Allo scoccare del chilometro 1000 di questo Tour, quando di chilometri alla fine della settima tappa, la Saint-Malo–Mûr-de-Bretagne, ne mancavano 178, la maglia a pois di Tim Wellens riportava il gruppo sui due fuggitivi van Aert e Schmidt.
Oggi sarebbe stato un giorno per gli uomini da classifica, sembrava dire quel momento, come d’altronde aveva già detto a parole ieri pomeriggio Tadej Pogačar: «Domani è un buon traguardo per me».
E infatti, anche se poi una fuga viene lasciata andare, e se anche quella fuga contiene corridori come Geraint Thomas, maglia gialla al Tour del 2018, la Alpecin-Deceuninck e la UAE Team Emirates XRG non lasciano mai più di un minuto e mezzo.
Per un motivo tanto semplice da sembrare scontato: oggi si arrivava in cima al Mûr-de-Bretagne, l“Alpe d’Huez bretone”.
A guardarlo da sotto il Mûr-de-Bretagne è un drittone che pare infinito, anche se la parte più dura è lunga solo un chilometro. Quando lo imbocchi guardi in su e lì dove spiana intuisci solo il cielo, sembra una piccola stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Qui il proprio destino lo incontrò – se lo prese, verrebbe da dire – quattro anni fa van der Poel, quando indossò la sua prima maglia gialla in memoria di nonno Raymond “Poupou” Poulidor. Sempre qui oggi sogna di difenderla, sapendo bene, però, di avere come avversario uno (forse l’unico al mondo) capace di sogni più grandi dei suoi.
Il primo a godersela tutta, questa stairway to destiny, è Ewen Costiou, bretone di Brest, della squadra Arkéa-B&B Hotels, bretone di Bruz, che approfitta del luogo più sublime della sua regione per staccare i compagni di fuga.
Ma è solo il primo dei due passaggi sul Mûr, e quando inizia il secondo di spazio per i comprimari non ce n’è più.
Quando il solito commovente Wellens si sposta, a metà della parte più dura, in cima alla quale si vede il cielo, il suo capitano parte e assieme a lui restano solo Vingegaard ed Evenepoel, il secondo e il terzo del Tour dell’anno scorso.
Ma Pogačar oggi sembra voler usare il calcolo più che la forza, lascia passare davanti il belga, e quando la strada spiana, lì dove forse già si vede l’Oceano e forse anche il proprio destino, attende l’arrivo del compagno Narvaez che immediatamente si mette in testa per tenere alto il ritmo nel gruppetto superstite.
Narvaez, Evenepoel, Pogačar, Vingegaard, poi tutti gli altri.
Nelle ultime centinaia di metri il campione del mondo si guarda indietro una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte, come in uno sprint su pista per controllare che nessuno cerchi di anticiparlo prima del momento che lui ha deciso essere quello giusto.
Al momento giusto, cioè ai 250 metri, parte con la solita eleganza, con la solita sinuosità da gazzella predatrice, con uno stile che solo van der Poel può avvicinare a questo mondo, i due esseri umani più belli sopra una bicicletta dell’epoca moderna.
E allora forse non è un caso che da giorni la maglia più bella faccia la spola tra le spalle di uno e dell’altro, con l’olandese che nonostante i sogni oggi finisce per cederla di nuovo allo sloveno che sul traguardo in cima al Mûr-de-Bretagne, dopo essere partito ai 250 metri, dopo aver calcolato ogni cosa stacca tutti, anche Vingegaard che pure non perde secondi, e coglie la sua seconda vittoria a questo Tour – il quarto piazzamento tra i primi due nelle prime sette tappe.
Il Mûr-de-Bretagne sembra una piccola Stairway to Heaven dalla cui cima forse si vede l’Oceano, forse il proprio destino, forse chissà.
Quel che è certo è che stasera la classifica generale recita: Pogačar primo, Evenepoel secondo a 54’’, Vauquelin terzo a 1’11’’ e Vingegaard quarto a 1’17’’.
E che sarà tutt’altro che facile, da qui a Parigi, allontanare il ragazzo di Komenda da un destino che pare voglia vederlo sempre più in giallo.

Foto: Poci’s Pix

Privacy Preference Center