Anche se le montagne scompaiono nelle nuvole che, oggi, paiono montate con la frusta da cucina, lassù è pieno di gente. E dalle montagne si sale e si scende in continuazione, nella quart’ultima tappa del Tour de France: Col du Glandon, Col de la Madeleine e Col de la Loze. Venticinque anni fa, pioveva come oggi, almeno nel luogo in cui scriviamo, mentre c’era il sole in Francia. Eravamo in auto e una voce dalla radio ci aveva portato l’illusione che gli amori non finissero mai. Era scattato Marco Pantani, aveva staccato “il figlio di quell’uomo che è andato sulla luna” e aveva vinto, in solitaria ed in solitudine a Courchevel. Qualcuno ha raccontato che anche sua madre fosse lassù ad aspettarlo, qualcuno ha aggiunto che il suo scatto, l’ultimo, fosse avvenuto dopo averla intravista. Più di vent’anni dopo, abbiamo perso qualche illusione, degli amori abbiamo ancora poche certezze, ma le strade di montagna abbiamo continuato ad esplorarle e sui monti torniamo spesso. Ci sono quelle nuvole a far da cappello alle cime, ci sono erbe prese a sberle dalla brina della notte, animali che restano a mangiare anche se l’elicottero delle riprese si abbassa e i genitori dei ciclisti ad aspettare, spesso accanto ad un camper con il portellone aperto. Chissà perché. Non abbiamo fatto caso al camper, ma il papà dei gemelli Yates, Adam e Simon, l’abbiamo visto. Aveva dei pantaloncini che facevamo a pugni con il tempo da lupi e aveva una maglietta da ciclista. Metà bianca, come la UAE Emirates, metà gialla come la Visma I Lease a Bike. Da una parte Adam, a sostegno di Tadej Pogačar, la maglia gialla, dall’altra Simon, recente vincitore del Giro d’Italia, a sostegno di Jonas Vingegaard. Si può chiamare in tanti modi, noi la chiamiamo rappresentazione. Metter fuori ciò che c’è dentro. Le persone a bordo strada fanno così, tutte, anche se fuori tempo. Laurent Jalabert non corre più da anni, ma qualcuno scrive ancora di lui. Va bene così, e pure loro non sono cambiate.
Non c’è stata rivoluzione, anche se i segnali potevano esserci. Jonas Vingegaard, sulla Madeleine, grazie alla sua squadra, ha isolato Tadej Pogačar. Poteva non essere una giornata facile per lo sloveno. Da queste parti, toccò la radiolina e disse “sono finito, sono morto”: era il giorno in cui Jonas Vingegaard si prese il Tour, il giorno in cui il re abdicò. Le montagne non sono cambiate e tornarci può far pensare, può far temere. Soprattutto se si resta soli. Non è successo e, nel giro di una discesa e della successiva salita, la situazione si è capovolta. Tadej Pogačar è cambiato: domina sempre, ma il dominio ha cambiato forma. Le gambe sono sempre quelle: quelle che divorano l’asfalto verticale, mentre gli altri vedono quelle ruote allontanarsi. Però si può anche controllare, aspettare, non esagerare, soprattutto se Vingegaard ha già più di quattro minuti di ritardo. Basta uno scatto nei quattrocento metri finali, giusto per mettere le cose in chiaro, per sfogarsi un poco e ancora qualche secondo guadagnato. Nemmeno certe sensazioni sono cambiate e mai cambieranno: quelle di Einer Rubio che, dopo una giornata in fuga, poteva arrivare secondo, era ad un passo dalla linea del traguardo. Un passo lungo duecento metri che in montagna sono tanti, talvolta troppi. Ha concluso in quinta posizione, mentre, dapprima Pogačar, poi anche Vingegaard e Onley lo superavano. È successo a tanti ciclisti, forse a tutti, almeno una volta, di vedere gli altri andare via a doppia velocità e non poter fare altro che restare a guardare. A illusioni spente e amori tempestosi come quelle vette.
Anche per Enric Mas si sono spente le illusioni. Lui che l’altro giorno era in testa sul Ventoux, lui che poteva vincere. Oggi è scattato, poi si è spenta la luce, si è chiuso il sipario. Forse si scatta anche per potersi illudere ancora, pure quando non se ne ha più. Per sperare che qualcosa cambi. Lo scatto è l’ultimo atto di resistenza in un mondo che si adegua. Ben O’Connor scatta, Ben O’Connor resiste e non parlategli di adeguarsi alla realtà, a quel che c’è, come fosse l’unica via. Ha ritrovato le gambe nel giorno in cui più le desiderava, ha ritrovato un certo modo di essere e di pensare mentre la strada iniziava a salire e quanto gli è servito tutto questo per alzare le braccia al cielo, quando nessuno poteva più riprenderlo. L’ha dedicata alla squadra e alla fedeltà della gente australiana che non ha mai smesso di credere in lui. La fedeltà che va con gli amori e le illusioni lassù. La radio, oggi, è spenta. Fuori piove come allora. E domani ci saranno altre montagne. Non c’è altro da aggiungere.