La verità è che Barbara Malcotti non voleva fare la ciclista. Sicuramente non da bambina, quando aveva altri sogni, altri progetti e, se non li aveva, desiderava solo crescere senza pensare ad altro. Suo padre aveva corso a livello amatoriale ed aveva corso anche suo zio, con buoni risultati senza, però, raggiungere il professionismo, per questo in famiglia si parlava e si parla spesso di ciclismo, da qui l’origine di una sorta di regola non scritta, tanto per lei quanto per il fratello minore, dodici anni quest’anno: dalla bicicletta, in un modo o nell’altro, bisogna passare.

Forse, qualche anno fa più di adesso e qualche anno fa Barbara era una ragazzina, poco più di una bambina: «È stata una scelta obbligata, che non rinnego assolutamente, ma non sarebbe stata la mia volontà. Sono diventata ciclista realizzando il sogno di mio padre che, oggi, è fiero di me. Successivamente è diventato anche il mio sogno, ma solo anni più tardi». Suo padre è cambiato nel tempo, Malcotti ce lo dice mentre racconta di quando prende da parte il fratello minore e lo invita «a selezionare le informazioni da salvare e fare proprie nel momento in cui papà parla di ciclismo», quasi a proteggerlo dall’invadenza di quel sogno, di “quell’obbligo”. Ogni tanto ancora scherza con il padre: «Alla fine, io dovevo essere per forza una ciclista, ogni tanto mi chiedo se non ci fossi stato tu a forzarmi che strada avrei scelto, però è andata bene perchè, arrivata a venticinque anni, pure io sono contenta del mestiere che faccio». Allora, a ritroso, molte cose hanno trovato senso: gli infiniti giri in cortile con la migliore amica, da bambine, il pensiero di lasciare la bicicletta quando quell’amica aveva scelto di dedicarsi al nuoto e la scelta di continuare perché arrivavano le prime soddisfazioni. Fino al periodo in Valcar, alla nazionale e alla volontà di realizzare quel sogno che ora le apparteneva: fare la ciclista di mestiere.

«Non sono mai stata capace di credere in me e nelle mie capacità, così mi sono sempre messa al secondo posto e, probabilmente per questo, sono diventata una buona donna squadra, perché guardo più alle mie compagne che a me stessa. Il che è un bene per il team, meno per me»: il ciclismo, soprattutto negli ultimi anni, non l’ha aiutata, riservandole parecchie batoste che l’hanno abbattuta, anziché incoraggiarla. «Sino all’anno scorso, a fronte di impegno e sacrifici, questo sport non mi aveva restituito praticamente nulla. Avevo completamente perso la gioia di andare in bicicletta. Più di una volta ho pensato di smettere o per quanto mi sono chiesta chi me lo facesse fare, forse solo l’essere meticolosa e voler fare sempre tutto al meglio. Il mio carattere, lo stesso che, per anni, mi ha portato a cercare di tenere assieme ciclismo e studio, chiedendo il massimo ad entrambi. Una scelta non sempre salutare in un’attività sportiva ad alti livelli: da un lato vi sono difficoltà oggettive, dall’altro un sistema scolastico che, almeno per quanto concerne le scuole superiori, deve migliorare nell’approccio agli studenti atleti». Sì, Barbara Malcotti avrebbe voluto studiare medicina, ma appunto per riuscire a coniugarla con il proprio lavoro ha scelto psicologia, dedicandosi, in particolare, allo sviluppo, agli adolescenti ed ai più giovani: perché ascoltare gli altri e provare ad aiutarli nella ricerca di una soluzione o di un sollievo a qualche problema le è sempre piaciuto e perché, studiando, ha compreso ancor più quanto sia importante essere ascoltati in giovane età, oltre ad aver acquisito i mezzi per essere di supporto. Quel supporto di cui anche lei ha avuto bisogno e che non ha avuto timore a chiedere.

Tour de France Femmes 2024 – 3rd Edition – 6th stage Remiremont – Morteau 159,2 km – 16/08/2024 – Barbara Malcotti (ITA – Human Powered Health) – photo Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2024

Nel giro di pochi mesi, infatti, lo scorso anno, ha subito la frattura di entrambi i gomiti: la prima volta il 31 dicembre, in una mattina in cui era uscita in bicicletta pur non stando molto bene e non essendo molto lucida in sella. Era un periodo in cui si sentiva stanca e quell’infortunio, in fondo, fu l’occasione per tirare i remi in barca, per prendersi cura della propria persona e recuperare energie. «In questi casi non subisci molto l’infortunio, infatti alla Strade Bianche sono rientrata e stavo bene. Quello che non potevo immaginare era che mi sarei fratturata anche il secondo gomito. Lì mi è crollato il mondo addosso, ero mentalmente demolita anche perché sapevo i tempi di recupero e mi parevano infiniti. In più, entrambi gli incidenti erano avvenuti in giornate di pioggia e in me si era fatta spazio la paura di correre su strade bagnate. Ero letteralmente terrorizzata, mi sono rivolta alla psicologa della mia squadra, la Human Powered Health. È stata la testa, più del fisico, a tirarmi fuori da questa situazione». La soddisfazione più importante, forse, proprio l’anno scorso e quella convocazione per i Mondiali in cui ha avuto la possibilità di vestire la maglia azzurra: un momento atteso, soprattutto per chi ne ha avuto la certezza solo pochi giorni prima, scrivendo lei stessa al C.T. Paolo Sangalli, proprio quando già i giochi parevano fatti almeno dal Giro di Romandia.

La sua risposta? «Ma certo che ti porto, Barbara». L’analisi di Malcotti è chiara, lucida, senza fronzoli, anche quando si parla di ciclismo femminile: «Non è facile da ammettere, credo, però, che stiamo facendo di tutto per raggiungere la parità ma, purtroppo, non accadrà mai veramente e non è solo un problema del ciclismo, ma di tutta la società, di tutti i lavori. Anzi, nel ciclismo dei passi avanti sono stati fatti: il minimo salariale è equiparato a quello dei colleghi uomini, almeno per le realtà World Tour, le differenze sono date dal fatto che, in realtà, il minimo maschile è ben più del minimo. Si è lavorato sulla copertura televisiva e anche sulla sicurezza, per quanta strada vi sia ancora da fare. C’è divario ma non c’è abisso. L’abisso riguarda, invece, le realtà Continental. Sono nate le Professional: da un lato è un bene, dall’altro temo possano finire per rovinare il ciclismo femminile. Il motivo è semplice: spesso non hanno il denaro necessario per tenersi in piedi e rischiano di farsi molto male. Credo il punto sia che non siamo ancora pronte per questo passo».

Il feeling con la salita risale ai primi anni, ma è un fatto che è andato migliorando nel tempo, soprattutto da quando ha cambiato preparatore, in un periodo in cui sentiva di dover dare una svolta alla propria vita ciclistica. Vorrebbe ottenere un buon risultato in un grande giro e, dopo giorni di gara, la sua condizione migliora sempre, indubbiamente un indizio positivo per cui sarebbe favorevole a corse a tappe più lunghe. Ha molti grazie da dire, il primo è per suo padre perché senza di lui tutto questo non ci sarebbe stato, parla del suo preparatore e, a proposito di fiducia, parla di Giorgia Bronzini. «Lei è stata una campionessa, è una campionessa perché campionesse si resta, ed è un direttore sportivo di primo livello, ma io non ho mai avuto alcun timore reverenziale nei suoi confronti. Giorgia ha creduto in me sin da subito e mi ha aiutato a vedere i miei pregi, a riconoscerli. Soprattutto ha un approccio molto positivo rispetto all’errore: essendo in ammiraglia, nel momento in cui si fa una tattica errata, è la prima a prendersi la responsabilità. “La direzione è mia, la colpa è mia”; ci dice. Poi ne parliamo, studiamo, capiamo meglio. Però non ha mai scaricato una responsabilità, non l’ho mai sentita dire “avete sbagliato”. Non è da tutti». Sì, Barbara Malcotti ha proprio imparato ad essere una ciclista.

Foto: Sprint Cycling Agency

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