La quarta tappa del Tour de France partiva da Amiens per arrivare a Rouen, 174 chilometri dalla regione dell’Alta Francia alla Normandia.
Rouen è una città ricchissima di storia, per secoli al centro della cultura europea.
Qui, il 30 maggio 1431, venne uccisa sul rogo Giovanna D’Arco. Qui, nella Cattedrale di Notre-Dame, capolavoro dell’architettura gotica, è custodito il cuore del re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (quello di Robin Hood, sì).
Qui, nel 1821, nacque anche Gustave Flaubert, che portò il romanzo nella modernità introducendo il realismo, descrivendo cioè la vita così com’è, fin nei particolari, sfrondando tutte le idealizzazioni del romanticismo.
Per descrivere nel dettaglio una tappa come questa, con un finale come questo, con dei protagonisti come questi, ci vorrebbe uno come lui.
Appena prima della Côte de Bonsecours, la terza delle cinque salitelle concentrate negli ultimi 50 chilometri, anche l’ultimo dei quattro attaccanti, il volitivo Lenny Martinez (combattivo di giornata), era stato ripreso.
Appena dopo lo scollinamento in testa è apparsa in blocco la UAE Team Emirates XRG di Pogačar: Soler, Sivakov, Wellens, Narvaez, poi è arrivato anche Almeida, a dimostrare che oggi sarebbe stato un giorno da ricordare, il primo vero grande scontro tra gli uomini di classifica, quasi come il Galibier dell’edizione scorsa.
Forse non tanto per i pochi secondi in palio, ma per tutta la gloria di un arrivo come questo.
Lungo la Côte de la Grand’Mare un monumentale Tim Wellens in maglia a pois, cuor di Leone anche lui, dapprima fa a spallate con la Alpecin per le posizioni, poi tiene in fila il gruppo dei migliori, in cui ci sono ancora tutti.
Vingegaard è già a ruota di Pogačar, van der Poel a quella di Vingegaard, dietro di loro Evenepoel, Roglič, Mas, eccetera.
Tutti in attesa dell’ultima asperità, la più temuta, che non a caso si chiama Rampe Saint Hilaire: 800 metri all’11%.
Quando sembrava che l’intreccio della tappa scivolasse via così, plot twist, in testa si materializza la Visma-Lease a Bike. A Wellens si sostituisce Campenaerts, con Benoot, Jorgenson e van Aert a scortare il capitano.
Ma appena inizia la rampa di nuovo maglie bianche, Narvaez con Pogacar assieme a van der Poel, quasi come sulla Cipressa.
Sembra un romanzo a puntate questo finale, con i capitoli lasciati aperti per tenere appesi i lettori, e infatti a metà rampa risale Almeida e si capisce che è il momento.
Pogačar parte nel tratto più duro, quello al 15%. Lo segue solo Vingegaard, brillante come non lo si è mai visto su terreni simili. A 50 metri dallo scollinamento il danese perde due, tre metri, e pare che davvero possa ripetersi la trama del Galibier del 2024, con lo sloveno che se ne va e ciao, tappa e maglia gialla. E invece no, perché sembra un romanzo a puntate questo finale, il danese rientra, e nel successivo falsopiano tornano sotto anche gli altri sopravvissuti, agganciati a un Evenepoel in versione Liegi-Bastogne-Liegi.
Sembra un romanzo questo finale, ma con tutti i personaggi più celebri della letteratura moderna messi insieme: Madame Bovary, Don Chisciotte, Anna Karenina, Edmond Dantès e almeno uno dei fratelli Karamazov.
Negli ultimi due chilometri prova ad anticipare Evenepoel, ma Almeida chiude, poi parte Jorgenson, ma Almeida rintuzza anche lì, mentre van der Poel rimane a ruota, rapace. Il più fido scudiere del campione del mondo trova ancora, solo lui sa dove, le energie per tirare la volata con la strada che tira all’insù.
La maglia gialla lancia il suo sprint, vorrebbe dedicare il successo al compagno Philipsen ritiratosi ieri ma – non so se l’abbiamo già detto – questo finale sembra scritto da un romanziere consumato, e dalla ruota del divino Mathieu esce tutto il bagliore di sua maestà Pogačar, che preparava la sua vittoria a Rouen da giorni, forse di più.
Ieri lo sloveno ha deciso di cedere la maglia a pois a Tim Wellens esattamente per questo, per potersi godere la 100^ vittoria in carriera con la maglia iridata, la più bella del mondo.
Per spiegare il suo modo di raccontare il mondo Flaubert diceva che «occorre far parlare le cose, far sì che dicano la loro realtà, far sì che dicano la loro verità».
E la verità delle cose finora, a questo Tour de France, è che Tadej Pogačar sembra poter disporre delle tappe come fossero capitoli di un romanzo che sta scrivendo lui, in cui decide tempi, modi e azioni dei personaggi quasi come un narratore onnisciente.
Ma anche che forse non abbiamo mai visto Jonas Vingegaard così forte, oggi terzo, come due giorni fa.
Quindi non vediamo l’ora che sia domani, per un altro colpo di scena.

Foto: Poci’s Pix

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