Ben, il rivoluzionario

L’ultima tappa di questa lunghissima prima settimana di Tour iniziata dieci giorni fa si correva il 14 luglio, giorno della festa nazionale francese, anniversario della presa della Bastiglia.
Si attendeva dunque una tappa battagliera, pirotecnica, accesa anche dall’imminente giorno di riposo. E anche, naturalmente, dal percorso: 165 chilometri con 4500 metri di dislivello da Ennezat a Le Mont-Dore Puy De Sancy, su e giù per il Massiccio Centrale.
Più precisamente l’itinerario si sviluppava lungo la Chaîne des Puys, un complesso che racchiude un centinaio di vulcani estinti, i più giovani di tutta la Francia.

Ad appiccare il fuoco fin dall’inizio sono una trentina di corridori, tra cui alcuni con cuore e gambe roventi. Simon Yates e Campenaerts della Visma, Ben Healy e Neilson Powless della EF, Julian Alaphilippe e Michael Storer della Tudor, e poi Lenny Martinez, Ben O’Connor, Michael Woods e Thymen Arensman, solo per citarne alcuni.
Il gruppo lascia fare e presto si capisce che oggi sarà festa anche per la fuga.
Tutti loro sono partiti pensando alla tappa, ma mano a mano che i chilometri e i vulcani passano ce n’è uno che si accorge che oggi in può cogliere l’occasione della vita e dare l'assalto alla maglia più regale del ciclismo mondiale.
Ben Healy, tra i cacciatori di tappe più graffianti del gruppo, capisce che almeno per un giorno può trasformarsi in regicida.

Quindi si spoglia dell’usuale spirito barricadiero, rivoluziona la propria tattica fumantina, e negli ultimi chilometri si mette diligentemente in testa al gruppetto superstite, sapendo che la posta in gioco per lui potrebbe essere qualcosa di molto più sontuoso della vittoria di tappa.
Così non segue lo scatto di Simon Yates a 3500 metri del traguardo, né quello di Arensman e continua del suo passo, osservandoli a poca distanza andare a prendersi il primo e il secondo posto sull’arrivo posto all’ombra dell’ultimo vulcano.

Mentre tutto questo stava accadendo, delle scintille venivano accese anche nel gruppo dei migliori.
Nella salita verso il penultimo Gpm di giornata ci prova la Visma prima con Kuss poi con Jorgenson, giusto a vedere - si sa mai - se il 14 luglio possa crollare anche il re sole del ciclismo mondiale. Lo isolano, ci riprovano lungo le pendici del Puy De Sancy dove un colpo lo battono anche Evenepoel e Lipowitz.
Ma Pogačar a differenza di Luigi XVI ha la testa ben salda sulle spalle e alla fine ad attaccare è lui. Lo segue solo il viceré Vingegaard, ma si tratta tutto sommato di pochi lapilli e pochi secondi di distacco, nessuna scossa tellurica, nessuna eruzione spettacolare.
L’unico che paga, nonostante fosse anche per lui festa nazionale, è Kevin Vauquelin che dal terzo posto in generale scivola al sesto.

Nel giorno della presa della Bastiglia una piccola rivoluzione l’ha fatta un giovane e vulcanico irlandese, che da stasera guarda tutti dallo scranno più alto.
Domani arriva per tutti (anche per noi) il giorno di riposo. Ma dopodomani ricomincia la battaglia, con l’assalto ad un luogo ancora più nobile di Versailles: i Pirenei.

Foto: Fabio Dal Pan


Avenue Merlier

La nona tappa, la Chinon-Châteauroux, 174.1 chilometri fin dentro il cuore profondo della Francia, doveva essere la seconda giornata per i velocisti in questo strano fine settimana tutto dedicato agli sprinter.
Doveva esserlo non solo per l’altimetria (nemmeno un misero Gpm di 4^ categoria in programma) ma per un motivo in più.
Châteauroux oggi sarebbe diventata eccezionalmente “Cavendish City”, con tanto di installazione di cartelli stradali ufficiali (seppure, dicono, provvisori). Questo perché qui Cannonball vinse la sua prima tappa al Tour de France nel 2008, bissò nel 2011 e fece tripletta nel 2021.
Pare che entro l’anno vogliano dedicargli anche un tratto dell’Avenue de La Châtre, il rettilineo dov’era posto l’arrivo allora come oggi.

Ma nel ciclismo, che fa parte della vita, c’è sempre qualcuno che cerca di sabotare anche il piano meglio architettato, e se ieri sono stati due corridori della Total Energies a farsi vedere in fuga, di altro calibro sono i due che oggi al chilometro 0 prendono e vanno. Di nuovo due compagni di squadra, stavolta però della Alpecin-Deceuninck, e che rispondono ai nomi di Joans Rickaert e, soprattutto, Mathieu van der Poel.
Il gruppo lascia fare, vorranno solo far prendere all’olandese i punti del traguardo volante, pensano i gregari di Jonathan Milan, deputati a tenere controllata la corsa.
Ma quando poi i due compagni di squadra invece di rallentare tirano dritto, e il loro vantaggio invece che calare cresce fino ad oltre 5 minuti, forse iniziano a pensarlo un po’ di meno.

Anche se oggi si arrivava a “Cavendish City” forse volata non ci sarebbe stata se a dare una mano agli inseguitori non fosse intervenuto, calato in scena come un deus ex machina, il vento.
L’aria che spazzava la pianura francese ha scosso il peloton, costretto anche gli uomini di classifica a farsi vedere a turno in primissimo piano, con nessuno che stavolta voleva replicare la figuraccia della tappa di Lille: né Roglic, né Evenepoel, né Milan, né Merlier.

E che la figuraccia l’abbiano evitata solo per un soffio i velocisti è certificato da quanto poco è mancato a van der Poel per sabotare i loro piani.
Ha ancora 50 secondi di vantaggio a 10 chilometri dall’arrivo, 40 secondi ai meno 6 chilometri - quando il compagno Rickaert dice basta - 8 secondi a 3 chilometri dal traguardo, e infine viene ripreso ben dopo la flamme rouge, quando di metri alla fine ne mancavano soltanto 700.

Così alla fine su Avenue de La Châtre (tra poco, a quanto pare, Avenue Cavendish) vince Tim Merlier, sfruttando uno sprint lanciato forse un po’ troppo presto da Jonathan Milan.
Quello che doveva essere è stato in questo strano fine settimana tutto dedicato alle ruote veloci.
Ma domani è 14 luglio, la festa nazionale francese, e in programma c’è il traguardo di Le Mont-Dore, sotto la cima del Puy de Sancy, la più alta montagna del Massiccio Centrale, dove il Tour non è mai arrivato.
Un altro luogo che aspetta di intrecciare per sempre la sua storia e il suo nome a quello del Tour de France.

Foto: Sprint Cycling Agency


Vive la naïvite

All’ottava tappa, la Saint-Méen-le-Grand – Laval di 171,4 chilometri, la Grande Boucle compie il primo giro di boa.
Dopo molto nord, si inizia a virare verso sud-est. Dopo sette frazioni di attacchi, ventagli, muri e muretti, forse la prima vera giornata pianeggiante, di quelle da dormicchiare tranquilli sul divano il sabato pomeriggio.
Ma anche la noia, al Tour de France, ha la dimensione della grandeur.
Saranno le fatiche dei giorni precedenti, sarà il primo caldo, ma nessuno ci prova nemmeno ad andare in fuga. Se state pensando: “Ehi, ma come la terza tappa!” La risposta è no; oggi molto, molto di più.
Al punto che la UAE Emirates, prima tra tutti la maglia gialla, può restarsene serenamente compatta a fondo gruppo a scortare Joao Almeida che oggi è ripartito incerottato dopo la caduta negli ultimi chilometri della tappa di ieri. Anche se non sono i cerotti sulle braccia e sulle gambe a preoccupare, quanto una frattura alle costole che dalla tv non si può vedere. Quell’inusuale posizionamento della formazione del leader della generale racconta comunque molto dello spirito presente nella squadra: che un grande giro si vinca anche con gesti come questi?
Al punto che dopo 20 chilometri dalla partenza anche l’ammiraglia della Red Bull-Bora-Hansgrohe, non sapendo bene come passare il tempo, si improvvisa servizio pubblico e via radio dà ai propri corridori qualche pillola educational sulla Mayenne, la regione che stanno attraversando. Geografica (si tratta della regione più grande della Francia), faunistica (ci sono moltissime mucche) e culturale (a Saint-Méen-le-Grand c’è un museo dedicato a Louison Bobet, che lì nacque nel 1925). Mens sana in corpore sano.
Le squadre dei velocisti controllano, placide come le mucche al pascolo della Mayenne, e non si scompongono troppo nemmeno quando due corridori della Total Energies, Mathieu Burgaudeau e Mattéo Vercher, rompono il torpore generale e si avvantaggiano.
Ma il traguardo di Laval doveva essere affare per velocisti puri, e così sarà.
Se la città di partenza ha dato i natali ad un grande della storia del ciclismo, quella d’arrivo ha visto nascere un grande della storia dell’arte.
Henri Rousseau venne alla luce a Laval nel 1844, si trasferì a Parigi ventiquattrenne e lì cominciò a dipingere di notte, mentre di giorno lavorava nell'ufficio comunale dei dazi.
Oggi i suoi quadri che ritraggono per lo più soggetti esotici come volatili, tigri, leoni e foreste, sono famosissimi (i suoi “Fenicotteri” sono stati venduti all’asta nel 2023 ad oltre 43 milioni di dollari) ma per buona parte della vita non se la passò benissimo, il buon vecchio Henri.
Il suo stile naïf, semplice, quasi ingenuo, a prima vista non raffinatissimo, non fu subito capito dai colleghi contemporanei e ci mise degli anni ad affermarsi come un precursore dell’avanguardia surrealista, apprezzato da gente come Apollinaire, Braque e Picasso.
Quasi come gli anni (sei) che mancavano dall’ultima vittoria italiana in una tappa del Tour de France.
A porre fine al digiuno è stato oggi Jonathan Milan, alla sua prima partecipazione alla corsa a tappe più importante del mondo. Lui, con il suo stile invero un po’ naïf, ha lanciato una volata feroce e dominante come le tigri nei dipinti di Rousseau tanto che nemmeno Wout van Aert, che certo naïf non è, è riuscito anche solo ad affiancarlo.
Perché anche nel ciclismo, oltre che nell’arte, ogni tanto si può dire ad alta voce: vive la naïvite.

Foto: Poci's Pix


Stairway to destiny

Allo scoccare del chilometro 1000 di questo Tour, quando di chilometri alla fine della settima tappa, la Saint-Malo–Mûr-de-Bretagne, ne mancavano 178, la maglia a pois di Tim Wellens riportava il gruppo sui due fuggitivi van Aert e Schmidt.
Oggi sarebbe stato un giorno per gli uomini da classifica, sembrava dire quel momento, come d'altronde aveva già detto a parole ieri pomeriggio Tadej Pogačar: «Domani è un buon traguardo per me».
E infatti, anche se poi una fuga viene lasciata andare, e se anche quella fuga contiene corridori come Geraint Thomas, maglia gialla al Tour del 2018, la Alpecin-Deceuninck e la UAE Team Emirates XRG non lasciano mai più di un minuto e mezzo.
Per un motivo tanto semplice da sembrare scontato: oggi si arrivava in cima al Mûr-de-Bretagne, l“Alpe d'Huez bretone”.
A guardarlo da sotto il Mûr-de-Bretagne è un drittone che pare infinito, anche se la parte più dura è lunga solo un chilometro. Quando lo imbocchi guardi in su e lì dove spiana intuisci solo il cielo, sembra una piccola stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Qui il proprio destino lo incontrò - se lo prese, verrebbe da dire - quattro anni fa van der Poel, quando indossò la sua prima maglia gialla in memoria di nonno Raymond "Poupou” Poulidor. Sempre qui oggi sogna di difenderla, sapendo bene, però, di avere come avversario uno (forse l’unico al mondo) capace di sogni più grandi dei suoi.
Il primo a godersela tutta, questa stairway to destiny, è Ewen Costiou, bretone di Brest, della squadra Arkéa-B&B Hotels, bretone di Bruz, che approfitta del luogo più sublime della sua regione per staccare i compagni di fuga.
Ma è solo il primo dei due passaggi sul Mûr, e quando inizia il secondo di spazio per i comprimari non ce n’è più.
Quando il solito commovente Wellens si sposta, a metà della parte più dura, in cima alla quale si vede il cielo, il suo capitano parte e assieme a lui restano solo Vingegaard ed Evenepoel, il secondo e il terzo del Tour dell’anno scorso.
Ma Pogačar oggi sembra voler usare il calcolo più che la forza, lascia passare davanti il belga, e quando la strada spiana, lì dove forse già si vede l’Oceano e forse anche il proprio destino, attende l’arrivo del compagno Narvaez che immediatamente si mette in testa per tenere alto il ritmo nel gruppetto superstite.
Narvaez, Evenepoel, Pogačar, Vingegaard, poi tutti gli altri.
Nelle ultime centinaia di metri il campione del mondo si guarda indietro una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte, come in uno sprint su pista per controllare che nessuno cerchi di anticiparlo prima del momento che lui ha deciso essere quello giusto.
Al momento giusto, cioè ai 250 metri, parte con la solita eleganza, con la solita sinuosità da gazzella predatrice, con uno stile che solo van der Poel può avvicinare a questo mondo, i due esseri umani più belli sopra una bicicletta dell’epoca moderna.
E allora forse non è un caso che da giorni la maglia più bella faccia la spola tra le spalle di uno e dell’altro, con l’olandese che nonostante i sogni oggi finisce per cederla di nuovo allo sloveno che sul traguardo in cima al Mûr-de-Bretagne, dopo essere partito ai 250 metri, dopo aver calcolato ogni cosa stacca tutti, anche Vingegaard che pure non perde secondi, e coglie la sua seconda vittoria a questo Tour - il quarto piazzamento tra i primi due nelle prime sette tappe.
Il Mûr-de-Bretagne sembra una piccola Stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Quel che è certo è che stasera la classifica generale recita: Pogačar primo, Evenepoel secondo a 54’’, Vauquelin terzo a 1’11’’ e Vingegaard quarto a 1’17’’.
E che sarà tutt'altro che facile, da qui a Parigi, allontanare il ragazzo di Komenda da un destino che pare voglia vederlo sempre più in giallo.

Foto: Poci's Pix


Un'eccezionale normalità

Per capire cosa sia il Tour de France, l’impatto che ha in chi lo guarda e in chi lo corre, basterebbe una delle prime immagini arrivate a noi dalla sesta tappa, la Bayeux-Vire Normandie.
Si partiva dalla città natale di Kévin Vauquelin, terzo in classifica generale dopo la crono di ieri, e il fun club dell’enfant du pays si è fatto notare in tutto il mondo per una coreografia piuttosto indimenticabile. Oltre al classico spot con bandiere e cartelli delle più disparate dimensioni, si sono presentati a bordo strada con una mongolfiera dedicata al loro beniamino. Non uno striscione, non una scritta sull’asfalto: una mongolfiera vera, cioè enorme (seppur ben ancorata a terra, concreta come le ambizioni di Vauquelin di portare a casa un’ottima classifica generale).
Perché ogni cosa, al Tour de France, ha una magnitudo diversa, una scala geometricamente più grande rispetto ad ogni altra corsa ciclistica.
Così è anche per la prima tappa adatta alle fughe della Grande Boucle 2025. Con 201 chilometri e 3500 metri dislivello davanti, se fuga sarebbe stata si sarebbe trattato di una fuga di gente dura, tosta, con gambe e cuori ardennofili.
Ma anche le fughe, al Tour de France, in cui ogni tappa si corre come una classica monumento che può cambiare la carriera di un corridore, non si comportano come quelle normali.
Oggi ci vogliono quasi 100 chilometri di corsa matta e disperatissima, di braccio di ferro all’arma bianca con il gruppo, perché un tentativo di otto corridori riesca finalmente a prendere il largo. Dopo tutta la fatica che hanno fatto, meritano di essere citati uno per uno: Ben Healy, Mathieu van der Poel, Quinn Simmons, Harold Tejada, Will Barta, Eddie Dunbar, Simon Yates e Micheal Storer.
A poco più di 40 chilometri dall’arrivo Healy decide di provarci a modo suo, seguendo la sua eccezionale normalità, cioè scattando da solo, all-in, e poi vada come vada.
Storer e Simmons si buttano alla sua rincorsa, guadagno qualcosa all’inizio ma poi basta, e anzi iniziano a perdere.
A 20 dalla fine il suo vantaggio è sopra il minuto. All’imbocco dell’ultima delle innumerevoli salite di oggi, la Côte de Vaudry, è salito a 2”.
E così Ben Healy, nato in Inghilterra ma con passaporto irlandese, lui che era stato il primo a scattare a 170 chilometri dal traguardo è anche il primo ad arrivare in cima allo strappo feroce di Vire Normandie, solitario e felice. Dopo una tappa al Giro, anche una tappa al Tour, chapeau.
Anche le tappe normali, al Tour de France, sono eccezionali. La riprova è il divino Mathieu che arriva sfinito, spingendo a forza di smorfie fino all’ultimo metro per riprendersi una maglia gialla che, seppur virtualmente, sembrava ormai comodamente tornata sulle sue spalle.
Missione compiuta, seppur per un solo secondo dal solito Pogačar, che arriva assieme al gruppo dei migliori - anche se mezzo metro davanti a tutti, come sua abitudine.
Domani dunque van der Poel si presenterà in giallo nella tappa con arrivo al Mur de Bretagne, lì dove l’aveva indossata per la prima volta quattro anni fa.
La terrà? La perderà? Nulla è dato a sapere, in una corsa in cui anche la normalità, quando accade, è eccezionale.


La pietra più solida

La quinta tappa del Tour parte e arriva a Caen, in Normandia, una cronometro di 33 chilometri praticamente tutti pianeggianti, per specialisti puri.
Caen è famosa per lo sbarco in Normandia, avvenuto a pochi chilometri da lì.
Meno nota invece è forse la pietra di Caen, estratta nei dintorni, un calcare giallo chiaro che è stato utilizzato per costruire, tra gli altri, la Cattedrale di Canterbury, il Big Ben e la Torre di Londra. Un materiale per edifici sontuosi dunque, imponenti e raffinati.
E sontuosi, imponenti e raffinati erano anche i corridori che tutti noi aspettavamo di vedere oggi misurarsi uno contro l’altro nella prima corsa contro il tempo di questa Grande Boucle.
Perché le crono sono delle bestie strane e crudeli. Non conta più la tattica, non conta la scia, contano solo le gambe e la testa.
In una corsa in linea si può anche bluffare e sperare che gli avversari ci caschino e di passarla liscia in una giornata storta. Ma contro un cronometro invece, anche avendo la più grande poker face del mondo, bluffare non si può. Le crono sono bestie crudeli e bellissime perché, al di là di ogni possibile speculazione, obbligano i corridori a passare attraverso il setaccio finissimo della verità.
Sarebbe riuscito Remco Evenepoel, specialista puro tra gli specialisti puri, a colmare il distacco di quasi un minuto che lo separava da Pogačar?
Il campione del mondo (in linea) avrebbe migliorato rispetto alla cronometro del Delfinato dove prese secondi non solo da lui, ma anche da Vingegaard? Van der Poel avrebbe tenuto la gialla, o almeno contenuto il distacco per provare a riprenderla nelle tappe successive?
E Roglič risorgerà? E van Aert si impegnerà?
Queste alcune delle domande a cui attendevamo che rispondesse l’arrivo di Caen.
Le ultime due sono le prime a trovare risposta, che poi è la stessa: no.
Primoz, campione olimpico a Tokyo nel 2020, anche se pare un secolo fa, parte piano e finisce così così, chiudendo comunque a 1’e19’’ dal vincitore.
Wout, che sembrava bellissimo nella posizione e anche nella pedalata, ma questo perché lui su una bicicletta bellissimo lo è sempre, nemmeno ci prova ad andare forte: addirittura 100° a 4’’e 32’.
Le altre risposte invece arrivano intrecciate, un po’ alla volta.
Evenepoel - in maglia iridata e con casco e bici d’oro, a manifestare al mondo come lui sia
il detentore di ogni possibile titolo nella specialità - parte bene, secondo nel primo e nel secondo intertempo, ma poi vola nella seconda parte e si mangia tutti. Senza una sbavatura e senza un errore, sempre solido e sempre inespugnabile, come la Torre di Londra.
Ma la sfida vera, e la risposta che tutti aspettavamo davvero, era quella tra Pogačar e Vingegaard.
E qui, mano a mano che i chilometri e gli intertempi passavano, si è concretizzato qualcosa che nessuno, soprattutto dopo le prime quattro tappe, dopo il terzo posto in volata di ieri, si aspettava: il crollo di quel saldo e bellissimo edificio che fino a stamattina era stato il capitano della Visma-Lease a Bike.
Non è mai facile interpretare una crono dalla pedalata dei corridori, ma oggi guardando Vingegaard pareva davvero vederlo soffrire, con la bocca non solo aperta ma spalancata, e le spalle che oscillavano e non per il vento, e il sedere avanti indietro a cercare una posizione che sembrava non trovare mai.
Nel frattempo Pogačar, partito due minuti dopo, non aveva forse la postura tetragona di Evenepoel, ogni tanto muoveva la testa in su e in giù, ma come può oscillare pur restando solidissimo il Big Ben, con una leggerezza e una forza che piano piano sono state tradotte in vantaggio anche dalla crudeltà del cronometro.
19’’ il distacco fra i due al primo intertempo, 30’’ al secondo, 52’’ al terzo e 1’05’’ sul traguardo, con Vingegaard ha terminato la tappa a 1’21’’ da Evenepoel: non tanto, non tantissimo: di più.
Ma quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende, e allora c’è da rendere atto della gran giornata della maglia bianca Kevin Vauquelin, quinto oggi a 49’’ dal vincitore, una prestazione che lo proietta al terzo posto della classifica generale.
Come anche a quella di Edoardo Affini, rimasto per tre ore seduto nella cosiddetta “hot seat”, la poltrona di chi detiene il primato provvisorio, e che alla fine ha centrato un grande terzo posto.
Quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende e la bellezza crudele della cronometro di Caen ha decretato che Tadej Pogačar, nuova maglia gialla (ma anche a pois e verde), è l’edificio più solido del ciclismo mondiale, e ora guida la classifica con 42’’ di vantaggio su Evenepoel e 59’’ su Vauquelin. Vingegaard, scivolato al quarto posto, segue con 1’13’’.
Ma se anche Caen, dopo la guerra, è stata ricostruita utilizzando il calcare chiaro che si estrae nei suoi dintorni, è bene ricordarsi che il Tour de France è ancora lunghissimo, e c’è tutto il tempo per ricostruire.

Foto: Poci's Pix


La verità delle cose

La quarta tappa del Tour de France partiva da Amiens per arrivare a Rouen, 174 chilometri dalla regione dell’Alta Francia alla Normandia.
Rouen è una città ricchissima di storia, per secoli al centro della cultura europea.
Qui, il 30 maggio 1431, venne uccisa sul rogo Giovanna D’Arco. Qui, nella Cattedrale di Notre-Dame, capolavoro dell’architettura gotica, è custodito il cuore del re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (quello di Robin Hood, sì).
Qui, nel 1821, nacque anche Gustave Flaubert, che portò il romanzo nella modernità introducendo il realismo, descrivendo cioè la vita così com’è, fin nei particolari, sfrondando tutte le idealizzazioni del romanticismo.
Per descrivere nel dettaglio una tappa come questa, con un finale come questo, con dei protagonisti come questi, ci vorrebbe uno come lui.
Appena prima della Côte de Bonsecours, la terza delle cinque salitelle concentrate negli ultimi 50 chilometri, anche l’ultimo dei quattro attaccanti, il volitivo Lenny Martinez (combattivo di giornata), era stato ripreso.
Appena dopo lo scollinamento in testa è apparsa in blocco la UAE Team Emirates XRG di Pogačar: Soler, Sivakov, Wellens, Narvaez, poi è arrivato anche Almeida, a dimostrare che oggi sarebbe stato un giorno da ricordare, il primo vero grande scontro tra gli uomini di classifica, quasi come il Galibier dell’edizione scorsa.
Forse non tanto per i pochi secondi in palio, ma per tutta la gloria di un arrivo come questo.
Lungo la Côte de la Grand’Mare un monumentale Tim Wellens in maglia a pois, cuor di Leone anche lui, dapprima fa a spallate con la Alpecin per le posizioni, poi tiene in fila il gruppo dei migliori, in cui ci sono ancora tutti.
Vingegaard è già a ruota di Pogačar, van der Poel a quella di Vingegaard, dietro di loro Evenepoel, Roglič, Mas, eccetera.
Tutti in attesa dell’ultima asperità, la più temuta, che non a caso si chiama Rampe Saint Hilaire: 800 metri all’11%.
Quando sembrava che l’intreccio della tappa scivolasse via così, plot twist, in testa si materializza la Visma-Lease a Bike. A Wellens si sostituisce Campenaerts, con Benoot, Jorgenson e van Aert a scortare il capitano.
Ma appena inizia la rampa di nuovo maglie bianche, Narvaez con Pogacar assieme a van der Poel, quasi come sulla Cipressa.
Sembra un romanzo a puntate questo finale, con i capitoli lasciati aperti per tenere appesi i lettori, e infatti a metà rampa risale Almeida e si capisce che è il momento.
Pogačar parte nel tratto più duro, quello al 15%. Lo segue solo Vingegaard, brillante come non lo si è mai visto su terreni simili. A 50 metri dallo scollinamento il danese perde due, tre metri, e pare che davvero possa ripetersi la trama del Galibier del 2024, con lo sloveno che se ne va e ciao, tappa e maglia gialla. E invece no, perché sembra un romanzo a puntate questo finale, il danese rientra, e nel successivo falsopiano tornano sotto anche gli altri sopravvissuti, agganciati a un Evenepoel in versione Liegi-Bastogne-Liegi.
Sembra un romanzo questo finale, ma con tutti i personaggi più celebri della letteratura moderna messi insieme: Madame Bovary, Don Chisciotte, Anna Karenina, Edmond Dantès e almeno uno dei fratelli Karamazov.
Negli ultimi due chilometri prova ad anticipare Evenepoel, ma Almeida chiude, poi parte Jorgenson, ma Almeida rintuzza anche lì, mentre van der Poel rimane a ruota, rapace. Il più fido scudiere del campione del mondo trova ancora, solo lui sa dove, le energie per tirare la volata con la strada che tira all’insù.
La maglia gialla lancia il suo sprint, vorrebbe dedicare il successo al compagno Philipsen ritiratosi ieri ma - non so se l’abbiamo già detto - questo finale sembra scritto da un romanziere consumato, e dalla ruota del divino Mathieu esce tutto il bagliore di sua maestà Pogačar, che preparava la sua vittoria a Rouen da giorni, forse di più.
Ieri lo sloveno ha deciso di cedere la maglia a pois a Tim Wellens esattamente per questo, per potersi godere la 100^ vittoria in carriera con la maglia iridata, la più bella del mondo.
Per spiegare il suo modo di raccontare il mondo Flaubert diceva che «occorre far parlare le cose, far sì che dicano la loro realtà, far sì che dicano la loro verità».
E la verità delle cose finora, a questo Tour de France, è che Tadej Pogačar sembra poter disporre delle tappe come fossero capitoli di un romanzo che sta scrivendo lui, in cui decide tempi, modi e azioni dei personaggi quasi come un narratore onnisciente.
Ma anche che forse non abbiamo mai visto Jonas Vingegaard così forte, oggi terzo, come due giorni fa.
Quindi non vediamo l’ora che sia domani, per un altro colpo di scena.

Foto: Poci's Pix


La tregua di Dunkerque

Nella tappa a più alto tasso di memorialistica militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. La frazione da Valenciennes a Dunkerque doveva essere una giornata da velocisti, e così è stato, anche se non come ce la si sarebbe aspettata alla vigilia.
Da quanto tempo non vedevamo, al Tour, ma anche altrove, una tappa di pianura senza nemmeno un tentativo di fuga, al punto che il premio per il combattivo di giornata non è stato assegnato?
I depositari della storia del ciclismo stanno ancora sfogliando gli annuari, e qualcosa probabilmente verrà fuori da qualche librone impolverato, fatto sta che a memoria d’uomo se non si tratta di un unicum poco ci manca.

Oggi è stato il vento che soffiava dal mare del Nord a sancire la tregua, a rallentare il gruppo, a scoraggiare ogni tentativo di attacco. Una metafora forse non troppo raffinata di quella forza che rallentò, nel maggio del ‘40, le Panzer-Division tedesche che sembravano ormai destinate a fare prigioniera buona parte dell’esercito francese e britannico, che proprio sulla spiaggia della cittadina si erano ritirati dopo l’inarrestabile avanzata della Wehrmacht. Il miracolo di Dunkerque, lo chiamarono, in cui in nove drammatici giorni le navi britanniche e francesi evacuarono oltre 300.000 soldati, lasciando intatto almeno un seme di speranza di vincere la guerra alle forze alleate.
Talmente poco è successo, almeno prima della volata finale, che le cose da segnalare vanno ricercate nell’aneddotica. La maglia gialla van der Poel che per fermarsi a fare pipì si esibisce nel salto laterale di un’aiuola. Tim Wellens che a 36 chilometri dal traguardo, dopo aver chiesto il permesso agli altri corridori schierati in testa al gruppo, prende e se ne va. Ma dove? Visita parenti? A rubare la maglia a pois a Pogačar sulla salitella di Mont Cassel, l'unico Gpm di giornata? E se così fosse, perché non lo segue Benjamin Thomas? Forse perché il francese, proprio su quello stesso traguardo, due giorni fa è caduto tirando per terra anche il compagno di fuga e di quel pavè non vuole più saperne?
L’arcano lo svela in diretta Gianetti. Sì, Wellens ha fatto quell’azione esattamente per togliere la maglia di miglior scalatore al suo capitano, levandogli così di dosso anche le fastidiose incombenze di premiazioni e interviste post tappa.

Meno aneddotico è invece quello che è successo a 60 dall’arrivo durante lo sprint intermedio. Durante la preparazione dello sprint Bryan Coquard si tocca con un corridore dell’Intermarché-Wanty, sbanda a sinistra e butta per terra la maglia verde Philipsen.
Il belga resta sull’asfalto, la spalla destra abrasa e dolorante, il Tour della prima maglia gialla 2025 finisce oggi, nella tappa della grande tregua.
Poi c’è solo il finale, con la preparazione di una volata che tutti aspettavano fin da Valencienne. Però qui, entrando a Dunkerque, la grande tregua ha mostrato il suo lato oscuro.
Se 180 corridori vanno a spasso per 170 chilometri, c’è il pericolo più che concreto che molti di loro arrivino nelle fasi finali ancora nel pieno del vigore agonistico, pronti a battagliare (a questo punto sì) per ogni centimetro di spazio, con risultato più o meno inevitabile di rendere più probabili le cadute. La prima, a 3000 metri dal traguardo, coinvolge Jordi Meeus a centro gruppo. Nella seconda, all’ultima curva ai 300 metri, vediamo volare per aria Davide Ballerini e Arnaud De Lie. Finiranno tutti la corsa, ma questo ci ricorda che anche le tregue, a volte, hanno un prezzo da pagare.

Ma a quel punto la volata era già stata lanciata dalla Lidl-Trek che puntava tutto su Jonathan Milan, e il ragazzone friulano stava già quasi assaporando la sua prima vittoria nella corsa a tappe più importante del mondo. Diversamente però la pensava Tim Merlier. Il campione europeo, senza compagni di squadra, aveva già da tempo battezzato l’ombra imponente di Milan e l’ha battuto, seppur di un soffio, sulla linea di arrivo di Dunkerque.
Eppure a rivedere il ralenti non si può non notare la differenza di stile tra i due, col belga tutto adagiato sul manubrio, alla ricerca della massima aerodinamicità, mentre l’italiano, spalle e faccia al vento, almeno una spanna più in alto dell’avversario.
Ma ha tutto il tempo dalla sua, Milan: “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle larghe”.
Nella tappa a più alto tasso di memorialistica-militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. Ma accostare lo sport alla guerra è sempre faccenda scivolosa, nel migliore dei casi, e pericolosa nei peggiori.

Quindi finiamo il racconto della Valenciennes-Dunkerque, citando l'intervista di Bryan Coquard dopo il traguardo. Faccia plumbea, voce avvilita, sguardo basso, Coquard chiede scusa in mondovisione a Philipsen e a tutta la Alpecin-Deceuninck, spiega che non era sua intenzione, che il deragliatore gli si è incastrato alla bici di Laurenz Rex, l’ha fatto sbandare e non ha potuto farci nulla.
Ha combinato un pasticcio, non è stata colpa sua, ma ha voluto scusarsi lo stesso. Magari, in guerra, succedessero cose del genere.

Foto: Sprint Cycling Agency


La Grand Armée du Tour de France

Tra il 1803 e il 1805, Napoleone Bonaparte radunò la sua Grande Armée a Boulogne-sur-Mer, una cittadina francese costruita dai romani nel punto più stretto del Canale della Manica. Il suo intento era di realizzare, al momento opportuno, la sua impresa più ambiziosa: invadere la Gran Bretagna. Non ci riuscì mai. Dopo oltre due anni di attesa spostò l’esercitò altrove, e il suo grande sogno tramontò. Restò comunque un monumento, a pochi chilometri dalla cittadina costiera, “La colonna della Grande Armata” un siluro di marmo alto 50 metri con una statua del generale in cima.

La seconda tappa del Tour de France arriva proprio a Boulogne-sur-Mer, dopo 209 km dalla partenza di Lauwin-Planque. La frazione più lunga di tutta la Grande Boucle 2025. Pioggia e vento fin dall’inizio, per una giornata che - sia dal punto di vista climatico che del percorso - aveva il sapore di una classica da campagna del Nord.

La prima avanguardia a muoversi è stato un gruppetto formato da Yevgeniy Fedorov, Bruno Armirail, Brent Van Moer e Andreas Leknessund. I quattro hanno cavalcato di comune accordo per oltre 150 chilometri, ma la loro era solo una ricognizione topografica, a caccia di gloria effimera, in attesa che arrivasse la truppa vera e propria a giocarsi la vittoria.

Infatti, la loro scappatella terminava presto, perché il gruppo già si preparava agli ultimi 30 chilometri decisivi, quando i corridori avrebbero dovuto affrontare in rapida successione tre muri dalle fattezze ardennesi.

Prima la Côte du Haut Pichot, 1,1 chilometri al 9.4%.
La prende in testa Van Aert, la finisce davanti Wellens, con i capitani già tutti lì dietro pronti alla battaglia decisiva. Poi, a meno di 10 km dal traguardo, la salita più dura di giornata, Saint-Étienne-au-Mont, un chilometro al 10,6 di media con punte al 15%.

Fa il ritmo Tiesj Benoot, ma nel finale di una tappa che arriva un posto del genere, con una storia del genere, non c’è spazio per i comprimari, si devono muovere i generali. E allora a metà dello strappo eccoli lì, seppur per una breve attimo, per la prima volta tutti assieme, i Fab Four di questo Tour: van der Poel con a ruota Pogačar, Vingegaard ed Evenepoel. A quel punto la miccia è innescata per il gran finale con la Côte d’Outreau, un muro di 800 metri all’8.8% che termina a poco più di cinque chilometri dal traguardo.

Vingegaard attende lo scollinamento per attaccare, ma Evenepoel risponde e assieme a lui Pogačar, van der Poel e quello che è rimasto del gruppo (non molto).

Kévin Vauquelin tra l'ultima salita e il tratto pianeggiante che precede l'arrivo ci prova una, due, tre volte. Lui che ha vinto la seconda tappa l'anno del Tour 2024 con arrivo a Bologna e vorrebbe a tutti i costi ripetersi nella Bologna francese. Se ci riuscisse in casa Arkéa-B&B Hotels magari non gli erigerebbero proprio una colonna di marmo con una statua annessa, ma poco ci mancherebbe.
Ma una tappa così, con un arrivo in posto del genere, non può essere giornata da comprimari.
A riprova di questa tesi nell’ultimo chilometro si rivede in testa anche Alaphilippe, content de te revoir, Loulou.

Una delle frasi celebri di Napoleone era “On s'engage, et puis on voit", che tradotto significa qualcosa come: “Ci impegniamo, e poi si vede”.

Un modo per dire che al di là della tattica, della strategia, le battaglie si vincono con il colpo d’occhio giusto al momento giusto.
E uno che quel colpo d’occhio ce l’ha sempre avuto (oltre a delle gambe eccezionali, certo, ma anche Napoleone aveva i cannoni) è Mathieu van der Poel.

Prende la volata in testa con il campione del mondo alla ruota, come al Fiandre del 2022, decide i tempi e modi dello sprint, legge in anticipo le mosse degli avversari, e quando parte non c’è niente da fare, anche se ti chiami Pogačar, 2°, o Vingegaard, 3°.

L’ultima vittoria al Tour de France il fuoriclasse, il divino Mathieu l’aveva ottenuta nel 2021 sul Mûr-de-Bretagne, anche quella volta alla seconda tappa, anche quella volta indossando la maglia gialla.

Una tappa così, con un arrivo in posto del genere, non poteva essere giornata da comprimari. E se il podio di oggi è faccenda più che ragguardevole, è bene strofinarsi gli occhi guardando la classifica generale che recita: primo Mathieu van der Poel, secondo a 4’’ Tadej Pogačar e terzo a 6’’ Jonas Vingegaard.

Sembra di essere dentro questo spettacolo già da una vita, eppure siamo solo alla seconda tappa.

Se oggi la Grand Armée du Tour de France è arrivata a Boulogne-sur-Mer, dove Napoleone sognò per anni d’invadere la Gran Bretagna, il traguardo di domani è atteso in altro luogo che di grandi battaglie se ne intende: Dunkerque.

Foto: Poci's Pix


Per giorni come questo

Quando mancavano 54 chilometri all’arrivo, in tv è andata in onda un’intervista a Jasper Philipsen registrata alla partenza. Il belga, rispondendo alla domanda del giornalista su come si sentisse, ha risposto: «Viviamo per giorni come questo».

In quel momento, il gruppo viaggiava relativamente tranquillo. La fuga iniziale di cinque corridori era stata raggiunta, come anche la seconda, terminata con una strana caduta innescata da Benjamin Thomas che ha travolto il compagno di avventura Mattéo Vercher proprio sul traguardo del GPM di Mont Cassel.

Il gruppo, nel momento in cui è andata in onda l’intervista a Philipsen, viaggiava relativamente tranquillo, ma molto era già successo dalla partenza di Lille. Perché questo era il primo giorno del Tour de France, il gran ballo di gala del ciclismo mondiale.

Nella prima tappa del più importante evento di questo sport - specie se si tratta di una frazione pianeggiante come questa, 185 chilometri da Lille a Lille - si innesca uno strano valzer, un gioco tra la voglia di vedere e quella di nascondersi, che coinvolge spettatori e corridori.

Dopo un anno di attesa, vogliamo osservare le facce dei campioni, capire come pedalano, scrutare l'espressione del viso, analizzare la loro posizione in gruppo.

Ma i grandi campioni, in una frazione come questa, teoricamente dedicata ai velocisti, sanno invece che dovrebbero nascondersi il più possibile. Dalle cadute, dagli inconvenienti meccanici, dal vento. Anche dai nostri sguardi invadenti.

Se la telecamera li inquadra troppo da vicino, magari in solitaria, c’è qualcosa che non va. Come capita per esempio a Filippo Ganna, che cade a 132 chilometri dall’arrivo e lo vediamo per lunghi minuti, da solo, ferito e furente, lui il re dell'inseguimento su pista, a rincorrere il gruppo lanciato tra le schermaglie del vento. Rientrerà, si staccherà di nuovo, finché dovrà arrendersi alle ferite e ritirarsi.

O come succede poco dopo a Florian Lipowitz che fora e resta anche lui inquadrato in mondovisione ad inseguire, senza nemmeno un compagno che si fermi ad aiutarlo. E questo, a noi assetati di vedere e di capire, rende chiaro come in casa Red Bull-BORA-hansgrohe il capitano designato non sia lui.

Strano valzer, abbiamo detto, strano gioco, perché quella da Lille a Lille avrebbe dovuto essere una tappa per velocisti. Tutti sapevano, però, che sarebbe potuta anche trasformarsi in qualcosa di diverso. In un esordio del Tour in cui anche i campioni, gli uomini di classifica, avrebbero dovuto abbandonare la familiarità dei loro nascondigli, cambiare paradigma e mostrarsi, a noi e agli avversari, in prima persona.

Ed è quello che succede a 17 chilometri dall’arrivo, quando in prima posizione del gruppo vediamo apparire Jonas Vingegaard. E’ proprio lui, scalatore puro di 60 kg bagnato, ma nato nel villaggio Hillerslev, in Danimarca, il paese più ventoso del mondo, ad aprire il ventaglio decisivo.

In un attimo è cambiato tutto, il momento per farsi inquadrare dalle telecamere è arrivato di colpo, come un temporale estivo che sorprende chi non sa leggere il cielo. Lo sa anche Tadej Pogačar, che non perde un metro, lo sanno anche van der Poel con i compagni Philipsen e Groves, lo sanno Girmay e altri. Chi invece è rimasto ancorato al vecchio paradigma è Evenepoel assieme a Roglič, ma anche Merlier e Milan. Il gruppetto davanti fila via, danzando nel vento, quello dietro invece inciampa, sbaglia i passi, e nel primo giorno del gran ballo del ciclismo mondiale arriva al traguardo con 40” di ritardo. Un’enormità, per una tappa che avrebbe dovuto essere per velocisti.

Nello sprint finale, Jasper Philipsen non ha rivali, anche perché può contare su due ultimi uomini come van der Poel e Groves. Sul traguardo di Lille vince di tre biciclette: decima vittoria al Tour de France e, soprattutto, prima maglia gialla della sua carriera.

D’altronde l’aveva detto, prima della partenza, di vivere per giorni come questo. Un po’ come noi. E la notizia ancora più bella è che ne abbiamo altri venti davanti.


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