«Non ho tentato il record nell’inseguimento individuale e un nuovo record dell’ora giusto per avere una targhetta in più da appendere ai muri di casa. Anche perché di targhette ne ho già e non c’è nemmeno lo spazio adeguato dove abito. Non amo i cerimoniali, le celebrazioni e nemmeno la personalizzazione. Mi ritengo una professionista, anzi sono una professionista e farei un torto al mio lavoro se racchiudessi tutto qui, nell’apparenza. Quel che ho fatto aveva un respiro più ampio, credo non sia stato capito, forse non sono stata in grado di spiegarlo io. Quindi, anche se ho ottenuto entrambi i record contemporaneamente, sento di aver fallito». A parlare è Vittoria Bussi, in una serata d’estate, ormai distante qualche settimana dai giorni della realizzazione del nuovo record dell’ora, 50,455 km, e dal record del mondo nell’inseguimento individuale, 4’23″642. Era maggio, in Messico, ad Aguascalientes. Ora, Vittoria Bussi torna indietro con la mente, nei giorni caldi della sua infanzia, quando praticava atletica, correva in pista ed era “una bambina megalomane” che sognava di detenere il record della maratona e degli ottocento metri ed essere la più forte del mondo. Poi le strade l’hanno portata al ciclismo e questa accoppiata ha chiuso un cerchio, un autentico pezzo di vita in cui ha imparato tante cose che vorrebbe poter trasmettere, perché «per mia madre, per mio marito e per me questo percorso ha un valore importante, ma mi rattrista l’idea che finisca qui, come se sprecassi quel che ho imparato e potrei diffondere. Farò di tutto perché ciò non accada».

Ora l’Italia ha entrambi i record, sia fra gli uomini, con Filippo Ganna, che fra le donne, per l’appunto con Vittoria Bussi e non era scontato. «Gli uomini l’avevano già fatto, le donne no. Perché? Me lo sono chiesto: è una questione di supporto economico? No, certo, ci sono dei problemi che non voglio nascondere, ci arriveremo, ma si può fare anche con questi ostacoli. Mi sono anche domandata se fosse qualcosa di fisiologico che lo impedisse ad una donna. Falso, possiamo farlo. L’ho fatto. Sono stata la prima? Non mi interessa, non parliamo di me. Il punto è che abbiamo aspettato così tanto perché era difficile, molto difficile. Ci sono molti aspetti da studiare e studiare serve a far crescere le persone come gli sport. A me preoccupa il fatto che nessuno si sia chiesto o mi abbia mai chiesto come si fa una cosa di questo genere. Parlo di tecnici, di persone del settore, anche di sportivi. Mi preoccupa da persona che si occupava di ricerca». Le sembra, continua Bussi, di aver elaborato un teorema, per proseguire la metafora con il mondo accademico, che il teorema sia stato riconosciuto, pubblicato, che magari abbia anche ricevuto un premio, ma, poi, quello stesso teorema sia stato messo da parte, quasi dimenticato, non utilizzato. «E sai qual è il fatto? Che un teorema dimenticato può impedire di scoprirne molti altri. Se accadesse così anche nello sport? Io ne ho la certezza».

Cosa trasmettere di questi due record vissuti in maniera così ravvicinata? In primis le problematiche che pone la combinazione di due fattispecie così diverse tanto a livello aerodinamico quanto a livello fisiologico, il cambiamento di approccio mentale tra i pensieri dell’ora e le partenze a sessanta chilometri orari nell’inseguimento. Preparare due specialità assieme limita il tempo per entrambe: l’inseguimento, ad esempio, richiede molta potenza e quindi la necessità di non affaticare le gambe. L’ora, invece, le affatica. Come si riesce a non staccare mentalmente dopo il primo tentativo ed essere pronti per il secondo? Sì, sotto pressione, anche un’unghia sbeccata ha il potere di far pensare che andrà tutto male e che il record non riuscirà. Come si allenano entrambi assieme? Che effetti ha l’allenamento in palestra sull’uno e sull’altro? Come ci si nutre? Sì, sono due nutrizioni differenti, come differente è l’influsso dell’altura, perché sembrerebbe più complicata l’ora in altura ma Bussi racconta di aver sofferto maggiormente l’inseguimento. Già, l’inseguimento in altura su cui sono state sollevate alcune obiezioni: «Non mi sorprende lo scetticismo, perché so come siamo fatti. Allora provo a spiegare: chi conosce il numero di Reynolds? Bene, detto in parole povere e, forse in maniera impropria, l’ingombro del proprio corpo aumenta in altura. La minore densità dell’aria viene compensata nelle formule da un coefficiente aerodinamico più grande, il che porta anche problemi, non solo vantaggi. Non basta la densità dell’aria più bassa per facilitare le cose. Non è un caso se chi fa i test al livello del mare e poi li riprova in altura non ritrova più alcun valore. A questo si aggiunga che il controllo dell’aria nel velodromo è, a mio avviso, ai limiti della legalità e sto interloquendo con l’UCI affinché si possa cambiare questo parametro». La scelta di Aguascalientes, non di un qualsiasi velodromo in altura in Messico, è stata data da un fatto non negoziabile: l’UCI richiede la comunicazione del giorno e dell’orario in cui avverrà il tentativo quattro mesi prima e nessun luogo è prevedibile come un deserto. Bastano pochi gradi di differenza perché cambi la resistenza al rotolamento e di conseguenza la condizione fisiologica.

In realtà, Bussi con l’UCI si era già confrontata, nei mesi immediatamente precedenti al tentativo, quando, a seguito del cambiamento del regolamento dell’Unione Ciclistica Internazionale, i costi per i cronometristi di Tissot avrebbe dovuto essere addebitati all’atleta: «Si parlava di una spesa di circa 40000 euro che avrebbe reso impossibile non solo il mio tentativo ma molti tentativi, rendendo il record elitario. La possibilità di rivolgersi ad altri per cronometrare non era consentita, pena la non ufficialità del record. Una lunga trattativa ha permesso di abolire questo principio e ha stabilito la facoltà di rivolgersi a qualunque compagnia locale al posto di Tissot, riducendo i costi. Anche per questo ho tentato un record dell’ora, per chi vorrà provarci un domani». Il focus si sposta, allora, sui regolamenti, non solo quelli ciclistici da cui parte la riflessione, ma, in generale, su tutti i regolamenti a cui chiunque è sottoposto, magari per lavoro: «Chi davvero conosce le regole a cui deve sottostare? Credo ben pochi. Spesso ci leghiamo a delle norme di cui nemmeno sospettiamo l’esistenza, il fatto è che quelle stesse norme ci vincolano e segnano il nostro lavoro. Perché non studiarle e diventarne consapevoli? Ritengo sia un atto di libertà e professionalità e penso che, parlando del mio mondo, quello dello sport, le atlete e gli atleti non possano più aspettare. Se ci sono cose da cambiare, e ci sono, la conoscenza è l’unico modo per intervenire».

Vittoria Bussi pensa ai suoi inizi, al suo ingresso nel grande gruppo multiforme e colorato: ricorda la sensazione di goffaggine che la tormentava ed il disagio che ne conseguiva, tanto da sentirsi una sorta di “animale da circo”. Aveva dedicato molti anni allo studio e non era abituata a pedalare: «Ad un certo punto ho capito che ciò che mi rendeva così imbranata, ciò di cui mi vergognavo, poteva, in realtà, essere un punto di forza. Dovevo utilizzare lo studio che avevo fatto per andare avanti, per fare strada ed è così che sono stata nel ciclismo, accettando me stessa e intuendo che l’unico potere che abbiamo deriva dalla conoscenza. Credendo, in primis, nella conoscenza. Forse per questo, ora che il cerchio si è chiuso, avverto un grande vuoto e, al rientro in Italia, ero svuotata e mi affaticava anche solo l’idea di pensare al futuro. L’adrenalina se n’era andata». Nel frattempo, anche Bussi è cambiata, per quello che è successo dentro e fuori di lei. Da sempre è una donna forte, decisa, convinta delle proprie idee che, talvolta, interviene anche a gamba tesa per difenderle e per questo, spesso, deve essere dura, rigida, per affermarle, per essere creduta e rispettata. Una versione di lei che le piace, almeno sul lavoro, che è necessaria, ma che le ha sempre reso complicato accettarsi completamente perché non poteva essere solo quello: «Ho scoperto la mia parte di tenerezza, di felicità nell’avere qualcuno che ha bisogno del mio aiuto, del mio supporto. Che ha necessità della colazione che preparo, del mio alzarmi dal letto la mattina. Può essere una persona, può essere un animale ed io questa cosa l’ho notata in riferimento ai miei gatti, quando a gennaio uno di loro è venuto a mancare. Lì la bicicletta era il mio appiglio per non pensare e andare al velodromo ad allenarmi, una sorta di panacea di tutti i mali, come può essere il lavoro. In quei giorni ho capito che Vittoria ha bisogno anche di quella parte, che Vittoria è tranquilla quando c’è pure quella tenerezza e l’altra è una maschera che serve per andare avanti, ma da sola non regge, seppur a tratti mi renda orgogliosa perché una donna, spesso, deve fare così per forza per realizzarsi».

Quella maschera è servita per mettere in piedi i tre record dell’ora ed il record del mondo dell’inseguimento individuale e per trovare sponsor che potessero supportarli. Crede sia stato un suo errore non utilizzare i social come avrebbe dovuto, creando engagement, ma, racconta, lei non si riconosce in quel mondo e sentiva di non poter fare altro. Ha pagato lo scotto di essere donna, quello che, purtroppo, pagano tutte le atlete perché il mondo dello sport è già una nicchia, lo sport femminile è una nicchia all’interno di un’altra nicchia e gli investimenti sono pochi, questo, purtroppo, compromette il livello. «Senza sponsor non avrei mai potuto correre con una bici Hope, avrei dovuto scegliere un altro marchio, meno costoso, e rinunciare in partenza a una serie di possibilità. Dobbiamo essere noi donne, in primis, a raccontarci e a raccontare i successi di altre donne nello sport. Quando accade qualcosa di oggettivamente importante dobbiamo farlo, altrimenti il rischio è di sabotarci da sole. Purtroppo ho la sensazione che non sempre accada».

Vorrebbe che la sua fosse una storia di coraggio, soprattutto per i giovani che non riescono a passare nel professionismo. Vorrebbe che questa storia dicesse loro che, con più difficoltà, ma ce la si può fare lo stesso. Anche questa è una parte di quel teorema su cui ha lavorato. Parla a chi si sente strano, diverso e lo invita a credere in quella differenza, in quella stranezza, perché è il punto vincente. Poi parla al ciclismo, a chi è in attività ed a chi ha smesso: «Per diventare medici c’è una scuola, si studia, ci si forma e si arriva al mondo lavorativo. Lo stesso avviene per chi intraprende professioni forensi. Nel ciclismo no, si viene messi in sella da bambini e di categoria in categoria si giunge al professionismo. In sostanza ci chiudiamo nel nostro sport senza alcuna formazione specifica. Ma la carriera non è infinita e, quando scendiamo dalla bicicletta, spesso dobbiamo accontentarci, talvolta siamo anche “sfruttati”. Allora ci trasciniamo in ogni modo alla fine della carriera, cercando di trattenere il più possibile le emozioni che, poi, non avremo più e, quando siamo costretti a cambiare, soffriamo. Talvolta entriamo in depressione. Perché non pensare a una scuola per gli atleti? Non tanto o solo per il periodo in cui sono in attività, ma per quando smetteranno, per restituirli alla società pienamente liberi di scegliere perché formati, perché specializzati».

Forse è questo il suo più grande desiderio, oggi che del futuro non sa nulla e non vuole parlarne, «per evitare di dire parole vuote». Un giorno, appena tornata dal Messico, sua madre l’ha vista allacciare il boa delle scarpe, per un giro in bici: «Ma che fai? Esci di nuovo?». Lei ride di gusto, crede sia questo il più grande timore della sua famiglia, che non si fermi qui, che, in un modo o nell’altro, prosegua, se dovesse farlo, continua, lo farebbe esattamente nello stesso modo. Anche a costo di fare più fatica, di non essere capita, magari di fallire. Niente da fare, Vittoria Bussi non cambierà. Ne sentiremo ancora parlare.

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