ha accettati, li ha affrontati.
Quella cronometro è partita così. Filippo Ganna stava frantumando il cronometro per la gioia degli appassionati italiani. Ma per la classifica generale la lotta era fra quei due ragazzi, separati da appena tredici mesi d’età: Tao, nato il 30 marzo del 1995, Jai, nato il 5 maggio del 1996. Le telecamere erano su di loro, in un confronto diretto e spietato. Soli con la solitudine e le lancette dell’orologio. Tao non correrà rischi fino alla fine, poi darà tutto, ed il cronometro gli renderà ampiamente merito. Vincerà quel Giro per 39 secondi su Hindley e al traguardo cercherà la compagna. Dirà di sentire la mancanza della famiglia e di non vedere l’ora di riabbracciarla, che poi il Giro è ben piccola cosa rispetto al resto. Jai starà in silenzio, dispiaciuto, rammaricato, sicuro di aver dato tutto, di non poter fare di più. Prometterà di tornare al Giro. Sarà una promessa mantenuta e, due anni dopo, il Giro lo vincerà. Tao e Jai, uno a uno. Ecco un’altra cosa in comune.
Ancora domani
Se scrivessimo che la quattordicesima tappa del Giro d’Italia, da Aosta a Pila, si è conclusa con la vittoria di Jonas Vingegaard che è riuscito a strappare la maglia rosa ad Afonso Eulalio e, alla vigilia della terza settimana, pare sempre più il vincitore predestinato di questo Giro d’Italia non avremmo scritto altro che la verità perché così è andata in quello che non può essere definito tappone solo per la lunghezza chilometrica: appena 133 chilometri, pur se tutti in salita. Se, però, scrivessimo questo e ci fermassimo qui, avremmo perso il senso dell’aspettare domani visto che, in fondo, che l’evoluzione delle cose sarebbe stata questa, si sapeva non da ieri, ma da quando eravamo in Bulgaria, a Nessebar, più di due settimane fa. Invece, nel ciclismo, anche nell’epoca dei Tadej Pogačar e dei fenomeni di qualsivoglia specie, che c’è ancora domani non si smette mai di dirlo e di ripeterlo. Di sperarlo. Pure se correre contro un corridore come Jonas Vingegaard, oggettivamente, rischierebbe di spegnere anche questa idea.
Il danese pare non sudare, nonostante si corra una tappa che parte in salita e arriva in salita, dove la pianura sembra un concetto ancora non inventato. La sua squadra davanti a tirare sin dalla partenza era il segnale e Vingegaard i segnali li rispetta, perché calcola, pianifica e attua. Tim Rex, ad un certo punto, pedalava con gli occhi chiusi, tra smorfie che ne deformavano il volto. In arte avrebbe avuto i caratteri di una pietà: un pianto in sospeso e il respiro che si cerca chissà dove per un’altra pedalata. Quando si è spostato, al termine del suo lavoro per il capitano, era il fantasma di un ciclista. Il capitano, invece, aveva il volto di venti chilometri prima, lo stesso che avrebbe avuto venti chilometri dopo. Ma c’è ancora domani e se non è per conquistare il Giro d’Italia, è per altro che non sempre è meno importante.
Afonso Eulalio, ad esempio, a vincere il Giro non ha mai pensato. Ha preso la maglia rosa, l’ha tenuta, l’ha difesa, dieci giorni e questo finale scritto non l’ha fatto cedere di un millimetro con quella maglia addosso e non lo fa cedere ora che quella maglia non l’ha più. Si guardi, su tutto, il suo scatto sul traguardo, quando era già ad oltre due minuti di ritardo, per non perdere altri secondi. Qualche chilometro prima, mentre ancora teneva il treno dei migliori in classifica, un corridore, dorsale numero 84, Team Movistar, Juan Pedro Lòpez, gli si è affiancato e gli ha rovesciato una borraccia d’acqua in testa. L’ha fatto per un’amicizia? Perché tra corridori non serve parlare? Perché la maglia rosa è la maglia rosa? Probabilmente un insieme di tutto questo, aggiunto al fatto che il caldo frigge in tappe così e l’acqua è l’unico possibile sollievo. Noi crediamo l’abbia fatto anche perché chi crede ancora nel domani, persino nel momento in cui la maglia rosa è persa e continua a fare ed a comportarsi allo stesso, a rispettare allo stesso modo quella maglia non più sua, la sua squadra ed anche la propria persona, lo merita. E domani, a queste condizioni, c’è ancora.
Anche a Giulio Pellizzari hanno rovesciato una borraccia addosso. Ci ha pensato Simone Gualdi. Pure qui potremmo parlare di amicizia, di un momento difficile e di tanto altro. Tutto questo assieme. Sono giorni che si parla delle difficoltà di Pellizzari dopo i problemi di stomaco accusati una settimana fa. Non li ha mai negati. Ha detto, anzi, di non continuare a ripetergli che anche gli altri soffrono, perché sarà pur vero ma lui pensa alla propria sofferenza, fa i conti con quella e all’arrivo ci va solo con quella. Con quella e con ciò che ha sbagliato ed ha imparato. Quando, dopo aver penato in fondo al gruppo per molti chilometri, ai cinque chilometri dall’arrivo avrebbe potuto andare alla deriva perché su queste pendenze di minuti se ne prendono in cinquemila metri. Vingegaard ha attaccato quattrocento metri dopo. Una settimana fa, Pellizzari l’aveva seguito e si era trovato ad arrancare. Questa volta non l’ha nemmeno visto attaccare, è salito del proprio passo e, in questo modo, per poco, assieme ad Hindley e Piganzoli, non andava a riprendere anche Gall, poi secondo. Perché anche quando ci si ammala, quando ci sono crisi, momenti no e biciclette ferme c’è ancora domani. Qualcuno dirà che è retorica. Lo stesso qualcuno dovrebbe poi spiegare perché questo fatto, così retorico e scontato, a quanto pare, non viene mai preso in considerazione. Non solo dagli altri. Anche dalla nostra mente.
Giulio Ciccone le ha provate tutte, anche oggi. In fuga. E in quel caso è pure inutile dire che domani esiste anche se non ha funzionato, perché la fuga già lo sa. Al traguardo era sfatto, stanco, piegato sulle ginocchia per tutto lo sforzo che ha messo per farcela. Vingegaard, intanto, era ai rulli, accanto a Eulalio e, non più impassibile, rideva, prima di andare a vestire la maglia rosa. Il Giro è nelle sue mani. Domani, però, c’è ancora.
Fare Bettiol
Casa era, per Alberto Bettiol, un condominio di Castelfiorentino. Un ragazzino come tanti che abitava con i genitori al terzo piano, al secondo, invece, aveva un appartamento il presidente di una squadra ciclistica locale. Sostiene Bettiol che se la sua famiglia non avesse avuto casa lì, lui forse non sarebbe mai diventato ciclista perché suo padre, il babbo, non l’avrebbe mai accompagnato ad iscriversi a quella società. Era già ironico, scherzava, rideva ed a tratti tirava fuori la vena toscana che ancora oggi ripesca, nelle espressioni, nei modi, nella capacità di essere fumantino e poi aver voglia di fermarsi a parlare e raccontare storie. Ma nella sua testa non c’è mai stato solo il ciclismo, c’erano gli amici, c’erano altri sport e c’erano pure i libri di scuola. Anche adesso ogni tanto si dice che vorrebbe studiare e non solo fare fatica su quella bicicletta.
Poi arriva un giorno come questo: la tredicesima tappa del Giro d’Italia parte da Alessandria, arriva a Verbania, ci sono due strappi, Bieno e Ungiasca. Lui non abita più a Castelfiorentino, ma ad un’ora da qui. Ha tante persone che gli vogliono bene da queste parti e, quando Filippo Ganna gli ha parlato del fatto che al Giro ci sarebbe stato un arrivo così, ha pensato che non sarebbe stato male “fare Bettiol” il ventidue maggio. E l’ha fatto. Adesso, però, è un ciclista di mestiere: ieri sera sarà andato a letto presto, dopo i massaggi ed una cena studiata con i nutrizionisti. Stamani avrà fatto tutto “per benino” e, quando la fuga ha cercato di andarsene, lui è riuscito ad entrarci. In un certo senso stava tornando a casa e quando si torna a casa si prende sempre la rincorsa. Soprattutto se di mestiere fai il ciclista.
Al telefono, una sera di autunno di qualche tempo fa, ci ha raccontato di quando vinse la Coppa d’Oro. Era in albergo, a far baccano con i compagni di squadra: è andato a letto alle quattro ed il giorno dopo nessuno lo teneva. Di alberghi ne ha visti tanti e quanto sono cambiati gli hotel in questi anni, di giovani pure, e quelli non sono cambiati, ma il ciclismo sì. Così una notte simile non sarebbe possibile in questi tempi ed a lui dispiace, perché per fare Bettiol come lo fa lui serve un’infanzia così. Magari non si vince tanto a fare Bettiol, però si vince in un certo modo, come in un certo modo si sta in fuga. Toscano pure lì. A tratti agitato, a tratti pensieroso. A tratti sofferente, a tratti gioioso. Capace di sbracciarsi e di non farsi vedere. La strada di Ungiasca la conosceva a memoria, quella che sale e quella che scende. I ciclisti non hanno molti libri nelle trasferte, qualcuno magari sì, ma c’è altro da fare. Hanno il libro della corsa, il Garibaldi e studiano lì. Però conoscere fa anche parte di questo sport, che non è solo fatica, non è solo watt, non è solo potenza. È anche cervello, mente, comprensione e applicazione. Alberto Bettiol aveva studiato anche questa volta. Perché poi lo studio non è solo la scuola, è un modo di vivere il contorno con consapevolezza. Il contorno di un ciclista è la strada che lo porta altrove oppure a casa. Magari anche per questo Filippo Ganna si stacca mentre si sale e ci si avvicina a Verbania. La fuga non è riuscito a prenderla e ora gli attaccanti sono a circa dieci minuti. Era troppo controllato, come normale che fosse. Là, in fondo, forse è riuscito a stare dentro alla sua città, ai suoi posti. Non c’è paragone, davanti sarebbe stato meglio, però prima di ripartire guardarsi attorno è una boccata d’aria.
Alberto Bettiol, invece, davanti, teneva d’occhio Leknessund, che in salita gli ha rosicchiato metri. Non ha perso la pazienza, non ha fatto fuori giri. Ha controllato, ai centocinquanta metri dal Gran Premio della Montagna si è alzato sui pedali, in una curva ha affiancato Leknessund, mentre la gente gridava come gridano le acque del lago in certi giorni, tra un’acrobazia di felicità ed una di rabbia. I metri che ha preso nessuno glieli ha più ripresi. “Aveva sotto una Ferrari”, questa volta davvero. Sì, la sua bicicletta. Ha usato questa frase per descrivere la prima bici in carbonio, comprata quando aveva sedici anni. Non era nemmeno chissà cosa, ma a lui pareva un missile. Pure le biciclette sono cambiate e quelle dei professionisti sono un’altra storia. I corridori ci sono affezionati però sanno che la macchina perfetta del loro lavoro sta dentro, non fuori. Anche se senza bici non sarebbero tali. Sta dentro e a casa. Per questo Alberto Bettiol, che vince la sua seconda tappa al Giro d’Italia, dopo Stradella nel 2021, parla di tutti quelli che lo aspettavano, di tutte le persone che conosce qui e la voce gli cambia. Alla fine ci sta. La radice del suo lavoro, però, non è cambiata, e la prova sta in questi giorni, in cui è felice eppure è lo stesso. La radice non si vede ma senza di quella non c’è albero. Senza di quella non ci sarebbe più quel condominio di Castelfiorentino, l’appartamento al terzo piano e quello al secondo.
Il britannico e l'altro
Durante la conferenza stampa della tappa di Prato Nevoso, al Giro d’Italia 2018, dopo tredici giorni in maglia rosa e tre vittorie di tappa, alla vigilia del tappone Venaria Reale-Bardonecchia, Simon Yates era stato chiaro: «Sinceramente sto bene e credo di essere il favorito per questo Giro d’Italia. Non temo nessuno». I 184 chilometri del giorno successivo prevedevano le scalate al Colle del Lys, al Colle delle Finestre, al Sestriere ed infine allo Jafferau: Yates aveva corso quel Giro sprecando moltissimo e poteva contare su un vantaggio di 28″ su Tom Dumoulin, 2’43” su Domenico Pozzovivo e di 3’22” su Chris Froome. Se Yates fosse sincero quel pomeriggio non lo sappiamo ancora e non lo sapremo mai. Certo la paura ciclistica non si mostra, non si può mostrare e mentire quando la si prova è quasi un obbligo. Eppure il britannico parlava convinto. Chris Froome, tra le stanze degli alberghi, le ammiraglie, il bus ed il lettino dei massaggi, aveva un’idea. Diabolica o, forse, bellissima. In quel Giro, la sua terza partecipazione, non aveva brillato: una vittoria di tappa sullo Zoncolan non poteva competere con l’aspettativa che si era posata su un corridore che aveva già vinto quattro Tour de France. La fama che precede è la stessa che può rovinare. Sempre attento, calcolatore, sempre con quella frullata che pareva portarlo fuori dalla realtà umana del ciclismo e trasformarlo in un extraterrestre che attraverso i dati ed il loro controllo avrebbe potuto fare qualunque cosa. Se Froome non fosse stato capace di cambiare pelle, almeno in quel 25 maggio, se non fosse stato in grado di prendeRE in mano la fantasia, lui ci avrebbe perso un Giro d’Italia, perché certe condizioni non consentono controllo ed impongono rivoluzione, il ciclismo, invece, non avrebbe forse mai conosciuto il volto più vero del Keniano bianco. Nascosto dietro la maschera del ciclista moderno.
Chris Froome aveva messo davanti la sua squadra a fare selezione proprio sulle pendenze rigide e d’altri tempi del Finestre. Yates era svuotato, in crisi nera. Iniziò in quel momento a pagare il conto delle sue fatiche e finì al traguardo, oltre quaranta minuti dopo l’arrivo del primo sul traguardo di Jafferau. Il primo, il britannico, sì ma l’altro. L’apertura di gas di Elissonde fece strada all’attacco di Froome. Mancavano ottanta chilometri all’arrivo. Il traguardo era così lontano. Eppure non ci fu più ritorno. Dumoulin, in gruppo, non ci credeva. Era virtualmente maglia rosa, dopo la caduta, metaforica, di Yates e predicava tranquillità. Come poteva un uomo da solo andare al traguardo? C’era troppa salita in mezzo. Avrebbe ceduto, l’avrebbero recuperato. Invece il vantaggio di Froome continuava a crescere e all’inizio dell’ultima asperità Froome era a una decina di secondi dalla rosa. All’arrivo, quella maglia l’aveva conquistata. La fantasia l’aveva realizzata. In conferenza stampa, qualcuno chiese i dati di quell’impresa, rispose Froome che li avrebbe fatti avere. Perché la fama che precede non solo può danneggiare, ma può anche scatenare qualche alone di incredulità, di scetticismo, come tutto ciò che cambia, ciò che è diverso, da un momento all’altro. A Bardonecchia, sullo Jafferau, fra le persone, quella diversità, invece, piaceva. In quel momento era scattato qualcosa, come quando si assiste a un uomo che si reinventa e grazie a questa invenzione ce la fa. Quaranta minuti dopo, Simon Yates era in vetta. Senza più nulla. Nemmeno la maglia rosa che aveva addosso gli apparteneva più. Eppure il pubblico lo aspettava e applaudiva. A Roma, qualche giorno dopo, sarebbe successa la stessa cosa con Chris Froome, il vincitore del Giro. Magie umane, maglie del ciclismo.
Capita che non ti riprendano più
La curva in cui Alec Segaert risale il gruppo e, poi, scatta, lasciando impotente Victor Campenaerts, in quel momento in testa a fare il ritmo per il team Visma I Lease a bike, è l’esemplificazione del ciclismo, in un mercoledì sera in cui dal mare si va verso il lago e la stanchezza pesa sugli occhi mentre l’estate è arrivata di colpo ed ha lasciato tutti sbigottiti quasi non l’aspettassero più. Ha ventitré anni, Segaert, e, un tempo, quando Gianni Mura batteva pezzi sulla sua macchina da scrivere con una bottiglia di vino e delle albicocche lì vicino, in una sala stampa caldissima, e ad Adriano De Zan si rompeva la voce in telecronaca per un’emozione non contenuta, figlia degli anni che passano e del mondo che va via, tutti avrebbero detto che la sua è la classica azione da finisseur, ovvero di colui che è capace di vincere scappando dalla morsa nel gruppo negli ultimi chilometri. Oggi quella parola si usa meno, ma Alec Segaert ha effettivamente conquistato la dodicesima tappa del Giro d’Italia, a Novi Ligure, in quel modo, al termine di una giornata più dura del previsto. C’è tanta fatica in gruppo ma quando si vince ce la si dimentica. Quando accade la seppur minima cosa buona ce la si dimentica. Ed è così che il Giro va avanti.
La fatica è quella dei velocisti che avrebbero voluto lanciare la volata in una delle ultime occasioni, ora restano solo Milano e Roma. Invece non hanno potuto farlo perché le intenzioni in gruppo erano diverse, la strada lo permetteva e un ritmo indiavolato, pur su una salita modesta, Bric Berton, ha scremato il plotone e li ha lasciati dietro, ad inseguire, non prima di aver aggiunto chilometri e pendenza nei loro muscoli. In momenti diversi ma non si è salvato quasi nessuno: Magnier, Milan, Groenewegen e la lunga lista delle ruote veloci. Hanno fatto di tutto per rientrare, ad un certo punto si sono rassegnati perché il Giro è ancora lungo e a Milano o a Roma bisogna comunque arrivare. Però c’è un’occasione in meno ed anche questa è fatica. Pensare che la strada si accorcia.

Nelle gambe di Lorenzo Milesi ce n’è di fatica, anche se a vedere come “mena” non sembra. L’altro giorno, quando era questione di tempo e di lancette di orologio, è partito per la cronometro con addosso il giubbotto refrigerante e non è un peso da poco in un’epoca in cui contano anche i grammi. Ha corso ed ha fatto un buon tempo, certo senza avrebbe fatto meglio, ma questo racconta molto della condizione che ha. Verso Novi Ligure era ancora in testa al gruppo a tirare e se i velocisti sono rimasti dove sono rimasti è anche per le sue gambe, per quanto hanno spinto e sanno spingere. Non è vero che certe cose vengono più facili in certi giorni, è vero, semmai, che, in certi periodi, riescono ed in altri no. Un ciclista in testa al gruppo può starci sempre, quanto lo sgrana o quanto lo tira è un altro discorso. Filippo Zana ieri è caduto, in corpo non ha solo fatica, ha male. Eppure il lavoro che ha messo sulla strada per Magnier lo hanno visto tutti. Quando si sta male, quando ci si è fatti male è una fatica differente. E, forse, riuscire a fare fatica è l’unica risposta che convince un atleta che, pure con la pelle strappata e le ossa doloranti, il Giro d’Italia può andare avanti.
Stasera, al ritorno al sul bus della squadra, Afonso Eulalio ha sei secondi in più di vantaggio su Vingegaard. Il danese ha senza dubbio ragione, non sono quei secondi a decidere la corsa, soprattutto adesso che arrivano le salite e sabato sarà un giorno decisivo, comunque la si veda e comunque vada. Quello sprint per gli abbuoni non cambia la classifica, non di molto, ma è un altro segnale. Uno di quelli che curano la fatica ed il pensiero che il prossimo attacco di Vingegaard sarà difficile da sostenere e se lui se ne va, se ne va anche la maglia rosa. Un segnale è anche lo scatto di Ciccone, che non ci è riuscito nemmeno oggi. Però provarci è antidoto per la fatica di tutti i giorni. Anche di quelle tappe piatte che sembrano passare tra la noia ed il nulla. Invece qualcosa c’è sempre e, magari, mentre tutti festeggiano e ti chiedono di scendere dal bus, tu vorresti essere altrove. L’ha detto Ciccone, tempo fa, Alec Segaert, diversamente, non ha parlato di tutto questo. Ha fatto un colpo da finisseur e tutti i computer, in sala stampa, battono la sua storia. A ventitré anni è bene non pensare troppo e scattare, anche in curva. Capita che non ti riprendano più.
Di là c'è il mare
È la Liguria una terra che pare crescere verso l’alto, non potendo stiracchiarsi, allungarsi, distendersi come un uomo quando si alza dal sedile di un treno, costretto fra i bagagli, le altre persone e gli altri sedili in spazi contingentati. La Liguria non può, perché dall’altra parte c’è il mare. Allora, come in una miniatura, le strade che dal mare salgono verso i monti si srotolano a tornanti, vanno insù, e sembra di rileggere Anna Maria Ortese che su quelle rotaie c’è stata davvero e poi ha scritto: «Il treno si muove, l’albero rosa se ne va, e così se ne va la piazzetta con le sue aiuole, le panchine, la poca gente. Una striscia di bucato, casette e terrazze bianche che scendono al mare. Il mare come un mare celeste. Questa è Liguria». Quasi perfetto. Quasi perché, oggi, il Giro d’Italia parte da Porcari, in provincia di Lucca, e arriva a Chiavari, in provincia di Genova, così ogni piccolo paese, anche i borghi, ha piazzette e terrazze addobbate.
Il Giro, però, non va nei paesi, si dibatte tra tutte quelle strade a tornante che paiono funghi del mare. Non è il Mortirolo, non è lo Stelvio, non è nemmeno l’Alpe d’Huez, ma è una tappa che fa male ai muscoli ed ai pensieri. Su e giù, accelerazione e rallentamento, frenata e rilancio e borracce di acqua fredda. Perché il Giro arriva in Liguria nel giorno in cui il caldo cala sulla corsa e lo fa d’improvviso. La fuga annusa quell’odore che la fa partire, un segugio che segue una pista. È l’undicesima tappa, il giro di boa, è la tappa ligure e da queste parti si assomigliano un pochino tutte le corse. Sono gare a cui saltano i nervi e il gruppo impazzisce. In tappe simili, la fuga è un elastico, una fionda, qualcosa che si allunga e si ritrae, che parte e ritorna. I ciclisti che “beccano la fuga buona” sono sempre molti ma non tantissimi. Quelli che la cercano non sono tutti, ma sono i più. Ci riescono quelli buoni perché pure la fuga è un’arte, una specialità: è quel segugio che segue la traccia e non sa, non ha calcolato, quanto lontano potrà andare. La segue perché sente di doverla seguire. Puoi studiarla ma devi averla dentro. Alcuni ci riescono sempre ma il gruppo non può lasciare troppo margine, allora fa velocità.

In una curva, accanto ad un marciapiede, cade Davide Ballerini. Pochi giorni fa, a Napoli, ricordiamo la sua felicità. Una mano sul casco, segno dell’incredulità. Resterà più a lungo quel volto che guarda verso l’alto, il sole che si riflette negli occhi, e lui a bocca aperta, come chi ha lanciato un grido o chi sta per farlo. Si tocca la gamba, gli fa male. Fatica a stare in piedi ma vuole stare in sella. Continuare. Sarà un tormento di diversi chilometri e una speranza svanita, quella di arrivare al traguardo, quando il dolore sarà troppo più della fiducia. Quando l’istinto è sopraffatto dal senso di realtà che tanto fa parte di un corridore quanto deve essere negata certe volte, altrimenti non si prende la bicicletta. L’immagine di oggi probabilmente resterà più di quella di Napoli perché la tristezza funziona così e la felicità corre. Resterà perché il ciclismo, se fosse una terra, sarebbe simile alla Liguria o a quell’uomo che si alza dal sedile del treno. In tre settimane di corsa cambia tutto, da una settimana all’altra, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra e pure da un secondo all’altro.
Christian Scaroni ha attaccato, è fuggito, ce l’ha fatta. Poi è caduto, scivolato, ha ferito i palmi delle mani, quelli che devono tenere il manubrio e non è facile così. È ripartito, ha inseguito. Stava per rientrare sul gruppo di testa, i suoi compagni di fuga erano lì, oltre una curva. Un’accelerazione davanti e l’illusione che si rompe. L’elastico che spinge e rigetta. Il ciclismo è davvero come la Liguria, con quel mare blu davanti, infinite possibilità e una striscia di terra così sottile da non starci tutto. Jhonatan Narváez in quella striscia di terra fa tutto ciò che può fare un ragazzo in bicicletta: rientra sulla fuga con una facilità rara all’undicesimo giorno di Giro e tutti, anche oggi, sanno che il corridore di questa tappa è ancora lui. Eppure, nonostante questo, non riescono a fare altro che proseguire al suo fianco. Che è come scegliere la propria fine. Diego Ulissi cercherà di stanarlo, senza successo. Ulissi non si convince, Ulissi cerca altre strade quando la corsa pare segnata. Sarà l’esperienza, sarà che con quel cognome viene naturale.

Enric Mas sarà l’ultimo a potersi illudere di cambiare destino, di potersi stiracchiare su un treno arrivato in stazione. Correrà veloce, Mas. Per non far rientrare gli altri e giocarsi da solo quell’ultima carta. Che con Narváez in volata si perde è quasi scontato. Mas lo sa, forse non può fare altro o forse in certe circostanze quel che si sa non conta più perché si va e basta. Vince Narváez, la terza tappa a questo Giro. Vince e dopo la volata si abbraccia con Mas, mentre entrambi continuano a pedalare, lentamente, dopo l’arrivo. Testa contro testa, con i caschi addosso. Per Narváez quella terra, quella del ciclismo, sembra sempre più vasta. Per Mas forse più stretta. Però Enric Mas non ha passato mesi facili ultimamente. Allora sapere che di là c’è il mare gli fa bene. Non l’ha raggiunto, ma c’era ad un passo.
Ryder Hesjedal: il dorsale 95
Ryder Hesjedal era partito con il dorsale numero 95 al Giro d’Italia 2012 ma sulle startlist dei cronisti, dei giornalisti, anche solo degli appassionati, quel nome non era sottolineato o cerchiato fra coloro da tenere particolarmente d’occhio, nonostante fosse il capitano. Correva per il Team Garmin-Barracuda, maglia azzurra con scritte bianche rosse e nere, la squadra di Tyler Farrar. Quello, però, doveva essere il Giro di Michele Scarponi, arrivato in maglia rosa a Herning, in Danimarca, sede di partenza della festa di maggio, dopo l’assegnazione della vittoria della Corsa del 2011, di Ivan Basso, di Franck Schleck e di Roman Kreuziger e si parlava di loro. Hesjedal aveva quel nome da corridore, perché, se non si chiama “Ryder” un ciclista, pochi altri possono indossare bene quella parola e farne nominativo, e veniva dal Canada, da Victoria, dov’è nato il 9 dicembre del 1980. Era professionista dal 2005 e proprio in quell’anno era stato al Giro, con la Discovery Channel di Paolo Savoldelli. Il Falco aveva, poi, trionfato a Milano, ma Hesjedal si era dovuto ritirare durante la tredicesima tappa. Sul Colle delle Finestre, in quel sabato in cui “gli indiani” curavano il gruppo dalle cime, non c’era. Nel 2008 aveva concluso sessantesimo e nel 2009, alla Vuelta, in Spagna, aveva vinto una tappa. Capitano di rotta era diventato dopo che, due anni prima, aveva centrato il secondo posto all’Amstel Gold Race e, soprattutto, era riuscito a centrare un prestigioso sesto posto al Tour de France. Però il 2011 non era stato altrettanto convincente e gli entusiasmi si erano placati. Poteva piazzarsi, quello sì, ma il suo nome sul Trofeo senza Fine era quasi impossibile da immaginare. Anche quando, a Rocca di Cambio, nella tappa vinta da Paolo Tiralongo, era finito in testa alla classifica generale, dopo aver bazzicato per molti giorni nelle prime posizioni grazie alla vittoria della cronometro a squadre da parte del suo team.
Bravo a cronometro, ma in salita non può reggere il passo dei migliori. Si diceva così e ad Assisi, quando Joaquim “Purito” Rodriguez gli sfilò la rosa ci si convinse quasi che il Giro avesse preso la sua piega: in mano agli scalatori. Se l’era ripresa, Hesjedal, quella maglia, a due terzi di Giro, giusto un giorno e l’aveva lasciata ancora, verso Pian dei Resinelli a “Purito”. Dirà a fine Giro di aver presto compreso che in montagna non avrebbe potuto vincere e superare avversari così più forti di lui in quel terreno, però, giorno dopo giorno, le gambe miglioravano e, tutto sommato, non stava così male nemmeno quando la strada si rizzava sotto i pedali. E quando passano i giorni e si cresce, la legge delle tre settimane di una grande corsa a tappe dice che si può iniziare a credere a quello che non sembrava nemmeno pensabile. Anche perché a Milano, il 27 maggio, c’era una cronometro di ventotto chilometri. Una passerella con il Giro già deciso, tutt’altro quando tra il primo in classifica ed il secondo ci sono solo 31″ ed il secondo è uno specialista contro il tempo. Ryder Hesjedal aveva già vinto quel Giro dopo poco più di dieci chilometri di quella crono. All’arrivo la classifica era ribaltata: il danese comandava con 16″ sullo spagnolo, sul gradino più basso del podio De Gendt. I grandi favoriti più indietro. Perché i pronostici valgono fino ad un certo punto. Ryder Hesjedal, dorsale numero 95, aveva vinto il Giro d’Italia. Il primo canadese a riuscirci. Storia, in tutti i sensi.
La noia è un'altra cosa
Ai tempi di Jacques Anquetil, si raccontava che sulla schiena de “La Caravelle”, durante uno sforzo, anche il più intenso, si sarebbe potuta posare una coppa di champagne e non una goccia sarebbe andata persa, tanto era immobile, elegante e maestoso quel corridore, pure quando andava addosso al vento. Qualcuno ha ironizzato, perché Anquetil non avrebbe mai sprecato così del pregiato champagne e, forse, aveva anche ragione, visto che non servono nemmeno questi paragoni per rendere l’idea della bellezza dove la si incontra. Anzi, le iperboli rischiano di sminuirla, anche se, indubbiamente, hanno il loro fascino perché contengono qualcosa di raffinato, delicato e studiato com’è l’esercizio di una cronometro.
Allora Filippo Ganna che percorre in 45’53” i quarantadue chilometri dell’unica cronometro del Giro d’Italia 2026, da Viareggio a Massa, e conquista la decima frazione con una media di quasi 55 chilometri orari, si descrive da solo, osservando ogni dettaglio di un ciclista in sella e squadrando ogni singolo particolare del tutt’uno, così pare almeno, Ganna-bicicletta. Oppure narrando di quel ragazzo che lavora per un’azienda che ha degli uffici sulla passeggiata di Viareggio e, per l’occasione, ha chiesto al direttore di essere mandato a lavorare qui perché, magari, dalle finestre dell’ufficio qualcosa si può vedere. E in una cronometro, nonostante il racconto comune legato alla noia e alla ripetitività del gesto, da vedere, distrattamente, o da guardare, attentamente, c’è molto. Tra Viareggio e Massa ci sono tanti tavolini di bar, di qua e di là dal lungomare, e la gente sta lì seduta mentre il tempo passa e la cronometro va.
Parlare di una cronometro, a questi livelli, è, in fondo, parlare del futuro della bicicletta. Dirà Filippo Ganna che c’è ancora qualcosa, una sorta di asso nella manica, per quanto concerne la sua posizione: c’era poco tempo per provarlo e mostrarlo al Giro, ma, avendo la possibilità di lavorare ancora qualche mese, a fine stagione, tutti potrebbero vedere ancora un pezzo di orizzonte, uno stralcio di invenzione, una manciata di perfetto per andare a guadagnare ancora qualche secondo, può darsi anche meno, però fondamentale. Quello che abbiamo visto oggi è tutto ciò che negli anni si è stratificato nel lavoro in galleria del vento, magari in giornate uggiose di novembre, quando la stagione, si dice, è ferma, invece i ciclisti e le loro biciclette vanno avanti e sviluppano le posizioni che si vedono in estate. Lo stesso fanno i tecnici e gli ingegneri e scoprono che il mondo delle acque, delle megattere, ha qualcosa che può riguardare la bicicletta. Per questo le scanalature della bicicletta di Filippo Ganna attingono a quel mondo. In fondo, andare nell’aria è andare nella natura. C’è una relazione e, certe volte, proprio nella natura si trova la soluzione. I numeri servono per applicarla ai telai, alle ruote, ai caschi, agli occhiali, alle borracce, ai vestiti, persino alle loro cuciture. Sempre di Anquetil si è detto che avesse quella schiena, così perfetta nello sforzo, anche per il tempo passato aiutando suo padre, che lo faceva per lavoro, a raccogliere fragole. Non è un discorso replicabile oggi, certo, ma nemmeno le megattere paiono avere a che fare con una bicicletta ed invece.
Filippo Ganna è nel suo posto su quella bici e, probabilmente, realizza perfettamente il suo essere ciclista proprio nella posizione da cronometro. Non è solo cronometro, Ganna, sia chiaro, ma, senza esagerazione e con quel che vediamo, guardarlo a cronometro è un bel guardare. Servirebbe Fosco Maraini per trovare una parola senza significato reale che, però, renda subito immaginabile quel che è Ganna a cronometro. Carmidioso, prodigiero, urlapicchio o simili. Coniugazione di forza, potenza, watt. Di eleganza, maestosità e fluidità. Ma anche di studio, applicazione, ripetizione. Pare abbia ripreso e superato otto atleti che erano partiti prima di lui in questa prova. Non erano Ganna, però erano pur sempre otto professionisti. A volte sembra normale perché da lui si tende ad aspettare qualcosa di straordinario. Non lo è. Certo, è vero, quei numeri, quelli messi in strada, erano previsti, calcolati. In squadra l’hanno detto. Tra la previsione e la realtà, però, c’è un margine ampio che è la prova di tutto l’imponderabile che contiene lo sforzo. Infatti lo sport non si racconta con le previsioni, ma con quel che si è verificato. E, non serve dire che se si usassero le previsioni e basta racconteremmo un altro sport. A volte, spesso, ben diverso da quello vissuto. Dalle previsioni, ad esempio, Afonso Eulalio avrebbe perso la maglia rossa a Massa, per taluni anche prima, invece è ancora in vetta alla classifica e Vingegaard dovrà lavorare bene per scalzarlo.
Sì, la cronometro non è futuro solo per le futuristiche evoluzioni della bicicletta e dell’aerodinamica. La cronometro è futuro perché prende quel che si è studiato, lo mette in strada e ne accetta le indicazioni. Continua a lavorare per migliorarlo, cambiarlo, a prescindere dal risultato. La cronometro è futuro perché pone uomini e donne da soli davanti a quel che vorrebbero e, senza alibi, li costringe a fare i conti con quel che sono e che sanno fare. E siamo certi che, quando quel ragazzo tornerà in ufficio a Viareggio per vedere da una finestra passare i ciclisti del Giro d’Italia in una cronometro, guarderà qualcosa di diverso. La noia è un’altra cosa.
L'unica strada che porta a Corno alle Scale
L’ultima volta che il Giro d’Italia era arrivato a Corno alle Scale era il 2004: la prima e l’ultima volta, almeno fino ad oggi. Non serve nemmeno specificare quale sia il versante da cui venne affrontata la salita quella volta e quale quello da cui i corridori sono saliti poche ore fa, perché Corno alle Scale ha un’unica strada possibile per raggiungere il traguardo, un unico versante percorribile. Quel giorno, in telecronaca, si parlava del casco, ancora non obbligatorio per gli arrivi in salita e ci si chiedeva se la norma avesse senso.
Quando scattava un ragazzo di ventidue anni, osservandolo salire a mani basse, si era tentati di dire che assomigliava a Marco Pantani. Era l’undici maggio e da San Valentino non erano trascorsi nemmeno tre mesi. Già, San Valentino. Gli altri amori di quella giornata di oltre vent’anni fa ognuno li ricorda e, magari, ne tiene, ancora oggi, il segreto. Quell’amore lì, invece, no. Quell’amore lì, il Pirata, lo abbiamo perso tutti assieme e il non sentirsi soli nella mancanza non è mai stata una consolazione. E quanti altri Pantani abbiamo cercato in gruppo? La ricerca è andata delusa, probabilmente, non sembra, ma è giusto così. Damiano Cunego, quel ragazzo in maglia Saeco a mani basse, vinse quel Giro d’Italia ma non quella tappa. A Corno alle Scale, nel 2004, vinse Gilberto Simoni, suo compagno di squadra che, quando partì, lo affiancò e lo superò senza nemmeno guardarlo in faccia. Delle discussioni tra i due di quelle settimane se ne è già parlato, i più le ricorderanno e, comunque, si ritrovano agevolmente nelle cronache. Il Giro d’Italia torna a Corno alle Scale, alla fine di una tre giorni impegnativa e prima del giorno di riposo, e ritrova solo il luogo uguale, perché tutto il resto è cambiato. La geografia resta un punto fermo del ciclismo ed è una buona notizia per orientarsi sulle strade e nei ricordi.

La Romagna, ad esempio, resta il nord della bussola quando si vogliono ritrovare determinate cose, Che si parli di sapori, di umori o anche di amori. Un certo verde ed un certo azzurro li trovi, solo, tra quei prati e quei cieli. Un certo modo di essere felici e di farsi compagnia lo trovi, solo, tra quelle spiagge, quelle acque e la tappa parte da Cervia. Pure un certo modo di parlare, la solita esse, e di ricordare. La bandana di Pantani la si vede addosso a dei ragazzi che quando Pantani correva non erano nemmeno nelle idee e, forse, quegli amori non erano neppure iniziati. Eppure hanno la bandana e sanno chi era Pantani.
Sin dal mattino e fino a quando non arriva la salita, di chilometri ce ne vorranno, si parla della fuga e degli uomini di classifica. Delle loro reciproche possibilità. Perché Corno alle Scale non è una salita impossibile e grossi distacchi per la classifica generale non sono possibili. Allo stesso tempo, in una tappa così, proprio per la pianura iniziale, è pure difficile costruire la fuga giusta e portarla fin lassù, dove le persone arrivano a piedi o in bicicletta e aspettano. Tra i tanti che provano la fuga c’è Giulio Ciccone. Ieri, sapendo che non sarebbe mai riuscito a vincere una tappa a modo suo, avendo un ritardo così esiguo in classifica, si è messo sulle spalle i minuti che sarebbero serviti per poter essere un fugaiolo. Ha dovuto tentare più volte e, alla fine, sulla fuga, è rientrato assieme a Diego Ulissi e Toon Aerts quando la stessa aveva un paio di minuti di margine. Quando fa le cose lui, sembra sempre ci sia qualcosa che gli brucia dentro. Qualche volta è letteratura, qualche volta è realtà. Questa volta, forse, è realtà. Ha vestito la maglia rosa, Ciccone, in un giorno in cui, con tutta la pioggia, tra mantelline e strati vari, non ha nemmeno potuto mostrarla. L’ha tenuta un solo giorno, con una fuga troppo lontana e lui solo in testa al gruppo a tirare, rassegnato al finale. Ha una foto in maglia rosa, tiene quella. Roba da corridori. Una tappa vuole vincerla.

Quando parte a mani basse, non quando stacca Rubio, prima, questa volta in telecronaca non si nomina Marco Pantani, però se ne è già parlato. Non lo si nomina ma, quando un ciclista va all’attacco in quel modo, lo si precisa sempre. Perché anche vedere un corridore in piedi sui pedali fa tutte le volte lo stesso effetto ed è anche quella una geografia certa per orientarsi. Ha lo sguardo fisso e determinato, Ciccone. Ha la solitudine in cui sperava, finalmente. Ma nemmeno oggi è la giornata giusta. Felix Gall e Jonas Vingegaard torneranno sotto, si staccherà stanco da tutti i chilometri in fuga, Vingegaard forzerà, Gall cederà, ed il danese, con il minimo sforzo, vincerà quassù, guadagnando altri secondi su tutti i rivali. Non ha fatto nulla di stravolgente ma ha vinto e chi vince, per antico detto, ha sempre, o quasi, aggiungiamo noi, ragione. Giulio Ciccone è stato bello da guardare, da sperare. Anche lui quel giorno di San Valentino ha perso lo stesso nostro amore. Il casco ora è obbligatorio, per fortuna, e le telecronache lo danno per scontato. Spesso citano cartelli in ricordo di Wouter Weylandt, il 108, anche oggi sulla strada, almeno nelle scritte. Magra consolazione. Domani si riposa, martedì si affronta il tempo. Il Giro sta arrivando alla sua metà.
Foto: Poci’s Pix






















