Nella tappa a più alto tasso di memorialistica militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. La frazione da Valenciennes a Dunkerque doveva essere una giornata da velocisti, e così è stato, anche se non come ce la si sarebbe aspettata alla vigilia.
Da quanto tempo non vedevamo, al Tour, ma anche altrove, una tappa di pianura senza nemmeno un tentativo di fuga, al punto che il premio per il combattivo di giornata non è stato assegnato?
I depositari della storia del ciclismo stanno ancora sfogliando gli annuari, e qualcosa probabilmente verrà fuori da qualche librone impolverato, fatto sta che a memoria d’uomo se non si tratta di un unicum poco ci manca.
Oggi è stato il vento che soffiava dal mare del Nord a sancire la tregua, a rallentare il gruppo, a scoraggiare ogni tentativo di attacco. Una metafora forse non troppo raffinata di quella forza che rallentò, nel maggio del ‘40, le Panzer-Division tedesche che sembravano ormai destinate a fare prigioniera buona parte dell’esercito francese e britannico, che proprio sulla spiaggia della cittadina si erano ritirati dopo l’inarrestabile avanzata della Wehrmacht. Il miracolo di Dunkerque, lo chiamarono, in cui in nove drammatici giorni le navi britanniche e francesi evacuarono oltre 300.000 soldati, lasciando intatto almeno un seme di speranza di vincere la guerra alle forze alleate.
Talmente poco è successo, almeno prima della volata finale, che le cose da segnalare vanno ricercate nell’aneddotica. La maglia gialla van der Poel che per fermarsi a fare pipì si esibisce nel salto laterale di un’aiuola. Tim Wellens che a 36 chilometri dal traguardo, dopo aver chiesto il permesso agli altri corridori schierati in testa al gruppo, prende e se ne va. Ma dove? Visita parenti? A rubare la maglia a pois a Pogačar sulla salitella di Mont Cassel, l’unico Gpm di giornata? E se così fosse, perché non lo segue Benjamin Thomas? Forse perché il francese, proprio su quello stesso traguardo, due giorni fa è caduto tirando per terra anche il compagno di fuga e di quel pavè non vuole più saperne?
L’arcano lo svela in diretta Gianetti. Sì, Wellens ha fatto quell’azione esattamente per togliere la maglia di miglior scalatore al suo capitano, levandogli così di dosso anche le fastidiose incombenze di premiazioni e interviste post tappa.
Meno aneddotico è invece quello che è successo a 60 dall’arrivo durante lo sprint intermedio. Durante la preparazione dello sprint Bryan Coquard si tocca con un corridore dell’Intermarché-Wanty, sbanda a sinistra e butta per terra la maglia verde Philipsen.
Il belga resta sull’asfalto, la spalla destra abrasa e dolorante, il Tour della prima maglia gialla 2025 finisce oggi, nella tappa della grande tregua.
Poi c’è solo il finale, con la preparazione di una volata che tutti aspettavano fin da Valencienne. Però qui, entrando a Dunkerque, la grande tregua ha mostrato il suo lato oscuro.
Se 180 corridori vanno a spasso per 170 chilometri, c’è il pericolo più che concreto che molti di loro arrivino nelle fasi finali ancora nel pieno del vigore agonistico, pronti a battagliare (a questo punto sì) per ogni centimetro di spazio, con risultato più o meno inevitabile di rendere più probabili le cadute. La prima, a 3000 metri dal traguardo, coinvolge Jordi Meeus a centro gruppo. Nella seconda, all’ultima curva ai 300 metri, vediamo volare per aria Davide Ballerini e Arnaud De Lie. Finiranno tutti la corsa, ma questo ci ricorda che anche le tregue, a volte, hanno un prezzo da pagare.
Ma a quel punto la volata era già stata lanciata dalla Lidl-Trek che puntava tutto su Jonathan Milan, e il ragazzone friulano stava già quasi assaporando la sua prima vittoria nella corsa a tappe più importante del mondo. Diversamente però la pensava Tim Merlier. Il campione europeo, senza compagni di squadra, aveva già da tempo battezzato l’ombra imponente di Milan e l’ha battuto, seppur di un soffio, sulla linea di arrivo di Dunkerque.
Eppure a rivedere il ralenti non si può non notare la differenza di stile tra i due, col belga tutto adagiato sul manubrio, alla ricerca della massima aerodinamicità, mentre l’italiano, spalle e faccia al vento, almeno una spanna più in alto dell’avversario.
Ma ha tutto il tempo dalla sua, Milan: “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle larghe”.
Nella tappa a più alto tasso di memorialistica-militare di questo Tour de France, il gruppo si è preso una tregua. Ma accostare lo sport alla guerra è sempre faccenda scivolosa, nel migliore dei casi, e pericolosa nei peggiori.
Quindi finiamo il racconto della Valenciennes-Dunkerque, citando l’intervista di Bryan Coquard dopo il traguardo. Faccia plumbea, voce avvilita, sguardo basso, Coquard chiede scusa in mondovisione a Philipsen e a tutta la Alpecin-Deceuninck, spiega che non era sua intenzione, che il deragliatore gli si è incastrato alla bici di Laurenz Rex, l’ha fatto sbandare e non ha potuto farci nulla.
Ha combinato un pasticcio, non è stata colpa sua, ma ha voluto scusarsi lo stesso. Magari, in guerra, succedessero cose del genere.
Foto: Sprint Cycling Agency