La quinta tappa del Tour parte e arriva a Caen, in Normandia, una cronometro di 33 chilometri praticamente tutti pianeggianti, per specialisti puri.
Caen è famosa per lo sbarco in Normandia, avvenuto a pochi chilometri da lì.
Meno nota invece è forse la pietra di Caen, estratta nei dintorni, un calcare giallo chiaro che è stato utilizzato per costruire, tra gli altri, la Cattedrale di Canterbury, il Big Ben e la Torre di Londra. Un materiale per edifici sontuosi dunque, imponenti e raffinati.
E sontuosi, imponenti e raffinati erano anche i corridori che tutti noi aspettavamo di vedere oggi misurarsi uno contro l’altro nella prima corsa contro il tempo di questa Grande Boucle.
Perché le crono sono delle bestie strane e crudeli. Non conta più la tattica, non conta la scia, contano solo le gambe e la testa.
In una corsa in linea si può anche bluffare e sperare che gli avversari ci caschino e di passarla liscia in una giornata storta. Ma contro un cronometro invece, anche avendo la più grande poker face del mondo, bluffare non si può. Le crono sono bestie crudeli e bellissime perché, al di là di ogni possibile speculazione, obbligano i corridori a passare attraverso il setaccio finissimo della verità.
Sarebbe riuscito Remco Evenepoel, specialista puro tra gli specialisti puri, a colmare il distacco di quasi un minuto che lo separava da Pogačar?
Il campione del mondo (in linea) avrebbe migliorato rispetto alla cronometro del Delfinato dove prese secondi non solo da lui, ma anche da Vingegaard? Van der Poel avrebbe tenuto la gialla, o almeno contenuto il distacco per provare a riprenderla nelle tappe successive?
E Roglič risorgerà? E van Aert si impegnerà?
Queste alcune delle domande a cui attendevamo che rispondesse l’arrivo di Caen.
Le ultime due sono le prime a trovare risposta, che poi è la stessa: no.
Primoz, campione olimpico a Tokyo nel 2020, anche se pare un secolo fa, parte piano e finisce così così, chiudendo comunque a 1’e19’’ dal vincitore.
Wout, che sembrava bellissimo nella posizione e anche nella pedalata, ma questo perché lui su una bicicletta bellissimo lo è sempre, nemmeno ci prova ad andare forte: addirittura 100° a 4’’e 32’.
Le altre risposte invece arrivano intrecciate, un po’ alla volta.
Evenepoel – in maglia iridata e con casco e bici d’oro, a manifestare al mondo come lui sia
il detentore di ogni possibile titolo nella specialità – parte bene, secondo nel primo e nel secondo intertempo, ma poi vola nella seconda parte e si mangia tutti. Senza una sbavatura e senza un errore, sempre solido e sempre inespugnabile, come la Torre di Londra.
Ma la sfida vera, e la risposta che tutti aspettavamo davvero, era quella tra Pogačar e Vingegaard.
E qui, mano a mano che i chilometri e gli intertempi passavano, si è concretizzato qualcosa che nessuno, soprattutto dopo le prime quattro tappe, dopo il terzo posto in volata di ieri, si aspettava: il crollo di quel saldo e bellissimo edificio che fino a stamattina era stato il capitano della Visma-Lease a Bike.
Non è mai facile interpretare una crono dalla pedalata dei corridori, ma oggi guardando Vingegaard pareva davvero vederlo soffrire, con la bocca non solo aperta ma spalancata, e le spalle che oscillavano e non per il vento, e il sedere avanti indietro a cercare una posizione che sembrava non trovare mai.
Nel frattempo Pogačar, partito due minuti dopo, non aveva forse la postura tetragona di Evenepoel, ogni tanto muoveva la testa in su e in giù, ma come può oscillare pur restando solidissimo il Big Ben, con una leggerezza e una forza che piano piano sono state tradotte in vantaggio anche dalla crudeltà del cronometro.
19’’ il distacco fra i due al primo intertempo, 30’’ al secondo, 52’’ al terzo e 1’05’’ sul traguardo, con Vingegaard ha terminato la tappa a 1’21’’ da Evenepoel: non tanto, non tantissimo: di più.
Ma quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende, e allora c’è da rendere atto della gran giornata della maglia bianca Kevin Vauquelin, quinto oggi a 49’’ dal vincitore, una prestazione che lo proietta al terzo posto della classifica generale.
Come anche a quella di Edoardo Affini, rimasto per tre ore seduto nella cosiddetta “hot seat”, la poltrona di chi detiene il primato provvisorio, e che alla fine ha centrato un grande terzo posto.
Quando qualcosa crolla, qualcos’altro ascende e la bellezza crudele della cronometro di Caen ha decretato che Tadej Pogačar, nuova maglia gialla (ma anche a pois e verde), è l’edificio più solido del ciclismo mondiale, e ora guida la classifica con 42’’ di vantaggio su Evenepoel e 59’’ su Vauquelin. Vingegaard, scivolato al quarto posto, segue con 1’13’’.
Ma se anche Caen, dopo la guerra, è stata ricostruita utilizzando il calcare chiaro che si estrae nei suoi dintorni, è bene ricordarsi che il Tour de France è ancora lunghissimo, e c’è tutto il tempo per ricostruire.

Foto: Poci’s Pix

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