Per capire cosa sia il Tour de France, l’impatto che ha in chi lo guarda e in chi lo corre, basterebbe una delle prime immagini arrivate a noi dalla sesta tappa, la Bayeux-Vire Normandie.
Si partiva dalla città natale di Kévin Vauquelin, terzo in classifica generale dopo la crono di ieri, e il fun club dell’enfant du pays si è fatto notare in tutto il mondo per una coreografia piuttosto indimenticabile. Oltre al classico spot con bandiere e cartelli delle più disparate dimensioni, si sono presentati a bordo strada con una mongolfiera dedicata al loro beniamino. Non uno striscione, non una scritta sull’asfalto: una mongolfiera vera, cioè enorme (seppur ben ancorata a terra, concreta come le ambizioni di Vauquelin di portare a casa un’ottima classifica generale).
Perché ogni cosa, al Tour de France, ha una magnitudo diversa, una scala geometricamente più grande rispetto ad ogni altra corsa ciclistica.
Così è anche per la prima tappa adatta alle fughe della Grande Boucle 2025. Con 201 chilometri e 3500 metri dislivello davanti, se fuga sarebbe stata si sarebbe trattato di una fuga di gente dura, tosta, con gambe e cuori ardennofili.
Ma anche le fughe, al Tour de France, in cui ogni tappa si corre come una classica monumento che può cambiare la carriera di un corridore, non si comportano come quelle normali.
Oggi ci vogliono quasi 100 chilometri di corsa matta e disperatissima, di braccio di ferro all’arma bianca con il gruppo, perché un tentativo di otto corridori riesca finalmente a prendere il largo. Dopo tutta la fatica che hanno fatto, meritano di essere citati uno per uno: Ben Healy, Mathieu van der Poel, Quinn Simmons, Harold Tejada, Will Barta, Eddie Dunbar, Simon Yates e Micheal Storer.
A poco più di 40 chilometri dall’arrivo Healy decide di provarci a modo suo, seguendo la sua eccezionale normalità, cioè scattando da solo, all-in, e poi vada come vada.
Storer e Simmons si buttano alla sua rincorsa, guadagno qualcosa all’inizio ma poi basta, e anzi iniziano a perdere.
A 20 dalla fine il suo vantaggio è sopra il minuto. All’imbocco dell’ultima delle innumerevoli salite di oggi, la Côte de Vaudry, è salito a 2”.
E così Ben Healy, nato in Inghilterra ma con passaporto irlandese, lui che era stato il primo a scattare a 170 chilometri dal traguardo è anche il primo ad arrivare in cima allo strappo feroce di Vire Normandie, solitario e felice. Dopo una tappa al Giro, anche una tappa al Tour, chapeau.
Anche le tappe normali, al Tour de France, sono eccezionali. La riprova è il divino Mathieu che arriva sfinito, spingendo a forza di smorfie fino all’ultimo metro per riprendersi una maglia gialla che, seppur virtualmente, sembrava ormai comodamente tornata sulle sue spalle.
Missione compiuta, seppur per un solo secondo dal solito Pogačar, che arriva assieme al gruppo dei migliori – anche se mezzo metro davanti a tutti, come sua abitudine.
Domani dunque van der Poel si presenterà in giallo nella tappa con arrivo al Mur de Bretagne, lì dove l’aveva indossata per la prima volta quattro anni fa.
La terrà? La perderà? Nulla è dato a sapere, in una corsa in cui anche la normalità, quando accade, è eccezionale.