Quando mancavano 54 chilometri all’arrivo, in tv è andata in onda un’intervista a Jasper Philipsen registrata alla partenza. Il belga, rispondendo alla domanda del giornalista su come si sentisse, ha risposto: «Viviamo per giorni come questo».
In quel momento, il gruppo viaggiava relativamente tranquillo. La fuga iniziale di cinque corridori era stata raggiunta, come anche la seconda, terminata con una strana caduta innescata da Benjamin Thomas che ha travolto il compagno di avventura Mattéo Vercher proprio sul traguardo del GPM di Mont Cassel.
Il gruppo, nel momento in cui è andata in onda l’intervista a Philipsen, viaggiava relativamente tranquillo, ma molto era già successo dalla partenza di Lille. Perché questo era il primo giorno del Tour de France, il gran ballo di gala del ciclismo mondiale.
Nella prima tappa del più importante evento di questo sport – specie se si tratta di una frazione pianeggiante come questa, 185 chilometri da Lille a Lille – si innesca uno strano valzer, un gioco tra la voglia di vedere e quella di nascondersi, che coinvolge spettatori e corridori.
Dopo un anno di attesa, vogliamo osservare le facce dei campioni, capire come pedalano, scrutare l’espressione del viso, analizzare la loro posizione in gruppo.
Ma i grandi campioni, in una frazione come questa, teoricamente dedicata ai velocisti, sanno invece che dovrebbero nascondersi il più possibile. Dalle cadute, dagli inconvenienti meccanici, dal vento. Anche dai nostri sguardi invadenti.
Se la telecamera li inquadra troppo da vicino, magari in solitaria, c’è qualcosa che non va. Come capita per esempio a Filippo Ganna, che cade a 132 chilometri dall’arrivo e lo vediamo per lunghi minuti, da solo, ferito e furente, lui il re dell’inseguimento su pista, a rincorrere il gruppo lanciato tra le schermaglie del vento. Rientrerà, si staccherà di nuovo, finché dovrà arrendersi alle ferite e ritirarsi.
O come succede poco dopo a Florian Lipowitz che fora e resta anche lui inquadrato in mondovisione ad inseguire, senza nemmeno un compagno che si fermi ad aiutarlo. E questo, a noi assetati di vedere e di capire, rende chiaro come in casa Red Bull-BORA-hansgrohe il capitano designato non sia lui.
Strano valzer, abbiamo detto, strano gioco, perché quella da Lille a Lille avrebbe dovuto essere una tappa per velocisti. Tutti sapevano, però, che sarebbe potuta anche trasformarsi in qualcosa di diverso. In un esordio del Tour in cui anche i campioni, gli uomini di classifica, avrebbero dovuto abbandonare la familiarità dei loro nascondigli, cambiare paradigma e mostrarsi, a noi e agli avversari, in prima persona.
Ed è quello che succede a 17 chilometri dall’arrivo, quando in prima posizione del gruppo vediamo apparire Jonas Vingegaard. E’ proprio lui, scalatore puro di 60 kg bagnato, ma nato nel villaggio Hillerslev, in Danimarca, il paese più ventoso del mondo, ad aprire il ventaglio decisivo.
In un attimo è cambiato tutto, il momento per farsi inquadrare dalle telecamere è arrivato di colpo, come un temporale estivo che sorprende chi non sa leggere il cielo. Lo sa anche Tadej Pogačar, che non perde un metro, lo sanno anche van der Poel con i compagni Philipsen e Groves, lo sanno Girmay e altri. Chi invece è rimasto ancorato al vecchio paradigma è Evenepoel assieme a Roglič, ma anche Merlier e Milan. Il gruppetto davanti fila via, danzando nel vento, quello dietro invece inciampa, sbaglia i passi, e nel primo giorno del gran ballo del ciclismo mondiale arriva al traguardo con 40” di ritardo. Un’enormità, per una tappa che avrebbe dovuto essere per velocisti.
Nello sprint finale, Jasper Philipsen non ha rivali, anche perché può contare su due ultimi uomini come van der Poel e Groves. Sul traguardo di Lille vince di tre biciclette: decima vittoria al Tour de France e, soprattutto, prima maglia gialla della sua carriera.
D’altronde l’aveva detto, prima della partenza, di vivere per giorni come questo. Un po’ come noi. E la notizia ancora più bella è che ne abbiamo altri venti davanti.