Il Tour è finito. No, non a livello temporale, perché mancano ancora due giorni e due tappe a Parigi ed è solo venerdì sera. Il Tour è finito ed in realtà pareva già finito da tempo, ad alcuni dall’inizio, ad altri dalla prima vittoria di Tadej Pogačar, oppure dalla cronometro di Caen, magari dal successo di Hautacam o da tutti gli altri giorni in cui sembrava dovesse succedere qualcosa e quel qualcosa non è successo. Eppure, oggi, a La Plagne, sotto la pioggia e nel freddo, la sensazione comune a tutti è stata che il Tour sia finito. Nuovamente finito, se volete. Se altri finali c’erano già stati. Fino a ieri sera, Jonas Vingegaard aveva ripetuto che continuava a crederci e che il Tour poteva essere ribaltato. Oggi, per la prima volta, il danese, con addosso la maglia a pois, in realtà di spettanza del re giallo, ha preceduto Pogačar sul traguardo: lui secondo, lo sloveno terzo. Primo, davanti a loro, il Pellicano. Primo, davanti a loro, Thymen Arensman che aveva già vinto in questo Tour, a Superbagnères, in una giornata altrettanto autunnale. Ha vinto attaccando, Arensman, ha vinto con coraggio e intelligenza, approfittando del controllo tra Pogačar e Vingegaard. Il Tour è finito, mentre un olandese, alto alto, alzava le braccia al cielo, anzi, le portava sul volto in segno di incredulità. Solo in quell’istante Arensman non ha creduto a quella felicità, prima sì, prima ci credeva e, pur di continuare a crederci, non si voltava indietro per non vedere arrivare gli altri.
Sentivano tutti che Pogačar avrebbe voluto vincere e crediamo Pogačar volesse effettivamente vincere. Ha sferrato un paio di attacchi al danese che non gli ha ceduto un metro. Non gli ha dato un cambio, lasciando sulle sue spalle il peso dell’inseguimento ad Arensman. Vingegaard ha allungato nel finale, quasi un tentativo di vincere la tappa, ormai reso impossibile dal vantaggio del fuggitivo, forse solo la soddisfazione di staccarlo di qualche metro, impresa non riuscita, oppure di mettergli la ruota davanti, almeno una volta. Il Tour, se non era già finito, è finito nel momento in cui anche Vingegaard ha realizzato che quei quattro minuti e spiccioli non erano più recuperabili. Perché mancava il terreno, perché mancavano le gambe, perché Pogačar ne aveva ancora. Anche Pogacar è stanco: ha detto che, in fondo, non vede l’ora di arrivare a Parigi, di finire il Tour, di tornare a casa. Sul traguardo, per poco, un addetto alla sicurezza non lo faceva cadere. Era stizzito. Come sembra fosse stizzito dal continuare a sentire ripetere quel “I’m gone, i’m dead”, perché non è stato un bel momento per lui ed è stufo di ripensarci. E, poi, alla fine della terza settimana di Tour sono tutti stanchi. Passa anche la voglia di crederci.
Ci ha creduto Lenny Martinez, che non vincerà la maglia a pois a Parigi, quasi sicuramente. Ma ha attaccato e qualche punticino l’ha messo in cassaforte. Non servirà a nulla? Fa niente. C’è dell’irrazionale nel crederci. Prendete Primoz Roglič: anche lui ci ha creduto. Sia ieri che oggi. Forse ancora di più oggi, quando ha attaccato cercando di guadagnare terreno sui rivali, cercando di scalare posizioni in classifica generale. Sembrava funzionasse, invece no. Potevano riprenderlo e l’hanno ripreso. Si è staccato, affaticato, ha pagato dazio, ha detto addio a qualsiasi speranza cullasse. Si può riuscire a crederci pur se stanchi, può non bastare anche se ci si crede, può crollare tutto anche se la fatica è doppia o tripla. Ovvietà, direte. Probabilmente. Ma proviamo sempre qualcosa a vedere certi tentativi, a guardare provarci, ad ogni costo. Il Tour, sulle montagne, è finito. Restano due tappe, per nulla scontate, banali. Restano altre quarantotto ore. E, anche se stanchi, si troverà qualcosa in cui credere. Da qualche parte, verso Parigi.