Tra Praia Mare e Potenza, piove sul Giro d’Italia. E, quando piove sul gruppo, l’acqua non arriva solo dall’alto, da un cielo plumbeo che fa buio già a mezzogiorno. Quando piove, e piove così forte, sui ciclisti, l’acqua arriva da ogni parte. Cade a secchi e gocce grosse come biglie dalle nuvole, scivola a fiumi sulla strada e da lì viene sollevata dalle ruote delle biciclette, rimbalzando e sbattendo sulle gambe, più o meno in alto a seconda della quantità d’acqua e della velocità delle biciclette. Cade a secchi e gocce grosse come biglie e rimbalza sul casco, sbatte sulle spalle e sulle braccia. Fa male. Finisce sulle gambe. Fa male. Penetra nella maglia, nei pantaloncini, nelle calze. Si infila nelle mantelline. Va nel collo, nella schiena. Inzuppa i guanti. I ciclisti, esseri che, per antonomasia, cercano la leggerezza si ritrovano addosso il tormento di Sisifo. Non rotolano un macigno, ma se lo beccano, in tutto il corpo, come la peggiore delle punizioni. Allora, appena possibile, fanno di tutto per buttare via l’acqua che i vestiti hanno trattenuto. Abbiamo visto qualcuno scrollare le braccia e rilanciarle verso l’alto, altri prendere a sberle i pantaloncini e le magliette. Ma di acqua ce n’è troppa. I guanti, oggi, si strizzano semplicemente stringendo le mani a pugno. Paiono appena usciti da una lavatrice senza centrifuga. Piove sul Giro d’Italia e fa freddo. Avevamo già visto, e più volte, i brividi dei corridori dopo giornate infernali simili, al traguardo. Oggi li abbiamo visti in corsa. In Giulio Ciccone ed in Felix Gall. Avevamo già visto ciclisti prendersi a manate, addirittura pungersi con degli spilli. Oggi li abbiamo visti prendersi a pizzicotti le guance. Parliamo di Victor Campenaerts. Piove, fa freddo ed il gruppo, nella quinta tappa del Giro, deve salire e scendere. Non la sceneggiatura migliore.

 

 

Serve tempo perché la fuga vada via. Ce la fa proprio quando la pioggia intensifica la sua intensità e tutti, o quasi, dicono che è una giornata da fuga. Sono in tredici. Resteranno in due. Igor Arrieta è il primo ad andare in fuga dalla fuga, proprio mentre si disfa della mantellina, in un momento in cui lo sforzo deve crescere. Afonso Eulalio lo raggiungerà diversi chilometri più avanti. Sale agile Eulalio. Pedalata densa. Via anche le borracce perché pesano e perché di acqua ce n’è già troppa ovunque. Si sale verso la Montagna Grande di Viggiano. A tratti sembra un luogo mistico. A tratti semplicemente un luogo troppo buio, visibilità quasi azzerata, nebbioso, freddo, piovoso per una primavera avanzata. Da questi boschi potrebbero uscire racconti inquietanti attorno ad un fuoco, più che una tappa del Giro. Afonso Eulalio, si capisce ad un certo punto, a fine tappa vestirà la maglia rosa perché il gruppo è troppo lontano per rientrare o, comunque, per ridimensionare lo svantaggio. Igor Arrieta, invece, penserà a tentare di ottenere il successo di tappa. Insieme hanno la fuga ed insieme hanno le speranze. Almeno fino ad un certo punto. Igor Arrieta cade malamente: c’è un tornante, sbaglia la traiettoria, finisce dall’altra parte, addosso ad una ringhiera. Eulalio va. Ha solo la fuga, ha solo le speranze. Belle speranze, mentre si avvicina l’aria di sera. Ma l’asfalto è ancora bagnato, la strada è scivolosa. Cade pure lui. Fatica anche a reggersi in piedi, per qualche istante direziona pure la bicicletta nel verso sbagliato. Il meccanico lo aiuta. Segni di una giornata che non tocca solo il corpo. C’è stanchezza. Anche mentale. Igor Arrieta ritorna sotto e lo raggiunge.

 

 

I segni della scivolata li ha sui pantaloncini, strappati. Li ha sulle braccia, escoriate. Soprattutto li ha dentro. Non piega la bici. A tratti trema. Sembra scivolare nuovamente. Vigile, più che vigile, spaventato. I mostri non escono solo da un bosco fitto di alberi e trafitto dalla nebbia. Escono anche dal dolore passato e se spunta un raggio di sole non fa nulla. Anzi, li illumina maggiormente. Diventano più grandi. Il problema è quel che è successo, non quel che sta succedendo. Il pericolo non imminente all’esterno. Il pericolo è costante all’interno. Arrieta sbaglia traiettoria, si infila in una strada delimitata da una fettuccina a segnalare il divieto. Eulalio è di nuovo solo. «La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse- scrive Calvino in Palomar. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare: chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile». C’è tutto tranne che l’azzurro a Potenza e la luce solare è fioca come non mai. Però nella stessa condizione della luna di Calvino c’è Igor Arrieta. Pare sbiadito, come la luna del pomeriggio. Un ciclista dentro cui è calata la notte. Allora ritorna Arrieta, va a riprendere Eulalio, lo affianca, lo supera, vince. Ha i brividi. Parlerà in conferenza stampa con le labbra ancora tremanti dal freddo e, forse, anche da quella paura. Perché no, la paura non se ne va con una vittoria. Non è la storia di uno strano chiodo scaccia chiodo attraverso cui ciò che di bello arriva scaccia ciò che di brutto c’è stato. I ciclisti sono esseri umani e gli esseri umani non sono così. Sono anche “fragili e pallidi e sottili”. Eppure Igor Arrieta.

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