Focaccia Gravel - Probably the Sweetest Ride in Piemonte
Domenica 5 ottobre 2025 torna a Chieri la seconda edizione di Focaccia Gravel, la pedalata cicloturistica che unisce sport, cultura e tradizioni gastronomiche in un’esperienza unica. Dopo il successo del debutto lo scorso anno, l’evento si conferma come una delle ride più attese in Piemonte, con un format capace di far incontrare ciclisti esperti, famiglie e pedalatori occasionali nello splendido territorio Chierese nell’Oltre Collina Torinese.
Sport, territorio e dolci tradizioni
Il nome Focaccia Gravel richiama la celebre Focaccia dolce di Chieri, simbolo della tradizione locale. Accanto a lei, l’edizione 2025 valorizza anche il Galucio ’d Cher, pagnottella dolce a forma di galletto, anticamente regalata ai bambini durante le feste.Insieme alla focaccia dolce di Chieri, il Galucio rappresenta l’anima gastronomica dell’evento, legando la pedalata alla riscoperta del gusto e delle radici locali. Entrambi i dolci saranno distribuiti e offerti a tutti i partecipanti alla partenza delle ride, diventando il filo conduttore dell’evento insieme al piacere di pedalare.
Come recita lo slogan ufficiale: “Probably the Sweetest Ride in Piemonte”, Focaccia Gravel non è solo ciclismo, ma un’occasione di festa e di valorizzazione delle eccellenze locali.
Quattro percorsi, per tutti i gusti
I partecipanti potranno scegliere tra quattro percorsi di diversa lunghezza e difficoltà, pensati per accogliere ogni tipo di ciclista:
- La Via delle Fate – 105 km x 1.600 m D+, tracciato impegnativo e completamente unsupported, attraverso il Bosco del Vaj e i crinali monferrini, con quattro ristori dedicati.
- La Via dei Mistici – 65 km x 1.000 m D+, itinerario di fascino spirituale tra abbazie e borghi storici, con tre ristori.
- La Via del Mulino – 30 km x 250 m D+, percorso accessibile e panoramico, ideale per chi vuole vivere l’esperienza gravel senza grandi difficoltà.
- La Via del Galucio – 15 km family ride guidato da FIAB Muovi Chieri, pensato per famiglie e bambini.
Un villaggio e una comunità
Il Centro Sportivo San Silvestro di Chieri ospiterà il Focaccia Village, cuore pulsante dell’evento, con partenza “alla francese”, servizi per i ciclisti (docce, lavaggio bici, parcheggi) e un’area conviviale con pranzo convenzionato.
L’organizzazione conferma la scelta plastic-free con il supporto di SMAT, che fornirà fontanelle d’acqua lungo i tracciati. Inoltre, i primi 100 iscritti riceveranno il cappellino ufficiale Headdy – The Original Cycling Cap.
Un progetto di valorizzazione territoriale
Focaccia Gravel nasce dalla sinergia di Matteo Gai (titolare dell’omonimo negozio Cicli Gai Chieri), Andrea Bonventre (Fotografo e Videomaker) e Gabriele Mazzetta (ex triatleta e allenatore), con il supporto dell’associazione CiòCheVale e il progetto PISTAAA – La Blueway Piemontese. L’evento gode del sostegno di Turismo Torino e Provincia, e ha già raccolto oltre dieci patrocini comunali.
Oltre allo sport, al centro c’è la volontà di promuovere il cicloturismo come strumento di sviluppo sostenibile e di riscoperta delle eccellenze locali, dalla natura ai prodotti gastronomici.
Iscrizioni
Le iscrizioni sono già aperte su https://focacciagravel.it/
Vivere di ciclismo: intervista a Laura Tomasi
Quel giorno, Laura Tomasi, Laboral Kutxa, era caduta tre volte e, al traguardo, riflettendoci, aveva avuto paura. Dei rischi del suo mestiere, essere una ciclista per l'appunto, era sempre stata ben conscia ed aveva scelto in prima persona di viverli, perché è così che si fa. Tuttavia, scesa dalla bicicletta e tornata in hotel, a venticinque anni compiuti, si era resa conto di essere andata oltre: «Alcune volte non è giusto correre determinati rischi, per noi stesse ed anche per le persone che ci aspettano a casa. Ero abbastanza spericolata in sella e, ogni tanto, è necessario, ma quella sera ho capito che, per fare bene, per fare meglio, stavo andando a cercarmi dei pericoli gratuitamente e questa è incoscienza». Laura Tomasi cambia approccio proprio dopo quei pensieri ed inizia a ponderare i rischi del proprio lavoro. Questa volta ha fatto da sola, non è servito papà, non è servita una sua domanda schietta, decisa, tagliente, come ai tempi dell'adolescenza, quando, nel mezzo di un periodo difficile, non sapeva più cosa desiderava davvero, cosa voleva realmente: «Laura, devi decidere: vuoi continuare a pedalare oppure davvero non ti piace più e scegli un'altra strada? Ricorda solo che, in ogni caso, qualunque sia la tua scelta, ci saranno sempre dei giorni in cui quel che dovrai fare non sarà esattamente quel che vorrai fare. Il mondo degli adulti è così, non si può cambiare, è bene saperlo subito». Si è analizzata e ascoltata molto, Tomasi, proprio durante l'adolescenza, guardandosi dentro ed interrogandosi spesso, cercando una risposta a quella domanda del padre: «Non mi sono mai sentita obbligata a fare sport, era solo un modo per trascorrere delle domeniche felici, senza alcuna pressione, perché i ragazzini e le ragazzine che avvertono pressioni finiscono per smettere e, talvolta, per detestare la bicicletta, che diventa semplicemente un'abitudine forzata, non più un piacere. Mio padre ha corso per quattro anni, conosceva questa possibilità. Voleva, però, insegnarmi che gli impegni si portano a termine e quindi è bene non prenderseli a testa leggera, dicendo "non ho più voglia, basta" appena si presenta una difficoltà. Si può scegliere di smettere, di cambiare, certo, ma non può essere sempre questa la reazione di fronte ai problemi». Ha avuto chiaro in quel momento che sarebbe rimasta una ciclista.
Aveva iniziato a tredici anni, che è già un'età avanzata rispetto a tante colleghe, prima si cimentava nel pattinaggio. Era andata a vedere un'amica al Campionato Italiano di Povegliano ed era tornata a casa dicendo che avrebbe voluto essere una ciclista. Strano, anche perché, all'arrivo di quella corsa, avvennero diverse cadute, non filò tutto liscio. In casa, l'idea non venne subito accolta con favore perché «il ciclismo è uno sport di fatica, non ti piacerebbe». Sono stati tre mesi con un'amica più grande, in sella, a convincerla definitivamente ed a convincere anche i genitori, dopo tanta insistenza. Una bicicletta blu e argento, con i pedali senza tacchette e un giorno di grande divertimento, nonostante due cadute, «ma non ero per nulla spaventata, anzi»: è iniziata così e non è più finita. Il rapporto con suo fratello Marco è cresciuto assieme al ciclismo che hanno condiviso fino a pochi anni fa. «Ho riflettuto molto sulla mia scelta di diventare ciclista perché il ciclismo femminile del 2011 non era il ciclismo femminile di oggi. Era diverso il livello e differente la visibilità, non lo si vedeva in televisione e già questo rendeva quasi impossibile immaginare che potesse essere un lavoro. Per me era difficile avere un modello nel ciclismo femminile, sì, Vos, Guderzo e Bronzini erano conosciute, ma del resto si sapeva poco o nulla, le ragazzine di oggi vedono la Parigi-Roubaix, il Fiandre, possono immedesimarsi, giocare ad essere una ciclista, noi ci sentivamo lontane. Iniziavamo per istinto, senza alcuna idea di ciò che davvero significasse essere ciclista».

Il discorso, in realtà, vale per tutto lo sport femminile che, grazie a questa crescita, può attrarre sempre nuove ragazze che, ora sì, possono sognarsi sportive da adulte, anche senza entrare nei corpi militari. Spiega che da bambini, da giovani, è bene non pensare troppo in là, non chiedersi se potrà mai diventare un mestiere quell'attività in cui ci si cimenta: in quel momento va solo vissuta, a piene mani, poi verranno i compromessi, perché lo sport che diventa professione pone di fronte a piani alimentari, a giornate di allenamento in cui tutto si vorrebbe tranne che uscire in bici, ma questo viene successivamente. Se Laura Tomasi ha proseguito il suo percorso fino a farlo diventare un lavoro, un grazie va certamente a Lucio Rigato, che l'ha accolta in Fassa Bortolo, come una scommessa da vincere quando era ancora giovanissima: «faccio un anno e vediamo, se non ottengo risultati, smetto». Il salto di qualità c'è stato e nel 2018 ha avuto la conferma che lo sport avrebbe potuto essere un lavoro, non solo un divertimento. Il ciclismo le ha cambiato il carattere, soprattutto l'aspetto legato alla testardaggine.
«Ero molto testarda, troppo. Può essere un pregio, tuttavia, ai miei livelli, era un difetto perché non ascoltavo nessuno, proseguivo dritta per la mia strada rifiutandomi di cambiare idea. Invece è giusto cambiare idea, è doveroso alcune volte. Ero anche più introversa, faticavo a stringere legami, duraturi, profondi, perché faticavo ad aprirmi del tutto: vivere la quotidianità del ciclismo permette di imparare a rispettare le idee altrui, a convivere con i modi e le usanze di altri, perché è inevitabile e, se accetti di uscire dal tuo guscio, troverai sempre persone a te non affini, ma come esseri umani siamo chiamati ad uscire da quel guscio ed il ciclismo è una possibilità». Dopo l'adolescenza, ha anche scoperto una solarità che non le apparteneva, simile a quella di sua madre, a cui si ispira, perché «è un bel modo di vivere, pur con determinazione, i problemi che ci sono in ogni giornata». Il suo punto forte, riconosce, è la lettura della corsa, contenta di aver superato quell'incoscienza di qualche tempo fa, ha compreso i propri limiti, il proprio ruolo: «Non diventerò Niewiadoma o Wiebes, lo so, ma va bene così, lavoro su me stessa per migliorarmi e crescere, vedere fino a dove posso arrivare. So di poter vivere di ciclismo e non è consapevolezza da poco». Proprio rispetto alla concezione dei ruoli, Tomasi riflette sul cambiamento che è avvenuto anche in lei: si dice da sempre poco tollerante su questo punto, «quando una cosa va fatta, va fatta e fatico ad ammettere deroghe», ma l'empatia l'ha aiutata a capire meglio. «Sì, è accaduto anche a me di avere una richiesta da parte della squadra e di non riuscire a soddisfarla e, sono sincera, non dipendeva da me, solo da un'impossibilità temporanea data da stanchezza o fatica. Ora che è successo a me so che sbagliavo ad arrabbiarmi quando le mie compagne non facevano qualcosa che era stato stabilito. Ho imparato a comprendere».
Nel 2024 una caduta a Burgos, a causa di un'atleta franata a terra davanti a lei, le è costata sedici punti alla coscia, una lesione ai tendini e mesi di riabilitazione prima di riuscire a pedalare nuovamente, con, però, una naturale paura, diffidenza nei confronti del plotone, soprattutto al momento di gettarsi nella mischia per le volate. Un aiuto a superare questo blocco è arrivato al Giro d'Italia dello scorso anno grazie al nono posto conquistato nella tappa di Foligno, vinta da Lotte Kopecky, davanti a Chiara Consonni. Laura Tomasi guarda proprio a Consonni per abilità e capacità di muoversi in gruppo, cerca, in questo senso, di "rubare il mestiere". Vorrebbe tornare a correre il Fiandre, perché le piace e perché quel pubblico, così particolare, così appassionato, lo cerca in ogni altra corsa che si trovi a disputare. Il pensiero va presto alla Milano-Sanremo che, dal 2025, per la prima volta ha avuto anche la gara femminile: «Finalmente, mi viene da dire solo questo. Ora speriamo che anche "il Lombardia" abbia la stessa storia, perché ormai non possiamo più pensare ad una classica monumento che non abbia anche la gara femminile. Il posizionamento nella stessa giornata della competizione maschile aiuta, ancor di più è importante guardare all'estero, alla Francia, ad esempio, e prendere spunto. Il pubblico sulle strade del Tour de France Femmes non si è mai visto da noi per le competizioni femminili. Capitasse, sarebbe l'ennesimo segnale ed il cambiamento si nutre anche di segnali». Al Giro d'Italia Women 2025, a Pianezze, forse, la festa più bella, con un fiume di maglie Laboral Kutxa ad attenderla, erano amici, tifosi, parenti: «Mia madre aveva fatto preparare cento magliette e non sono bastate, questo per rendere l'idea di quanti fossimo. Ho pianto in salita, mi sono commossa, mi sembrava incredibile. In discesa, mentre tornavo ai bus, mi sono fermata con loro una decina di minuti: è stato bellissimo, da brividi».
Qualche giorno fa, l'annuncio che, dopo due anni in Laboral Kutxa, dal prossimo anno vestirà la casacca del team Uno-X Mobility: a colpire la squadra norvegese il suo ruolo in squadra, le doti da velocista, l'occhio in corsa e anche la capacità di ritagliarsi spazio in fuga. Dice Tomasi che senza questi anni in Laboral probabilmente non sarebbe la ciclista che è, certo è entusiasta della nuova opportunità, ma adesso non vuole pensarci troppo: c'è una stagione da chiudere al meglio. Poi si aprirà un nuovo capitolo.
Una nuova tecnica allenatrice
All'inizio era tutto diverso, anche per Krizia Corradetti. A San Benedetto del Tronto, più in generale nelle Marche, dove aveva iniziato a correre in bicicletta, non vi erano squadre femminili per esordienti e allieve perché non erano abbastanza le ragazze cicliste a formare una squadra, così si ritrovava a gareggiare con i ragazzi di pari età. Lei, «ciclista senza tradizione», perché suo padre e sua madre non avevano mai corso in bicicletta e la passione in famiglia era giunta per il tramite di suo zio, dopo aver provato diversi sport, era rimasta nel ciclismo perché quella soddisfazione l'aveva avvertita solo su una bicicletta e solo su una bicicletta aveva sentito di poter cambiare. Era una bambina timida, sin troppo introversa, che rifiutava alcuni esercizi, durante gli allenamenti, in quanto si sentiva troppo al centro dell'attenzione e si trovava a disagio. Il ciclismo le stava rafforzando il carattere, perché quando sgomitare diventa un obbligo, in una volata di gruppo, in mezzo ai ventagli, farsi forti è necessità. Chissà se, con un percorso differente, oggi parleremmo con la stessa persona: è Corradetti a chiederselo, mentre la memoria torna indietro nel tempo, a cercare questi fatti. All'inizio era tutto diverso anche per lei, ma la consapevolezza di quanto fosse diverso ed anche "ingiusto", questo lo aggiungiamo noi, è arrivata più tardi. Quando ha iniziato a rendersi conto che per disputare un Campionato Italiano lei doveva affrontare quattro, talvolta sei, ore di viaggio, mentre qualunque sua compagna, solo per il fatto di essere nata nel nord del paese, non aveva questo bisogno, che si traduceva in ulteriore stanchezza sui pedali. Sembrava che il ciclismo "sfumasse" andando verso il meridione, quasi perdesse di importanza, si sgretolasse, come un grido che si sente sempre meno. Krizia Corradetti era, forse, troppo giovane per levare lei stessa un grido e chiedere a tutti come mai, per portare avanti le proprie idee, quelle attraverso cui avrebbe voluto modificare questa situazione, ma quella domanda era sorta e covava nella mente. «Forse bisognerebbe cambiare qualcosa dall'interno, affinché le ragazzine non siano più obbligate a correre con i ragazzi e affinché il ciclismo non "sfumi" così nella penisola. Forse bisognerebbe farlo perché non è possibile che, a parità di corsa, il valore del premio sia di circa un terzo per le donne». Corradetti, in quel momento, si divertiva a correre con i maschi, a competere con loro, le sembrava normale, perché accadeva spesso: oggi sappiamo che qualcosa è cambiato, che a livello di performance è deleterio in quanto, soprattutto a partire dalla categoria junior, le medie ed i chilometraggi sono completamente differenti e "non si fa così la gamba". Fra le junior. Corradetti gareggia per il Club Corridonia ed è allenata da tecnici uomini.
«Il ciclismo è stato un ambiente maschilista, forse, in parte, lo è ancora. Un ambiente in cui si ravvisava una tipica spavalderia maschile, secondo cui il solo fatto di essere uomini consentiva di saperne di più, di avere maggiore voce in capitolo. Non è detto, non è mai detto. Può essere e può essere il contrario. Bisogna valutare la competenza, non il sesso di appartenenza. Lo studio e l'applicazione sono la fonte della conoscenza». Il seme che ha portato Krizia Corradetti a studiare per diventare tecnica allenatrice inizia a germogliare qui, o, forse, qualche tempo prima, quando i risultati in sella non la soddisfacevano: «L'impegno, per me, è fare tutto ciò che faccio al meglio. Certo, mi divertivo in bicicletta, ma non ho mai pedalato solo per divertirmi. Desideravo anche un risultato, chiunque corra lo desidera. Non andavo mai oltre il trentesimo, talvolta ventesimo posto: buone prestazioni a cui mancava sempre lo spunto vincente, oppure quello necessario per entrare almeno in una top ten. Ho rimuginato molto su questa mancanza, ho insistito, fino all'ultimo. Sino all'ultima gara, che ha avuto un forte impatto emotivo su di me, perché sapevo che sarebbe stata l'ultima possibilità. Non è successo, non è cambiato nulla: ho smesso». Krizia Corradetti correva da undici anni e qualunque esperienza, sino ad allora, era stata vissuta ponendo al centro il ciclismo: la scuola, il tempo libero, le amicizie. Un legame così profondo da far apparire impossibile distaccarsi, sciogliere quell'unione, e, quando la lontananza è imposta o autoimposta, allora il modo per stare meglio è recidere ogni contatto con la persona o l'oggetto amato. Così fa Corradetti: «Non me ne capacitavo, evitavo di leggere qualsiasi articolo o libro inerente il ciclismo e la bicicletta non volevo neppure vederla. Vicino avevo mia madre e fu lei ad accendere una luce diversa sull'accaduto, sulla fine precoce della mia carriera di ciclista, parlandomi di quei corsi da tecnica allenatrice, dicendomi che, forse, avrei dovuto provarci. Mi sono immessa così al corso di primo livello e qualcosa è rinato. Sotto una forma diversa, come in tutte le relazioni che si interrompono e poi riprendono. Ma l'amore per la bicicletta, per il ciclismo, per le persone, non è cambiato». In Italia le tecniche allenatrici sono poche, si contano sulle dita d'una mano, ma, spiega Krizia Corradetti, anche queste poche persone, unendosi, possono fare la differenza, mostrare, magari, che c'è uno spazio per questa figura, che questa figura è necessaria perché «magari con una allenatrice accanto anche per me le cose sarebbero state differenti, non posso saperlo, di certo l'avrei desiderata».
Da queste basi parte il suo lavoro come tecnica allenatrice delle juniores di Btf Burzoni Vo2 Team Pink. Tenendo ben a mente quel che ha vissuto come atleta perché sa che anche alle "sue ragazze" capiterà oppure potrebbe capitare. Per esempio quelle parole sentite a scuola: «Ma dove vuoi andare? Ce la fa un'atleta su un milione. Pensi di essere tu?». Erano alcuni insegnanti a parlare così e lei avrebbe voluto rispondere «perché no? perché non io?». Il suo carattere pungente l'ha portata a scontrarsi con alcuni professori, senza, però, riuscire mai a comprendersi del tutto. Anche per questo, oggi, parla di "un iceberg" a proposito della modalità con cui l'istituzione scolastica vede il mondo dello sport: «Sopra ci sono tutti gli atleti che ottengono risultati e che, attraverso gli stessi, vengono riconosciuti dalla scuola come atleti e aiutati nel percorso. Poi c'è tutta la parte sotto, con identici sacrifici, talvolta anche maggiori, ma senza risultati. A questi ultimi, non si riconosce praticamente nulla. Questo perché le linee guida fornite per identificare la figura dello studente atleta sono grossolane, a mio avviso. Per l'università il sistema è migliore, perché è possibile far parte di questa categoria anche a prescindere dai risultati, ma i posti sono pochi, pochissimi, e questo rischia anche di scoraggiare lo studio. Io ho sempre reagito, anche quando mi si mettevano i bastoni tra le ruote, ma non tutti sono così forti e non vedo il motivo per cui si debba arrivare a giovani che abbandonano la scuola oppure lo sport, in un paese in cui, tra l'altro, si parla spesso del problema della sedentarietà».
Attorno a lei ha respirato anche molto scetticismo per via della sua giovane età, simile a quella delle atlete che andrà ad allenare. Lei è cosciente che sia un'arma a doppio taglio, ma tende a vedere il lato positivo della faccenda: la comunicazione. Questa è la chiave attraverso cui legge il proprio compito: «La salvezza viene sempre dal dialogo e dalla comunicazione, dal non aver paura di parlare, di chiedere, di esprimere dubbi, richieste. Anche una lite con la madre, con la sorella, con un'amica può influire sulla prestazione, sull'allenamento, perché si esce nervose, non completamente concentrate sul proprio compito. Le junior hanno una particolare intelligenza emotiva, è quello che mi piace maggiormente di questa categoria: parlano chiaramente, sono sincere e recepiscono i messaggi, assorbono tutto quel che viene detto. Dobbiamo noi essere bravi a trasmettere, ad usare le parole giuste, a fornire le informazioni giuste ed a chiarire da subito che c'è una soglia precisa da non oltrepassare». Corradetti si riferisce al concetto di amicizia: può esserci confidenza, ascolto e disponibilità ma bisogna aver ben chiaro il rispetto dei ruoli. A Corradetti, forse, manca l'esperienza, pur se nei due anni già vissuti da tecnica allenatrice in sordina ha imparato come gestire determinate situazioni, relative, ad esempio, alle tattiche di gara, alla necessità di comunicare anche in corsa, fra le stesse atlete, perché molte situazioni possono variare durante lo svolgimento delle competizioni e bisogna saperle affrontare. Accanto a lei c'è Vittorio Affaticati: sarà questo il mix di novità ed esperienza proposto da Btf Burzoni Vo2 Team Pink. Lo scetticismo, poi, spiega Corradetti, si combatte con il lavoro quotidiano. «Io vorrei di più: vorrei ispirare altre atlete con il mio percorso. Altre donne. Spero di essere una sorta di apripista, per coloro che magari sono costrette a lasciare la carriera agonistica ma restano innamorate della bicicletta e del ciclismo».
Krizia Corradetti è arrivata al ciclismo da bambina e sin dalla più tenera età ha familiarizzato con il concetto di sacrificio: quando rinunciava ad un dolce, oppure ad un'uscita il sabato sera, perché bisogna andare a letto presto, per riposare. Quando ha scelto di seguire i corsi per divenire tecnica allenatrice si è sottoposta ad altri sacrifici, ad altri sabati e domeniche impegnati a studiare, talvolta lontano da casa, a Roma, per conseguire il terzo livello, eppure non parla praticamente mai di sacrificio, utilizzando, invece, il termine "passione": «Sì, un conto è studiare con voglia, con fame di apprendere, ben diverso è farlo solo per ottenere un titolo. Io credo nel primo modus operandi, sebbene anche il secondo sia perfettamente lecito e possibile. Ecco, questo è fare bene quel che si fa, in qualunque ambito ci si trovi ad agire».
Capolavoro a Parigi
Capolavoro a Parigi, ad opera di Wout van Aert che, salendo per l'ultima volta verso Montmartre, accelera e, sui ciottoli, si leva di ruota, di prepotenza, tutti i diretti avversari. Compreso uno sloveno, di giallo vestito, dalla testa ai piedi, che, al traguardo, conquisterà il suo quarto Tour de France, in mezzo a tutto il resto: ha ventisei anni, si chiama Tadej Pogačar. Piove a Parigi, forte, a tratti molto forte, restano pozzanghere sparse un poco ovunque, spazio del gioco dei bambini, stasera, quando la pioggia finirà, o, forse domani, quando un'altra settimana inizierà ed il Tour sarà finito. Restano le foglie, marroni e gialle ai lati delle strade, presagio d'autunno, anche in piena estate. Ed è vero, quando finisce il Tour si ha la sensazione di un'altra estate andata via, ma non è nemmeno agosto. Proprio il maltempo, la pioggia, i possibili rischi, convinceranno gli organizzatori a neutralizzare la tappa prima dei passaggi a Montmartre. In quel momento i verdetti saranno già scritti, segnati: a Pogačar il Tour e la maglia a pois, a Jonathan Milan la maglia verde, a Florian Lipowitz la maglia bianca. La gente resta sotto il temporale: a Montmartre non ci sono abbastanza ombrelli, pur essendocene tantissimi. Si condivide l'ombrello a gruppi di tre o quattro persone, come si farebbe con un banchetto. La festa, oggi, è così e si festeggia comunque.
Tadej Pogačar potrebbe non aver più nulla da chiedere. Ha vinto, in maniera diversa dal solito, per certi versi. Ha saputo attaccare, controllare, gestire. E chi ha detto che non si possa vincere anche così? Nonostante questo, basta dare un occhio alla classifica generale per rendersi conto di quanto sia stato ampio il suo dominio. Potrebbe starsene tranquillo, vivere Parigi come una passerella, invece accende le micce: il gruppo si seleziona e lui è davanti. Tira, accelera, fiuta l'odore della vittoria a Parigi e, dopo qualche giorno in cui aveva controllato, in cui si parlava della stanchezza e di un possibile malanno, è lì a fare il matto. Lo aspettano a Montmartre e, all'ultima tornata, ci prova. Brucia Pogačar, è dura tenerlo. Ci riescono Wout van Aert e Davide Ballerini. Il capolavoro a Parigi nasce qui: Wout van Aert si aggrappa a quella ruota, la segue, poi si sposta, lo affianca, lo supera, scalda i motori e va via con una delle sue azioni. Nessuno può tenerlo: non la maglia gialla, non Davide Ballerini che pure ha fatto bella questa serata parigina, con una prestazione degna di nota. Wout van Aert è da solo, in testa, con una manciata di secondi su Pogačar che, presto, verrà ripreso dagli inseguitori e rinuncerà al sogno di una vittoria ai Campi Elisi. Wout van Aert è davanti, i secondi, per quanto pochi, aumentano, e si fa chiaro che nessuno può più riprenderlo.
Nella città dei capolavori, il Tour transita fiero e spegne le luci, come il giorno. Il gruppo attraversa il Louvre, passa accanto alla sua piramide, sfiora le sue vie, fino ai Campi Elisi. Wout van Aert si volta, capisce che ormai è fatta. Dopo la sgasata è il momento di rallentare, di smettere di pedalare, mentre si levano le mani dal manubrio e si inizia a levarle in alto. Davanti al volo perché non ci si crede, libere nel vento e nella pioggia perché adesso è davvero finita. Si alza in piedi, taglia la linea bianca. Finisce così. La tappa, il Tour, la giornata, anche un pizzico d'estate che non ritornerà. Finisce così anche il pezzo. Piove anche qui. Si può guardare fuori dalla finestra e pensare.
Il possibile
Basta una giornata così per ampliare l'universo del possibile. Sì, quel che è possibile, quel che si può fare, anche se la mente, talvolta lo nega. A Pontarlier ha vinto Kaden Groves, un velocista, non puro ma pur sempre velocista, che è arrivato da solo, al termine di chilometri e chilometri di fuga e dopo essersi sciroppato sedici chilometri in solitudine. Non spetta ai velocisti l'avventura dalla lunga distanza, di solito. Non spetta ai velocisti, maghi del regno del caos e del pericolo, restare soli e proseguire. Un velocista ha tutto contato, centellinato, persino il tempo per essere felice sul traguardo. Non può respirare la vittoria e voltarsi, incredulo, per gli ultimi metri: deve fare di necessità virtù e gustare tutto all'istante. Il lavoro dei velocisti è un insieme di meccanismi che non ammettono replica. Allora, quando un velocista fa quello che ha fatto Groves, un universo si fa spazio, come i corridori che cercano la fuga, e uno dei tanti "possibili" si manifesta. Tutti hanno almeno una strada in più da percorrere, tutti hanno almeno una fantasia in più su cui fantasticare. In gruppo è stata la classica giornata da "lavatrice": attacchi, contrattacchi, lunghe menate e brusche frenate. Pure in cielo lo è stata: pioggia, sole, nuvole, di nuovo sole e di nuovo pioggia, a dirotto, e nuvole. E la strada incontra il cielo quando si corre, è lì sotto, così ogni ciclista paga lo scotto del maltempo o del bel tempo.
Se la storia di Kaden Groves aumenta l'universo del possibile, in giornate come oggi, altre storie accrescono la nostalgia del possibile. Perché ciò che era possibile non c'è più, se n'è andato. È franato con la caduta di Ivan Romeo, ad esempio. Una curva, l'asfalto bagnato, l'equilibrio perso, il contatto, le ferite, lo spavento e diverso tempo per ripartire. Al traguardo portava i segni sulla maglia, mentre gli applicavano le prime bende. Sembra non sia nulla di così grave, solo altre ferite da medicare e una notte che arriva. L'ultima del Tour: un sollievo per la stanchezza di tutti, un bene per la felicità di alcuni, un rammarico per i desideri non realizzati di altri. Anche le tappe che scorrono restringono il possibile e, dopo una giornata così, se si è mancato il colpo, per poco, magari per sfortuna, è più difficile pensare a Parigi, anche se in Parigi si è sperato per quasi tre settimane. Il sentimento di Simone Velasco non è molto diverso da questo. Non è caduto, ma ha dovuto rallentare, ha perso l'occasione. Un quarto posto non è male, però quando si azzecca la fuga, ed il possibile si dilata, si pensa alla vittoria. Perdere così brucia. Magari anche di più. Anche Ben O' Connor è parte della nostalgia del possibile: un posto nei dieci era a portata di mano, la stessa fuga glielo ha soffiato. Ha cercato di rimediare, ha cercato di porre una toppa all'attimo perso, non ci è riuscito. L'hanno capito i suoi colleghi, non solo i suoi compagni. Gli hanno portato una mano sulla spalla, a rassicurarlo. A dire capita. Eccome se capita, nel gruppo, dove il possibile ha infinite combinazioni.
Un altro che apre vie, che traccia strade, è Jordan Jegat. Mentre scriviamo, Jegat è in decima posizione nella classifica generale del Tour de France 2025. Niente male diciamo, niente male direte. Soprattutto perché Jordan Jegat non è nato nel ciclismo: lavorava in fabbrica, solo pochi anni fa, circa cinque. Correva anche in bicicletta, certo, ma non riusciva a fare il salto di qualità, ad ottenere i risultati che voleva. Mica facile così. Le persone più vicine gli consigliavano di lasciar perdere, di non inseguire un'illusione a vuoto. Ha fatto spallucce, alle voci, non all'illusione, per fortuna. Ha attaccato, è arrivato settimo al traguardo e, domani, verso Parigi, sarà tra i primi dieci del Tour. Nemmeno Kaden Groves sognava di fare il ciclista quando era bambino. Il sogno è arrivato dopo: con la vittoria di oggi, ha conquistato tappe in tutti e tre i grandi giri. Veloce, Groves. Dedito al lavoro, Groves, per i suoi capitani. Poi arriva un giorno in cui diventa possibile e si inizia. Poi arriva un altro giorno in cui il possibile torna a farti visita. Scatti e, da velocista, vinci da solo. Ti godi tutta la felicità. Non c'è fretta, anche se stasera il trasferimento è lungo. Non c'è fretta. Non oggi, almeno.
Credici ancora, Thymen!
Il Tour è finito. No, non a livello temporale, perché mancano ancora due giorni e due tappe a Parigi ed è solo venerdì sera. Il Tour è finito ed in realtà pareva già finito da tempo, ad alcuni dall'inizio, ad altri dalla prima vittoria di Tadej Pogačar, oppure dalla cronometro di Caen, magari dal successo di Hautacam o da tutti gli altri giorni in cui sembrava dovesse succedere qualcosa e quel qualcosa non è successo. Eppure, oggi, a La Plagne, sotto la pioggia e nel freddo, la sensazione comune a tutti è stata che il Tour sia finito. Nuovamente finito, se volete. Se altri finali c'erano già stati. Fino a ieri sera, Jonas Vingegaard aveva ripetuto che continuava a crederci e che il Tour poteva essere ribaltato. Oggi, per la prima volta, il danese, con addosso la maglia a pois, in realtà di spettanza del re giallo, ha preceduto Pogačar sul traguardo: lui secondo, lo sloveno terzo. Primo, davanti a loro, il Pellicano. Primo, davanti a loro, Thymen Arensman che aveva già vinto in questo Tour, a Superbagnères, in una giornata altrettanto autunnale. Ha vinto attaccando, Arensman, ha vinto con coraggio e intelligenza, approfittando del controllo tra Pogačar e Vingegaard. Il Tour è finito, mentre un olandese, alto alto, alzava le braccia al cielo, anzi, le portava sul volto in segno di incredulità. Solo in quell'istante Arensman non ha creduto a quella felicità, prima sì, prima ci credeva e, pur di continuare a crederci, non si voltava indietro per non vedere arrivare gli altri.
Sentivano tutti che Pogačar avrebbe voluto vincere e crediamo Pogačar volesse effettivamente vincere. Ha sferrato un paio di attacchi al danese che non gli ha ceduto un metro. Non gli ha dato un cambio, lasciando sulle sue spalle il peso dell'inseguimento ad Arensman. Vingegaard ha allungato nel finale, quasi un tentativo di vincere la tappa, ormai reso impossibile dal vantaggio del fuggitivo, forse solo la soddisfazione di staccarlo di qualche metro, impresa non riuscita, oppure di mettergli la ruota davanti, almeno una volta. Il Tour, se non era già finito, è finito nel momento in cui anche Vingegaard ha realizzato che quei quattro minuti e spiccioli non erano più recuperabili. Perché mancava il terreno, perché mancavano le gambe, perché Pogačar ne aveva ancora. Anche Pogacar è stanco: ha detto che, in fondo, non vede l'ora di arrivare a Parigi, di finire il Tour, di tornare a casa. Sul traguardo, per poco, un addetto alla sicurezza non lo faceva cadere. Era stizzito. Come sembra fosse stizzito dal continuare a sentire ripetere quel "I'm gone, i'm dead", perché non è stato un bel momento per lui ed è stufo di ripensarci. E, poi, alla fine della terza settimana di Tour sono tutti stanchi. Passa anche la voglia di crederci.
Ci ha creduto Lenny Martinez, che non vincerà la maglia a pois a Parigi, quasi sicuramente. Ma ha attaccato e qualche punticino l'ha messo in cassaforte. Non servirà a nulla? Fa niente. C'è dell'irrazionale nel crederci. Prendete Primoz Roglič: anche lui ci ha creduto. Sia ieri che oggi. Forse ancora di più oggi, quando ha attaccato cercando di guadagnare terreno sui rivali, cercando di scalare posizioni in classifica generale. Sembrava funzionasse, invece no. Potevano riprenderlo e l'hanno ripreso. Si è staccato, affaticato, ha pagato dazio, ha detto addio a qualsiasi speranza cullasse. Si può riuscire a crederci pur se stanchi, può non bastare anche se ci si crede, può crollare tutto anche se la fatica è doppia o tripla. Ovvietà, direte. Probabilmente. Ma proviamo sempre qualcosa a vedere certi tentativi, a guardare provarci, ad ogni costo. Il Tour, sulle montagne, è finito. Restano due tappe, per nulla scontate, banali. Restano altre quarantotto ore. E, anche se stanchi, si troverà qualcosa in cui credere. Da qualche parte, verso Parigi.
L'ultimo atto di resistenza
Anche se le montagne scompaiono nelle nuvole che, oggi, paiono montate con la frusta da cucina, lassù è pieno di gente. E dalle montagne si sale e si scende in continuazione, nella quart'ultima tappa del Tour de France: Col du Glandon, Col de la Madeleine e Col de la Loze. Venticinque anni fa, pioveva come oggi, almeno nel luogo in cui scriviamo, mentre c'era il sole in Francia. Eravamo in auto e una voce dalla radio ci aveva portato l'illusione che gli amori non finissero mai. Era scattato Marco Pantani, aveva staccato "il figlio di quell'uomo che è andato sulla luna" e aveva vinto, in solitaria ed in solitudine a Courchevel. Qualcuno ha raccontato che anche sua madre fosse lassù ad aspettarlo, qualcuno ha aggiunto che il suo scatto, l'ultimo, fosse avvenuto dopo averla intravista. Più di vent'anni dopo, abbiamo perso qualche illusione, degli amori abbiamo ancora poche certezze, ma le strade di montagna abbiamo continuato ad esplorarle e sui monti torniamo spesso. Ci sono quelle nuvole a far da cappello alle cime, ci sono erbe prese a sberle dalla brina della notte, animali che restano a mangiare anche se l'elicottero delle riprese si abbassa e i genitori dei ciclisti ad aspettare, spesso accanto ad un camper con il portellone aperto. Chissà perché. Non abbiamo fatto caso al camper, ma il papà dei gemelli Yates, Adam e Simon, l'abbiamo visto. Aveva dei pantaloncini che facevamo a pugni con il tempo da lupi e aveva una maglietta da ciclista. Metà bianca, come la UAE Emirates, metà gialla come la Visma I Lease a Bike. Da una parte Adam, a sostegno di Tadej Pogačar, la maglia gialla, dall'altra Simon, recente vincitore del Giro d'Italia, a sostegno di Jonas Vingegaard. Si può chiamare in tanti modi, noi la chiamiamo rappresentazione. Metter fuori ciò che c'è dentro. Le persone a bordo strada fanno così, tutte, anche se fuori tempo. Laurent Jalabert non corre più da anni, ma qualcuno scrive ancora di lui. Va bene così, e pure loro non sono cambiate.
Non c'è stata rivoluzione, anche se i segnali potevano esserci. Jonas Vingegaard, sulla Madeleine, grazie alla sua squadra, ha isolato Tadej Pogačar. Poteva non essere una giornata facile per lo sloveno. Da queste parti, toccò la radiolina e disse "sono finito, sono morto": era il giorno in cui Jonas Vingegaard si prese il Tour, il giorno in cui il re abdicò. Le montagne non sono cambiate e tornarci può far pensare, può far temere. Soprattutto se si resta soli. Non è successo e, nel giro di una discesa e della successiva salita, la situazione si è capovolta. Tadej Pogačar è cambiato: domina sempre, ma il dominio ha cambiato forma. Le gambe sono sempre quelle: quelle che divorano l'asfalto verticale, mentre gli altri vedono quelle ruote allontanarsi. Però si può anche controllare, aspettare, non esagerare, soprattutto se Vingegaard ha già più di quattro minuti di ritardo. Basta uno scatto nei quattrocento metri finali, giusto per mettere le cose in chiaro, per sfogarsi un poco e ancora qualche secondo guadagnato. Nemmeno certe sensazioni sono cambiate e mai cambieranno: quelle di Einer Rubio che, dopo una giornata in fuga, poteva arrivare secondo, era ad un passo dalla linea del traguardo. Un passo lungo duecento metri che in montagna sono tanti, talvolta troppi. Ha concluso in quinta posizione, mentre, dapprima Pogačar, poi anche Vingegaard e Onley lo superavano. È successo a tanti ciclisti, forse a tutti, almeno una volta, di vedere gli altri andare via a doppia velocità e non poter fare altro che restare a guardare. A illusioni spente e amori tempestosi come quelle vette.
Anche per Enric Mas si sono spente le illusioni. Lui che l'altro giorno era in testa sul Ventoux, lui che poteva vincere. Oggi è scattato, poi si è spenta la luce, si è chiuso il sipario. Forse si scatta anche per potersi illudere ancora, pure quando non se ne ha più. Per sperare che qualcosa cambi. Lo scatto è l'ultimo atto di resistenza in un mondo che si adegua. Ben O’Connor scatta, Ben O’Connor resiste e non parlategli di adeguarsi alla realtà, a quel che c'è, come fosse l'unica via. Ha ritrovato le gambe nel giorno in cui più le desiderava, ha ritrovato un certo modo di essere e di pensare mentre la strada iniziava a salire e quanto gli è servito tutto questo per alzare le braccia al cielo, quando nessuno poteva più riprenderlo. L'ha dedicata alla squadra e alla fedeltà della gente australiana che non ha mai smesso di credere in lui. La fedeltà che va con gli amori e le illusioni lassù. La radio, oggi, è spenta. Fuori piove come allora. E domani ci saranno altre montagne. Non c'è altro da aggiungere.
Equilibristi, funamboli e velocisti
Si dice dal mattino che sarà giornata per le ruote veloci, in quel di Valence. Si ripete che bisognerà guadagnarsela nei tranelli delle strade di Francia. C'è un cielo che promette pioggia sopra il Tour de France e, nel tardo pomeriggio di un giorno di luglio, l'acqua si rovescia giù dalle nuvole. Un temporale estivo, forse. Le persone restano dove sono, sulla strada e quei cappellini a pois si inzuppano, mentre l'aria diventa fresca e le strade, ormai lucide, in certi punti riflettono il gruppo, uno schermo scivoloso, pericoloso, più che mai nei giorni dedicati alla velocità pura. In gruppo si prepara la volata: c'è caos, c'è rumore, ci sono grida, c'è nervosismo. C'è anche timore, perché si cade, si può cadere, e su un asfalto che pare insaponato ci si fa male più del solito. Tante sono le parole usate per descrivere i velocisti: equilibristi e funamboli, tra le altre. Pure gli equilibristi hanno paura di perdere l'equilibrio, pure i funamboli non sono a proprio agio su quella fune. E, sì, anche i velocisti si fanno domande, pure i velocisti hanno paure. Lo dirà, all'arrivo Jonathan Milan e renderà ancor più bella, più umana, questa sua vittoria. La seconda al Tour de France, dopo quella di Laval. Importante, per la vittoria in quanto tale e per la maglia verde che ha addosso, lucida, fradicia, da strizzare, ma un poco più salda, pensando, soprattutto, alle prossime due tappe e a Tadej Pogačar. La televisione mostra più volte il replay della volata e le immagini rallentate scolpiscono le gocce che cadono sulle spalle dei corridori mentre si profondono nello sforzo, breve, intenso, lacerante dello sprint. Jonathan Milan ha vinto, davanti a Meeus e Lund Andresen.
Tim Merlier, uno dei favoriti di giorni come oggi, non ha potuto disputare la volata. Non è caduto, ma è rimasto coinvolto nella maxi caduta avvenuta in corrispondenza dello striscione dell'ultimo chilometro. Perdere così è peggio, perché l'opportunità di provare la chiedono tutti, soprattutto gli atleti, e ora le volate a disposizione sono praticamente finite. Sono molti i corridori fermi, davanti è una volata atipica. Chi non ha toccato terra, se era un velocista, ha perso un'occasione, chi l'ha toccata, invece, porta i segni sui pantaloncini e sulla maglietta. Ci è rimasta in mente l'immagine di Biniam Girmay, seduto a terra, appoggiato alla transenna, che cerca con lo sguardo il personale medico che gli sta per fornire i primi aiuti. Ci è rimasta in mente l'immagine della dottoressa che, quasi, si inginocchia davanti a lui e con le sue braccia prova a tranquillizzarlo. Girmay andrà al traguardo, scosterà la tenda del bus, vi salirà e scomparirà alla vista. Molti atleti vivranno la stessa situazione nei bus, che sia felicità, rabbia o delusione, tutto verrà racchiuso lì e viaggerà verso il prossimo albergo. Velocisti, funamboli, ed equilibristi non fa differenza. Anche il palco premiazioni è più buio del solito, come quando fuori piove e fuori, adesso, diluvia. I corridori si coprono, attenti a qualunque sbalzo di temperatura: così appare Pogačar sul podio, infreddolito e pensieroso. O forse è solo questo maltempo che poco ha a che vedere con luglio, i campi di grano, la lavanda ed un sole che spacca le pietre. Quella è l'immagine romantica del Tour de France, poi c'è il Tour de France reale. Anche sotto un temporale.
La volata resta esercizio magnifico, per quanto pericoloso. I velocisti spettacolari primattori di questo esercizio, gli ultimi uomini, invece, registi e sceneggiatori della rappresentazione. Si dice che "l'ultimo uomo porta fuori il velocista", si dice che lo tira, che lo guida, poi si guarda la volata e si capisce quanto le parole non bastino mai a colmare il significato di quel che realmente accade. E non vale solo per le volate. Milan si è voltato dopo l'arrivo, ha cercato i compagni, ha cercato Jasper Stuyven, l'ha abbracciato. Stuyven l'ha portato fuori, l'ha aiutato a trovare la posizione giusta prima del lancio. Non una navicella spaziale, un velocista. Pochi istanti dopo, sotto la pioggia, arriveranno Quinn Simmons e Toms Skujins: sarà il lettone ad indicare al pubblico Simmons, come a sottolineare il suo merito. E di merito ne ha avuto Simmons, a stare in testa al gruppo, a chiudere sulla fuga del giorno, su Abrahamsen che andava quasi quanto la pioggia. Altrimenti la volata non sarebbe mai arrivata. Si dice equilibristi, funamboli, acrobati e c'è dietro tutto questo. Si dice velocisti e c'è la rotonda, la curva, lo sbandamento, i manubri che si sfiorano, l'acqua che viene giù a catinelle. E le parole non descrivono mai pienamente ciò che c’è.
Qualcuno arriverà
Si può osservare il Mont Ventoux da ogni angolo della Provenza. Sembra una mezza luna, adagiata sopra un monte, stanca nella notte. Eppure il Ventoux non c'entra nulla con la Provenza: "lontano dagli ulivi, dal miele, dal timo selvatico , dalle vigne, dai campi di lavanda" scriveva Allen Weiss, pare una sorta di anti-Provenza. Quella luna stanca, di pietre e ghiaia, quella montagna calva, dove si fanno spazio i papaveri d'Islanda e diverse specie polari, si vede da ogni luogo, eppure è talmente desolata, talmente ventosa e fredda nei suoi inverni che un'anima non sembra l'abbia. Qualcuno dice abbia una porta per l'Inferno, la Baume de Méne, una cava, ma non l'anima, chissà dove la nasconde perché il vento non gliela strappi come in un'antica fiaba nordica. Allora, sostiene Paul Fornel, assume quella che gli attribuiscono gli occhi che lo guardano, le gambe che lo pedalano, le braccia che stringono forte il manubrio della bicicletta, quasi fosse un'ancora di salvezza contro le avversità. La gente dorme qui da giorni e fissa quel poco che ha con alcuni dei tanti sassi che ci sono. La gente vive qui da giorni: cammina verso la parte bianca e calva, lontano dal verde dei primi chilometri: ha portato bandiere, ha portato borracce, chi non aveva altro, forse, ha lasciato una manciata di pietre alla Stele di Simpson. L'abbiamo visto accadere anni fa. Pietre su pietre eppure basta così. La gente aspetta qui da giorni, disegna sull'asfalto il volto di Marco Pantani e due righe dedicate a papà. Aspetta e, ogni tanto, si ripete: "Qualcuno arriverà".
Arriverà anche Thomas Gachignard, dorsale 184, del Team Total Energies. Forse. Gachignard è rimasto solo, poco dopo Montpellier, troppo distante dal Ventoux. È rimasto solo e piangeva, mentre alzava la testa, sempre in alto. Un riflesso inconscio del pianto, dei singhiozzi. Gachignard non stava bene stamani e la cosa più semplice sarebbe stato salire in ammiraglia, fermarsi. Aveva più di un quarto d'ora dalla fuga di giornata, quando al traguardo mancavano ancora circa venti chilometri ed il peggio doveva arrivare, perché questa tappa pareva un biliardo, fino alla luna. Fino all'allunaggio. In Gachignard il Ventoux è l'incubo, lo scheletro, l'allucinazione. In Gachignard il Ventoux è il peggio che si possa trovare. La fuga c'è e balla, come balla uno scalatore, in piedi sui pedali. Come balla Healy, con quel suo modo bizzarro di andare in bicicletta. All'attacco anche oggi, assieme a tanti uomini che sul Ventoux vogliono essere i primi ad arrivare, mentre tutti dicono che Tadej Pogacar vuole la tappa perché la vittoria è sempre bella e perché il Ventoux è tanto assurdo quanto affascinante e nel nulla si mette tutto ciò che crea la fantasia. In fuga, c'è anche Julian Alaphilippe: era all'attacco domenica, prima del giorno di riposo, quando si è automedicato una dislocazione della spalla, per intenderci. Era all'attacco nel 2021, su queste strade che seccano ogni istante di più. Ha attaccato tanto, forse troppo, forse troppo presto e la "panache" non è servita a nulla. È tornato indietro, respinto, bocciato. L'anima del Ventoux, per lui, è delle stesse pietre ai bordi della strada che tengono fermi gli oggetti. Gli esseri umani, i ciclisti, non hanno pietre per restare "fissati" dove desiderano, allora partono, scattano e riscattano. Si alzano sui pedali.
Sul Ventoux non c'è nulla da buttare via. Nemmeno Pantani aveva la bandana, mentre saliva in un giovedì del 2000. Jonas Vingegaard ha avuto rabbia, forza e volontà, quassù. Jonas Vingegaard ha avuto una fede cieca, in grado di fissare il sole dritto negli occhi: "Ci riproverò, fino alla fine". Non ha staccato Tadej Pogačar, anzi, al traguardo lo sloveno gli ha guadagnato ancora qualche secondo, ma aveva voglia e le gambe supportavano quella voglia. Forse non riuscirà mai a levare di ruota Pogačar. Forse, ci riuscirà, ma guadagnare più di quattro minuti per scalzarlo dalla prima posizione in generale è ben complicato. Eppure non può che riuscirci così, allora attacca Jonas. Prende fiato e riparte. Alla terza volta, Pogačar risponde e lui si riporta in testa. La sfida prosegue, di gambe e di testa. Qualche bluff, ogni tanto. Restano loro due e, nella sfida senza tempo, quasi riprendono la fuga. Quasi impediscono a Valentin Paret Peintre di vivere una delle belle giornate in carriera, su questa luna stanca coricata su una montagna. Qualcuno arriverà. Quante volte se lo sono dette le tante persone che hanno abitato il monte in un fine settimana d'estate. Qualcuno arriverà. Ed è arrivato anche Thomas Gachignard, a più di trentadue minuti dal vincitore. Ma è arrivato e, forse, domani ripartirà. Magari arriverà a Parigi. E l'anima del Ventoux potrà inventarsela a modo suo.
Quando scatta Tim Wellens...
Quando scatta Tim Wellens è bene controllarlo, quando si è all'attacco insieme a Tim Wellens è saggio fare attenzione, quando Tim Wellens prende dieci metri, poi venti, poi trenta, lo si rivede dopo il traguardo. Carcassonne e le sue mura sono state il teatro di una vittoria così, nella domenica prima del giorno di riposo, nella domenica prima di quella che porta a Parigi. Carcassonne è anche il nome di un gioco di società in cui si tenta di costruire la città, ma i ciclisti le città non le costruiscono, semmai le modificano, le colorano, ne cambiano i suoni e gli spazi con il loro transitare, nel vento. Tim Wellens è uno di loro: fedele al proprio capitano, Tadej Pogačar, signore e signori, e libero, come dev'essere un ciclista che, se vuole, se può, se ne ha le gambe, parte e se ne va. I motivi possono essere molti e non serve un pezzo ad indagarli, Wellens li conosce. Se ne era andato con Thomas De Gendt, a proposito di ciclisti totali, nell'autunno del 2018, dopo Il Lombardia. Anzi, se n'era tornato con lui, perché quella era una fuga verso casa, dopo una stagione faticosa. Pure andare a casa può essere avventuroso per chi sta tutto l'anno lontano dalle mura domestiche. Si poteva scegliere la macchina, l'autobus, il treno, l'aereo, Hanno scelto la bicicletta, da mestiere a divertimento. Al Tour de France, la bicicletta è un mestiere e Wellens ha vinto di gambe e mestiere. Mancavano più di quaranta chilometri all'arrivo quando ha abbandonato la compagnia. Al traguardo ha detto che sapeva di doverlo fare, che era certo di dover fuggire da solo per vincere una tappa al Tour de France, dopo le vittorie al Giro ed alla Vuelta. L'ha fatto ed ha vinto, dopo due settimane "al servizio".
Pareva la sfida dovesse essere tra van Aert e van der Poel perché il profilo di tappa richiamava le loro atmosfere. Giornata bastarda sulle strade di Francia: la fuga che insiste per andarsene e una caduta, in gruppo, che spariglia le carte. In molti finiscono a terra, tra loro anche Julian Alaphilippe e Lenny Martinez. Mentre scriviamo, la televisione mostra le immagini di Martinez che veste la maglia a pois sul podio di fine tappa: è stanco, fatica a fare il solito sorriso di circostanza, è giunto a più di venti minuti di ritardo. Ieri si è sciroppato chilometri e chilometri di fuga per quella maglia a pois, è passato primo sul Tourmalet, domani riposerà come tutti, da martedì per difendere quella maglia dovrà attaccare ancora. I ciclisti non costruiscono le città, nelle città si strappano le maglie cadendo, delle città si portano le botte. Sì, giornata difficile. Alaphilippe è rimasto a terra diversi istanti. Dalla fine della tappa, sappiamo che gli era uscita di sede la spalla: è ripartito, è andato in fuga, è arrivato terzo. Credeva di aver vinto, ha esultato. Problemi radio. Ci scherzerà, forse. Stamani, intanto, sembra abbia fatto incontrare Wout van Aert alla tifosa a cui ieri aveva strappato il cartello a lui dedicato per proteggersi dal freddo. I ciclisti non costruiscono le città e nemmeno le conoscono così bene a forza di correre, ma qualche volto se lo portano dietro, se lo ricordano. Pareva la giornata di van Aert e van der Poel, invece davanti c'erano, a pochi secondi l'uno dall'altro, Tim Wellens e Victor Campenaerts. Entrambi, van Aert e van der Poel, hanno centrato la fuga, ma non è andata come avrebbero voluto. I ciclisti non costruiscono le città ma in parte costruiscono le loro giornate e basta poco per giocarsi tutto. In parte, perché c'è l'imponderabile, c'è la fatica, c'è il mal di gambe.
Wellens ha battuto il cinque a diversi tifosi al traguardo ed ha trascorso l'ultimo chilometro festeggiando, perché ormai nessuno poteva più riprenderlo. Forse il modo migliore di vincere, quello che permette di gustarsi quel che sta accadendo proprio mentre accade, perché immaginarlo prima è solo un'idea e perché ripensarlo dopo è un ricordo ed è diverso. Quando attacca Tim Wellens sembra presto, forse troppo presto, ma, poi, in un modo o nell'altro, spesso ce la fa. Quando "attacca" Tim Wellens, di sovente, non lo fa per una vittoria personale, ma per portare davanti il capitano e le gambe degli altri sanno cosa vuol dire Wellens a tirare in testa al gruppo. Oggi ha attaccato pensando al proprio destino, anche se la parola destino non ci piace e nel destino non crediamo, ed è arrivato solo a Carcassonne. Tadej Pogačar ha esultato al traguardo. L'ultima settimana inizia martedì, inizia dal Mont Ventoux, un monte pieno di vento e bianco, dove non c'è nulla o quasi. Nemmeno le ombre perché non c'è niente da ombreggiare. Sembra la luna. Sono cinquantasei anni dall'uomo sulla luna. I ciclisti non vanno sulla luna, ma sul Ventoux, dove non costruiranno una città, ma certamente porteranno suoni, ombre e colori.
Foto: Poci's Pix














