All’ottava tappa, la Saint-Méen-le-Grand – Laval di 171,4 chilometri, la Grande Boucle compie il primo giro di boa.
Dopo molto nord, si inizia a virare verso sud-est. Dopo sette frazioni di attacchi, ventagli, muri e muretti, forse la prima vera giornata pianeggiante, di quelle da dormicchiare tranquilli sul divano il sabato pomeriggio.
Ma anche la noia, al Tour de France, ha la dimensione della grandeur.
Saranno le fatiche dei giorni precedenti, sarà il primo caldo, ma nessuno ci prova nemmeno ad andare in fuga. Se state pensando: “Ehi, ma come la terza tappa!” La risposta è no; oggi molto, molto di più.
Al punto che la UAE Emirates, prima tra tutti la maglia gialla, può restarsene serenamente compatta a fondo gruppo a scortare Joao Almeida che oggi è ripartito incerottato dopo la caduta negli ultimi chilometri della tappa di ieri. Anche se non sono i cerotti sulle braccia e sulle gambe a preoccupare, quanto una frattura alle costole che dalla tv non si può vedere. Quell’inusuale posizionamento della formazione del leader della generale racconta comunque molto dello spirito presente nella squadra: che un grande giro si vinca anche con gesti come questi?
Al punto che dopo 20 chilometri dalla partenza anche l’ammiraglia della Red Bull-Bora-Hansgrohe, non sapendo bene come passare il tempo, si improvvisa servizio pubblico e via radio dà ai propri corridori qualche pillola educational sulla Mayenne, la regione che stanno attraversando. Geografica (si tratta della regione più grande della Francia), faunistica (ci sono moltissime mucche) e culturale (a Saint-Méen-le-Grand c’è un museo dedicato a Louison Bobet, che lì nacque nel 1925). Mens sana in corpore sano.
Le squadre dei velocisti controllano, placide come le mucche al pascolo della Mayenne, e non si scompongono troppo nemmeno quando due corridori della Total Energies, Mathieu Burgaudeau e Mattéo Vercher, rompono il torpore generale e si avvantaggiano.
Ma il traguardo di Laval doveva essere affare per velocisti puri, e così sarà.
Se la città di partenza ha dato i natali ad un grande della storia del ciclismo, quella d’arrivo ha visto nascere un grande della storia dell’arte.
Henri Rousseau venne alla luce a Laval nel 1844, si trasferì a Parigi ventiquattrenne e lì cominciò a dipingere di notte, mentre di giorno lavorava nell’ufficio comunale dei dazi.
Oggi i suoi quadri che ritraggono per lo più soggetti esotici come volatili, tigri, leoni e foreste, sono famosissimi (i suoi “Fenicotteri” sono stati venduti all’asta nel 2023 ad oltre 43 milioni di dollari) ma per buona parte della vita non se la passò benissimo, il buon vecchio Henri.
Il suo stile naïf, semplice, quasi ingenuo, a prima vista non raffinatissimo, non fu subito capito dai colleghi contemporanei e ci mise degli anni ad affermarsi come un precursore dell’avanguardia surrealista, apprezzato da gente come Apollinaire, Braque e Picasso.
Quasi come gli anni (sei) che mancavano dall’ultima vittoria italiana in una tappa del Tour de France.
A porre fine al digiuno è stato oggi Jonathan Milan, alla sua prima partecipazione alla corsa a tappe più importante del mondo. Lui, con il suo stile invero un po’ naïf, ha lanciato una volata feroce e dominante come le tigri nei dipinti di Rousseau tanto che nemmeno Wout van Aert, che certo naïf non è, è riuscito anche solo ad affiancarlo.
Perché anche nel ciclismo, oltre che nell’arte, ogni tanto si può dire ad alta voce: vive la naïvite.

Foto: Poci’s Pix

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