Un capriolo fugge verso l’altra estremità del Blockhaus, quando sente i primi corridori arrivare. Campo e controcampo. Chi parla e chi ascolta, in mezzo a questa strana “casa di pietra”, primo vero arrivo in salita del Giro d’Italia 2026. Negli anni, alcuni ciclisti stranieri hanno spiegato che, dal nome, si sarebbero aspettati una montagna simile ai confini con l’Austria, invece è in Abruzzo, che nulla c’entra. Non fa parte delle Alpi, non delle Dolomiti, se ne sta solo, tra altre montagne che lo circondano, come un luogo perduto eppure sempre ad un passo dal ritrovarsi. La storia parla di un comandante austriaco che fece costruire qui un piccolo forte al fine di stanare contrabbandieri e briganti che giravano da queste parti nel XIX secolo. L’intuizione dei corridori, alla fine, aveva qualche cosa di giusto, perché l’Austria c’entra. Ai nostri giorni, però, restano solo le pietre e qualche rovina.

In Francia lo si paragona al Mont Ventoux, di cui non ha il bianco, ma tutto il vento che c’è lassù. Del Ventoux ha gli spazi aperti, con la vegetazione che muta. Ha questa strada lunga ed esposta, il Blockhaus: se fa caldo, il sole brucia, causa colpi di calore, se piove o fa freddo, l’acqua intirizzisce. Se c’è vento, e spesso c’è vento, la sua mano prende a schiaffi, senza sosta, se non per brevi tratti. Ad una settimana dal suo inizio, alla settima tappa, il Giro d’Italia segna il primo verdetto in questo posto che Geraint Thomas ha definito strategico, anche per il panorama visibile dalla vetta. Ma le strategie dei ciclisti non si fanno guardando gli altri da lontano, da un forte, si fanno spalla a spalla, ruota a ruota, fatica a fatica, imprecazione ad imprecazione. Ed è tutto diverso perché non c’è distanza che protegga. Solo distanza che segna secondi, minuti, sconfitte.

Campo. Jonas Vingegaard mette la sua squadra in testa. Piganzoli e Kuss lo guidano. Anche Giulio Pellizzari mette la sua squadra davanti. Il campo, in termini cinematografici, è l’inquadratura che mostra chi parla o ascolta. Ad esso si contrappone il controcampo, ovvero l’interlocutore. Vingegaard e Pellizzari sono sullo stesso piano in quel momento. Il loro controcampo, consentiteci qualche forzatura ai fini del racconto, sono i gregari. I gregari sono sempre il controcampo dei capitani. Sono coloro che conoscono l’altro piano, quello non immediatamente visibile, quello su cui la macchina da presa andrà tra poco. I gregari, spesso, conoscono le inquadrature che nel film non si vedranno mai. Verranno tagliate dal regista, nel cinema, verranno tagliate dalle gambe o dalla testa, nel ciclismo. Attacca Jonas Vingegaard. Parte forte, come sempre. Il controcampo è Pellizzari che, in pochi istanti, decide di seguirlo. Mancano esattamente 5,5 chilometri al traguardo. Campo: Vingegaard fa Vingegaard e segue i piani preannunciati. Controcampo: Pellizzari sa che potrebbe farsi male, ma è fiducioso di riuscire a tenerlo. Così insiste a ruota. Uno, due, tre scatti. Perde un metro Pellizzari, ne perde dieci, venti, trenta. La distanza del ciclismo, quella di chi ti scatta in faccia o di chi continua una progressione che sfianca. Lo si vede fin troppo bene, non servono punti di osservazione privilegiati. Lo si vede mentre se ne va. Felix Gall lo raggiunge e lo supera a doppia velocità. Jonas Vingegaard se ne frega. Va. Pellizzari non è più il controcampo di Vingegaard. Diventa il controcampo di chiunque ha scelto di non forzare la risposta al danese e adesso trae giovamento da quella scelta. Al traguardo ammetterà di aver sbagliato a reagire così d’istinto, ma non farà più lo stesso errore. Bravo è Pellizzari che limita i danni, perde poco più di un minuto dal ragazzo in giallo, giunge al traguardo con Jai Hindley e Ben O’Connor. In quel continuo controcampo non è naufragato e non era scontato, perché il controcampo può davvero essere la parte più difficile. Visto che, in fondo, come ha detto qualcuno, tutti ragioniamo per campi, considerando la nostra prospettiva d’azione, e spesso ci sfuggono i controcampi ovvero come gli altri reagiscono alle nostre azioni. Pellizzari, da quel controcampo, è arrivato al traguardo con la lezione in mente.

Jonas Vingegaard ha vinto, ha dimezzato il ritardo dalla maglia rosa di Eulálio ed ha fatto tutto quel che aveva detto che avrebbe fatto. Tuttavia non serviva neppure ascoltarlo da lui perché si sa bene il motivo per cui è qui. L’ha fatto a modo suo, come chiunque altro, che vinca o che perda. In un campo che non è mai sembrato in discussione. Sulla linea d’arrivo, ben prima di alzare un braccio al cielo, ha chinato il volto verso il manubrio ed ha baciato una foto della famiglia. Ha salutato le persone, il loro calore, le loro parole, è partito ed ha appiccicato quella foto al manubrio della bicicletta che, facendo di mestiere il ciclista, vede per ore ed ore ogni giorno e porta ovunque. Ha vinto la sua prima tappa al Giro ed ha subito guardato lì. È sceso di sella, ha iniziato a coprirsi, ad asciugarsi il sudore, a bere per reintegrare sali minerali, ha preso un telefono ed ha chiamato a casa: «Sì, ho vinto». Ha detto così. Il controcampo non si vede, questa volta, perché le chiamate telefoniche hanno solo voci. Ma è un dettaglio. Pure una vittoria al Giro lo è, di fronte a tanto altro, più importante. In un mondo che si illude di rendere tutto prioritario, centrale, irrinunciabile, Vingegaard va per la sua strada. E comunque sì, ha vinto al Blockhaus.

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