Quel giorno, Laura Tomasi, Laboral Kutxa, era caduta tre volte e, al traguardo, riflettendoci, aveva avuto paura. Dei rischi del suo mestiere, essere una ciclista per l’appunto, era sempre stata ben conscia ed aveva scelto in prima persona di viverli, perché è così che si fa. Tuttavia, scesa dalla bicicletta e tornata in hotel, a venticinque anni compiuti, si era resa conto di essere andata oltre: «Alcune volte non è giusto correre determinati rischi, per noi stesse ed anche per le persone che ci aspettano a casa. Ero abbastanza spericolata in sella e, ogni tanto, è necessario, ma quella sera ho capito che, per fare bene, per fare meglio, stavo andando a cercarmi dei pericoli gratuitamente e questa è incoscienza». Laura Tomasi cambia approccio proprio dopo quei pensieri ed inizia a ponderare i rischi del proprio lavoro. Questa volta ha fatto da sola, non è servito papà, non è servita una sua domanda schietta, decisa, tagliente, come ai tempi dell’adolescenza, quando, nel mezzo di un periodo difficile, non sapeva più cosa desiderava davvero, cosa voleva realmente: «Laura, devi decidere: vuoi continuare a pedalare oppure davvero non ti piace più e scegli un’altra strada? Ricorda solo che, in ogni caso, qualunque sia la tua scelta, ci saranno sempre dei giorni in cui quel che dovrai fare non sarà esattamente quel che vorrai fare. Il mondo degli adulti è così, non si può cambiare, è bene saperlo subito». Si è analizzata e ascoltata molto, Tomasi, proprio durante l’adolescenza, guardandosi dentro ed interrogandosi spesso, cercando una risposta a quella domanda del padre: «Non mi sono mai sentita obbligata a fare sport, era solo un modo per trascorrere delle domeniche felici, senza alcuna pressione, perché i ragazzini e le ragazzine che avvertono pressioni finiscono per smettere e, talvolta, per detestare la bicicletta, che diventa semplicemente un’abitudine forzata, non più un piacere. Mio padre ha corso per quattro anni, conosceva questa possibilità. Voleva, però, insegnarmi che gli impegni si portano a termine e quindi è bene non prenderseli a testa leggera, dicendo “non ho più voglia, basta” appena si presenta una difficoltà. Si può scegliere di smettere, di cambiare, certo, ma non può essere sempre questa la reazione di fronte ai problemi». Ha avuto chiaro in quel momento che sarebbe rimasta una ciclista.

Aveva iniziato a tredici anni, che è già un’età avanzata rispetto a tante colleghe, prima si cimentava nel pattinaggio. Era andata a vedere un’amica al Campionato Italiano di Povegliano ed era tornata a casa dicendo che avrebbe voluto essere una ciclista. Strano, anche perché, all’arrivo di quella corsa, avvennero diverse cadute, non filò tutto liscio. In casa, l’idea non venne subito accolta con favore perché «il ciclismo è uno sport di fatica, non ti piacerebbe». Sono stati tre mesi con un’amica più grande, in sella, a convincerla definitivamente ed a convincere anche i genitori, dopo tanta insistenza. Una bicicletta blu e argento, con i pedali senza tacchette e un giorno di grande divertimento, nonostante due cadute, «ma non ero per nulla spaventata, anzi»: è iniziata così e non è più finita. Il rapporto con suo fratello Marco è cresciuto assieme al ciclismo che hanno condiviso fino a pochi anni fa. «Ho riflettuto molto sulla mia scelta di diventare ciclista perché il ciclismo femminile del 2011 non era il ciclismo femminile di oggi. Era diverso il livello e differente la visibilità, non lo si vedeva in televisione e già questo rendeva quasi impossibile immaginare che potesse essere un lavoro. Per me era difficile avere un modello nel ciclismo femminile, sì, Vos, Guderzo e Bronzini erano conosciute, ma del resto si sapeva poco o nulla, le ragazzine di oggi vedono la Parigi-Roubaix, il Fiandre, possono immedesimarsi, giocare ad essere una ciclista, noi ci sentivamo lontane. Iniziavamo per istinto, senza alcuna idea di ciò che davvero significasse essere ciclista».

Tour of Chongming Island 2024 – Laura Tomasi (ITA – Laboral Kutxa – Fundacion Euskadi) – Foto Luis Angel Gomez/SprintCyclingAgency©2 2024

Il discorso, in realtà, vale per tutto lo sport femminile che, grazie a questa crescita, può attrarre sempre nuove ragazze che, ora sì, possono sognarsi sportive da adulte, anche senza entrare nei corpi militari. Spiega che da bambini, da giovani, è bene non pensare troppo in là, non chiedersi se potrà mai diventare un mestiere quell’attività in cui ci si cimenta: in quel momento va solo vissuta, a piene mani, poi verranno i compromessi, perché lo sport che diventa professione pone di fronte a piani alimentari, a giornate di allenamento in cui tutto si vorrebbe tranne che uscire in bici, ma questo viene successivamente. Se Laura Tomasi ha proseguito il suo percorso fino a farlo diventare un lavoro, un grazie va certamente a Lucio Rigato, che l’ha accolta in Fassa Bortolo, come una scommessa da vincere quando era ancora giovanissima: «faccio un anno e vediamo, se non ottengo risultati, smetto». Il salto di qualità c’è stato e nel 2018 ha avuto la conferma che lo sport avrebbe potuto essere un lavoro, non solo un divertimento. Il ciclismo le ha cambiato il carattere, soprattutto l’aspetto legato alla testardaggine.

«Ero molto testarda, troppo. Può essere un pregio, tuttavia, ai miei livelli, era un difetto perché non ascoltavo nessuno, proseguivo dritta per la mia strada rifiutandomi di cambiare idea. Invece è giusto cambiare idea, è doveroso alcune volte. Ero anche più introversa, faticavo a stringere legami, duraturi, profondi, perché faticavo ad aprirmi del tutto: vivere la quotidianità del ciclismo permette di imparare a rispettare le idee altrui, a convivere con i modi e le usanze di altri, perché è inevitabile e, se accetti di uscire dal tuo guscio, troverai sempre persone a te non affini, ma come esseri umani siamo chiamati ad uscire da quel guscio ed il ciclismo è una possibilità». Dopo l’adolescenza, ha anche scoperto una solarità che non le apparteneva, simile a quella di sua madre, a cui si ispira, perché «è un bel modo di vivere, pur con determinazione, i problemi che ci sono in ogni giornata». Il suo punto forte, riconosce, è la lettura della corsa, contenta di aver superato quell’incoscienza di qualche tempo fa, ha compreso i propri limiti, il proprio ruolo: «Non diventerò Niewiadoma o Wiebes, lo so, ma va bene così, lavoro su me stessa per migliorarmi e crescere, vedere fino a dove posso arrivare. So di poter vivere di ciclismo e non è consapevolezza da poco». Proprio rispetto alla concezione dei ruoli, Tomasi riflette sul cambiamento che è avvenuto anche in lei: si dice da sempre poco tollerante su questo punto, «quando una cosa va fatta, va fatta e fatico ad ammettere deroghe», ma l’empatia l’ha aiutata a capire meglio. «Sì, è accaduto anche a me di avere una richiesta da parte della squadra e di non riuscire a soddisfarla e, sono sincera, non dipendeva da me, solo da un’impossibilità temporanea data da stanchezza o fatica. Ora che è successo a me so che sbagliavo ad arrabbiarmi quando le mie compagne non facevano qualcosa che era stato stabilito. Ho imparato a comprendere».

Nel 2024 una caduta a Burgos, a causa di un’atleta franata a terra davanti a lei, le è costata sedici punti alla coscia, una lesione ai tendini e mesi di riabilitazione prima di riuscire a pedalare nuovamente, con, però, una naturale paura, diffidenza nei confronti del plotone, soprattutto al momento di gettarsi nella mischia per le volate. Un aiuto a superare questo blocco è arrivato al Giro d’Italia dello scorso anno grazie al nono posto conquistato nella tappa di Foligno, vinta da Lotte Kopecky, davanti a Chiara Consonni. Laura Tomasi guarda proprio a Consonni per abilità e capacità di muoversi in gruppo, cerca, in questo senso, di “rubare il mestiere”. Vorrebbe tornare a correre il Fiandre, perché le piace e perché quel pubblico, così particolare, così appassionato, lo cerca in ogni altra corsa che si trovi a disputare. Il pensiero va presto alla Milano-Sanremo che, dal 2025, per la prima volta ha avuto anche la gara femminile: «Finalmente, mi viene da dire solo questo. Ora speriamo che anche “il Lombardia” abbia la stessa storia, perché ormai non possiamo più pensare ad una classica monumento che non abbia anche la gara femminile. Il posizionamento nella stessa giornata della competizione maschile aiuta, ancor di più è importante guardare all’estero, alla Francia, ad esempio, e prendere spunto. Il pubblico sulle strade del Tour de France Femmes non si è mai visto da noi per le competizioni femminili. Capitasse, sarebbe l’ennesimo segnale ed il cambiamento si nutre anche di segnali». Al Giro d’Italia Women 2025, a Pianezze, forse, la festa più bella, con un fiume di maglie Laboral Kutxa ad attenderla, erano amici, tifosi, parenti: «Mia madre aveva fatto preparare cento magliette e non sono bastate, questo per rendere l’idea di quanti fossimo. Ho pianto in salita, mi sono commossa, mi sembrava incredibile. In discesa, mentre tornavo ai bus, mi sono fermata con loro una decina di minuti: è stato bellissimo, da brividi».

Qualche giorno fa, l’annuncio che, dopo due anni in Laboral Kutxa, dal prossimo anno vestirà la casacca del team Uno-X Mobility: a colpire la squadra norvegese il suo ruolo in squadra, le doti da velocista, l’occhio in corsa e anche la capacità di ritagliarsi spazio in fuga. Dice Tomasi che senza questi anni in Laboral probabilmente non sarebbe la ciclista che è, certo è entusiasta della nuova opportunità, ma adesso non vuole pensarci troppo: c’è una stagione da chiudere al meglio. Poi si aprirà un nuovo capitolo.

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