All’inizio era tutto diverso, anche per Krizia Corradetti. A San Benedetto del Tronto, più in generale nelle Marche, dove aveva iniziato a correre in bicicletta, non vi erano squadre femminili per esordienti e allieve perché non erano abbastanza le ragazze cicliste a formare una squadra, così si ritrovava a gareggiare con i ragazzi di pari età. Lei, «ciclista senza tradizione», perché suo padre e sua madre non avevano mai corso in bicicletta e la passione in famiglia era giunta per il tramite di suo zio, dopo aver provato diversi sport, era rimasta nel ciclismo perché quella soddisfazione l’aveva avvertita solo su una bicicletta e solo su una bicicletta aveva sentito di poter cambiare. Era una bambina timida, sin troppo introversa, che rifiutava alcuni esercizi, durante gli allenamenti, in quanto si sentiva troppo al centro dell’attenzione e si trovava a disagio. Il ciclismo le stava rafforzando il carattere, perché quando sgomitare diventa un obbligo, in una volata di gruppo, in mezzo ai ventagli, farsi forti è necessità. Chissà se, con un percorso differente, oggi parleremmo con la stessa persona: è Corradetti a chiederselo, mentre la memoria torna indietro nel tempo, a cercare questi fatti. All’inizio era tutto diverso anche per lei, ma la consapevolezza di quanto fosse diverso ed anche “ingiusto”, questo lo aggiungiamo noi, è arrivata più tardi. Quando ha iniziato a rendersi conto che per disputare un Campionato Italiano lei doveva affrontare quattro, talvolta sei, ore di viaggio, mentre qualunque sua compagna, solo per il fatto di essere nata nel nord del paese, non aveva questo bisogno, che si traduceva in ulteriore stanchezza sui pedali. Sembrava che il ciclismo “sfumasse” andando verso il meridione, quasi perdesse di importanza, si sgretolasse, come un grido che si sente sempre meno. Krizia Corradetti era, forse, troppo giovane per levare lei stessa un grido e chiedere a tutti come mai, per portare avanti le proprie idee, quelle attraverso cui avrebbe voluto modificare questa situazione, ma quella domanda era sorta e covava nella mente. «Forse bisognerebbe cambiare qualcosa dall’interno, affinché le ragazzine non siano più obbligate a correre con i ragazzi e affinché il ciclismo non “sfumi” così nella penisola. Forse bisognerebbe farlo perché non è possibile che, a parità di corsa, il valore del premio sia di circa un terzo per le donne». Corradetti, in quel momento, si divertiva a correre con i maschi, a competere con loro, le sembrava normale, perché accadeva spesso: oggi sappiamo che qualcosa è cambiato, che a livello di performance è deleterio in quanto, soprattutto a partire dalla categoria junior, le medie ed i chilometraggi sono completamente differenti e “non si fa così la gamba”. Fra le junior. Corradetti gareggia per il Club Corridonia ed è allenata da tecnici uomini.

«Il ciclismo è stato un ambiente maschilista, forse, in parte, lo è ancora. Un ambiente in cui si ravvisava una tipica spavalderia maschile, secondo cui il solo fatto di essere uomini consentiva di saperne di più, di avere maggiore voce in capitolo. Non è detto, non è mai detto. Può essere e può essere il contrario. Bisogna valutare la competenza, non il sesso di appartenenza. Lo studio e l’applicazione sono la fonte della conoscenza». Il seme che ha portato Krizia Corradetti a studiare per diventare tecnica allenatrice inizia a germogliare qui, o, forse, qualche tempo prima, quando i risultati in sella non la soddisfacevano: «L’impegno, per me, è fare tutto ciò che faccio al meglio. Certo, mi divertivo in bicicletta, ma non ho mai pedalato solo per divertirmi. Desideravo anche un risultato, chiunque corra lo desidera. Non andavo mai oltre il trentesimo, talvolta ventesimo posto: buone prestazioni a cui mancava sempre lo spunto vincente, oppure quello necessario per entrare almeno in una top ten. Ho rimuginato molto su questa mancanza, ho insistito, fino all’ultimo. Sino all’ultima gara, che ha avuto un forte impatto emotivo su di me, perché sapevo che sarebbe stata l’ultima possibilità. Non è successo, non è cambiato nulla: ho smesso». Krizia Corradetti correva da undici anni e qualunque esperienza, sino ad allora, era stata vissuta ponendo al centro il ciclismo: la scuola, il tempo libero, le amicizie. Un legame così profondo da far apparire impossibile distaccarsi, sciogliere quell’unione, e, quando la lontananza è imposta o autoimposta, allora il modo per stare meglio è recidere ogni contatto con la persona o l’oggetto amato. Così fa Corradetti: «Non me ne capacitavo, evitavo di leggere qualsiasi articolo o libro inerente il ciclismo e la bicicletta non volevo neppure vederla. Vicino avevo mia madre e fu lei ad accendere una luce diversa sull’accaduto, sulla fine precoce della mia carriera di ciclista, parlandomi di quei corsi da tecnica allenatrice, dicendomi che, forse, avrei dovuto provarci. Mi sono immessa così al corso di primo livello e qualcosa è rinato. Sotto una forma diversa, come in tutte le relazioni che si interrompono e poi riprendono. Ma l’amore per la bicicletta, per il ciclismo, per le persone, non è cambiato». In Italia le tecniche allenatrici sono poche, si contano sulle dita d’una mano, ma, spiega Krizia Corradetti, anche queste poche persone, unendosi, possono fare la differenza, mostrare, magari, che c’è uno spazio per questa figura, che questa figura è necessaria perché «magari con una allenatrice accanto anche per me le cose sarebbero state differenti, non posso saperlo, di certo l’avrei desiderata».

Da queste basi parte il suo lavoro come tecnica allenatrice delle juniores di Btf Burzoni Vo2 Team Pink. Tenendo ben a mente quel che ha vissuto come atleta perché sa che anche alle “sue ragazze” capiterà oppure potrebbe capitare. Per esempio quelle parole sentite a scuola: «Ma dove vuoi andare? Ce la fa un’atleta su un milione. Pensi di essere tu?». Erano alcuni insegnanti a parlare così e lei avrebbe voluto rispondere «perché no? perché non io?». Il suo carattere pungente l’ha portata a scontrarsi con alcuni professori, senza, però, riuscire mai a comprendersi del tutto. Anche per questo, oggi, parla di “un iceberg” a proposito della modalità con cui l’istituzione scolastica vede il mondo dello sport: «Sopra ci sono tutti gli atleti che ottengono risultati e che, attraverso gli stessi, vengono riconosciuti dalla scuola come atleti e aiutati nel percorso. Poi c’è tutta la parte sotto, con identici sacrifici, talvolta anche maggiori, ma senza risultati. A questi ultimi, non si riconosce praticamente nulla. Questo perché le linee guida fornite per identificare la figura dello studente atleta sono grossolane, a mio avviso. Per l’università il sistema è migliore, perché è possibile far parte di questa categoria anche a prescindere dai risultati, ma i posti sono pochi, pochissimi, e questo rischia anche di scoraggiare lo studio. Io ho sempre reagito, anche quando mi si mettevano i bastoni tra le ruote, ma non tutti sono così forti e non vedo il motivo per cui si debba arrivare a giovani che abbandonano la scuola oppure lo sport, in un paese in cui, tra l’altro, si parla spesso del problema della sedentarietà».

Attorno a lei ha respirato anche molto scetticismo per via della sua giovane età, simile a quella delle atlete che andrà ad allenare. Lei è cosciente che sia un’arma a doppio taglio, ma tende a vedere il lato positivo della faccenda: la comunicazione. Questa è la chiave attraverso cui legge il proprio compito: «La salvezza viene sempre dal dialogo e dalla comunicazione, dal non aver paura di parlare, di chiedere, di esprimere dubbi, richieste. Anche una lite con la madre, con la sorella, con un’amica può influire sulla prestazione, sull’allenamento, perché si esce nervose, non completamente concentrate sul proprio compito. Le junior hanno una particolare intelligenza emotiva, è quello che mi piace maggiormente di questa categoria: parlano chiaramente, sono sincere e recepiscono i messaggi, assorbono tutto quel che viene detto. Dobbiamo noi essere bravi a trasmettere, ad usare le parole giuste, a fornire le informazioni giuste ed a chiarire da subito che c’è una soglia precisa da non oltrepassare». Corradetti si riferisce al concetto di amicizia: può esserci confidenza, ascolto e disponibilità ma bisogna aver ben chiaro il rispetto dei ruoli. A Corradetti, forse, manca l’esperienza, pur se nei due anni già vissuti da tecnica allenatrice in sordina ha imparato come gestire determinate situazioni, relative, ad esempio, alle tattiche di gara, alla necessità di comunicare anche in corsa, fra le stesse atlete, perché molte situazioni possono variare durante lo svolgimento delle competizioni e bisogna saperle affrontare. Accanto a lei c’è Vittorio Affaticati: sarà questo il mix di novità ed esperienza proposto da Btf Burzoni Vo2 Team Pink. Lo scetticismo, poi, spiega Corradetti, si combatte con il lavoro quotidiano. «Io vorrei di più: vorrei ispirare altre atlete con il mio percorso. Altre donne. Spero di essere una sorta di apripista, per coloro che magari sono costrette a lasciare la carriera agonistica ma restano innamorate della bicicletta e del ciclismo».

Krizia Corradetti è arrivata al ciclismo da bambina e sin dalla più tenera età ha familiarizzato con il concetto di sacrificio: quando rinunciava ad un dolce, oppure ad un’uscita il sabato sera, perché bisogna andare a letto presto, per riposare. Quando ha scelto di seguire i corsi per divenire tecnica allenatrice si è sottoposta ad altri sacrifici, ad altri sabati e domeniche impegnati a studiare, talvolta lontano da casa, a Roma, per conseguire il terzo livello, eppure non parla praticamente mai di sacrificio, utilizzando, invece, il termine “passione”: «Sì, un conto è studiare con voglia, con fame di apprendere, ben diverso è farlo solo per ottenere un titolo. Io credo nel primo modus operandi, sebbene anche il secondo sia perfettamente lecito e possibile. Ecco, questo è fare bene quel che si fa, in qualunque ambito ci si trovi ad agire».

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