La verità delle cose

La quarta tappa del Tour de France partiva da Amiens per arrivare a Rouen, 174 chilometri dalla regione dell’Alta Francia alla Normandia.
Rouen è una città ricchissima di storia, per secoli al centro della cultura europea.
Qui, il 30 maggio 1431, venne uccisa sul rogo Giovanna D’Arco. Qui, nella Cattedrale di Notre-Dame, capolavoro dell’architettura gotica, è custodito il cuore del re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (quello di Robin Hood, sì).
Qui, nel 1821, nacque anche Gustave Flaubert, che portò il romanzo nella modernità introducendo il realismo, descrivendo cioè la vita così com’è, fin nei particolari, sfrondando tutte le idealizzazioni del romanticismo.
Per descrivere nel dettaglio una tappa come questa, con un finale come questo, con dei protagonisti come questi, ci vorrebbe uno come lui.
Appena prima della Côte de Bonsecours, la terza delle cinque salitelle concentrate negli ultimi 50 chilometri, anche l’ultimo dei quattro attaccanti, il volitivo Lenny Martinez (combattivo di giornata), era stato ripreso.
Appena dopo lo scollinamento in testa è apparsa in blocco la UAE Team Emirates XRG di Pogačar: Soler, Sivakov, Wellens, Narvaez, poi è arrivato anche Almeida, a dimostrare che oggi sarebbe stato un giorno da ricordare, il primo vero grande scontro tra gli uomini di classifica, quasi come il Galibier dell’edizione scorsa.
Forse non tanto per i pochi secondi in palio, ma per tutta la gloria di un arrivo come questo.
Lungo la Côte de la Grand’Mare un monumentale Tim Wellens in maglia a pois, cuor di Leone anche lui, dapprima fa a spallate con la Alpecin per le posizioni, poi tiene in fila il gruppo dei migliori, in cui ci sono ancora tutti.
Vingegaard è già a ruota di Pogačar, van der Poel a quella di Vingegaard, dietro di loro Evenepoel, Roglič, Mas, eccetera.
Tutti in attesa dell’ultima asperità, la più temuta, che non a caso si chiama Rampe Saint Hilaire: 800 metri all’11%.
Quando sembrava che l’intreccio della tappa scivolasse via così, plot twist, in testa si materializza la Visma-Lease a Bike. A Wellens si sostituisce Campenaerts, con Benoot, Jorgenson e van Aert a scortare il capitano.
Ma appena inizia la rampa di nuovo maglie bianche, Narvaez con Pogacar assieme a van der Poel, quasi come sulla Cipressa.
Sembra un romanzo a puntate questo finale, con i capitoli lasciati aperti per tenere appesi i lettori, e infatti a metà rampa risale Almeida e si capisce che è il momento.
Pogačar parte nel tratto più duro, quello al 15%. Lo segue solo Vingegaard, brillante come non lo si è mai visto su terreni simili. A 50 metri dallo scollinamento il danese perde due, tre metri, e pare che davvero possa ripetersi la trama del Galibier del 2024, con lo sloveno che se ne va e ciao, tappa e maglia gialla. E invece no, perché sembra un romanzo a puntate questo finale, il danese rientra, e nel successivo falsopiano tornano sotto anche gli altri sopravvissuti, agganciati a un Evenepoel in versione Liegi-Bastogne-Liegi.
Sembra un romanzo questo finale, ma con tutti i personaggi più celebri della letteratura moderna messi insieme: Madame Bovary, Don Chisciotte, Anna Karenina, Edmond Dantès e almeno uno dei fratelli Karamazov.
Negli ultimi due chilometri prova ad anticipare Evenepoel, ma Almeida chiude, poi parte Jorgenson, ma Almeida rintuzza anche lì, mentre van der Poel rimane a ruota, rapace. Il più fido scudiere del campione del mondo trova ancora, solo lui sa dove, le energie per tirare la volata con la strada che tira all’insù.
La maglia gialla lancia il suo sprint, vorrebbe dedicare il successo al compagno Philipsen ritiratosi ieri ma - non so se l’abbiamo già detto - questo finale sembra scritto da un romanziere consumato, e dalla ruota del divino Mathieu esce tutto il bagliore di sua maestà Pogačar, che preparava la sua vittoria a Rouen da giorni, forse di più.
Ieri lo sloveno ha deciso di cedere la maglia a pois a Tim Wellens esattamente per questo, per potersi godere la 100^ vittoria in carriera con la maglia iridata, la più bella del mondo.
Per spiegare il suo modo di raccontare il mondo Flaubert diceva che «occorre far parlare le cose, far sì che dicano la loro realtà, far sì che dicano la loro verità».
E la verità delle cose finora, a questo Tour de France, è che Tadej Pogačar sembra poter disporre delle tappe come fossero capitoli di un romanzo che sta scrivendo lui, in cui decide tempi, modi e azioni dei personaggi quasi come un narratore onnisciente.
Ma anche che forse non abbiamo mai visto Jonas Vingegaard così forte, oggi terzo, come due giorni fa.
Quindi non vediamo l’ora che sia domani, per un altro colpo di scena.

Foto: Poci's Pix


La tregua di Dunkerque

Nella tappa a più alto tasso di memorialistica militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. La frazione da Valenciennes a Dunkerque doveva essere una giornata da velocisti, e così è stato, anche se non come ce la si sarebbe aspettata alla vigilia.
Da quanto tempo non vedevamo, al Tour, ma anche altrove, una tappa di pianura senza nemmeno un tentativo di fuga, al punto che il premio per il combattivo di giornata non è stato assegnato?
I depositari della storia del ciclismo stanno ancora sfogliando gli annuari, e qualcosa probabilmente verrà fuori da qualche librone impolverato, fatto sta che a memoria d’uomo se non si tratta di un unicum poco ci manca.

Oggi è stato il vento che soffiava dal mare del Nord a sancire la tregua, a rallentare il gruppo, a scoraggiare ogni tentativo di attacco. Una metafora forse non troppo raffinata di quella forza che rallentò, nel maggio del ‘40, le Panzer-Division tedesche che sembravano ormai destinate a fare prigioniera buona parte dell’esercito francese e britannico, che proprio sulla spiaggia della cittadina si erano ritirati dopo l’inarrestabile avanzata della Wehrmacht. Il miracolo di Dunkerque, lo chiamarono, in cui in nove drammatici giorni le navi britanniche e francesi evacuarono oltre 300.000 soldati, lasciando intatto almeno un seme di speranza di vincere la guerra alle forze alleate.
Talmente poco è successo, almeno prima della volata finale, che le cose da segnalare vanno ricercate nell’aneddotica. La maglia gialla van der Poel che per fermarsi a fare pipì si esibisce nel salto laterale di un’aiuola. Tim Wellens che a 36 chilometri dal traguardo, dopo aver chiesto il permesso agli altri corridori schierati in testa al gruppo, prende e se ne va. Ma dove? Visita parenti? A rubare la maglia a pois a Pogačar sulla salitella di Mont Cassel, l'unico Gpm di giornata? E se così fosse, perché non lo segue Benjamin Thomas? Forse perché il francese, proprio su quello stesso traguardo, due giorni fa è caduto tirando per terra anche il compagno di fuga e di quel pavè non vuole più saperne?
L’arcano lo svela in diretta Gianetti. Sì, Wellens ha fatto quell’azione esattamente per togliere la maglia di miglior scalatore al suo capitano, levandogli così di dosso anche le fastidiose incombenze di premiazioni e interviste post tappa.

Meno aneddotico è invece quello che è successo a 60 dall’arrivo durante lo sprint intermedio. Durante la preparazione dello sprint Bryan Coquard si tocca con un corridore dell’Intermarché-Wanty, sbanda a sinistra e butta per terra la maglia verde Philipsen.
Il belga resta sull’asfalto, la spalla destra abrasa e dolorante, il Tour della prima maglia gialla 2025 finisce oggi, nella tappa della grande tregua.
Poi c’è solo il finale, con la preparazione di una volata che tutti aspettavano fin da Valencienne. Però qui, entrando a Dunkerque, la grande tregua ha mostrato il suo lato oscuro.
Se 180 corridori vanno a spasso per 170 chilometri, c’è il pericolo più che concreto che molti di loro arrivino nelle fasi finali ancora nel pieno del vigore agonistico, pronti a battagliare (a questo punto sì) per ogni centimetro di spazio, con risultato più o meno inevitabile di rendere più probabili le cadute. La prima, a 3000 metri dal traguardo, coinvolge Jordi Meeus a centro gruppo. Nella seconda, all’ultima curva ai 300 metri, vediamo volare per aria Davide Ballerini e Arnaud De Lie. Finiranno tutti la corsa, ma questo ci ricorda che anche le tregue, a volte, hanno un prezzo da pagare.

Ma a quel punto la volata era già stata lanciata dalla Lidl-Trek che puntava tutto su Jonathan Milan, e il ragazzone friulano stava già quasi assaporando la sua prima vittoria nella corsa a tappe più importante del mondo. Diversamente però la pensava Tim Merlier. Il campione europeo, senza compagni di squadra, aveva già da tempo battezzato l’ombra imponente di Milan e l’ha battuto, seppur di un soffio, sulla linea di arrivo di Dunkerque.
Eppure a rivedere il ralenti non si può non notare la differenza di stile tra i due, col belga tutto adagiato sul manubrio, alla ricerca della massima aerodinamicità, mentre l’italiano, spalle e faccia al vento, almeno una spanna più in alto dell’avversario.
Ma ha tutto il tempo dalla sua, Milan: “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle larghe”.
Nella tappa a più alto tasso di memorialistica-militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. Ma accostare lo sport alla guerra è sempre faccenda scivolosa, nel migliore dei casi, e pericolosa nei peggiori.

Quindi finiamo il racconto della Valenciennes-Dunkerque, citando l'intervista di Bryan Coquard dopo il traguardo. Faccia plumbea, voce avvilita, sguardo basso, Coquard chiede scusa in mondovisione a Philipsen e a tutta la Alpecin-Deceuninck, spiega che non era sua intenzione, che il deragliatore gli si è incastrato alla bici di Laurenz Rex, l’ha fatto sbandare e non ha potuto farci nulla.
Ha combinato un pasticcio, non è stata colpa sua, ma ha voluto scusarsi lo stesso. Magari, in guerra, succedessero cose del genere.

Foto: Sprint Cycling Agency


La Grand Armée du Tour de France

Tra il 1803 e il 1805, Napoleone Bonaparte radunò la sua Grande Armée a Boulogne-sur-Mer, una cittadina francese costruita dai romani nel punto più stretto del Canale della Manica. Il suo intento era di realizzare, al momento opportuno, la sua impresa più ambiziosa: invadere la Gran Bretagna. Non ci riuscì mai. Dopo oltre due anni di attesa spostò l’esercitò altrove, e il suo grande sogno tramontò. Restò comunque un monumento, a pochi chilometri dalla cittadina costiera, “La colonna della Grande Armata” un siluro di marmo alto 50 metri con una statua del generale in cima.

La seconda tappa del Tour de France arriva proprio a Boulogne-sur-Mer, dopo 209 km dalla partenza di Lauwin-Planque. La frazione più lunga di tutta la Grande Boucle 2025. Pioggia e vento fin dall’inizio, per una giornata che - sia dal punto di vista climatico che del percorso - aveva il sapore di una classica da campagna del Nord.

La prima avanguardia a muoversi è stato un gruppetto formato da Yevgeniy Fedorov, Bruno Armirail, Brent Van Moer e Andreas Leknessund. I quattro hanno cavalcato di comune accordo per oltre 150 chilometri, ma la loro era solo una ricognizione topografica, a caccia di gloria effimera, in attesa che arrivasse la truppa vera e propria a giocarsi la vittoria.

Infatti, la loro scappatella terminava presto, perché il gruppo già si preparava agli ultimi 30 chilometri decisivi, quando i corridori avrebbero dovuto affrontare in rapida successione tre muri dalle fattezze ardennesi.

Prima la Côte du Haut Pichot, 1,1 chilometri al 9.4%.
La prende in testa Van Aert, la finisce davanti Wellens, con i capitani già tutti lì dietro pronti alla battaglia decisiva. Poi, a meno di 10 km dal traguardo, la salita più dura di giornata, Saint-Étienne-au-Mont, un chilometro al 10,6 di media con punte al 15%.

Fa il ritmo Tiesj Benoot, ma nel finale di una tappa che arriva un posto del genere, con una storia del genere, non c’è spazio per i comprimari, si devono muovere i generali. E allora a metà dello strappo eccoli lì, seppur per una breve attimo, per la prima volta tutti assieme, i Fab Four di questo Tour: van der Poel con a ruota Pogačar, Vingegaard ed Evenepoel. A quel punto la miccia è innescata per il gran finale con la Côte d’Outreau, un muro di 800 metri all’8.8% che termina a poco più di cinque chilometri dal traguardo.

Vingegaard attende lo scollinamento per attaccare, ma Evenepoel risponde e assieme a lui Pogačar, van der Poel e quello che è rimasto del gruppo (non molto).

Kévin Vauquelin tra l'ultima salita e il tratto pianeggiante che precede l'arrivo ci prova una, due, tre volte. Lui che ha vinto la seconda tappa l'anno del Tour 2024 con arrivo a Bologna e vorrebbe a tutti i costi ripetersi nella Bologna francese. Se ci riuscisse in casa Arkéa-B&B Hotels magari non gli erigerebbero proprio una colonna di marmo con una statua annessa, ma poco ci mancherebbe.
Ma una tappa così, con un arrivo in posto del genere, non può essere giornata da comprimari.
A riprova di questa tesi nell’ultimo chilometro si rivede in testa anche Alaphilippe, content de te revoir, Loulou.

Una delle frasi celebri di Napoleone era “On s'engage, et puis on voit", che tradotto significa qualcosa come: “Ci impegniamo, e poi si vede”.

Un modo per dire che al di là della tattica, della strategia, le battaglie si vincono con il colpo d’occhio giusto al momento giusto.
E uno che quel colpo d’occhio ce l’ha sempre avuto (oltre a delle gambe eccezionali, certo, ma anche Napoleone aveva i cannoni) è Mathieu van der Poel.

Prende la volata in testa con il campione del mondo alla ruota, come al Fiandre del 2022, decide i tempi e modi dello sprint, legge in anticipo le mosse degli avversari, e quando parte non c’è niente da fare, anche se ti chiami Pogačar, 2°, o Vingegaard, 3°.

L’ultima vittoria al Tour de France il fuoriclasse, il divino Mathieu l’aveva ottenuta nel 2021 sul Mûr-de-Bretagne, anche quella volta alla seconda tappa, anche quella volta indossando la maglia gialla.

Una tappa così, con un arrivo in posto del genere, non poteva essere giornata da comprimari. E se il podio di oggi è faccenda più che ragguardevole, è bene strofinarsi gli occhi guardando la classifica generale che recita: primo Mathieu van der Poel, secondo a 4’’ Tadej Pogačar e terzo a 6’’ Jonas Vingegaard.

Sembra di essere dentro questo spettacolo già da una vita, eppure siamo solo alla seconda tappa.

Se oggi la Grand Armée du Tour de France è arrivata a Boulogne-sur-Mer, dove Napoleone sognò per anni d’invadere la Gran Bretagna, il traguardo di domani è atteso in altro luogo che di grandi battaglie se ne intende: Dunkerque.

Foto: Poci's Pix


Per giorni come questo

Quando mancavano 54 chilometri all’arrivo, in tv è andata in onda un’intervista a Jasper Philipsen registrata alla partenza. Il belga, rispondendo alla domanda del giornalista su come si sentisse, ha risposto: «Viviamo per giorni come questo».

In quel momento, il gruppo viaggiava relativamente tranquillo. La fuga iniziale di cinque corridori era stata raggiunta, come anche la seconda, terminata con una strana caduta innescata da Benjamin Thomas che ha travolto il compagno di avventura Mattéo Vercher proprio sul traguardo del GPM di Mont Cassel.

Il gruppo, nel momento in cui è andata in onda l’intervista a Philipsen, viaggiava relativamente tranquillo, ma molto era già successo dalla partenza di Lille. Perché questo era il primo giorno del Tour de France, il gran ballo di gala del ciclismo mondiale.

Nella prima tappa del più importante evento di questo sport - specie se si tratta di una frazione pianeggiante come questa, 185 chilometri da Lille a Lille - si innesca uno strano valzer, un gioco tra la voglia di vedere e quella di nascondersi, che coinvolge spettatori e corridori.

Dopo un anno di attesa, vogliamo osservare le facce dei campioni, capire come pedalano, scrutare l'espressione del viso, analizzare la loro posizione in gruppo.

Ma i grandi campioni, in una frazione come questa, teoricamente dedicata ai velocisti, sanno invece che dovrebbero nascondersi il più possibile. Dalle cadute, dagli inconvenienti meccanici, dal vento. Anche dai nostri sguardi invadenti.

Se la telecamera li inquadra troppo da vicino, magari in solitaria, c’è qualcosa che non va. Come capita per esempio a Filippo Ganna, che cade a 132 chilometri dall’arrivo e lo vediamo per lunghi minuti, da solo, ferito e furente, lui il re dell'inseguimento su pista, a rincorrere il gruppo lanciato tra le schermaglie del vento. Rientrerà, si staccherà di nuovo, finché dovrà arrendersi alle ferite e ritirarsi.

O come succede poco dopo a Florian Lipowitz che fora e resta anche lui inquadrato in mondovisione ad inseguire, senza nemmeno un compagno che si fermi ad aiutarlo. E questo, a noi assetati di vedere e di capire, rende chiaro come in casa Red Bull-BORA-hansgrohe il capitano designato non sia lui.

Strano valzer, abbiamo detto, strano gioco, perché quella da Lille a Lille avrebbe dovuto essere una tappa per velocisti. Tutti sapevano, però, che sarebbe potuta anche trasformarsi in qualcosa di diverso. In un esordio del Tour in cui anche i campioni, gli uomini di classifica, avrebbero dovuto abbandonare la familiarità dei loro nascondigli, cambiare paradigma e mostrarsi, a noi e agli avversari, in prima persona.

Ed è quello che succede a 17 chilometri dall’arrivo, quando in prima posizione del gruppo vediamo apparire Jonas Vingegaard. E’ proprio lui, scalatore puro di 60 kg bagnato, ma nato nel villaggio Hillerslev, in Danimarca, il paese più ventoso del mondo, ad aprire il ventaglio decisivo.

In un attimo è cambiato tutto, il momento per farsi inquadrare dalle telecamere è arrivato di colpo, come un temporale estivo che sorprende chi non sa leggere il cielo. Lo sa anche Tadej Pogačar, che non perde un metro, lo sanno anche van der Poel con i compagni Philipsen e Groves, lo sanno Girmay e altri. Chi invece è rimasto ancorato al vecchio paradigma è Evenepoel assieme a Roglič, ma anche Merlier e Milan. Il gruppetto davanti fila via, danzando nel vento, quello dietro invece inciampa, sbaglia i passi, e nel primo giorno del gran ballo del ciclismo mondiale arriva al traguardo con 40” di ritardo. Un’enormità, per una tappa che avrebbe dovuto essere per velocisti.

Nello sprint finale, Jasper Philipsen non ha rivali, anche perché può contare su due ultimi uomini come van der Poel e Groves. Sul traguardo di Lille vince di tre biciclette: decima vittoria al Tour de France e, soprattutto, prima maglia gialla della sua carriera.

D’altronde l’aveva detto, prima della partenza, di vivere per giorni come questo. Un po’ come noi. E la notizia ancora più bella è che ne abbiamo altri venti davanti.


Il teorema dei record

«Non ho tentato il record nell'inseguimento individuale e un nuovo record dell'ora giusto per avere una targhetta in più da appendere ai muri di casa. Anche perché di targhette ne ho già e non c'è nemmeno lo spazio adeguato dove abito. Non amo i cerimoniali, le celebrazioni e nemmeno la personalizzazione. Mi ritengo una professionista, anzi sono una professionista e farei un torto al mio lavoro se racchiudessi tutto qui, nell'apparenza. Quel che ho fatto aveva un respiro più ampio, credo non sia stato capito, forse non sono stata in grado di spiegarlo io. Quindi, anche se ho ottenuto entrambi i record contemporaneamente, sento di aver fallito». A parlare è Vittoria Bussi, in una serata d'estate, ormai distante qualche settimana dai giorni della realizzazione del nuovo record dell'ora, 50,455 km, e dal record del mondo nell'inseguimento individuale, 4'23"642. Era maggio, in Messico, ad Aguascalientes. Ora, Vittoria Bussi torna indietro con la mente, nei giorni caldi della sua infanzia, quando praticava atletica, correva in pista ed era "una bambina megalomane" che sognava di detenere il record della maratona e degli ottocento metri ed essere la più forte del mondo. Poi le strade l'hanno portata al ciclismo e questa accoppiata ha chiuso un cerchio, un autentico pezzo di vita in cui ha imparato tante cose che vorrebbe poter trasmettere, perché «per mia madre, per mio marito e per me questo percorso ha un valore importante, ma mi rattrista l'idea che finisca qui, come se sprecassi quel che ho imparato e potrei diffondere. Farò di tutto perché ciò non accada».

Ora l'Italia ha entrambi i record, sia fra gli uomini, con Filippo Ganna, che fra le donne, per l'appunto con Vittoria Bussi e non era scontato. «Gli uomini l'avevano già fatto, le donne no. Perché? Me lo sono chiesto: è una questione di supporto economico? No, certo, ci sono dei problemi che non voglio nascondere, ci arriveremo, ma si può fare anche con questi ostacoli. Mi sono anche domandata se fosse qualcosa di fisiologico che lo impedisse ad una donna. Falso, possiamo farlo. L'ho fatto. Sono stata la prima? Non mi interessa, non parliamo di me. Il punto è che abbiamo aspettato così tanto perché era difficile, molto difficile. Ci sono molti aspetti da studiare e studiare serve a far crescere le persone come gli sport. A me preoccupa il fatto che nessuno si sia chiesto o mi abbia mai chiesto come si fa una cosa di questo genere. Parlo di tecnici, di persone del settore, anche di sportivi. Mi preoccupa da persona che si occupava di ricerca». Le sembra, continua Bussi, di aver elaborato un teorema, per proseguire la metafora con il mondo accademico, che il teorema sia stato riconosciuto, pubblicato, che magari abbia anche ricevuto un premio, ma, poi, quello stesso teorema sia stato messo da parte, quasi dimenticato, non utilizzato. «E sai qual è il fatto? Che un teorema dimenticato può impedire di scoprirne molti altri. Se accadesse così anche nello sport? Io ne ho la certezza».

Cosa trasmettere di questi due record vissuti in maniera così ravvicinata? In primis le problematiche che pone la combinazione di due fattispecie così diverse tanto a livello aerodinamico quanto a livello fisiologico, il cambiamento di approccio mentale tra i pensieri dell'ora e le partenze a sessanta chilometri orari nell'inseguimento. Preparare due specialità assieme limita il tempo per entrambe: l'inseguimento, ad esempio, richiede molta potenza e quindi la necessità di non affaticare le gambe. L'ora, invece, le affatica. Come si riesce a non staccare mentalmente dopo il primo tentativo ed essere pronti per il secondo? Sì, sotto pressione, anche un'unghia sbeccata ha il potere di far pensare che andrà tutto male e che il record non riuscirà. Come si allenano entrambi assieme? Che effetti ha l'allenamento in palestra sull'uno e sull'altro? Come ci si nutre? Sì, sono due nutrizioni differenti, come differente è l'influsso dell'altura, perché sembrerebbe più complicata l'ora in altura ma Bussi racconta di aver sofferto maggiormente l'inseguimento. Già, l'inseguimento in altura su cui sono state sollevate alcune obiezioni: «Non mi sorprende lo scetticismo, perché so come siamo fatti. Allora provo a spiegare: chi conosce il numero di Reynolds? Bene, detto in parole povere e, forse in maniera impropria, l'ingombro del proprio corpo aumenta in altura. La minore densità dell'aria viene compensata nelle formule da un coefficiente aerodinamico più grande, il che porta anche problemi, non solo vantaggi. Non basta la densità dell'aria più bassa per facilitare le cose. Non è un caso se chi fa i test al livello del mare e poi li riprova in altura non ritrova più alcun valore. A questo si aggiunga che il controllo dell'aria nel velodromo è, a mio avviso, ai limiti della legalità e sto interloquendo con l'UCI affinché si possa cambiare questo parametro». La scelta di Aguascalientes, non di un qualsiasi velodromo in altura in Messico, è stata data da un fatto non negoziabile: l'UCI richiede la comunicazione del giorno e dell'orario in cui avverrà il tentativo quattro mesi prima e nessun luogo è prevedibile come un deserto. Bastano pochi gradi di differenza perché cambi la resistenza al rotolamento e di conseguenza la condizione fisiologica.

In realtà, Bussi con l'UCI si era già confrontata, nei mesi immediatamente precedenti al tentativo, quando, a seguito del cambiamento del regolamento dell'Unione Ciclistica Internazionale, i costi per i cronometristi di Tissot avrebbe dovuto essere addebitati all'atleta: «Si parlava di una spesa di circa 40000 euro che avrebbe reso impossibile non solo il mio tentativo ma molti tentativi, rendendo il record elitario. La possibilità di rivolgersi ad altri per cronometrare non era consentita, pena la non ufficialità del record. Una lunga trattativa ha permesso di abolire questo principio e ha stabilito la facoltà di rivolgersi a qualunque compagnia locale al posto di Tissot, riducendo i costi. Anche per questo ho tentato un record dell'ora, per chi vorrà provarci un domani». Il focus si sposta, allora, sui regolamenti, non solo quelli ciclistici da cui parte la riflessione, ma, in generale, su tutti i regolamenti a cui chiunque è sottoposto, magari per lavoro: «Chi davvero conosce le regole a cui deve sottostare? Credo ben pochi. Spesso ci leghiamo a delle norme di cui nemmeno sospettiamo l'esistenza, il fatto è che quelle stesse norme ci vincolano e segnano il nostro lavoro. Perché non studiarle e diventarne consapevoli? Ritengo sia un atto di libertà e professionalità e penso che, parlando del mio mondo, quello dello sport, le atlete e gli atleti non possano più aspettare. Se ci sono cose da cambiare, e ci sono, la conoscenza è l'unico modo per intervenire».

Vittoria Bussi pensa ai suoi inizi, al suo ingresso nel grande gruppo multiforme e colorato: ricorda la sensazione di goffaggine che la tormentava ed il disagio che ne conseguiva, tanto da sentirsi una sorta di "animale da circo". Aveva dedicato molti anni allo studio e non era abituata a pedalare: «Ad un certo punto ho capito che ciò che mi rendeva così imbranata, ciò di cui mi vergognavo, poteva, in realtà, essere un punto di forza. Dovevo utilizzare lo studio che avevo fatto per andare avanti, per fare strada ed è così che sono stata nel ciclismo, accettando me stessa e intuendo che l'unico potere che abbiamo deriva dalla conoscenza. Credendo, in primis, nella conoscenza. Forse per questo, ora che il cerchio si è chiuso, avverto un grande vuoto e, al rientro in Italia, ero svuotata e mi affaticava anche solo l'idea di pensare al futuro. L'adrenalina se n'era andata». Nel frattempo, anche Bussi è cambiata, per quello che è successo dentro e fuori di lei. Da sempre è una donna forte, decisa, convinta delle proprie idee che, talvolta, interviene anche a gamba tesa per difenderle e per questo, spesso, deve essere dura, rigida, per affermarle, per essere creduta e rispettata. Una versione di lei che le piace, almeno sul lavoro, che è necessaria, ma che le ha sempre reso complicato accettarsi completamente perché non poteva essere solo quello: «Ho scoperto la mia parte di tenerezza, di felicità nell'avere qualcuno che ha bisogno del mio aiuto, del mio supporto. Che ha necessità della colazione che preparo, del mio alzarmi dal letto la mattina. Può essere una persona, può essere un animale ed io questa cosa l'ho notata in riferimento ai miei gatti, quando a gennaio uno di loro è venuto a mancare. Lì la bicicletta era il mio appiglio per non pensare e andare al velodromo ad allenarmi, una sorta di panacea di tutti i mali, come può essere il lavoro. In quei giorni ho capito che Vittoria ha bisogno anche di quella parte, che Vittoria è tranquilla quando c'è pure quella tenerezza e l'altra è una maschera che serve per andare avanti, ma da sola non regge, seppur a tratti mi renda orgogliosa perché una donna, spesso, deve fare così per forza per realizzarsi».

Quella maschera è servita per mettere in piedi i tre record dell'ora ed il record del mondo dell'inseguimento individuale e per trovare sponsor che potessero supportarli. Crede sia stato un suo errore non utilizzare i social come avrebbe dovuto, creando engagement, ma, racconta, lei non si riconosce in quel mondo e sentiva di non poter fare altro. Ha pagato lo scotto di essere donna, quello che, purtroppo, pagano tutte le atlete perché il mondo dello sport è già una nicchia, lo sport femminile è una nicchia all'interno di un'altra nicchia e gli investimenti sono pochi, questo, purtroppo, compromette il livello. «Senza sponsor non avrei mai potuto correre con una bici Hope, avrei dovuto scegliere un altro marchio, meno costoso, e rinunciare in partenza a una serie di possibilità. Dobbiamo essere noi donne, in primis, a raccontarci e a raccontare i successi di altre donne nello sport. Quando accade qualcosa di oggettivamente importante dobbiamo farlo, altrimenti il rischio è di sabotarci da sole. Purtroppo ho la sensazione che non sempre accada».

Vorrebbe che la sua fosse una storia di coraggio, soprattutto per i giovani che non riescono a passare nel professionismo. Vorrebbe che questa storia dicesse loro che, con più difficoltà, ma ce la si può fare lo stesso. Anche questa è una parte di quel teorema su cui ha lavorato. Parla a chi si sente strano, diverso e lo invita a credere in quella differenza, in quella stranezza, perché è il punto vincente. Poi parla al ciclismo, a chi è in attività ed a chi ha smesso: «Per diventare medici c'è una scuola, si studia, ci si forma e si arriva al mondo lavorativo. Lo stesso avviene per chi intraprende professioni forensi. Nel ciclismo no, si viene messi in sella da bambini e di categoria in categoria si giunge al professionismo. In sostanza ci chiudiamo nel nostro sport senza alcuna formazione specifica. Ma la carriera non è infinita e, quando scendiamo dalla bicicletta, spesso dobbiamo accontentarci, talvolta siamo anche "sfruttati". Allora ci trasciniamo in ogni modo alla fine della carriera, cercando di trattenere il più possibile le emozioni che, poi, non avremo più e, quando siamo costretti a cambiare, soffriamo. Talvolta entriamo in depressione. Perché non pensare a una scuola per gli atleti? Non tanto o solo per il periodo in cui sono in attività, ma per quando smetteranno, per restituirli alla società pienamente liberi di scegliere perché formati, perché specializzati».

Forse è questo il suo più grande desiderio, oggi che del futuro non sa nulla e non vuole parlarne, «per evitare di dire parole vuote». Un giorno, appena tornata dal Messico, sua madre l'ha vista allacciare il boa delle scarpe, per un giro in bici: «Ma che fai? Esci di nuovo?». Lei ride di gusto, crede sia questo il più grande timore della sua famiglia, che non si fermi qui, che, in un modo o nell'altro, prosegua, se dovesse farlo, continua, lo farebbe esattamente nello stesso modo. Anche a costo di fare più fatica, di non essere capita, magari di fallire. Niente da fare, Vittoria Bussi non cambierà. Ne sentiremo ancora parlare.


Imparare a essere ciclista: intervista a Barbara Malcotti

La verità è che Barbara Malcotti non voleva fare la ciclista. Sicuramente non da bambina, quando aveva altri sogni, altri progetti e, se non li aveva, desiderava solo crescere senza pensare ad altro. Suo padre aveva corso a livello amatoriale ed aveva corso anche suo zio, con buoni risultati senza, però, raggiungere il professionismo, per questo in famiglia si parlava e si parla spesso di ciclismo, da qui l'origine di una sorta di regola non scritta, tanto per lei quanto per il fratello minore, dodici anni quest'anno: dalla bicicletta, in un modo o nell'altro, bisogna passare.

Forse, qualche anno fa più di adesso e qualche anno fa Barbara era una ragazzina, poco più di una bambina: «È stata una scelta obbligata, che non rinnego assolutamente, ma non sarebbe stata la mia volontà. Sono diventata ciclista realizzando il sogno di mio padre che, oggi, è fiero di me. Successivamente è diventato anche il mio sogno, ma solo anni più tardi». Suo padre è cambiato nel tempo, Malcotti ce lo dice mentre racconta di quando prende da parte il fratello minore e lo invita «a selezionare le informazioni da salvare e fare proprie nel momento in cui papà parla di ciclismo», quasi a proteggerlo dall'invadenza di quel sogno, di "quell'obbligo". Ogni tanto ancora scherza con il padre: «Alla fine, io dovevo essere per forza una ciclista, ogni tanto mi chiedo se non ci fossi stato tu a forzarmi che strada avrei scelto, però è andata bene perchè, arrivata a venticinque anni, pure io sono contenta del mestiere che faccio». Allora, a ritroso, molte cose hanno trovato senso: gli infiniti giri in cortile con la migliore amica, da bambine, il pensiero di lasciare la bicicletta quando quell'amica aveva scelto di dedicarsi al nuoto e la scelta di continuare perché arrivavano le prime soddisfazioni. Fino al periodo in Valcar, alla nazionale e alla volontà di realizzare quel sogno che ora le apparteneva: fare la ciclista di mestiere.

«Non sono mai stata capace di credere in me e nelle mie capacità, così mi sono sempre messa al secondo posto e, probabilmente per questo, sono diventata una buona donna squadra, perché guardo più alle mie compagne che a me stessa. Il che è un bene per il team, meno per me»: il ciclismo, soprattutto negli ultimi anni, non l'ha aiutata, riservandole parecchie batoste che l'hanno abbattuta, anziché incoraggiarla. «Sino all'anno scorso, a fronte di impegno e sacrifici, questo sport non mi aveva restituito praticamente nulla. Avevo completamente perso la gioia di andare in bicicletta. Più di una volta ho pensato di smettere o per quanto mi sono chiesta chi me lo facesse fare, forse solo l'essere meticolosa e voler fare sempre tutto al meglio. Il mio carattere, lo stesso che, per anni, mi ha portato a cercare di tenere assieme ciclismo e studio, chiedendo il massimo ad entrambi. Una scelta non sempre salutare in un'attività sportiva ad alti livelli: da un lato vi sono difficoltà oggettive, dall'altro un sistema scolastico che, almeno per quanto concerne le scuole superiori, deve migliorare nell'approccio agli studenti atleti». Sì, Barbara Malcotti avrebbe voluto studiare medicina, ma appunto per riuscire a coniugarla con il proprio lavoro ha scelto psicologia, dedicandosi, in particolare, allo sviluppo, agli adolescenti ed ai più giovani: perché ascoltare gli altri e provare ad aiutarli nella ricerca di una soluzione o di un sollievo a qualche problema le è sempre piaciuto e perché, studiando, ha compreso ancor più quanto sia importante essere ascoltati in giovane età, oltre ad aver acquisito i mezzi per essere di supporto. Quel supporto di cui anche lei ha avuto bisogno e che non ha avuto timore a chiedere.

Tour de France Femmes 2024 - 3rd Edition - 6th stage Remiremont - Morteau 159,2 km - 16/08/2024 - Barbara Malcotti (ITA - Human Powered Health) - photo Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2024

Nel giro di pochi mesi, infatti, lo scorso anno, ha subito la frattura di entrambi i gomiti: la prima volta il 31 dicembre, in una mattina in cui era uscita in bicicletta pur non stando molto bene e non essendo molto lucida in sella. Era un periodo in cui si sentiva stanca e quell'infortunio, in fondo, fu l'occasione per tirare i remi in barca, per prendersi cura della propria persona e recuperare energie. «In questi casi non subisci molto l'infortunio, infatti alla Strade Bianche sono rientrata e stavo bene. Quello che non potevo immaginare era che mi sarei fratturata anche il secondo gomito. Lì mi è crollato il mondo addosso, ero mentalmente demolita anche perché sapevo i tempi di recupero e mi parevano infiniti. In più, entrambi gli incidenti erano avvenuti in giornate di pioggia e in me si era fatta spazio la paura di correre su strade bagnate. Ero letteralmente terrorizzata, mi sono rivolta alla psicologa della mia squadra, la Human Powered Health. È stata la testa, più del fisico, a tirarmi fuori da questa situazione». La soddisfazione più importante, forse, proprio l'anno scorso e quella convocazione per i Mondiali in cui ha avuto la possibilità di vestire la maglia azzurra: un momento atteso, soprattutto per chi ne ha avuto la certezza solo pochi giorni prima, scrivendo lei stessa al C.T. Paolo Sangalli, proprio quando già i giochi parevano fatti almeno dal Giro di Romandia.

La sua risposta? «Ma certo che ti porto, Barbara». L'analisi di Malcotti è chiara, lucida, senza fronzoli, anche quando si parla di ciclismo femminile: «Non è facile da ammettere, credo, però, che stiamo facendo di tutto per raggiungere la parità ma, purtroppo, non accadrà mai veramente e non è solo un problema del ciclismo, ma di tutta la società, di tutti i lavori. Anzi, nel ciclismo dei passi avanti sono stati fatti: il minimo salariale è equiparato a quello dei colleghi uomini, almeno per le realtà World Tour, le differenze sono date dal fatto che, in realtà, il minimo maschile è ben più del minimo. Si è lavorato sulla copertura televisiva e anche sulla sicurezza, per quanta strada vi sia ancora da fare. C'è divario ma non c'è abisso. L'abisso riguarda, invece, le realtà Continental. Sono nate le Professional: da un lato è un bene, dall'altro temo possano finire per rovinare il ciclismo femminile. Il motivo è semplice: spesso non hanno il denaro necessario per tenersi in piedi e rischiano di farsi molto male. Credo il punto sia che non siamo ancora pronte per questo passo».

Il feeling con la salita risale ai primi anni, ma è un fatto che è andato migliorando nel tempo, soprattutto da quando ha cambiato preparatore, in un periodo in cui sentiva di dover dare una svolta alla propria vita ciclistica. Vorrebbe ottenere un buon risultato in un grande giro e, dopo giorni di gara, la sua condizione migliora sempre, indubbiamente un indizio positivo per cui sarebbe favorevole a corse a tappe più lunghe. Ha molti grazie da dire, il primo è per suo padre perché senza di lui tutto questo non ci sarebbe stato, parla del suo preparatore e, a proposito di fiducia, parla di Giorgia Bronzini. «Lei è stata una campionessa, è una campionessa perché campionesse si resta, ed è un direttore sportivo di primo livello, ma io non ho mai avuto alcun timore reverenziale nei suoi confronti. Giorgia ha creduto in me sin da subito e mi ha aiutato a vedere i miei pregi, a riconoscerli. Soprattutto ha un approccio molto positivo rispetto all'errore: essendo in ammiraglia, nel momento in cui si fa una tattica errata, è la prima a prendersi la responsabilità. "La direzione è mia, la colpa è mia"; ci dice. Poi ne parliamo, studiamo, capiamo meglio. Però non ha mai scaricato una responsabilità, non l'ho mai sentita dire "avete sbagliato". Non è da tutti». Sì, Barbara Malcotti ha proprio imparato ad essere una ciclista.

Foto: Sprint Cycling Agency


Cos'hanno di reale le montagne

Di tutta la pedalata, le fatiche, le salite, mi è rimasto impresso un cartello. Uno solo, visto in centro a Saint-Vincent. Capitale mondiale della magia, recita. Fin da subito l’ho trovato assurdo, e col passare del tempo la sensazione si è acuita. Molte altre cose abbiamo visto dalla strada: 166 chilometri e circa 5.000 metri di dislivello ti permettono di osservare a lungo panorami, vette, prati. Col passare delle ore, come Saint-Vincent – circa 4.500 abitanti, 30 chilometri a est di Aosta – sia divenuta la capitale mondiale della magia è la mia principale fonte di dubbi.

Fulcro della frazione cruciale del Giro d’Italia 2025, Saint-Vincent è un posticino. C’è uno dei quattro casinò italiani, nel XIX secolo venne scoperta una fonte termale, piccoli musei di minerali e arte sacra ne fanno una sorta di polo culturale. Eppure, Saint-Vincent come pochissimi altri luoghi d’Italia, ha ospitato la grande partenza (1978) e l’arrivo finale (1987) del Giro d’Italia. Secondo alcuni database, è addirittura la sede di tappa più frequentata dal Giro tra i non-capoluoghi di provincia.

Quando i corridori del Giro d’Italia la raggiungeranno, sembrerà un miraggio. Prima di Saint-Vincent, infatti, ci saranno l’Albania e gli Appennini, la Slovenia e il Mortirolo. Il giorno stesso, la tappa comincia da Biella e termina a Champoluc, che in linea d’aria distano neanche 40 chilometri. Se si potesse saltellare tra la salita di Oropa e la valle di Gressoney, dal Piazzo – che di Biella è borgo medievale e città alta – si potrebbe arrivare agli impianti di Champoluc in un battito di ciglia.

Invece, questa tappa si sforza proprio per fare quanti più chilometri possibile, quasi sbracciando per mettersi in mostra. La Cima Coppi è prevista per il giorno dopo e, dovesse ripetersi il copione del Giro 2022, con valori in campo molto simili e attendismo fino all’ultima salita dell’ultimo giorno, la tappa regina potrebbe risultare dimenticabile. Tutto e il contrario di tutto, una cosa ma anche il suo opposto. Sfruttando il fatto che l’inizio della tappa rasenta la sede di alvento a Piverone, insomma, ci siamo messi in strada per capire se queste salite valdostane sono realtà o solo fantasia.

La prima salita di giornata, per la verità, è piemontese. Comincia appena si attraversa il torrente Elvo ed è un classicone per chi pedala nel Canavese: la Serra morenica di Ivrea da Mongrando. Luogo incantato per le biciclette, privo di traffico e fitto di vegetazione, la Serra regala alcuni dei minuti più silenziosi mai fatti sui pedali. Anche i miei compagni di viaggio, Paolo e French, non vogliono rompere l’incantesimo.

Affrontata la picchiata verso i laghi di Ivrea, la poesia svanisce. Va risalita la Dora Baltea e il fondovalle non è esattamente eccitante se non sei a ruota di Filippo Ganna. A ringalluzzirci sono i nomi assurdi dei paesini (Montestrutto, Settimo Vittone, Quincinetto) e i primi racconti in stile Camionisti in trattoria di French. Impossibile non parlare di cibo quando si passa ad Arnad: viene prodotto qui un lardo secondo per fama solo a quello di Colonnata. Si comincia davvero a salire a Verrès, quando sopra di noi c’è un arboreto e sotto un’insegna che invita al carnevale. Che questa coincidenza sia un richiamo all’elevazione spirituale tramite bicicletta?

Fin dai primi tornanti è piuttosto chiaro che oggi, di fatica, ne faremo. Quasi non vediamo il castello di Verrès, avvolto com’è nell’ombra. I fianchi delle montagne, man mano che vengono colpiti dalla luce del sole, si rivelano in tutta la loro bruna nudità. Si è parlato molto del fatto che nel Giro 2025 non sono state incluse le Dolomiti, montagne mitiche del ciclismo: questi rilievi valdostani è come se fossero ancora convinti di essere il brutto anatroccolo invitato al grande ballo.

Pian piano, tuttavia, il sole prova a renderli più delicati. A Challand-Saint Anselme la strada devia verso sinistra, si stringe e attraversa prati verdi e frazioncine una più graziosa dell’altra: forse il Col Tzecore ci sta invitando a dargli una possibilità. Avessimo tirato dritto lungo la valle d’Ayas, in un’oretta saremmo arrivati a Champoluc: possibile che chi avrà una giornata storta durante il Giro la faccia breve in questo modo.

Pur non sapendo definire l’architettura valdostana con termini tecnici, concordiamo sul fatto che usi tantissimo legno. Certe case hanno il tetto di legno, i balconi di legno, le scale esterne di legno, gli infissi di legno. Forse è di legno pure la parabola sul tetto. Paolo, che sulle creste circostanti fa il trail runner d’estate, racconta una leggenda relativa alla montagna che stiamo scalando, la Testa di Comagna: uno sperone roccioso vicino alla cima si dice comunichi con una controparte femminile vicino a Punta Goà, sopra Brusson. Chissà cosa si diranno dopo aver visto arrancare noi tre.

Salendo di quota, il Col Tzecore migliora fino a diventare una meraviglia. Potrebbe essere una sineddoche per la Valle d’Aosta intera: più la si conosce, più la si riesce ad apprezzare. Sulla sommità la neve è ancora ben presente e dobbiamo impegnarci per non fare la fine di Steven Kruijswijk sul Colle dell’Agnello.

Esattamente l’86% del territorio della Valle d’Aosta si trova tra i 1.000 e i 3.000 metri, le quote entro le quali si svolge il ciclismo che più caratterizza i Grandi Giri. È la regione delle montagne più alte d’Italia, ma non sono tanti i passi con cui svalicare. Molte salite valdostane si arrampicano in valli chiuse, cioè devi tornare giù da dove sei salito. Ciò dà vita a curiose mappe a forma di polpo su Strava, nelle quali ogni tentacolo è una vallata diversa.

Tre dei passi più belli della regione li affrontiamo oggi. Promosso lo Tzecore, specie dalla metà in su, il Col Saint-Pantaléon arriva dopo un primo passaggio sul lunghissimo ciottolato del centro di Saint-Vincent e un evocativo passaggio sul torrente Marmore. Più continuo ma non meno duro del precedente, totalmente gratuito siccome non fa altro che tornare a Saint-Vincent, il Col Saint-Pantaléon attraversa una mini-frazione a ogni tornante. Ci fermiamo alla fontana di Saint-Denis (c’è pieno di santi, in Valle d’Aosta) e rimaniamo colpiti dal miscuglio di antico e moderno. In un colpo d’occhio si vede la bottega Alimentari – rivendita giornali, costruita totalmente in pietra, con pannelli solari sul tetto. C’è una statua di legno che rappresenta alcuni folletti a fianco di una colonnina di ricarica per auto elettriche. Alzando lo sguardo si nota un signore baffuto che ripulisce un tagliere, facendo cadere le briciole in giardino.

Risaliamo per prati e tornanti dando le spalle al Gran Paradiso. Sul Saint-Pantaléon si nota appieno il singolare rapporto che c’è tra i valdostani e la terra su cui abitano. In certi punti sembra che non si siano accorti delle pendenze e che vogliano piegare il fianco della montagna ai loro usi, agricoli o quali che siano. In certi altri, a prima vista del tutto simili ai precedenti, ogni speranza è stata persa secoli fa e non vi è alcuna cura. Come se ogni ettaro fosse un tiro di monetina tra un terrazzamento ligure o una landa desolata sarda.

Almeno nella sua parte conclusiva, il Saint-Pantaléon è una terrazza grandiosa sul Cervino. Il suo profilo acuminato è immediatamente riconoscibile anche a chi ne ha solo sentito parlare. Lunghissima e su strada stretta, la discesa è spettacolare: Torgnon ha un fascino decadente e tinte colori pastello, si attraversano posti dai toponimi incredibilmente ciclistici come Berzin. La discesa cambia totalmente quando si sbuca, presso Moulin, sulla strada regionale della Valtournanche. È uno stradone che porta fino a Cervinia, non particolarmente bello. Affrontato in discesa, però, è super veloce: abbiamo toccato gli 80 chilometri all’ora noi, i professionisti andranno in tripla cifra.

«Partire è una bella cosa, certo più bella che arrivare. Dirò meglio: se si trattasse solo di arrivare non varrebbe neppure la pena di partire». Lo scrive un appassionato frequentatore di Saint-Vincent, lo scrittore Tommaso Landolfi, Premio Strega 1975. Il percorso ci ha ricondotto a Saint-Vincent, ma di nuovo in questo posto non ci sembra di scorgere nulla di magico. Le case, i discorsi al bar, i cartelloni che pubblicizzano il 115° carnevale storico di Pont Saint Martin, la fatica che facciamo noi sui pedali e quella che fanno le persone attorno a noi per vivere in un posto al contempo bellissimo e disagevole: tutto sembra estremamente reale.

La terza salita valdostana, il Col de Joux, è molto simile alle precedenti: circa 15 chilometri al 7% medio. Non si scappa. È una salita un po’ più aperta delle precedenti e non di rado si riesce a osservare la valle di Aosta. Stiamo risalendo il crinale tra il Monte Zerbion e la Testa di Comagna e sulla vetta del primo, ci fa sapere Paolo, è presente una statua gigante della Madonna. È valdostanissimo l’agognato avviso che indica la sommità del Col de Joux. Ovunque il cartello sarebbe alto e spazioso, semi-coperto da adesivi di ciclisti e motociclisti. Qui invece è piccolo, dimesso e ovviamente di legno.

Fa strano notare che una delle ultime frazioni del Col de Joux si chiami Le Pleiadi, perché non ha nulla di celestiale né mitologico. Sono zone di una bellezza non appariscente ma indubbia, il cui rovescio della medaglia è il senso di inquietudine e spaesamento descritto da Paolo Cognetti ne Le Otto Montagne. La discesa verso Brusson, peraltro, consente di vedere Graines, il villaggio che ha ispirato il romanzo di Cognetti.

Sbucati nuovamente in Val d’Ayas, l’ultima salita di giornata è anche la più leggera, circa 4 chilometri al 6%, ma si arriva qui senza più niente in corpo. Il GPM di seconda categoria porta al capoluogo del comune sparso di Ayas, Antagnod. Sebbene il totale dei residenti non superi le 1.500 unità, nello statuto comunale si apprende che Ayas ha ben oltre cento frazioni. La più caratteristica che attraversiamo è Lignod, a metà salita finale. Le case si stringono attorno alla strada e un imbianchino ci guarda passare come se non avesse mai visto biciclette prima d’ora.

Noi abbiamo speso più di sei ore in salita, i professionisti ne impiegheranno circa la metà, eppure non si tratta di un arrivo in salita propriamente detto. Da Antagnod, infatti, gli ultimi cinque chilometri che portano verso Champoluc sono in discesa. In una tappa che sostanzialmente non ha pianura, il ciclo-alpinismo è concluso proprio alle pendici del rifugio intitolato a Ottorino Mezzalama, uno dei pionieri dello sci alpinismo italiano.

Siamo arrivati. C’è ancora qualche sciatore che si gode le ultime nevi dell’anno. Noi abbiamo i pantaloncini corti, loro la tuta da sci. Quando il viaggio è faticoso a tal punto, è una sensazione strana arrivare: per ore non hai fatto altro che ambire la destinazione, e poi quando ci sei vorresti continuare. Andando sempre più su, magari mettendo sci e pelli ai piedi, cercando di raggiungere la vetta più alta o perlomeno quelle creste sopra di te, che a quanto pare hanno il nome di Castore e Polluce.

A stomaco vuoto, tuttavia, un bel piattone di lardo di Arnad fa gola. E poi bistecca alla valdostana, fonduta dentro la quale intingere qualsiasi cosa, vino rosso abbondante. Il barbuto locandiere rivela che «la sagra del lardo si tiene in un bosco, a fine estate. Tra bande che suonano e un ballo a palchetto, puoi mangiare dei piatti di lardo enormi, accompagnati da altri salumi, castagne, burro, minestre, polenta. Naturalmente vino, grolle giganti e il micidiale Grand miel, una grappa al miele pazzesca». E queste grolle, cosa sarebbero? «Non dirglielo», intimano French e Paolo all’oste, «portacene una».

Presto compare sul tavolo una sorta di ampolla. Ha un grosso buco centrale e svariati fori ai lati. Non serve nemmeno specificarlo: di legno. Gli ingredienti fondamentali sono grappa, burro e caffè. A piacere possono essere aggiunti genepì, scorze d’arancia, limone. Ogni commensale ha il proprio beccuccio da cui bere e per farlo deve sollevare tutta l’ampolla, otturando coi pollici i beccucci da cui bevono gli altri. È molto facile sbrodolarsi, scottarsi, imbrattarsi le mani in ogni modo. Il risultato è una bevanda calda irresistibile.

Come gran parte delle cose viste durante il viaggio, la grolla non è ricercata o sfarzosa. Fondamentalmente è un modo come un altro che hanno i paesani per sbronzarsi. Pare che il suo stesso nome derivi dal Sacro Graal, la leggendaria coppa usata da Cristo durante l’ultima cena: non è la prima volta che la Valle d’Aosta tiene assieme allegorie e realismo, fantasie colorate e grigissime rocce. In un compendio di pragmatismo, Cognetti scrive ne Le Otto Montagne: «Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente».

Tutto si può nominare in Valle d’Aosta. L’astrazione arriva in un secondo momento, quando da quelle cose si vuole – anche solo per un istante – fuggire. Pedalare su e giù per valli valdostane avvera questa magia: l’immersione nel concreto (sempre Landolfi: «Non hanno più meta le nostre pigre passeggiate, se non la realtà») e al contempo l’evasione da esso.


Il ritorno di San Pellegrino in Alpe

Risalendo i chilometri finali verso San Pellegrino in Alpe, pareva di essere sulle Dolomiti. La Marmolada, per la precisione: da Malga Ciapela, simili tornanti si arrampicano su per una salita al confine tra due regioni, con panorami mozzafiato ovunque si posi lo sguardo. E poi la gente. Da molti anni così tante persone non accorrevano così numerose su una salita appenninica.

A differenza delle Dolomiti, l’Alto Appennino non ha un PIL svizzero, non vanta sigilli di qualità e marketing come quello dell’Unesco, è densamente disabitato e il suo paesino più alto, come recita il cartello all’ingresso del paese, è proprio San Pellegrino in Alpe. Il passaggio del Giro d’Italia quassù è poco frequente: 25 anni fa l’ultima volta, e solo tre prima del 2025. Questa è la storia ciclistica della salita appenninica più nota e temuta dai cicloamatori toscani ed emiliani, la storia di santi e buoi (ci arriviamo) e di qualche cotta memorabile.

Che posto è San Pellegrino in Alpe
Innanzitutto, la mappa di questo luogo è piuttosto assurda. San Pellegrino in Alpe è un’exclave regionale, come ne esistono altre sette in Italia, e solo una è più popolata. Significa, in sostanza, che il territorio della frazione è circondato da un’altra regione: Frassinoro, in provincia di Modena, e Castiglione di Garfagnana, in provincia di Lucca, si contendono San Pellegrino in Alpe al punto che un bar-ristorante, posto esattamente sul confine, offre la possibilità di pagare il caffè in una regione, e berlo in un’altra.

I motivi di questo confine così particolare sono da rintracciare, secondo alcuni, nelle leggende popolari e nelle agiografie. Nella frazione, infatti, è presente da secoli un santuario in cui pare siano custodite le reliquie dei santi Pellegrino e Bianco, portate fin quassù da un carro trainato da – come i treni delle squadre in salita – un bue toscano ed un bue emiliano. Tutt’oggi anche la teca con le reliquie dei santi è idealmente linea di confine: la testa e il busto in Emilia, le gambe in Toscana.

In nessun posto come nel modenese il crinale appenninico si staglia altissimo. È attraversato da strade parallele, che verso l’Emilia ricalcano valli a loro volta parallele: Cisa, Cirone, Lagastrello, Cerreto, Pradarena, Abetone, Futa e Raticosa sono tutti esempi di passi asfaltati situati più o meno al confine esatto tra Emilia e Toscana. Generalmente, se affrontati dal versante emiliano sono più dolci e multiforme. Sono moltissime le strade che si possono combinare, mettere assieme, sommare, per arrivare al passo delle Radici dall’Emilia. Dal Radici a San Pellegrino in Alpe, poi, si tratta solo di scavallare l’ultimo, breve costone, percorrendo – non serve nemmeno specificarlo – una strada di confine.

Se tutte le strade emiliane verso San Pellegrino in Alpe sono tutto sommato abbordabili, dalla Toscana ce n’è una che tutti citano con timore, spesso ricordando quella volta che hanno messo il piede terra, vomitato, urlato per i crampi, o simili conseguenze da fatica bestiale. San Pellegrino in Alpe da Castiglione di Garfagnana è una delle salite più dure d’Italia, soprattutto grazie ai chilometri finali, 2.300 metri al 13,3% medio. Ne abbiamo parlato con alcuni ciclisti che l’hanno affrontata negli scorsi Giri d’Italia – 1989, 1995 e 2000 – e poi con altri, che l’hanno fatto pochi giorni fa.

 

1989 – la prima volta
Alla partenza da Viareggio, poche ore prima della quarta scalata nella storia di San Pellegrino in Alpe, avvicino Stefano Allocchio e Alessio Di Basco. Oggi, il primo è direttore di corsa del Giro d’Italia (l’uomo che sventola tutto sorridente la bandiera a scacchi al chilometro zero, per capirci), mentre il secondo – pausa scenica – allena i cavalli di Massimiliano Allegri. Molto amici, nel 1989 entrambi erano in gruppo e ricordano che San Pellegrino in Alpe fu sinonimo di «tanta fatica. È una delle salite più dure del Giro d’Italia. Noi eravamo velocisti, stavamo nel gruppetto, facendo ancora più fatica degli scalatori».

Allocchio e Di Basco hanno vinto quattro e due tappe al Giro, e in quell’anno la Malvor-Sidi di Allocchio arrivò sul podio finale di Firenze con Flavio Giupponi. «Gli ultimi tre chilometri sono veramente terribili» assicura Allocchio. «Perlomeno il tempo era favorevole» ricorda con un sorriso Di Basco, che scrutando il cielo molto nuvoloso sopra le Apuane è soddisfatto di non dover gareggiare nella tappa di oggi.

Quello del 1989 fu, per molti motivi, un Giro molto diverso da quelli moderni. L’ultima tappa in linea poteva essere al contempo non alpina e non decisiva per la generale: 216 chilometri da La Spezia a Prato, cinque salite appenniniche, di cui la seconda era proprio San Pellegrino in Alpe. «Erano altri tempi, c’erano ancora Castellano e Torriani» sintetizza Allocchio per riferirsi a un ciclismo ormai passato. Il primo a passare sul GPM fu il belga Claude Criquielion, a Prato vinse Bugno, la vittoria finale andò a Laurent Fignon.

1995 – il ricordo di Marco Villa
Dopo 22 tappe, a Milano, il 26enne Marco Villa porta a termine il suo primo Giro d’Italia in quintultima posizione, a quasi quattro ore di distanza dal vincitore Tony Rominger. Lungo la Pietrasanta-Il Ciocco, prima tappa della seconda settimana, di nuovo San Pellegrino in Alpe ha una posizione poco rilevante per gli esiti della tappa. Vince Enrico Zaina, sia il GPM di San Pellegrino in Alpe (davanti ai compagni di fuga Nelson “Cacaito” Rodriguez, Luca Scinto e Andrea Vatteroni) che la tappa al Ciocco, località lucchese in gran voga in quegli anni: nel 1991 ospitò i Mondiali di mountain bike, per dire.

https://www.youtube.com/watch?v=SFTkGwvNWOI&t

Sul traguardo del Ciocco, Zaina batté in volata “Cacaito” Rodriguez. Subito alle loro spalle, terzo e al miglior risultato nel Giro d’Italia d’esordio, un giovane Gilberto Simoni. A breve distanza, il trio che finì sul podio finale di Milano: Rominger, Berzin, Ugrumov. La salita di San Pellegrino in Alpe «è proprio dura, io arrivai su a tutta, forse per questo ho i ricordi un po’ annebbiati» scherza Marco Villa, e poi assicura che anche al giorno d’oggi «chi sta male, soffre» nel percorrerla.

San Pellegrino in Alpe era talmente famigerata che il più forte scalatore di quegli anni, Marco Pantani, era andato a fare una ricognizione invernale sulla salita. «Durissima» disse al direttore sportivo della Carrera Jeans-Tassoni al telefono, appena arrivato in cima. Venne tuttavia investito da un’auto il 1° maggio 1995, e a quel Giro d’Italia non partecipò.

2000 – tappa e maglia per Casagrande
Nel Giro del Giubileo, San Pellegrino in Alpe venne posizionato prima nel calendario, ma in un ottimo disegno di tappa. La nona frazione, infatti, andava da Prato all’Abetone, una coppia di nomi che da sola è perfetta per indicare un qualcosa all’insù. Sarebbe una tappa ideale anche per il ciclismo moderno: 140 chilometri, 3.500 metri di dislivello, una discesa breve tra asperità mostruosa e arrivo in salita. Sulle prime rampe di San Pellegrino in Alpe, dalla motocronaca Auro Bulbarelli non può che notare i «già 70 corridori in ritardo», staccati, esplosi.

È il primo arrivo in salita del Giro, ma la tappa precedente fu massacrante: 255 chilometri e oltre 4.000 metri di dislivello tra Corinaldo e Prato da cui uscì vincitore Axel Merckx dopo quasi otto ore di corsa. In una conversazione-tipo tra i commentatori dopo i primi chilometri di San Pellegrino in Alpe, Adriano De Zan chiede come mai Mariano Piccoli si sia già staccato. Bulbarelli risponde: «Ahhh dopo un chilometro e mezzo di salita ha perso contatto, apparentemente è solo stanco».

Stavolta Pantani al Giro c’è. Inserito nella squadra della Mercatone Uno-Albacom all’ultimo momento, il Pirata non è al massimo della forma, per usare un eufemismo, e già dopo le prime otto tappe accumula sette minuti di ritardo dalla maglia rosa provvisoria di José Gutiérrez. Proprio al termine della Prato-Abetone risulterà evidente che l’uomo da classifica della Mercatone Uno-Albacom non sarà Pantani, bensì il poi vincitore di quel Giro, Stefano Garzelli.

Nei due chilometri finali dell’ascesa a San Pellegrino in Alpe, in testa al gruppo dei favoriti si porta Francesco Casagrande. Fin dalla Garfagnana ha fatto lavorare la propria squadra: prima suo fratello Filippo, poi Marco Milesi, infine Roberto Conti. La progressione di Casagrande è devastante. Si staccano tutti, per ultimi Tonkov e Di Luca. Entrando nella frazione di San Pellegrino in Alpe, che precede l’omonimo valico denominato anche “passo di Pradaccio” o “passo del Lagadello”, due località lì vicine, l’azione del Killer di Spoltore si fa pesante. De Zan commenta che «Di Luca sta giustamente tirando il fiato», mentre Cassani è più disilluso: «Ehhh qui c’è poco da tirare il fiato».

Di nuovo Auro Bulbarelli dalla motocronaca, mentre cerca di farsi spazio tra due ali di folla in visibilio: «Qui sta succedendo di tutto. A San Pellegrino in Alpe c’è stato un intasamento di ammiraglie, forse troppa la pendenza. Rebellin è riuscito a passare tra una moto e il pubblico».

Dopo la discesa verso Pievepelago e l’arrivo all’Abetone, Casagrande da solo rifila quasi due minuti a tutti i rivali e veste la maglia rosa. Il toscano rimarrà in testa al Giro fino alla penultima tappa, la cronometro da Briançon e il Sestiere: «Sicuramente il Giro del 2000 l’ho perso più io che vinto Garzelli. L’ultima settimana iniziai ad avere problemi al nervo sciatico. Nei primi chilometri della cronometro di Sestriere avevo una gamba quasi anestetizzata, non avevo sensibilità, forza; e lì ho perso la maglia rosa» dice ai giorni nostri.

Gabriele Missaglia, oggi direttore sportivo di Tom Pidcocl alla Q36.5, corse il Giro del 2000 con la Lampre-Daikin. Il capitano di quella squadra era sempre Gilberto Simoni, stavolta al suo quinto Giro: arrivò terzo, come l’anno prima. Secondo Missaglia, «Casagrande ha sempre dimostrato di andare forte, in tutti i Giri che ha fatto. Mi dispiace per lui che non lo abbia mai vinto, perché lo meritava. Sulla sua strada ha sempre trovato avversari fortissimi».

 

2025 – il ritorno
Dei 184 partenti per il Giro d’Italia di quest’anno, solo quattro avevano già percorso la salita di San Pellegrino in Alpe prima del 21 maggio. Wout van Aert vi si allenò nel 2018. Luca Covili, modenese di Pavullo nel Frignano, la fa spesso: «La conosco bene, la faccio soprattutto d’inverno. Tanti vorranno andare in fuga e io sarò uno di quelli». Damiano Caruso e Antonio Tiberi vi hanno fatto una ricognizione poche settimane prima dell’inizio del Giro, ed è lo stesso Caruso a spiegarmi il perché: «È una delle salite più dure del Giro, forse peggio c’è solo il Colle delle Finestre. Meritava di essere vista. È importante sapere cosa ti aspetta, perché riesci a mentalizzare lo sforzo che vai a fare».

Durante la recon, Tiberi e Caruso hanno spinto abbastanza. Differenze col giorno di gara? «Mah guarda – continua Caruso alla partenza del giorno dopo, da Modena – finché tirava la UAE, era un ritmo forte, ma lo stesso che abbiamo fatto io e Antonio in allenamento. Quindi ero già contento. Poi la Ineos ha provato un forcing nel tratto duro, e lì si è sentita la differenza, perché in cima siamo rimasti in pochissimi. A un certo punto ho pensato di aver visto male la cartina, “non è che c’è l’arrivo in cima?”, perché si andava veramente fortissimo. È stata una dimostrazione di forza forse un po’ superflua della Ineos. Certo che se la salita di ieri fosse stata messa più vicina al finale di tappa, avremmo assistito a qualcosa di epico».

È un ottimo riassunto, quello di Caruso. Era una salita molto temuta: al Cycling Podcast Larry Warbasse aveva previsto che la salita sarebbe stata «incredibilmente dura. Mi sa che ci sarà da soffrire domani». Molte squadre erano aperte «a differenti scenari», come racconta Marco Frigo. La UAE vorrà perdere la maglia? Per quanto dura, la salita di San Pellegrino in Alpe scollina a circa 90 chilometri dall’arrivo: qualcuno tenterà un attacco da lontano? Le due salite successive, verso Toano e la Pietra di Bismantova, saranno abbastanza selettive?

Non appena comincia la tappa, vari tentativi di fuga si affastellano. «Sul San Pellegrino è venuta fuori gara dura, io ho sempre cercato di rimanere davanti» continua Frigo. Poi però le pendenze hanno esaltato scalatori puri «come Nairo [Quintana], e quindi il mio ruolo è diventato di supporto per Derek [Gee]». Uno scalatore particolarmente in palla, in questo Giro, è Lorenzo Fortunato: il bolognese ha vinto il GPM per distacco, confermandosi al comando della classifica della maglia azzurra.

«È stata dura ma avevo delle belle gambe. Mi sono un po’ sorpreso di me stesso perché fino all’anno scorso su salite così sicuramente mi sarei staccato molto prima, invece ero lì a battagliare coi più forti, però sono riuscito a scollinare quasi coi migliori» commenta Stefano Oldani. «In cima il passo si è fatto sentire, però le gambe erano buone. Il finale di tappa poi è stato molto veloce. L’attacco di Bernal credo fosse più per alzare il ritmo che non per fare un’azione» aggiunge Ciccone.

La tappa, infatti, si è chiusa come noto. Rientrati diversi corridori tra lo scollinamento di San Pellegrino in Alpe e la valle del Secchia, la Lidl-Trek ha lavorato per chiudere su una notevole fuga composta da Fortunato, Poels, Quintana, Bilbao e Plapp. Poi però il più forte sulla salita finale è stato Richard Carapaz, e attenzione che non sia un segnale per il resto del Giro.

Del ritorno su San Pellegrino in Alpe resteranno tante cose. C’è un video piuttosto incredibile, per esempio, di corridori quasi costretti a mettere il piede a terra a causa del traffico, della gente e delle pendenze. Uno sconfitto più o meno illustre c’è stato: David Gaudu, sotto antibiotici a causa di una ferita alla mano, ha preso una sveglia da quasi mezz’ora. C’è poi la maglia rosa, il giovanissimo Isaac Del Toro, che in conferenza stampa si è addirittura concesso il lusso di scherzare: nessun male di gambe, l’unico fastidio glielo ha procurato il body, di una taglia troppo stretto.

Foto: Sprint Cycling Agency


La Nove Colli

Centonovanta sono quasi duecento, ma puoi farne anche centotrenta. Centonovanta con tremilacinquecento metri di dislivello è il percorso lungo della Nove Colli. Una dimensione: fino al bivio, posto dopo il breve, ma terribile Barbotto. Quando poi, dopo lo scollinamento dei saliscendi a seguire, dove è posto il GPM giri a sinistra, entri in un’altra dimensione. Un’altra avventura, un altro viaggio, un’altra corsa. Polenta, Pieve di Rivoschio e Ciola. Con il finale del Barbotto, rappresentano un percorso di tutto rispetto intendiamoci, ma il lungo è un’altra faccenda. Ci sono ancora cinque ascese da affrontare. Dalle più severe, alle più pedalabili, dalle più lunghe alle meno lunghe. Montetiffi, Perticara, Madonna di Pugliano, Passo delle Siepi, Sogliano al Rubicone. Se nel percorso ridotto, anche se non sei con i primi, ti trovi sovente in un gruppo numeroso, dopo il bivio è facile, ad esempio in salita, rimanere in solitudine. O quasi. Nel lungo cambia tutto per i normali. Devi fare i conti con il fatto di alimentarti e idratarti con regolarità, con il non fare fuori giri inutili. E’ necessario gestirsi. Sfiorare i duecento chilometri con un dislivello così importante per un amatore è qualcosa di estremamente impegnativo, dal momento che in gara, qualunque sia il tuo valore, cerchi di andare sempre al tuo massimo.

Intensità sempre, che è quella che ti finisce. Agonismo insomma. Bestiale la differenza fra i percorsi. Ho provato il percorso più ridotto. Lo chiamo così, dire corto è dispregiativo. Magari il GS Fausto Coppi che organizza la Nove Colli giunta alla edizione numero 54, potrebbe dire il medio lungo. Perché qua il lungo è lunghissimo, come quello della Sportful Dolomiti Race o della Maratona Des les Dolomites per fare alcuni esempi. Il lungo è emozione, il lungo è incertezza.

Un su e giù continuo sulle colline romagnole, un percorso nervoso con ascese segnate dalla discontinuità. In montagna trovi il rimo sulla salite, procedi con il tuo passo. Su queste salite irregolari non è facile tenere un’andatura unica e talvolta alterni il padellone al rapporto più piccolo davanti. Che poi non servono le ascese interminabili a spezzarti i quadricipiti. Anzi. Sono proprio queste le più infami. Sono nove colli, nove scalate, nove insidie. L’ultima è una liberazione, il dolore ci trasmette entusiasmo, felicità, lotta, riscatto. Poi c’è la picchiata finale, venticinque chilometri di pianura. Dove anche i cavalcavia che ti portano su lungomare di Cesenatico sembrano salite interminabili.


In Albania si fa ciclismo hardcore

Quando abbiamo imboccato la rampa, non ci volevo credere. «Stiamo veramente per andare in tangenziale in bicicletta?» chiedo ai membri della raffazzonata nazionale albanese con cui pedalo. Non solo: «finita quella c’è l’autostrada», rispondono. A Tirana capita di allenarsi così. Le strade comuni spesso non hanno un gran asfalto, per cui si viaggia in corsia d’emergenza. A volte dietro c’è un’ammiraglia, a volte no.

È mercoledì, mancano due giorni alla partenza del Giro d’Italia. L’appuntamento è presso The Cyclist’s Home, l’unico posto per ciclisti professionisti (o simili) nella capitale albanese. È difficile descrivere che posto sia: ci sono postazioni fisse per fare rulli, attrezzi da officina, un frigorifero, il bagno con le docce, maglie in vendita. È gestito da Mejdin “Nini” Malhani, ex scultore, poi bodybuilder, poi allenatore di ciclismo: lui lo chiama semplicemente “lo studio”.

Con due colpi di trapano sul pacco pignoni e un paio di imprecazioni, Nini riesce a montarmi una bici per pedalare coi suoi atleti. Definirla “nazionale albanese” è fuorviante: i primi due ragazzi che incontro sono un danese 44enne con una gamba affetta da insufficienza venosa e il campione nazionale U23 del Kosovo. Come in ogni squadra di ciclismo che si rispetti, c’è un colombiano: si chiama Vladimir Patiño, abita accanto a Nairo Quintana e il suo mentore è Winner Anacona. L’unica bici che possiede ha i cavi fuori e i freni rim.

Olsian Velia, il campione nazionale albanese in carica che si è dovuto pagare da solo perfino la maglia, non pedala con noi. Pochi giorni fa si stava allenando in volata, gli è saltata la catena ed è finito per terra ai 60 all’ora. Se l’è cavata con un polso dolorante. Incidenti meccanici capitano più spesso in un paese senza meccanici esperti di cambi elettronici, o se il meccanico non puoi proprio permettertelo. La gran parte dei ciclisti albanesi, compreso il promettente classe 2005 Henri Hysa, comprano i ricambi su siti-discount tipo Bike24 e riparano le bici loro stessi, come meglio riescono.

Pedalare sulle autostrade albanesi non è poi così male, se decidi di ignorare le betoniere che ti sfrecciano a fianco e i tunnel in cui si respira smog risalente agli anni Sessanta. La doppia fila della nazionale albanese, per tante gare affiliata con la squadra ceca del Cyklotym Havířov, funziona che è una meraviglia. Il tracciato filante dell’autostrada consente velocità notevoli: dopo un’ora abbiamo i 36 di media.

L’idea è quella di fare la ricognizione della prima tappa del Giro d’Italia. Arrivati a Elbasani, quindi, usciamo dall’autostrada per imboccare il primo GPM del Giro, Gracen. Qui aspettiamo per un’ora intera l’Astana: non è chiaro perché, ma la squadra kazaka vorrebbe venire a pedalare con noi. E aspettiamo anche la polizia albanese, che ci scorterà per il resto del percorso e intanto – coordinata da qualche più esperto regolatore italiano – impara a muoversi tra ciclisti in gruppo. Poco importa se noi siamo dieci e lentissimi, e al Giro d’Italia saranno 180 furiosi del pedale.

Per quanto panoramica, la salita di Gracen si affaccia sulla gigantesca zona industriale di Elbasani: aveva sede qui il gigantesco impianto “Acciaio del Partito comunista”, che produsse una tale quantità di scorie da avvelenare la valle circostante e rendere per anni impossibile l’agricoltura. L’Astana, forse spaventata dal suggerimento di Nini di pedalare in autostrada, non si presenta.

In giro non c’è nessuno eppure le moto della polizia scortano ognuno di noi. Sembra di correre uno stranissimo Giro d’Italia, nel deserto. Verso la cima della salita, crisi di fame. Tremenda. Alzo la mano per chiamare l’ammiraglia, manco fossi Pogačar sul Col de la Loze. I’m gone, I’m dead, e ciò che mi passano da mangiare è un Kinder Brioss.

Rientrando verso Tirana, il dietro-macchina tra le buche e i rifacimenti stradali dell’ultimo minuto è un’esperienza infernale. Manca il circuito di Surrel, la salita che deciderà la prima maglia rosa e dove ha la residenza il primo ministro Edi Rama, ma buona parte della squadra è già cotta. Ci fermiamo in un supermercatino a metà salita per prendere da mangiare: il meglio che possiamo tracannare sono brioche imbustate e barrette di cioccolato.

Surrel è un terrazzo sulla piana di Tirana. In cima alla salita, due tubi di plastica incanalano l’acqua di sorgente verso i bottiglioni di plastica di signore anziane, aiutate dai nipoti. Una cartolina di vita lenta. La città invece è caotica, specie in periferia ricorda il trambusto di Istanbul. Il punto d’arrivo è lo studio di Nini, attorno al quale ruota la vita ciclistica di Tirana. Nonostante la bella giornata, un paio di ragazzini si allenano sui rulli. Uno di loro indossa il cappellino della Lidl-Trek. Chi lo avrebbe mai detto, che anche in questo posto dimenticato dagli dei del ciclismo c’è chi sogna di correre, un giorno, il Giro d’Italia.

Foto: Poci's Pix


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