Basta una giornata così per ampliare l’universo del possibile. Sì, quel che è possibile, quel che si può fare, anche se la mente, talvolta lo nega. A Pontarlier ha vinto Kaden Groves, un velocista, non puro ma pur sempre velocista, che è arrivato da solo, al termine di chilometri e chilometri di fuga e dopo essersi sciroppato sedici chilometri in solitudine. Non spetta ai velocisti l’avventura dalla lunga distanza, di solito. Non spetta ai velocisti, maghi del regno del caos e del pericolo, restare soli e proseguire. Un velocista ha tutto contato, centellinato, persino il tempo per essere felice sul traguardo. Non può respirare la vittoria e voltarsi, incredulo, per gli ultimi metri: deve fare di necessità virtù e gustare tutto all’istante. Il lavoro dei velocisti è un insieme di meccanismi che non ammettono replica. Allora, quando un velocista fa quello che ha fatto Groves, un universo si fa spazio, come i corridori che cercano la fuga, e uno dei tanti “possibili” si manifesta. Tutti hanno almeno una strada in più da percorrere, tutti hanno almeno una fantasia in più su cui fantasticare. In gruppo è stata la classica giornata da “lavatrice”: attacchi, contrattacchi, lunghe menate e brusche frenate. Pure in cielo lo è stata: pioggia, sole, nuvole, di nuovo sole e di nuovo pioggia, a dirotto, e nuvole. E la strada incontra il cielo quando si corre, è lì sotto, così ogni ciclista paga lo scotto del maltempo o del bel tempo.

Se la storia di Kaden Groves aumenta l’universo del possibile, in giornate come oggi, altre storie accrescono la nostalgia del possibile. Perché ciò che era possibile non c’è più, se n’è andato. È franato con la caduta di Ivan Romeo, ad esempio. Una curva, l’asfalto bagnato, l’equilibrio perso, il contatto, le ferite, lo spavento e diverso tempo per ripartire. Al traguardo portava i segni sulla maglia, mentre gli applicavano le prime bende. Sembra non sia nulla di così grave, solo altre ferite da medicare e una notte che arriva. L’ultima del Tour: un sollievo per la stanchezza di tutti, un bene per la felicità di alcuni, un rammarico per i desideri non realizzati di altri. Anche le tappe che scorrono restringono il possibile e, dopo una giornata così, se si è mancato il colpo, per poco, magari per sfortuna, è più difficile pensare a Parigi, anche se in Parigi si è sperato per quasi tre settimane. Il sentimento di Simone Velasco non è molto diverso da questo. Non è caduto, ma ha dovuto rallentare, ha perso l’occasione. Un quarto posto non è male, però quando si azzecca la fuga, ed il possibile si dilata, si pensa alla vittoria. Perdere così brucia. Magari anche di più. Anche Ben O’ Connor è parte della nostalgia del possibile: un posto nei dieci era a portata di mano, la stessa fuga glielo ha soffiato. Ha cercato di rimediare, ha cercato di porre una toppa all’attimo perso, non ci è riuscito. L’hanno capito i suoi colleghi, non solo i suoi compagni. Gli hanno portato una mano sulla spalla, a rassicurarlo. A dire capita. Eccome se capita, nel gruppo, dove il possibile ha infinite combinazioni.

Un altro che apre vie, che traccia strade, è Jordan Jegat. Mentre scriviamo, Jegat è in decima posizione nella classifica generale del Tour de France 2025. Niente male diciamo, niente male direte. Soprattutto perché Jordan Jegat non è nato nel ciclismo: lavorava in fabbrica, solo pochi anni fa, circa cinque. Correva anche in bicicletta, certo, ma non riusciva a fare il salto di qualità, ad ottenere i risultati che voleva. Mica facile così. Le persone più vicine gli consigliavano di lasciar perdere, di non inseguire un’illusione a vuoto. Ha fatto spallucce, alle voci, non all’illusione, per fortuna. Ha attaccato, è arrivato settimo al traguardo e, domani, verso Parigi, sarà tra i primi dieci del Tour. Nemmeno Kaden Groves sognava di fare il ciclista quando era bambino. Il sogno è arrivato dopo: con la vittoria di oggi, ha conquistato tappe in tutti e tre i grandi giri. Veloce, Groves. Dedito al lavoro, Groves, per i suoi capitani. Poi arriva un giorno in cui diventa possibile e si inizia. Poi arriva un altro giorno in cui il possibile torna a farti visita. Scatti e, da velocista, vinci da solo. Ti godi tutta la felicità. Non c’è fretta, anche se stasera il trasferimento è lungo. Non c’è fretta. Non oggi, almeno.

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