Narváez è tornato a casa
In un Giro d’Italia, esistono tappe su cui pare essere scritto il nome di un corridore, una sorta di foglietto di illustrazione o di promessa. C’era davvero scritto Jhonatan Narváez sull’ottava tappa del Giro 2026, quella che da Chieti ha portato la carovana a Fermo, attraverso la via crucis dei muri, dopo il Blockhaus, ieri, e prima di Corno alle Scale, domani, nel secondo sabato di corsa. Sono i muri, nel ciclismo, salite brevi, ma ripide, irte, che compaiono all’improvviso e prima di massacrare i muscoli con uno sforzo breve ma intenso, colpiscono la vista e tormentano i pensieri perché, non conoscendo curve, non nascondono nulla, non celano niente, e non serve guardare in sù per accorgersi di quel che aspetta i corridori, basta guardare davanti e chi fa strada in bicicletta non può fare altro. Sono rampe di garage con pendenze a doppia cifra, spesso tra il dieci ed il venti, qualche volta tra il venti ed il trenta percento. La pendenza, l’inclinazione, in parole povere la fatica. Allora sì, c’era scritto Jhonatan Narváez ma «quanta strada nei loro sandali», sebbene i chilometri non siano poi molti, poco più di centocinquanta, perché quella promessa si realizzasse. Le promesse si mantengono quando c’è rispetto, serietà ed il ciclismo conosce rispetto e serietà, tuttavia è fatto di strade e da quelle parti l’unica promessa certa è la possibilità, poi che ci pensino gli esseri umani. Narváez ci ha pensato e ci è riuscito.
Il gruppo, in tappe così nervose, scalcia come un cavallo, si imbizzarrisce, non vuole restare compatto, unito, perché i singoli ciclisti cercano di liberarsi. Il gruppo è un puzzle ma mentre per i puzzle il fine è quello di incastrare i vari pezzi a formare l’insieme, a ben guardare, nel ciclismo il fine del plotone è proprio quello di disunirsi e tanto più i singoli componenti attraversano i paesi e le città a piccoli gruppi o in solitaria, tanto più le persone che guardano ne colgono la bellezza. Se di fronte ai puzzle si spargono i pezzi al fine di trovare l’incastro, nel ciclismo il puzzle è completo e si “scioglie” al fine di trovare risposte. Scattano tutti, dal primo metro. La ricerca di giornata è la fuga. Eppure, proprio perché tutti la desiderano, nessuno la trova mai completamente. Si precede e si insegue. Qualche volta ci si innervosisce. Si finge e si è spietatamente sinceri. Ci si sbraccia. Urlano le radioline perché nelle ammiraglie non si accettano deroghe: bisogna entrare nella fuga visto che è giornata in cui la fuga può andare all’arrivo. E andare all’arrivo è tutto. Jhonatan Narváez lascia il gruppo dietro a Mikkel Bjerg: quello è il suo treno per Fermo. Con loro Andreas Leknessund. Se ne va e tutti pensano stia facendo ciò che a quelli come lui viene naturale, spontaneo, in tappe così. La realtà è che il vento respinge e Narváez, per peso e caratteristiche, ne è in balia come tutto ciò che è leggero. L’accordo, però, c’è e quei tre sono i primi ad andarsene. Un gruppo di una ventina di atleti si staccherà dal plotone dietro di loro ma sarà troppo tardi.

La salita di Capodarco può essere un’antologia del ciclismo perché la sua storia è come la piccola storia di ogni individuo nella grande storia dei libri. Si tratta di una di quelle salite su cui si ritorna annualmente e da cui prende il nome il Gp di Capodarco. Non serve poi avere studiato di biciclette per saperlo perché nel ciclismo c’è un indizio evidente: le vecchie scritte che restano sull’asfalto crepato. Si scoloriscono, si sbiadiscono, però sono tracce che si possono seguire per comprendere fino a dove i ciclisti sono già arrivati. Che si possono leggere, interpretare, per avere un resoconto di quel che è accaduto. Su questo asfalto segnato, Narváez rompe gli indugi e torna a fuggire. Leknessund gli tiene la ruota per poco, poi tiene il proprio passo. Raccontano che Jhonatan Narváez venga dal cielo perché cresciuto in Ecuador a tremila metri di altitudine, invece viene da una strada che per tornare a casa saliva, si arrampicava, per oltre cinque chilometri. Più romantico il cielo, forse. O forse no. Più romantica la danza lenta che è costretto a mettere sui pedali per salire via Reputolo. Si dice “en danseuse” per spiegare, quasi con una pennellata, l’alzarsi sui pedali degli atleti in salita. Per alcuni è una danza leggiadra, in contrasto con la sofferenza. Quella di Narváez, invece, non cela la fatica. Quella di Narváez è, per citare Fossati, un incubo a cui ci si affeziona. Scolpisce ogni muscolo delle gambe e ogni espressione del volto, mentre ritorna a casa. L’arrivo, l’unico luogo in cui, per qualche istante, comunque sia andata la giornata, ci si sente a casa. Ma qui siamo al Giro d’Italia e domani la strada torna a salire.
Foto: Poci’s Pix
Lo chiamavano Jaja
Il 31 maggio 1999 era un lunedì di nuvole e afa sul Giro d’Italia. Le persone parlavano del Giro, ma parlavano di altro. Il giorno prima, Marco Pantani, nonostante un salto di catena, aveva raggiunto e superato tutti i suoi avversari ed era andato a vincere una tappa indimenticabile ad Oropa. La Gazzetta dello Sport, aperta sul bancone di qualunque bar di paese, raccontava di questo e le voci della gente facevano eco. Il Giro, intanto, ad Biella, puntava verso Lumezzane, con una tappa di oltre duecentotrenta chilometri. La tappa sembrava disegnata apposta per un corridore che avrebbe potuto approfittare dello strappo finale e dell’ultimo chilometro in leggera salita per lanciarsi in una vittoria “à la Jalabert”. Laurent Jalabert era campione nazionale di Francia ed in quel Giro era partito con l’idea di vincere una tappa ed indossare almeno per un giorno la maglia rosa. Ci era già riuscito: di tappe ne aveva vinte due, a Vibo Valentia, di stile, ed ad Ancona, a cronometro, sua specialità. La maglia rosa l’aveva conquistata e l’aveva difesa con orgoglio e umiltà. Il giorno in cui la perse, quello del Colle Fauniera della spericolata discesa di Paolo Savoldelli, si fece sfilare in fondo al gruppo di ritardatari con cui arrivò al traguardo. Salutò così la maglia di leader. Ed anche il giorno prima, verso il Santuario di Oropa, era rimasto l’ultimo a resistere all’assalto del Pirata. Due corridori e due passi, due pedalate, due anime ciclistiche e umane piene di fatica, eppure diverse. Pantani lo aveva affiancato e superato, lasciato sul posto, con apparente facilità, mentre il Diavolo sventolava il tridente. Laurent Jalabert era stato secondo, se l’era sudata. Il primo degli umani, non fosse che Marco Pantani era il più umano di tutti anche nel modo di vincere e soffrire, patire la sfortuna. A Lumezzane era un altro capitolo.

La Mercatone Uno tirava il gruppo. Paolo Bettini e Gabriele Missaglia mantenevano ancora una quindicina di secondi sul plotone. Pochi. Un allungo del Falco Savoldelli ne azzerò le possibilità di vittoria dopo chilometri di fuga. La maglia tricolore, quello francese, di Jalabert era in agguato, sarebbe spuntata da lì a poco, riportandosi su quella rossa della Saeco e sorvegliando le prime posizioni del gruppo ormai sgranato. Marco Pantani, d’istinto, lo marcava stretto. Vano l’allungo di Gilberto Simoni. Ancora Jalabert mentre sotto le ruote iniziano a scorrere i nomi degli sponsor che precedono la fettuccia bianca del fine tappa. Testa a testa tra il campione nazionale francese e Marco Pantani, in maglia rosa e senza bandana. Mentre, a casa, qualcuno si alza dal divano con il telecomando in mano per questo brivido inaspettato. Lo chiamavano Jaja e Jaja ce l’aveva fatta ancora una volta. Primo Laurent Jalabert, secondo Marco Pantani, terzo Gilberto Simoni. Ha corso fino al 2002, Jalabert, dopo gli anni con la O.N.C.E Deutsche Bank, quella maglia giallo nera che l’ha caratterizzato e a cui ancora oggi lo si associa nella memoria, è passato alla CSC Tiscali. Ha vinto diciotto tappe alla Vuelta, corsa che ha conquistato nel 1995, quattro al Tour de France, dove ha vinto anche la maglia a pois, ancora tappe e ancora classiche, San Sebastian, Milano-Sanremo, Freccia Vallone, Il Lombardia, ma anche brevi corse a tappe, Parigi-Nizza e Romandia. Lo chiamavano Jaja, in bicicletta aveva una classe rara ed ha vinto tanto ed esplorato ogni angolo del suo talento. Lo chiamavano Jaja ed a Lumezzane, tra il cielo grigio e l’afa, si parlava di lui e di una volata assurda con il Pirata di Cesenatico.
Vingegaard va per la sua strada
Un capriolo fugge verso l’altra estremità del Blockhaus, quando sente i primi corridori arrivare. Campo e controcampo. Chi parla e chi ascolta, in mezzo a questa strana “casa di pietra”, primo vero arrivo in salita del Giro d’Italia 2026. Negli anni, alcuni ciclisti stranieri hanno spiegato che, dal nome, si sarebbero aspettati una montagna simile ai confini con l’Austria, invece è in Abruzzo, che nulla c’entra. Non fa parte delle Alpi, non delle Dolomiti, se ne sta solo, tra altre montagne che lo circondano, come un luogo perduto eppure sempre ad un passo dal ritrovarsi. La storia parla di un comandante austriaco che fece costruire qui un piccolo forte al fine di stanare contrabbandieri e briganti che giravano da queste parti nel XIX secolo. L’intuizione dei corridori, alla fine, aveva qualche cosa di giusto, perché l’Austria c’entra. Ai nostri giorni, però, restano solo le pietre e qualche rovina.
In Francia lo si paragona al Mont Ventoux, di cui non ha il bianco, ma tutto il vento che c’è lassù. Del Ventoux ha gli spazi aperti, con la vegetazione che muta. Ha questa strada lunga ed esposta, il Blockhaus: se fa caldo, il sole brucia, causa colpi di calore, se piove o fa freddo, l’acqua intirizzisce. Se c’è vento, e spesso c’è vento, la sua mano prende a schiaffi, senza sosta, se non per brevi tratti. Ad una settimana dal suo inizio, alla settima tappa, il Giro d’Italia segna il primo verdetto in questo posto che Geraint Thomas ha definito strategico, anche per il panorama visibile dalla vetta. Ma le strategie dei ciclisti non si fanno guardando gli altri da lontano, da un forte, si fanno spalla a spalla, ruota a ruota, fatica a fatica, imprecazione ad imprecazione. Ed è tutto diverso perché non c’è distanza che protegga. Solo distanza che segna secondi, minuti, sconfitte.

Campo. Jonas Vingegaard mette la sua squadra in testa. Piganzoli e Kuss lo guidano. Anche Giulio Pellizzari mette la sua squadra davanti. Il campo, in termini cinematografici, è l’inquadratura che mostra chi parla o ascolta. Ad esso si contrappone il controcampo, ovvero l’interlocutore. Vingegaard e Pellizzari sono sullo stesso piano in quel momento. Il loro controcampo, consentiteci qualche forzatura ai fini del racconto, sono i gregari. I gregari sono sempre il controcampo dei capitani. Sono coloro che conoscono l’altro piano, quello non immediatamente visibile, quello su cui la macchina da presa andrà tra poco. I gregari, spesso, conoscono le inquadrature che nel film non si vedranno mai. Verranno tagliate dal regista, nel cinema, verranno tagliate dalle gambe o dalla testa, nel ciclismo. Attacca Jonas Vingegaard. Parte forte, come sempre. Il controcampo è Pellizzari che, in pochi istanti, decide di seguirlo. Mancano esattamente 5,5 chilometri al traguardo. Campo: Vingegaard fa Vingegaard e segue i piani preannunciati. Controcampo: Pellizzari sa che potrebbe farsi male, ma è fiducioso di riuscire a tenerlo. Così insiste a ruota. Uno, due, tre scatti. Perde un metro Pellizzari, ne perde dieci, venti, trenta. La distanza del ciclismo, quella di chi ti scatta in faccia o di chi continua una progressione che sfianca. Lo si vede fin troppo bene, non servono punti di osservazione privilegiati. Lo si vede mentre se ne va. Felix Gall lo raggiunge e lo supera a doppia velocità. Jonas Vingegaard se ne frega. Va. Pellizzari non è più il controcampo di Vingegaard. Diventa il controcampo di chiunque ha scelto di non forzare la risposta al danese e adesso trae giovamento da quella scelta. Al traguardo ammetterà di aver sbagliato a reagire così d’istinto, ma non farà più lo stesso errore. Bravo è Pellizzari che limita i danni, perde poco più di un minuto dal ragazzo in giallo, giunge al traguardo con Jai Hindley e Ben O’Connor. In quel continuo controcampo non è naufragato e non era scontato, perché il controcampo può davvero essere la parte più difficile. Visto che, in fondo, come ha detto qualcuno, tutti ragioniamo per campi, considerando la nostra prospettiva d’azione, e spesso ci sfuggono i controcampi ovvero come gli altri reagiscono alle nostre azioni. Pellizzari, da quel controcampo, è arrivato al traguardo con la lezione in mente.
Jonas Vingegaard ha vinto, ha dimezzato il ritardo dalla maglia rosa di Eulálio ed ha fatto tutto quel che aveva detto che avrebbe fatto. Tuttavia non serviva neppure ascoltarlo da lui perché si sa bene il motivo per cui è qui. L’ha fatto a modo suo, come chiunque altro, che vinca o che perda. In un campo che non è mai sembrato in discussione. Sulla linea d’arrivo, ben prima di alzare un braccio al cielo, ha chinato il volto verso il manubrio ed ha baciato una foto della famiglia. Ha salutato le persone, il loro calore, le loro parole, è partito ed ha appiccicato quella foto al manubrio della bicicletta che, facendo di mestiere il ciclista, vede per ore ed ore ogni giorno e porta ovunque. Ha vinto la sua prima tappa al Giro ed ha subito guardato lì. È sceso di sella, ha iniziato a coprirsi, ad asciugarsi il sudore, a bere per reintegrare sali minerali, ha preso un telefono ed ha chiamato a casa: «Sì, ho vinto». Ha detto così. Il controcampo non si vede, questa volta, perché le chiamate telefoniche hanno solo voci. Ma è un dettaglio. Pure una vittoria al Giro lo è, di fronte a tanto altro, più importante. In un mondo che si illude di rendere tutto prioritario, centrale, irrinunciabile, Vingegaard va per la sua strada. E comunque sì, ha vinto al Blockhaus.
Felicità raggiunta
Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Ma Eugenio Montale non discuteva di ciclismo. Si corre per te in equilibrio precario, traduciamo noi, mentre ascoltiamo Davide Ballerini parlare e lo rivediamo nell’ultimo sforzo davanti a Jasper Stuyven: sotto le ruote le pietre, alle spalle, laggiù, in basso, il mare e le onde che scompaiono e si fanno solo azzurro indistinto, ai margini del cielo grigio. A Napoli, dopo aver vinto la sesta tappa del Giro d’Italia, quella stessa felicità gli fa dire frasi in prosa che, tuttavia, hanno dentro qualcosa della poesia. «Inizio ad avere i miei anni», ad esempio. Ne ha trentuno, Ballerini, lui che è nato a Cantù, il 21 settembre del 1994. E da questa prospettiva, il mare potrebbe essere quello di settembre, quando si va via, quando si torna a casa e ci si volta dal finestrino della macchina a guardarlo un’ultima volta. Adesso però si può essere felici.
Ha trentuno anni, Ballerini, e del ciclismo ha provato le delusioni e quelle le prova qualunque ciclista in fondo, ma ognuno fa i conti con la propria quotidianità, bella o brutta: gli infortuni, quelli passeggeri e quelli che restano, magari un problema al ginocchio che non se ne va e che condiziona mesi e mesi di lavoro. Cercava qualcosa Ballerini e pure questo lo fanno tutti i ciclisti. E non solo i ciclisti. Corrono per questo sul filo di lama. Corrono per centoquaranta chilometri, spesso molti di più, per un solo momento, atteso da loro e da chiunque guardi, poi, pochi metri prima di quell’unico istante, si mette a piovere, il pavè ed il basolato si bagnano, diventano scivolosi. Qualcuno scivola, qualcuno cade, qualcuno si mantiene in equilibrio ma perde l’attimo e un’altra giornata va via così, inutile. Qualcuno, Davide Ballerini, nello specifico, resta in piedi, con un atto di maestria, gira la curva, e mena, come si dice in gergo ciclistico, fino al traguardo. Avrebbe dovuto aprire la strada a Matteo Malucelli che, invece, è finito a terra. Nemmeno il tempo di controllare che tutto fosse a posto ed ha premuto sulla radio, gridando: «Vai, Davide, vai». Dietro di lui c’è Stuyven e sembra impossibile riesca ad uscire, infatti non esce. Resta lì, secondo. Gli anni che passano hanno la forma dell’urgenza delle cose che sapremo di non poter più fare. E un ciclista scopre questa sensazione molto prima di qualunque altro lavoratore. Felicità raggiunta.
«Quando meno te lo aspetti, arriva», potrebbe essere il secondo verso, Anche questa è una diretta conseguenza degli anni che passano e che passano in gruppo. Ha inseguito tanto Ballerini. Almeno tre anni per una vittoria. Ma ha inseguito sempre, come sempre inseguono i ciclisti che passano e non guardano, non possono guardare. Qualcuno offre una birra, qualcuno una bottiglia di vino, magari si sorride, però, mentre chiunque guardi vede il Giro d’Italia, chiunque corre non vede quasi nulla. La ruota che precede, il dorsale lì davanti e poco più. Chi è in fondo al gruppo ha l’intero plotone a coprire la visuale, chi è in testa avrebbe tutto lo spazio da vedere, invece, osserva solo la linea di mezzeria e il poco asfalto a portata di pedalata. Alla fine, per Ballerini, la vittoria è arrivata, il due maggio, ad Antalya, al Tour of Turkey. Che non è il Giro d’Italia, ci mancherebbe, ma può riordinare tante cose una vittoria, ché la ricerca di un ciclista non può essere infinita e senza sosta, perché non è epica, seppure la richiami, ma vita di tutti i giorni. Magari c’è anche quel successo, nel successo di Napoli. Nel fatto che Ballerini non tiri i freni. Sicuramente c’è anche quel successo in Ballerini, che si picchia il casco e quasi piange. Di sicuro grida.
La felicità che si manifesta senza programmazione può anche essere un urlo. I nidi sotto i cornicioni che pigolano, quelli di Montale. Sì, felicità raggiunta. Non lontano da qui, intanto, ci sono immagini di Diego Armando Maradona, magliette del Napoli e bambini con un pallone in mano. A Napoli è così. Qualche pallone fugge via, oltre i cancelli delle case. Pure quella è una felicità precaria, che si disperde in un calcio, in un volo. E «nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case».
Anche fragili e pallidi e sottili
Tra Praia Mare e Potenza, piove sul Giro d’Italia. E, quando piove sul gruppo, l’acqua non arriva solo dall’alto, da un cielo plumbeo che fa buio già a mezzogiorno. Quando piove, e piove così forte, sui ciclisti, l’acqua arriva da ogni parte. Cade a secchi e gocce grosse come biglie dalle nuvole, scivola a fiumi sulla strada e da lì viene sollevata dalle ruote delle biciclette, rimbalzando e sbattendo sulle gambe, più o meno in alto a seconda della quantità d’acqua e della velocità delle biciclette. Cade a secchi e gocce grosse come biglie e rimbalza sul casco, sbatte sulle spalle e sulle braccia. Fa male. Finisce sulle gambe. Fa male. Penetra nella maglia, nei pantaloncini, nelle calze. Si infila nelle mantelline. Va nel collo, nella schiena. Inzuppa i guanti. I ciclisti, esseri che, per antonomasia, cercano la leggerezza si ritrovano addosso il tormento di Sisifo. Non rotolano un macigno, ma se lo beccano, in tutto il corpo, come la peggiore delle punizioni. Allora, appena possibile, fanno di tutto per buttare via l’acqua che i vestiti hanno trattenuto. Abbiamo visto qualcuno scrollare le braccia e rilanciarle verso l’alto, altri prendere a sberle i pantaloncini e le magliette. Ma di acqua ce n’è troppa. I guanti, oggi, si strizzano semplicemente stringendo le mani a pugno. Paiono appena usciti da una lavatrice senza centrifuga. Piove sul Giro d’Italia e fa freddo. Avevamo già visto, e più volte, i brividi dei corridori dopo giornate infernali simili, al traguardo. Oggi li abbiamo visti in corsa. In Giulio Ciccone ed in Felix Gall. Avevamo già visto ciclisti prendersi a manate, addirittura pungersi con degli spilli. Oggi li abbiamo visti prendersi a pizzicotti le guance. Parliamo di Victor Campenaerts. Piove, fa freddo ed il gruppo, nella quinta tappa del Giro, deve salire e scendere. Non la sceneggiatura migliore.
Serve tempo perché la fuga vada via. Ce la fa proprio quando la pioggia intensifica la sua intensità e tutti, o quasi, dicono che è una giornata da fuga. Sono in tredici. Resteranno in due. Igor Arrieta è il primo ad andare in fuga dalla fuga, proprio mentre si disfa della mantellina, in un momento in cui lo sforzo deve crescere. Afonso Eulalio lo raggiungerà diversi chilometri più avanti. Sale agile Eulalio. Pedalata densa. Via anche le borracce perché pesano e perché di acqua ce n’è già troppa ovunque. Si sale verso la Montagna Grande di Viggiano. A tratti sembra un luogo mistico. A tratti semplicemente un luogo troppo buio, visibilità quasi azzerata, nebbioso, freddo, piovoso per una primavera avanzata. Da questi boschi potrebbero uscire racconti inquietanti attorno ad un fuoco, più che una tappa del Giro. Afonso Eulalio, si capisce ad un certo punto, a fine tappa vestirà la maglia rosa perché il gruppo è troppo lontano per rientrare o, comunque, per ridimensionare lo svantaggio. Igor Arrieta, invece, penserà a tentare di ottenere il successo di tappa. Insieme hanno la fuga ed insieme hanno le speranze. Almeno fino ad un certo punto. Igor Arrieta cade malamente: c’è un tornante, sbaglia la traiettoria, finisce dall’altra parte, addosso ad una ringhiera. Eulalio va. Ha solo la fuga, ha solo le speranze. Belle speranze, mentre si avvicina l’aria di sera. Ma l’asfalto è ancora bagnato, la strada è scivolosa. Cade pure lui. Fatica anche a reggersi in piedi, per qualche istante direziona pure la bicicletta nel verso sbagliato. Il meccanico lo aiuta. Segni di una giornata che non tocca solo il corpo. C’è stanchezza. Anche mentale. Igor Arrieta ritorna sotto e lo raggiunge.
I segni della scivolata li ha sui pantaloncini, strappati. Li ha sulle braccia, escoriate. Soprattutto li ha dentro. Non piega la bici. A tratti trema. Sembra scivolare nuovamente. Vigile, più che vigile, spaventato. I mostri non escono solo da un bosco fitto di alberi e trafitto dalla nebbia. Escono anche dal dolore passato e se spunta un raggio di sole non fa nulla. Anzi, li illumina maggiormente. Diventano più grandi. Il problema è quel che è successo, non quel che sta succedendo. Il pericolo non imminente all’esterno. Il pericolo è costante all’interno. Arrieta sbaglia traiettoria, si infila in una strada delimitata da una fettuccina a segnalare il divieto. Eulalio è di nuovo solo. «La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse- scrive Calvino in Palomar. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare: chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile». C’è tutto tranne che l’azzurro a Potenza e la luce solare è fioca come non mai. Però nella stessa condizione della luna di Calvino c’è Igor Arrieta. Pare sbiadito, come la luna del pomeriggio. Un ciclista dentro cui è calata la notte. Allora ritorna Arrieta, va a riprendere Eulalio, lo affianca, lo supera, vince. Ha i brividi. Parlerà in conferenza stampa con le labbra ancora tremanti dal freddo e, forse, anche da quella paura. Perché no, la paura non se ne va con una vittoria. Non è la storia di uno strano chiodo scaccia chiodo attraverso cui ciò che di bello arriva scaccia ciò che di brutto c’è stato. I ciclisti sono esseri umani e gli esseri umani non sono così. Sono anche “fragili e pallidi e sottili”. Eppure Igor Arrieta.
Poteva essere uno di quei ragazzini
Quando il Giro d’Italia incontra le città, tutto ciò che c’è nei paesi e nelle vie, dai tavolini, ai muri, persino ai parchi o agli oratori, diventa casa di ciascun corridore, mentre aspetta la partenza o poco dopo l’arrivo. C’era un muretto, abbastanza rustico, stamani, a Catanzaro e c’erano alcuni corridori lì seduti, a chiacchierare, come chiunque potrebbe fare in un martedì mattina di sole e vento. Ma se lo fanno i professionisti è diverso. Come se, poi, non fossero ragazzi e bastasse quell’etichetta per farli uscire dall’orbita delle cose semplici e normali. Alcuni ciclisti erano sulle loro bici, con il piede a terra, magari a controllare gli ultimi dettagli, a guardare quella cartina plastificata che ancora adesso, nel futuro, tengono sul manubrio. Sono arrivati dei ragazzini, dieci anni, forse poco più o poco meno. Pelle già colorita, dai primi giochi primaverili all’aperto, ma felpa e cappuccio perché fa ancora fresco. Erano in bicicletta anche loro, si sono fermati a parlare, per alcuni minuti. Sicuramente di ciclismo. Ragazzi adulti, uomini, professionisti, con la barba e ragazzi giovani, sognanti, con le guance e le gote arrossate.
Abbiamo pensato che tornare a casa, in fondo, dev’essere questa cosa qui ed il Giro d’Italia, oggi, è tornato a casa. Abbiamo pensato anche a molto altro. Per esempio al fatto che quasi nessuno dei professionisti del gruppo, quando aveva l’età di quei ragazzini, avrebbe creduto a un centesimo di ciò che sta vivendo, se glielo avessero detto. Lo speravano, lo inseguivano, ma non potevano crederci davvero. Lo sappiamo perché siamo stati tutti ragazzi e i nostri desideri più grandi li abbiamo sempre messi in dubbio. Li sognavamo e, tuttavia, magari anche sulla scia di qualche adulto, ci dicevamo: «Ma figurati se succede proprio a me». Nell’adolescenza soprattutto. Anche ai ciclisti capita, pure se paiono tanto sicuri, tanto decisi, quasi con il mondo il pugno. Talvolta sull’orlo di un precipizio, ma sempre con il mondo in pugno. Non lo sapevamo ma stavamo pensando a Giulio Ciccone e a tutti quelli come lui.
Il Giro ritorna a casa e si mette al lavoro, negli orizzonti che conosce, negli anfratti che esplora. La sua festa è sempre la sua festa. Non è più bella solo perché è in Italia. Anche basta con questa retorica. Ma sicuramente è caratteristica, particolare, con un sapore, un colore, un profumo che le appartiene. Del resto ogni casa sa di qualcosa di diverso a seconda di chi la vive. Lavorano le fughe, che combattono con il coltello tra i denti per andare via. Lavorano le gambe sulla salita di Cozzo Tunno che ha un nome affilato e marinaresco e, forse, non è nulla di che, ma come viene affrontata fa la differenza. Fa la fatica e la selezione. Anche Bernal si trova ad inseguire e rientra. Se ne parlerà altrove, ma, giusto qualche settimana fa, in Trentino, abbiamo letto un cartello: «Comunque vada, Eganito». Lo teneva un ragazzo di vent’anni, a dir tanto. Pure questo ha a che vedere con quei ragazzi di stamani. Con quell’innamoramento dei mestieri, delle professioni e degli sportivi di quando si è giovani, giovani. Se dei dubbi restavano, no, non saranno i velocisti a giocarsi l’arrivo di Cosenza.
Giulio Ciccone è lì e pensa. Pensa che da bambino lui voleva la maglia rosa. Forse voleva quella maglia ancor prima di voler diventare corridore. E non gli interessava nulla del resto. Avrebbe potuto conquistarla e perderla il giorno successivo. Anche l’ora seguente, fosse stato possibile. Sarebbe stato solo felice di averla conquistata. Pensa che a questo Giro è venuto per le tappe, non per la classifica eppure, sotto Natale, quella maglia gli è tornata in mente. Natale, già. Pensa che l’anno scorso è andato a casa dopo una caduta nella tappa di Nova Gorica, mentre era in classifica. Al traguardo faceva fatica a camminare, figuriamoci a correre. Era il giorno in cui il Giro passava dalla terra di Bruno Pizzul. Due mesi e mezzo dopo, al rientro, avrebbe vinto a San Sebastian. Tutto molto bello, avrebbe potuto dirlo quel giorno, Pizzul. Il maestro, Pizzul. O, forse, oggi. Anzi, sicuramente oggi. Sì, perché Ciccone lancia la volata, insieme ad Orluis Aular e Jhonatan Narváez. Lo supereranno entrambi, sarà terzo, dietro a Narváez e Aular, nell’ordine. Ma non importa. Gli abbuoni gli varranno la sua prima maglia rosa, dopo la gialla di sette anni fa al Tour de France. Non è cambiato poi così tanto nemmeno Ciccone. Bacia quella maglia sul podio e alle interviste dice che può tenerla in camera pure solo una notte, gli basta. Per lui e per tutte le lontananze che il suo lavoro porta. Giulio Ciccone avrebbe potuto essere uno dei ciclisti su quel muretto stamani. Oppure, e questo è anche più importante, avrebbe potuto essere uno di quei ragazzini, felici a parlare.
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Stephen Roche: non solo Sappada
In pochi parlano di Johan Van der Velde, anche se tutti e spesso raccontano della giornata che, probabilmente, per l’olandese è stata la più bella della vita. Waldemaro Bartolozzi lo aveva detto quel giorno, il 6 giugno del 1987: «Ho un corridore che ha vinto una tappa storica però nessuno ne parlerà, tutti lo evitano. Vanno tutti da quelli della Carrera». Ed era vero. A Sappada non si parlava d’altro che di Stephen Roche e Roberto Visentini. Il “tradimento di Sappada” era già stato perpetrato. Johan Van der Velde aveva vinto la tappa ma sembrava non importare a nessuno. Solo qualche anno fa, in un’intervista, Roche ha dichiarato che con Visentini non si è più rivolto la parola, ma gli sembra impossibile che tutto finisca così, allora, probabilmente, un giorno lo inviterà a bere un bicchiere di vino e a fare un giro, in automobile questa volta. Non sappiamo se sia successo e, se fosse, è veramente la prova che solo gli anni curano certe amarezze e certi dolori. In quella quindicesima tappa, Roche era entrato nella fuga di giornata, Visentini, suo compagno di squadra alla Carrera Jeans, era in maglia rosa e, nella prova contro il tempo a San Marino, qualche giorno prima, aveva reso evidente a tutti di che pasta fosse fatto, ponendo una seria ipoteca sul Giro. Boifava, suo direttore sportivo, chiese a Roche di fermarsi. L’irlandese non lo ascoltò: «La mia squadra mi sta inseguendo, non è normale. Un anno fa, grazie a me, Visentini ha vinto il Giro d’Italia. Perché adesso non può accadere il contrario?». Visentini cercherà di inseguire, ma sarà tutto vano. Stephen Roche vincerà il suo Giro, Roberto Visentini si ritirerà e da quel momento non sarà più lo stesso.
E anche se tutti parlano di Sappada, una condanna non solo per Van der Velde e per Visentini, ma pure per lo stesso Roche, l’irlandese è stato molto più di questo. Anche in quel Giro. Il 22 maggio, ad esempio, si era imposto d’autorità nella cronometro che dal Poggio di Sanremo conduceva a Sanremo. In discesa? Sì, in discesa. In quel Giro d’Italia è stato maglia rosa per diciotto giorni. Meno di un mese dopo, è partito per il Tour de France, un Tour con tanti possibili vincitori senza l’ingombrante figura di Bernard Hinault, che ne aveva vinti cinque e si era ritirato l’anno precedente. Tra i tanti contendenti è spuntato ancora una volta lui, Stephen Roche. A settembre, a Villach, in Austria, erano in programma i Campionati del Mondo. L’ordine di arrivo recita così: primo Stephen Roche, secondo Moreno Argentin, terzo Juan Fernández. Sì, aveva anche conquistato la maglia iridata. In squadra c’era Sean Kelly, suo capitano, che però non riuscì ad essere nel centro dell’azione proprio nel momento decisivo. Roche ci riuscì. Impresa di raro pregio, in un’annata che sicuramente non si scorderà mai. Quasi quarant’anni fa. Dicono che in gruppo abbia sempre avuto molti amici, che tutti gli abbiano sempre voluto bene e, forse, quel giorno, verso Sappada, ce l’ha fatta anche grazie a loro, ad alleanze fuori dalla squadra, ormai spaccata. Sarà per la sua simpatia, per il suo umorismo, caratteristiche indubbie. Come la testardaggine, sennò non si diventa Stephen Roche. Sennò non ci si prende un anno come fece lui nel 1987. Tanto, tantissimo. Eppure Stephen Roche non è solo questo. Bisogna dire così, per dire tutto.
Il sottofondo del Giro
Di giornate così ne capitano in ogni Giro ed in ogni maggio. La televisione resta in sottofondo, è una voce che accompagna ma non richiede attenzione costante. Questa volta è domenica, spesso, però, succede il lunedì, ad inizio settimana, quando, dopo la felicità della partenza, inizia la routine della corsa e se la tappa è piatta, totalmente o quasi, non accade praticamente nulla. Sino alla fine. In giornate così, la storia è sempre la stessa, in fondo. Ci si potrebbe annoiare come in un qualunque altro pomeriggio di inizio primavera, soprattutto se piove. Però c’è il Giro e quando c’è il Giro pure la noia cambia forma. Ci si muove per casa, si sbrigano le proprie faccende, e ogni tanto si bUtta un occhio. Qualche secondo a vedere il paesaggio, a imparare qualcosa, almeno così dicono i nostri vecchi, e poi si ritorna al dovere. Anche chi segue il Giro in radio, perché è in viaggio, magari su un camion, per lavoro, può permettersi di naufragare nei pensieri e poi tornare a quelle biciclette ed a quei ciclisti. E, forse, pure chi legge può scavalcare qualche riga e correre verso il finale per comprendere cos’è accaduto.
Si vedono bende e cerotti in gruppo, residui della crudeltà della tappa di ieri. Sole e pioggia batteranno su di loro per qualche giorno. Si vedono, o, magari, si sentono, i soliti ciclisti andare all’avventura e si possono anche indovinare perché sono più o meno sempre gli stessi: Diego Pablo Sevilla, in maglia azzurra, è oggi accompagnato da Alessandro Tonelli nella ricerca di qualche punto in più per portare la maglia in Italia, dove il Giro, stasera, tornerà a casa. Insieme a loro c’è Manuele Tarozzi. Con Sevilla era già stato in fuga verso Burgas. Alessandro Tonelli, invece, lo conosce meglio e per un’altra storia: quella della fuga del 31 gennaio 2024, alla Volta a la Comunitat Valenciana. Erano compagni di squadra, come ieri Sevilla e Maestri, perché azzardare da soli richiama l’eroismo, ma azzardare in compagnia richiama il ciclismo degli uomini ed è pure meglio. Quella volta la fuga è arrivata ed ha vinto Tonelli. Non importa, era per dire che poi questi artigiani dell’impossibile si ritrovano sempre e potrebbero parlare per ore, invece, per ore, corrono. Si vedono canestri inventati e corridori che fanno centro con le borracce. Qualunque contenitore sulle strade del Giro viene buono per quello. Su e giù dalla bicicletta, perché l’acqua è necessaria o perché un ricordo è necessario. Talvolta solo perché un aiuto è necessario. Anche i dorsali possono contenere le borracce. Victor Campenaerts lo sa e, da ciclista, sa anche che una borraccia pesa poco ma, in una giornata no, pure togliere quei grammi, aiuta. Arnaud De Lie proprio non va. La salita di giornata, nulla di che, per lui è quasi impossibile. Procede a zig zag, suda, va sempre più piano. Campenaerts, nelle retrovie del gruppo, lo affianca, gli prende la borraccia, la custodisce, senza allontanarsi troppo, per porgergliela quando ha sete. Un aiuto non richiesto e più che mai urgente, anche se piccolo. L’urgenza non chiede, l’urgenza c’è e si vede. Basta guardare e immedesimarsi.
Quegli artigiani dell’impossibile, intanto, a forza di andare, superano i cinque chilometri all’arrivo. Poi i quattro. I tre. I due. L’ultimo chilometro. Hanno una manciata di secondi, i volti paonazzi, compressi nelle più incomprensibili smorfie, i muscoli uniti da coltelli conficcati, e spingono, continuano a spingere. Artigiano è colui che lavora con le mani, con la manualità e l’invenzione. Colui che sperimenta, che sbaglia e paga di proprio conto. Ma il mondo è andato avanti anche così. Il ciclismo va avanti anche grazie alle fughe che non funzionano ma fanno palpitare, mentre il Giro, da sottofondo, diventa cuore della casa, della macchina, dell’ufficio, dell’azienda. Il gruppo torna e li supera senza alcuna pietà: è la volata che invade la via. Jonathan Milan sprigiona ogni watt che ha in potenza. Pare farcela, con uno sprint lunghissimo. Invece no, anche oggi c’è Paul Magnier, che lo segue, lo affianca, lo supera e taglia per primo la fettuccia bianca dell’arrivo. Primo Magnier, secondo Milan che non si fa abbattere da queste cose, spiega ai microfoni, e rilancia. La carovana si scioglie per qualche istante, verso l’aeroporto, verso aerei differenti. Ma il volo è la sua costante questa sera, questa notte. Un volo verso il sud Italia che non aspetta altro. Martedì si ritorna. Domani qualcuno sarà felice, qualcuno triste, qualcuno si annoierà. Non lo sappiamo. Di certo, domani, non ci sarà il sottofondo del Giro. Che non fa nulla o forse sì.
Urs Freuler, il ciclista coi baffi
Alcuni corridori escono dal tempo. Si tratta spesso di campioni che hanno messo su strada imprese, attacchi, fughe, vittorie che non parevano possibili e che li hanno consegnati alla leggenda, insieme magari a montagne storiche, a condizioni atmosferiche che sembravano una vendetta degli dei dell’Olimpo, quelli sin troppo umani, invidiosi secondo l’epica, e quindi vendicativi nei confronti degli esseri umani che peccavano di tracotanza. Questi campioni possono avere vinto più o meno, perché solo i numeri non travalicano così la barriera del tempo, sono i modi a saperlo fare. Spesso, però, oltre al talento, oltre alla forza o alla velocità hanno alcune caratteristiche fisiche particolari, strane, intendendo questo termine nel miglior senso della parola, non in generale, ma per un ciclista. Atleti molto molto alti, piuttosto che di statura davvero modesta, con la pelata, con il pizzetto, con la bandana, con dei grossi occhiali da vista, con una pedalata tutt’altro che bella o redditizia, o, magari, con dei folti, foltissimi baffi. I baffi di Urs Freuler, elvetico, nato a Bilten il 6 novembre del 1958, oggi sessantasettenne, fanno parte dell’immaginario di un certo ciclismo che ritorna ancora oggi quando si vede qualche corridore con baffi abbozzati. In barba all’aerodinamica, forse. In barba nel verso senso della parola perché negli ultimi anni barba, baffi e pizzetti sono stati sdoganati. Urs Freuler di questi problemi non ne aveva. Le sue caratteristiche principali erano la potenza, già il nome ed il cognome evocano qualcosa che spazza via i rivali, e la velocità. Non a caso ha dominato il mondo della pista e della volata. Volate cattive come quelle degli anni ottanta e dell’inizio degli anni novanta. I duelli rusticani, per citare Adriano De Zan.
In poco più di dieci anni di carriera, dal 1982 al 1987, in particolare, con la maglia bianca e azzurra dell’Atala, a proposito di immaginario storico del ciclismo, ha conquistato quindici tappe al Giro d’Italia, dove ha vinto anche la maglia ciclamino nel 1984, una al Tour de France, a Bordeaux, nel 1981, battendo Freddy Maertens e Eddy Planckaert, nove al Tour de Suisse e cinque al Tour de Romandie, tra le altre. Pare che, durante la carriera di ciclista, quando era ancora dilettante, svolgesse pure un lavoro in proprio presso un’officina meccanica, storia non nuova per molti ciclisti, soprattutto di qualche anno. E un poco ce lo vediamo a trafficare con arnesi e biciclette, prima di montare in sella e far vedere a tutti di cos’era capace. La sua carriera, in realtà, iniziò su pista e proprio nei velodromi mise i primi tasselli di una storia di raro valore: dieci titoli mondiali, otto nella specialità della corsa a punti, due nel keirin, sei titoli europei e ben ventuno Sei Giorni. Fu Peter Post a volere il suo passaggio su strada, Franco Cribiori a portarlo all’Atala, lui solo a conquistare oltre settanta vittorie nei suoi anni di professionista. Volate ma anche brevi cronometro erano terreno di dominio con il suo fisico. Su pista aveva iniziato e su pista ha concluso, alla soglia dei quarant’anni. Cambiato ma nemmeno molto. Del resto, Urs Freuler non è così diverso nemmeno oggi. Quei baffi non se li taglia, sono imbiancati dal tempo ma restano la sua firma, il suo tratto distintivo. Ancora sfogliati dal vento della velocità con cui giocava in bicicletta.
Il ragazzo venuto da lontano
Alla fine, a Veliko Tarnovo, ha vinto un ragazzo che viene da lontano e che, ora in Bulgaria, poi in Italia, avrà il padre, il fratello, la famiglia, al Giro d’Italia, in mezzo alla carovana. Si chiama Guillermo Thomas Silva e la sua casa è in Uruguay. Aveva già fatto buoni risultati, però oggi è un’altra storia. Aveva già fatto buoni risultati e se ne parlava da tanto nonostante la sua giovane età, lui che è nato il penultimo giorno di dicembre del 2001, penultimo giorno dell’anno, e non ha ancora venticinque anni. Essere giovani non è un impedimento per segnare primati, per stupire, anche se, ogni tanto, la società spinge a crederlo, anzi, beati i giovani perché, inconsciamente, svolgono questa funzione, ovunque capitino. Nel ciclismo di oggi, a ventiquattro anni non si è poi così giovani però vent’anni è giovinezza e basta. Nemmeno venire da lontano è un ostacolo, pure se siamo abituati a pensare così la lontananza. Oppure è uno di quegli ostacoli superabili, aggiungendo una forma di dedizione che solo la lontananza, dalle persone, dai luoghi, dai traguardi, dai mestieri, sa far nascere e coltivare. Per questo Guillermo Thomas Silva è diventato il primo ciclista uruguayano a vestire la maglia rosa e per questo le persone che più gli vogliono bene sono partite con un biglietto di sola andata per venirlo a vedere svolgere il proprio lavoro. Pazienza se andare a trovare un ciclista, anche se di famiglia, significa vederlo per pochi minuti, parlarci per ancora meno. Si parte e si va. Si vola o si pedala. Questione di mezzo, non di amore che è sempre lo stesso.
Mirco Maestri l’Uruguay non l’ha nemmeno mai visto o almeno così pensiamo noi. Di certo, però anche lui è partito, come gli capita spesso. Gli uomini che vanno in fuga non sempre vengono da lontano ma spesso vanno lontano. Non perché arrivino al traguardo, tutt’altro, ma perché vanno via da soli o quasi e fanno chilometri e chilometri inseguendo il nulla, spesso senza la minima speranza di vittoria e nemmeno di piazzamento. Le fughe di Mirco Maestri sono questa cosa qui, senza senso, almeno apparentemente. Ed è una mancanza di senso che fa venir voglia di parlarne, abituati come siamo a cercare la logica in ogni dove. Questa volta no, perché quando, a Burgas, è scattato insieme a Diego Pablo Sevilla aveva un’idea ben chiara: scortarlo verso i Gran Premi della Montagna di questa seconda frazione per racimolare altri punti per la maglia blu. Forse si aspettavano altri avventurieri, questo è vero, però sono andati lo stesso. Mirco Maestri ha accompagnato, ha scortato, ha preso un biglietto di sola andata per smezzare solitudine di quei su e giù. Anche perché i ciclisti in corsa hanno un biglietto di sola andata. Perché non tornano alla partenza, comunque vada, e perché, comunque vada, il giorno del ritorno a casa dal Giro è sempre la migliore delle ipotesi. Poi c’è la strada. Stamani, a casa, ci è tornato Matteo Moschetti, dopo la caduta in cui era rimasto coinvolto all’arrivo di ieri. Il suo Giro d’Italia è durato un giorno. Ad una curva, a poco più di venti chilometri dal traguardo, accanto ad un guardrail, hanno rischiato di tornarci in molti e ancora adesso i danni si stanno contando.
Piove in Bulgaria. Piove e le strade diventano saponette. Più del solito? Non siamo in grado di dirlo ma di brutte cadute sotto l’acqua se ne sono sempre viste. Basta un corridore, uno solo, che scivola e la vicinanza fa sì che in molti lo seguano. Le immagini, dapprima, mostrano biciclette che volano e ragazzi che franano a terra. Si sentirebbero delle urla, delle grida, se ci fosse un audio: la reazione istintiva alla paura. Molti sono atleti dell’UAE Team Emirates-XRG. Mikkel Bjerg, davanti al gruppo in quel momento, si volta come sente il rumore e scuote la testa, tra l’amarezza e la preoccupazione. Restano biciclette rotte, restano maglie strappate, restano borracce schiacciate. I medici prestano le prime cure, prendono fra le mani il volto di qualche atleta che forse non si è nemmeno fatto così male ma è spaventato. in molti ripartono. Adam Yates è uno di questi. Ha il volto irriconoscibile, deve lavarsi le mani con dell’acqua per riuscire a riprendere il manubrio. Arriverà con oltre tredici minuti di ritardo e stasera deciderà cosa fare. La sua famiglia non è qui, solo l’anno scorso avrebbe avuto un fratello in gruppo, ma Simon si è ritirato. E poi di fronte a tutto questo ogni ciclista è solo. Nemmeno i gregari, che si affiancano a due o tre per aiutare a togliere la mantellina nel vento, possono fare qualcosa. Solo aspettare. Come le famiglie aspettano una telefonata, un messaggio. E quando partono, sui traguardi, dal grande schermo, cercano il numero dei figli, dei fratelli, sperando in bene.
Jonas Vingegaard attaccherà sulla salita su cui tutti si aspettavano un attacco. Lo seguiranno Giulio Pellizzari, bravissimo, e Lennert Van Eetvelt. In quei pochi chilometri che portano il terzetto verso il traguardo, si iniziano a fare calcoli, conteggi, tattiche, perché chi vince la tappa, dopo che Magnier ha ceduto al ritmo del gruppo, conquista anche la maglia rosa. Vingegaard è il più forte a questo Giro, il più atteso, ed ha già attaccato, ma questo Pellizzari è un gran bel vedere. Ci si fa la bocca buona però il ciclismo oltre a non avere biglietti di andata e di ritorno certi, non ha nemmeno trame sicure. Non valori che sommati danno un risultato sempre uguale. Il gruppo torna sotto, li riprende sul rettilineo d’arrivo, Scaroni fa un lavoro perfetto per Guillermo Thomas Silva e Silva, in una volata incerta, supera Florian Stork e Giulio Ciccone. Esulta Scaroni in una volata che vive da spettatore e da protagonista. Esulta Silva, felice ed incredulo. Tornando verso il bus potrà salutare quelli che lo amano e sono venuti da lontano per lui. Giulio Pellizzari fa una smorfia, poteva andare diversamente, sembrava andasse diversamente. Qui non si può prevedere nulla. A volte sembra una brutta notizia, a volte la migliore possibile.















