Dispacci dal World Tour #13

La campagna primaverile si è chiusa e molti non vedevano l’ora: Tadej Pogačar ai microfoni a fine gara pareva più stanco e liberato da un periodo intenso che felice e raggiante per la vittoria. Ha detto, senza troppi giri di parole, di essere felice di vedere chiudersi questo periodo non tanto per la vittoria alla Liegi quanto perché finalmente potrà tornare a casa.

Quello che ha fatto lo sloveno campione del mondo lo sapete tutti, così come conoscete i numeri: sesta monumento consecutiva a podio, nona vinta, con cui diventa il terzo di tutti i tempi, ma alla monca statistica che vede conteggiate solo le cinque grandi classiche, come se poi il ciclismo fosse fatto solo da quelle corse lì, non è così per fortuna, andrebbero aggiunte le vittorie a Giro, Tour, Strade Bianche, Mondiale, Freccia Vallone, Montreal, altre brevi corse a tappe a cui ha partecipato. Lo scorso anno non ha vinto solo a Sanremo e Gp Quebec, tra le corse a cui ha preso parte, ma ha conquistato Strade Bianche, Catalunya, Liegi, Giro, Tour, Montreal, Mondiale, Emilia e Lombardia. E ormai chi ne raccoglie la cronaca e la racconta e chi segue il ciclismo si divide: tra la noia e l'invidia oppure la presa di coscienza di vivere un momento con pochi precedenti nella storia di questo sport.

Tornando alla Liegi: corsa ormai sempre più bruttina forse perché abbiamo negli occhi quel periodo che parte da febbraio e arriva fino a due fine settimane prima in cui ci si da battaglia su pietre e muri, ben altri scenari. Forse perché su pietre e muri c'è chi gli dà del filo da torcere mentre sulle colline (aspre, ma lisce) della Liegi, Pogačar non ha avuto rivali. Difatti quest'anno si ricorda con più entusiasmo l'Amstel dove ha trovato pane per i suoi denti ed è uscito persino sconfitto. In generale, dominio di Pogačar (o di Evenepoel nelle due stagioni precedenti) a parte, La Doyenne negli anni ha perso molto del suo fascino.

La Liegi è stata anche dopo un po’ di anni “la corsa degli italiani” e fa già ridere così a pensare al periodo. Tre nei sei un risultato che, direbbero i giovani di oggi: CLAMOROSO. Proprio così, testuale. Ciccone ha fatto quel qualcosa in più, bravo Bagioli che, un paio di volte all'anno ci ricorda quanto (tanto) talento possiedA. Fra una settimana partirà il Giro e qualche buona speranza anche per il futuro la coltiviamo. Vedremo che succederà.


Una pietra a scacciare la pressione: intervista a Letizia Borghesi

Nessuno ha visto lo scatto che ha consegnato a Letizia Borghesi la possibilità di andarsi a prendere il secondo posto alla Parigi-Roubaix Femmes 2025, forse per questo è una delle prime cose che spunta nel racconto della giornata di sabato 12 aprile, quando le telefoniamo. Borghesi ha lanciato il proprio attacco tra i meno due chilometri al traguardo e la flamme rouge dell'ultimo chilometro, qualche centinaio di metri prima di giungere all'ultimo settore di pavè. Da qualche chilometro era rimasta con il gruppetto inseguitore di Pauline Ferrand-Prévot, composto, oltre che da lei, tra le altre da Lorena Wiebes, Elise Chabbey e Marianne Vos. «C'era stato un attacco e io mi ero messa in testa a tirare a tutta per cercare di dare man forte a questo attacco, tuttavia notavo che nessuna mi dava dei cambi, in quel momento ho pensato che forse ero la più fresca, allora mi sono lasciata sfilare ed ho respirato un poco, a ruota. Poi sono partita: Marianne Vos ha provato a reagire, ma il margine è rimasto buono. Quando sono entrata nel velodromo, ho visto le mie rivali ancora lontane ed ho sentito il suono della campana, ho capito che ce la potevo fare, che ce l'avrei fatta». Una delle immagini che tutti hanno osservato ed è rimasta anche immortalata dai rullini dei fotografi è quella che la ritrae con una mano sul casco, come si fa in segno di incredulità, qualche metro prima di tagliare la linea bianca del velodromo: «So che sembravo incredula, in realtà, non ero incredula. Ero molto felice, mi scoppiava il cuore da quanto ero felice, ma non incredula. Ho sempre pensato di aver le capacità per ottenere risultati importanti come questi, per restare con le grandi e provare a sfidarle. Il problema è che, fino a quando non lo dimostri, resta una cosa solo tua ed è difficile anche raccontarlo alle altre persone senza un risultato concreto in mano». Ci ha riflettuto spesso Letizia Borghesi negli ultimi mesi.

I piazzamenti sono arrivati in grande quantità e non solo quest'anno: basti pensare che proprio a Roubaix, l'anno scorso, concluse tredicesima, arrivando nel piccolo plotone che si giocava la settima posizione. All'inizio, spiega, erano una bella notizia, poi sono diventati una sorta di peso, con diverse domande sempre sullo sfondo, a tormentarla: «Quando finalizzerò tutto questo? Ce la farò mai? Perché non riesco ad arrivare ad una vittoria o ad un trofeo?». Questo inverno si era cimentata nel ciclocross, anche in prove notturne, si era divertita, i risultati erano stati buoni come buoni, migliori del passato, erano i numeri delle sue prestazioni: «Cosa ci fai con quei numeri se il risultato non arriva? Io ho iniziato a patire una forte pressione e non si sta bene. Il sesto posto alla Ronde van Vlaanderen, soprattutto per com'è arrivato, dopo essere stata coinvolta nella stessa caduta di Elisa Longo Borghini ed aver dovuto inseguire, mi aveva ridato fiato, ma, nonostante questo, tra Fiandre e Roubaix non ho voluto vedere nessuno. Avevo il timore di ammalarmi e di dover dare forfait, così mi sono allontanata anche dalle persone a cui voglio più bene. Solo un giro in bicicletta con il mio ragazzo e niente più. Non è stato facile».

Forse, il vocale che, il giorno prima, le ha inviato Kristen Faulkner, campionessa olimpica e sua compagna di squadra, in ritiro a Sierra Nevada, è proprio derivato dalla percezione di questo momento attraversato da Borghesi: «Ho visto come pedali e pedali forte, Letizia! Se non ci credi tu con questa gamba, chi deve crederci? Vedrai che il risultato arriva». Faulkner è stata una delle prime persone a cui Letizia Borghesi ha scritto, mentre ancora era impegnata a rispondere a tutti coloro che l'hanno cercata dopo quel secondo posto alla Roubaix. Tutti quei messaggi l'hanno colpita, meravigliata, perché non c'erano solo i complimenti per la corsa, ma qualcosa in più, una sorta di riconoscimento e di profonda immedesimazione.

«Può sembrare retorico e, credimi, non lo è: a tratti mi sono chiesta se fossi contenta per la Roubaix o per quelle dimostrazioni di affetto delle persone. Non è naturale, non è scontato ed è qualcosa che va oltre l'atleta. In un mondo che corre sempre più veloce, io ho scelto di mantenere la mia andatura, è stato difficile, ma credevo e credo ancora in me stessa. Sarà per questo che la gente ha reagito così». Letizia Borghesi torna indietro negli anni, a quando era poco più di una bambina, una ragazzina e poi un'adolescente e ricorda i discorsi che sentiva in casa, quelli che ascoltava e quelli che venivano fatti direttamente a lei: «La prestazione è importante, ma non viene prima di tutto. La tua salute è prioritaria, abbine cura». Nel frattempo, in sella, assisteva a colleghe che si sottoponevano a diete importanti, convinte che perdere molto peso fosse l'unica via per raggiungere risultati: «A quell'età, se non si ha un supporto forte in casa, ci si lascia trasportare da quel che si vede e si crede funzioni. Se vedi che una tua compagna, con questi sacrifici a livello alimentare, vince, non esiti a pensare di fare lo stesso. Purtroppo ho visto molte compagne ammalarsi così facendo: vale la pena per uno sport? La guarigione, poi, richiede tempo. Erano esempi ma esempi sbagliati da seguire. Tuttavia nei periodi in cui si fa solo fatica e non si vede alcun risultato, la tentazione c'è, se serve a cambiare qualcosa. Il corpo di una donna vive di equilibri delicati, che dobbiamo rispettare e lo sport dovrebbe insegnarcelo. Io, ricordando ciò che mi veniva detto in casa, ho avuto il coraggio di restare un passo indietro, anche a fronte di qualche ingiustizia che credo di aver subito. Solo questo». I suoi genitori erano in viaggio verso Roubaix sabato 12 aprile, ma la rottura della frizione del camper li ha fatti ritardare e al velodromo sono arrivati a premiazioni concluse, mentre Letizia mostrava la pietra conquistata, "ben cinque chili", precisa, a sua sorella Giada.

Non è stata una corsa facile e non solo per la durezza della Parigi-Roubaix in quanto tale, anche per la sfortuna: dapprima la rottura di una ruota ed il primo settore di pavè affrontato in questo modo, successivamente il cambio ed il rientro, poi l'attacco di Ellen van Dijk, il gruppo che si sparpaglia e anche il vento che ci mette lo zampino, in una sorta di rincorsa senza fine. Dopo l'arrivo, abbiamo visto Alison Jackson, a terra, con lei, abbracciarla e scuoterla più volte, gridando qualcosa. «Alison ha tentato di abbracciarmi mentre ero ancora in sella, non so cosa le sia preso, probabilmente la gioia del momento. Il punto è che non è la mossa più saggia abbracciarsi mentre si pedala in un velodromo. Ha rischiato di farmi cadere e lei è proprio caduta, per fortuna senza conseguenze. Che tipo, Alison!». Proprio da Alison Jackson aveva scoperto che sensazione si provasse a tenere in mano una pietra di quelle della Roubaix, quando la canadese la vinse nel 2023. Quel giorno, Letizia era davanti al podio ad applaudire, il 12 aprile la scena si è capovolta.

Fino ad ora, nella carriera di Letizia Borghesi, sono due i picchi che risaltano: la vittoria dell'8 luglio 2019, a Carate Brianza, al Giro d'Italia Femminile e, per l'appunto, la seconda piazza alla Roubaix. Due situazioni e due soddisfazioni differenti: «Al Giro ero nella fuga in una giornata in cui la fuga è riuscita a beffare il plotone, alla Roubaix, invece, ero proprio assieme alle grandi e le ho superate. Indubbiamente sono due situazioni che hanno cambiato la mia carriera e la mia visione, ma spero ce ne siano molte altre in futuro, anzi, lo credo proprio. Ora ho una consapevolezza in più, ho la certezza che non devo più avere quel timore reverenziale che possono suscitare certe campionesse. Proverò a correre in questo modo e chissà». Quel chissà esplora le possibilità del futuro: le piacerebbe continuare ad ottenere buoni risultati nelle classiche, vincerle e, perché no, diventare una delle atlete di riferimento in questa tipologia di corse, ma già da quest'anno pensa alla maglia azzurra, alla possibilità di rappresentare il proprio paese che la renderebbe orgogliosa, e alle grandi corse a tappe: «Vorrei fare bene al Giro e al Tour, ottenere soddisfazioni nelle varie tappe. Un sogno solo? Dico un podio in una tappa del Tour, quale gradino si vedrà, non sbilanciamoci per ora. Dai. Io continuo per la mia strada e tra le parole ed i fatti, mi concentro sui fatti, sono sempre stata così e voglio restare così».


Pansec: un viaggio a pedali tra il Panaro e il Secchia

1. Come nasce Pansec?
Nasce pedalando, tra il Panaro e il Secchia. Due fiumi, due linee d'acqua che disegnano l’Emilia e che, unite, diventano una traccia. Una linea da seguire, da percorrere, da raccontare. Volevamo costruire qualcosa che fosse prima di tutto un’esperienza: non una gara, non un evento commerciale, ma un viaggio collettivo che unisse bici, paesaggi, storie e persone. Così è nata Pansec.

2. Perché proprio quei fiumi?
Perché sono la nostra spina dorsale liquida. Il Panaro e il Secchia attraversano paesi, storie, campi, ricordi. Li ho percorsi tante volte, in silenzio, ascoltando i suoni della ghiaia e del vento. Sono linee di continuità, ma anche di resistenza. E poi, unendoli, si disegna una ‘U’, come un abbraccio. Come la forma di un sorriso. Come la curva di ritorno a casa.

3. Cos’è un evento unsupported?
Significa che chi parte deve contare solo su di sé. Nessuna assistenza, nessuna macchina al seguito, nessuna classifica. Solo te, la bici, e la strada. È un modo per tornare all’essenziale, per capire cosa conta davvero. E per riscoprire la bellezza della lentezza, della fatica condivisa, del silenzio.

4. Quali sono i percorsi di Pansec?
Tre percorsi: due gravel (uno lungo e uno corto) e uno su asfalto, pensato per chi preferisce la bici da strada o semplicemente un’esperienza meno impegnativa. Tutti e tre si incontrano a Sestola il 31 maggio: è il cuore simbolico di Pansec, perché diventa anche il luogo del confronto, dove le persone possono conoscersi e condividere la storia del loro viaggio. Il giorno dopo si riparte, verso Modena, verso la fine del viaggio.

5. Chi partecipa a Pansec?
Chi ha voglia di mettersi in gioco; chi ha voglia di mettersi in viaggio. Non serve essere atleti, serve avere voglia di pedalare e di farsi attraversare dai luoghi. Chi partecipa lo fa per motivi diversi: c’è chi cerca la sfida, chi cerca il silenzio, chi cerca la compagnia. Ma tutti, alla fine, si ritrovano con qualcosa in più.

6. Cosa rende Pansec diversa da altri eventi?
Forse proprio il suo non voler essere un ‘evento’. Niente palco, niente microfono, niente cronometro. Pansec è uno spazio aperto: fatto di colazioni nei bar di paese, di bici appoggiate ai muri, di incontri casuali. È un modo di raccontare l’Emilia dal basso, pedalata dopo pedalata.

7. Perché farlo partire da Modena?
Perché è casa. Perché è da lì che partono le nostre storie. E perché ogni viaggio che si rispetti deve avere un punto di partenza che assomiglia a un’osteria, a una bottega, a un luogo dove si può tornare. Modena è tutto questo. Ed è anche un modo per dire che non serve andare lontano per viaggiare davvero.

8. Dove porta Pansec?
Porta dentro. Dentro la terra, dentro la memoria, dentro le gambe e dentro il cuore. È un viaggio che non ha un traguardo, ma tante soste. Ogni fontana, ogni panchina, ogni salita è un luogo dove qualcosa cambia. Dove qualcuno ti guarda e ti dice: ‘anche tu sei passato di qui’.

9. Pedalare fa bene al cuore… anche di chi è lontano. Dove andranno i fondi raccolti?
Tutti i soldi delle iscrizioni a Pansec saranno donati a due luoghi speciali, lontani ma vicinissimi al nostro sentire. Il Caritas Baby Hospital in Cisgiordania, unico ospedale pediatrico della zona, dove cristiani e musulmani lavorano insieme per dare cura e futuro a tutti i bambini, senza distinzione. E l’Hogar Niño Dios di Betlemme, una casa per bambini disabili e abbandonati, spesso invisibili agli occhi della società. In entrambi i luoghi, c’è accoglienza vera, c’è amore, c’è speranza. Pedalare può fare la differenza.


Granfondo Livigno Alè

Abbiamo ancora tutti negli occhi l'arrivo di Tadej Pogačar al Mottolino allo scorso Giro d'Italia, una delle pagine più belle della storia recente della corsa rosa. Già solo l'idea di pedalare su quella stessa salita fa salire l'adrenalina, ma il prossimo 28 giugno si potrà provare l'emozione del traguardo in un appuntamento agonistico, proprio dove ha trionfato Tadej. Lo stesso identico finale accoglierà i concorrenti della Granfondo e della Mediofondo Livigno Alè, ospitata per il secondo anno consecutivo dal Piccolo Tibet.

Il tragitto della Mediofondo è di 106 km con 2050 metri di dislivello e prevede la partenza da Livigno, la salita al passo della Forcola e al passo del Bernina, la seguente discesa in Engadina fino a Zernez, per poi risalire al Passo del Forno, attraversare il tunnel Munt La Schera e arrivare al traguardo del Mottolino. Il percorso della Granfondo, invece, prevede una lunghezza di 166 km con ben 4100 metri di dislivello allungando il giro più breve grazie all’aggiunta del passo Umbrail, del Passo del Foscagno e del Passo Eira.

Livigno si conferma una delle capitali alpine europee del ciclismo e, fino al 30 aprile, l’iscrizione alla Livigno Alè è scontata a 60 euro, che diventeranno successivamente 70 e poi 100 il 27 giugno, giorno prima della gara.

Da quest’anno c’è una novità per chi vuole affrontare il percorso della Mediofondo con spirito più escursionistico: la possibilità di partecipare all’evento non competitivo con e-bike. Anche per chi sceglie la bici a pedalata assistita ci sarà il pacco gara, con la maglia da ciclismo Alè.


FVG Bike Trail: dal 4 al 7 settembre

FVG Bike Trail non è solo un viaggio. È un racconto a colori che attraversa la natura del Friuli Venezia Giulia, in un anello perfetto con partenza e arrivo a Udine.
Si parte verso est e subito il verde si fa profondo. Nelle Valli del Natisone il bosco è fitto, umido, vivo. Si sale in silenzio, tra curve strette e ombre che parlano di storia, vecchi confini e culture transfrontaliere.

Poi tutto si apre: il Collio e i Colli Orientali ti accolgono con le loro colline disegnate, le vigne larghe, l’ oro ramato della luce che scalda. Pedali senza fretta, come se ogni curva meritasse una pausa.

Poi il Carso: crudo, esposto, sassoso. Il fondo cambia sotto le ruote, ti chiede attenzione. Le doline, le rocce, l’aria tagliente. Pedali dentro la pietra e il vento.
E all'improvviso, lo spettacolo: il blu profondo del Golfo di Trieste si apre davanti a te. La discesa è veloce, il mare si avvicina.

Ma la corsa non finisce lì. Ti aspetta la quiete salmastra della laguna di Grado, dove il vento si calma, la strada si distende e la luce si riflette sull’acqua.

Alla fine, torni a Udine. Con la fatica buona nelle gambe. E il paesaggio dentro.

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Per info e iscrizioni: www.fvgbiketrail.com


Cicli Gai, Chieri

C'è una cosa che Matteo Gai ripete spesso, mentre conversa con noi all'interno dei locali di Cicli Gai, a Chieri, in viale Francesco Fasano, al numero tre: »Nonostante fossero e sono tuttora commercianti, i miei genitori non mi hanno mai insegnato a vendere, mi hanno, invece, insegnato ad essere leale e questa cosa non posso proprio non ricordarmela». Fuori da qui i panorami sono una sorta di riassunto delle infinite possibilità di esplorazione e scoperta che la bicicletta permette: le strade bianche, quelle precollinari, i tratti in cui correre su una bici gravel, le vie abbracciate ai vigneti, fino alla maestosità della collina di Superga, della Maddalena e alla cintura tra Torino, Alba e Asti. Pare che tutti i luoghi siano racchiusi in quello che Matteo chiama "il grande anello di Chieri", che pare piccolo, nei confini della città, invece si espande, come un universo. O, forse, come la piccola vetrina di Cicli Gai che, dall'esterno sembra una bottega di dimensioni contenute, invece, basta aprire la porta per scorgere più di 400 metri quadrati di estensione, spalmati in una forma particolare, in lunghezza più che in larghezza. Qui è sempre stato così, fin dai tempi del nonno di Matteo. Erano gli anni novanta e, al ritorno da scuola, sul bancone, c'erano le camere d'aria, ancora quelle con le valvole a parte, da inserire manualmente. Nonno gli aveva insegnato a sporcare le valvole di borotalco, per farle scorrere, e, poi, a centrare il buco, completando il lavoro. Livio, suo padre, viveva per quel mestiere: tornava a casa alle due, certe volte alle tre di notte per i tanti impegni e al mattino, alle sei, era già in negozio, a montare biciclette. All'inizio, il tutto avveniva nella bottega che il padre aveva rilevato da un anziano ciclista chierese, successivamente gli spazi sono cambiati, ma la quotidianità era la medesima. «Da bambino- precisa Matteo Gai- ero una sorta di mascotte del negozio e mi piaceva quell'atmosfera. Ho anche iniziato a correre. Ad un certo punto ero in negozio anche il sabato. L'avere genitori commercianti è stato un esempio: non si perde tempo, non si spreca tempo. Ci si impegna, nello studio, nel lavoro ed anche nel divertimento. Ho sempre fatto così, senza altri svaghi, senza le feste con gli amici e, forse, a forza di essere immerso in quel mondo, alla fine ne ho avuto il rigetto e per cinque anni di biciclette non ho più voluto sapere nulla». È il periodo in cui Matteo sceglie di andare a lavorare con suo zio, in una grande catena di telefonia ed elettronica.

Livio Gai e Carla Cagnasso, i suoi genitori, non osano dire nulla: alla fine, l'importante è l'impegno, e Matteo ce lo sta mettendo, lavorando già appena conclusi gli studi, però, intimamente, questa scelta li fa soffrire, quasi si creasse un vuoto, in quel negozio ed anche in loro, una mancanza, un abbandono. La stessa sensazione avrebbe fatto presa anche su Matteo, qualche anno dopo, grazie a un bike trial. Un fuoco acceso nuovamente, come quando ci si incontra un'altra volta, dopo tanto tempo, con una leggerezza differente. Dopo tredici anni, Matteo Gai ha parlato con suo zio, gli ha detto che non avrebbe più voluto proseguire con lui, che c'era un altro luogo ad aspettarlo, un posto in cui era cresciuto e aveva imparato cos'era una bicicletta. «I miei genitori rispettarono la mia scelta quando me ne andai, non mi rimproverarono mai, però compresi la loro sofferenza quando tornai, perché li vidi felici, di una felicità intensa, rara. Pensavano di andare in pensione, di mollare Cicli Gai, pur se dispiaciuti, ed il mio ritorno fu l'occasione buona per convincersi a continuare. La loro creatura non finiva lì. Posso solo immaginare il sollievo». Sì, Livio ha assistito al passaggio alla bicicletta moderna e Carla non gli è stata da meno: non solo perché è sempre andata in negozio per aiutare, nonostante altri mille impegni, a casa, ma perché la sua storia è la storia dei pregiudizi superati, soprattutto quelli che hanno a che fare con il genere. Sì, nei primi tempi in cui Carla era al bancone, spesso, i clienti, al loro arrivo, chiedevano di parlare con Livio, quasi una donna non potesse sapere di biciclette, non potesse trattarle, magari venderle, per non parlare dei quesiti tecnici o meccanici. Di volta in volta quella richiesta faceva più male: «Ma mia madre non si è arresa, anzi, ha reagito con le unghie e con i denti: voleva dimostrare il contrario e ci è riuscita. Ha iniziato a studiare ed ha iniziato a correre: partecipava alle granfondo, otteneva anche buoni risultati, spesso il podio. Si è conquistata così la credibilità che non le veniva riconosciuta. Allora la gente parlava anche con lei, la ascoltava, le chiedeva consigli e si fidava. Non dovrebbe servire tanto sforzo, perché dovrebbe essere ovvio che anche una donna può capire di biciclette. Oggi lo è, almeno lo è maggiormente, trent'anni fa no, e donne come mia madre hanno dato una mano in questo cambio di paradigma».

Cicli Gai è stato uno dei primi negozi ad avere, accanto a vari marchi di prestigio di biciclette, anche abbigliamento tecnico e accessori vari. La vetrina che si affaccia all'esterno mostra tutto questo. All'interno, l'ambiente si apre su una grande porta ad arco, da lì si scorge l'area dedicata alle biciclette, divise per marchio. A destra si apre l'officina, con il bancone a vista e tre postazioni di lavoro, nella parte sotterranea, invece, vi è una rastrelliera con le biciclette usate e una sorta di magazzino con ciò per cui non c'è spazio in negozio. Nel tempo, Matteo ha fatto qualche cambiamento: ha scelto di togliere, piuttosto che aggiungere, ad esempio. Meno biciclette esposte, l'officina spostata su un lato in modo da "ripulire" l'ambiente, via anche quelle gondole appese alle pareti. Ha cercato di portare una maggiore digitalizzazione che, poi, si collega anche all'aspetto organizzativo, con un gestionale dettagliato, e diverse serate a tema, per coinvolgere gli appassionati. Piccole cose di questo genere perché, spiega Matteo, del resto non c'è nulla da modificare, anzi, quelle radici sono preziose e vanno conservate. «Ecco perché ripeto spesso quella faccenda della lealtà. Certe volte osservo mio padre in laboratorio: sta ore a cercare di sistemare pezzi che si farebbe prima a cambiare e, probabilmente, basandosi solo su un fatto economico e di tempo, sarebbe davvero meglio adottare un'altra strategia. Invece no. I miei hanno sempre fatto così ed io continuo a fare così. Il punto non è il guadagno, che pur è necessario, il punto è l'onestà, la limpidezza, l'aspetto etico. La gente torna perché ci sente onesti, perché sa che non cerchiamo di ingannarla per qualche euro in più. Ciò che si può aggiustare si aggiusta». Matteo Gai sostiene che in questo modo si possano fare felici le persone.

Si commuove ancora quando vede qualcuno soddisfatto del proprio acquisto e non è scontato dopo vari anni di attività, così, genuinamente, esclama: «Deve essere questo l'aspetto più bello del mio lavoro. Questo è senza dubbio il motivo per cui Cicli Gai esiste da oltre quarant'anni". I primi anni erano quelli in cui Livio andava al mare in bicicletta, percorrendo il Tenda, senza allenamento: Matteo aveva tredici, forse quattordici anni, e quell'immagine la ricorda benissimo. La bicicletta l'ha sempre interpretata in quel modo: da fantasista. Senza regole precise, senza traguardi da raggiungere, ma con un'unica costante: il divertimento. La sua è la bicicletta "delle pazzie", un giro in mountain bike, una domenica al Nivolet, una corsa in gravel, una sgambata per cercare idee. La filosofia è la scoperta di luoghi nuovi o già conosciuti ma visti con occhi differenti, magari per un trancio di focaccia dolce, tipica di Chieri. Si ricorda sempre e ricorda anche ai propri clienti che, purtroppo, un ciclista è l'utente debole della strada, per questo gli automobilisti dovrebbero porre attenzione, mettere maggiore rispetto: «Purtroppo, però, la nostra non è una società ideale e questo rispetto manca. Allora cosa resta da fare? Dobbiamo cercare di colmarlo noi, mettendo ancora più attenzione. Sì, forse non è giusto, ma è l'unica cosa da fare per provare a proteggerci. Almeno un poco».

 

Così l'anno scorso ha percorso 600 chilometri, quest'anno già più di 300, spesso proprio testando le biciclette che, poi consegnerà ai clienti. «Non tutti accettano consigli, ma noi dobbiamo parlare, chiedere, conversare, perché spesso basta una parola per far nascere un dubbio o un'idea. Qualcuno ha scelto di fare una visita biomeccanica proprio dopo un giro in negozio e da quella visita è stato meglio ogniqualvolta è salito in sella. L'importante è che l'approccio sia sempre amichevole, mai volto a forzare la mano, solo a creare sintonia ed interesse. Il nostro motto è "andare oltre"». Spiega Matteo che se è vero che tutti conoscono la bicicletta, è altrettanto vero che in pochi conoscono la bicicletta moderna, in quanto tale articolata in una miriade di sfaccettature in cui bisogna sapersi orientare, conoscendo i dettagli e non seguendo solo ciò che va di moda, ciò che è di tendenza: «Abbiamo costruito un mercato in cui i grandi diventeranno sempre più grandi ed i piccoli sono destinati a sparire. Ce ne pentiremo, ne sono certo. Nel frattempo, però il rapporto umano è l'unica strada per salvare quel che c'è di buono».

Allora il sito del negozio farà un salto in avanti, non più solo un sito di e-commerce, ma un sito in cui si racconti quel che si fa. Il sogno è quello di un locale differente, con una forma quadrata, che possa continuare a rafforzare il concetto di accoglienza. Il progetto è lì, da diverso tempo, si temporeggia perché non sono periodi facili, ma, chissà, prima o poi prenderà forma. Alla fine, Livio e Carla non sono andati in pensione, anzi, passano spesso dal negozio e si ritrovano a casa. In particolare, Livio, anche d'estate, anche quando si dedica al suo orto, va sempre a trovare Matteo, lo aiuta. Magari si ferma ad osservare il lavoro dei meccanici, a vista, perché «l'officina deve essere come una cucina, in cui tutto è al proprio posto, affinché le ricette riescano al meglio». Resta a guardare affascinato dalle loro mani mentre sono indaffarati: un movimento che cattura molti avventori, perché è delicato e forte al tempo stesso, perché ripara, sistema, aggiusta. «Altrochè pensione, i miei genitori lavorano più adesso di prima»: ride di gusto Matteo. E ridiamo anche noi. Ora che la storia è completa, che abbiamo capito da dove proviene il suo modo di intendere questo mestiere.


Mevio: «Le granfondo agonistiche hanno futuro, ma devono essere in sicurezza»

Vittorio Mevio da quasi trent’anni organizza competizioni ciclistiche amatoriali. Le granfondo sono il tratto distintivo del Gruppo Sportivo Alpi Sondrio che mette in piedi eventi sul territorio nazionale. Quest’anno addirittura una granfondo in più nel calendario che da quattro passano a cinque e fra queste due completamene nuove. «Abbiamo dato vita a due nuove manifestazioni, per avere una completezza di offerta, ovvero San Lorenzo Cipressa e Alpi del Mare. L’agonismo non è morto anzi». C’è una linea di pensiero che non solo è critica per le granfondo agonistiche, ma sopratutto parla da anni di una rIstettezza di numeri sempre più significativa e di un’emorragia di iscritti inesorabile. «Non è vero. Negli ultimi anni c’è un recupero di interesse e di iscritti. In particolare per l’Italia, dove il cicloamatore agonista è ancora forte e sopratutto si sono avvicinati al mondo gare anche tanti giovani e donne. La risalita è iniziata, il ricambio generazionale anche, certamente non ci saranno più i numeri di 15 anni fa, ma una risposta positiva c’è eccome nelle ultime stagioni». Piace ancora parecchio l’agonismo per chi pedala. Se si guardano le iscrizioni ha ragione Mevio.

E le cicloturistiche? «A parte due, tre, pagano tutte le altre in termini di presenze e chi ha trasformato la gara vera in una manifestazione senza cronometro o solo con le salite cronometrate ha perso in generale numeri». Con le già citate, Mevio organizza il grande opening degli amatori con la GF Internazionale Laigueglia a febbraio, poi la leggendaria Gavia e Mortirolo con il quartier generale a Ponte di Legno e poi un altra classica ligure, Alassio. Il valtellinese di Caiolo puntualizza tuttavia un elemento imprescindibile per il successo: «Agonismo sicuramente, ma la caratteristica fondamentale di GS Alpi è la sicurezza. Noi investiamo in personale e logistica per questo elemento e tutto ciò ci viene riconosciuto dopo ogni gara. Gli amatori non devono trovare macchine sul percorso in nessun modo, ogni angolo deve essere presidiato, l’assistenza deve essere presente su tutto il percorso. Da noi il fine gara che apre ufficialmente al traffico delle macchine dopo venti minuti? Mai».


Bike4Fun, Predazzo

«Era tutto uno smontare, fare e brigare»: potrebbe essere il riff dell'adolescenza e della giovinezza di Manuel Felicetti, nei cortili di Predazzo, in Val di Fiemme, a ridosso delle montagne che accarezzano il cielo. La sintonia tra questo ragazzo e la bicicletta si è sviluppata attraverso quei tre predicati verbali che ripete più volte, quando lo incontriamo a Bike4Fun, in via Cesare Battisti 35. Sì, montava e smontava qualunque cosa trovasse con quel cacciavite che teneva fra le mani ed era lo strumento perfetto per l'esplorazione. Alexa, sua sorella, ancora oggi non l'ha perdonato per il giorno in cui, così attrezzato, disfò una macchina da cucire giocattolo che mai riuscì ad aggiustare. Già, la bicicletta, la mountain bike, in particolare, che conosceva in ogni ingranaggio, tanto era stato il «fare e brigare», lo sporcarsi le mani, quella con cui è arrivato alla Baita Segantini, attraverso il Passo Rolle, tra i colori e i paesaggi da cartolina della Valle del Travignolo e della Val Venegia.

Lì sotto, al cospetto della maestosità delle Pale di San Martino, capì ben presto il tesoro nascosto fra le altitudini delle vette. Allora a chi capita in quel locale affida quel tragitto, simile ad una mappa. «La mia generazione non aveva altro modo di imparare che la propria pelle: non esistevano accademie o corsi specializzati. Venticinque anni fa, l'arte era quella di "rubare il mestiere" ed io ho fatto proprio questo. Anche in bicicletta, noi imparavamo a pedalare a forza di cadere. Ai nostri giorni, l'approccio è più accademico: i giovani hanno la possibilità di avere una figura di riferimento che narra la propria conoscenza. Paradossalmente potrebbe essere un doppio vantaggio, ovvero cogliere l'insegnamento tramandato e quello accademico. Credo sia necessario essere aperti, avere una mente ariosa, ed essere "spugne", senza accantonare nulla in maniera pregiudiziale, respingendo una forma di cultura». Bike4Fun è un "negozietto", come lo definisce Felicetti, in cui si cerca di preservare il ricordo delle vecchie botteghe di bici. Nel tempo, si è un poco ingrandito, ma mantiene la medesima filosofia e al suo interno si respira sempre la stessa aria, legata al rapporto con il cliente, alle riparazioni in un'officina a vista, alla manutenzione, e ad un contesto di tipo familiare.

«Le persone: sono loro a caratterizzare questo mestiere. Tutto il bello ed il brutto ha la loro sembianza: i rapporti, i legami, quello che si costruisce nei viaggi che assieme a mia moglie Stephanie intraprendiamo continuamente, per provare il nuovo. Il fascino del nuovo: quando si intravede in fiera e si acquista per provare a fare un passo avanti, per portarsi verso il futuro. Sono le persone che ti costringono continuamente a metterti in discussione, è attraverso di loro che cresciamo come esseri umani e come professionisti. Bisogna solo saper ascoltare, senza nascondersi dietro l'etichetta del professionista. Attenzione, però, l'ascolto funziona se è bidirezionale». E pensare che Manuel Felicetti praticava il biathlon e lo sci di fondo: la bicicletta era solo un modo per allenarsi. Solamente intorno alla maggiore età il ciclismo è diventato predominante. In quei giorni, Manuel si è affiancato ad un meccanico in un negozio, sistemando biciclette per le gare della domenica, alcuni anni e, poi, un altro negozio, seguendo l'idea di due signori che stavano progettando una nuova apertura. Dall'inizio degli anni 2000, si giunge al 2016, quando, a seguito di varie vicissitudini, Felicetti diviene l'unico titolare dell'attività. Quattro anni fa, nel 2021, si trasferisce nel locale che visitiamo: «La prima domanda da porre a chi varca quella porta è quella madre: cosa intendi fare con questa bicicletta? Tutte le bici sono belle a modo loro, ma ognuno ha un'esigenza differente. Talvolta il "bombardamento" di informazioni a cui siamo sottoposti ci fa pensare che sia possibile scegliere così, con qualche dato e basta. Invece ogni conoscenza deve essere interpretata applicandola al singolo. A me non piace insistere, semmai voglio accompagnare le persone nell'utilizzo della bicicletta. Il problema è che la percezione che se ne ha come quella di un mezzo "semplice" fa sì che si stratifichino idee sbagliate. Intendiamoci, non c'è nulla di impossibile nella bicicletta, ma alcune cose vanno sapute prima di pedalare». La convinzione di Felicetti è che attraverso questo messaggio si possa anche accrescere la sicurezza, evitando leggerezze che possono essere dannose: per esempio, a Predazzo, inoltrarsi in montagna con una bicicletta elettrica credendo che la sola possibilità di arrivarci facendo meno fatica possa bastare per un viaggio sicuro. Non è sufficiente. La risposta è in gran parte in un paese che probabilmente non ha una cultura adeguata sul tema, ma che, tuttavia, ha visto ampliarsi l'utilizzo della bicicletta.

«Prendo come riferimento i turisti tedeschi che vengono nel nostro paese: basta osservarne l'attrezzatura per comprenderne la competenza. In Italia c'è una cultura agonistica, in molti abbiamo conosciuto la bicicletta gareggiando, manca, però, il resto. Saper cambiare una camera d'aria, sistemare un problema meccanico. Chi pedala dovrebbe avere queste basi, perché sono utili, necessarie. Invece, spesso, vi è un problema legato alla sopravvalutazione delle proprie capacità, in ogni ambito: purtroppo c'è ancora chi chiede quanti chilometri percorre una bicicletta elettrica. La risposta è sempre la stessa: dipende da te». Il desiderio di Manuel Felicetti è quello che si possa, piano piano, smussare l'estremismo nelle idee, di ogni tipo: sulle gare, sulle attrezzature, sulla bicicletta stessa. In questo modo, spiega, è possibile accrescere la consapevolezza e «divertirsi in maniera seria». L'officina a vista è una sorta di prosecuzione materiale di questa idea in quanto offre al cliente molteplici possibilità: quella di fidarsi, quella di imparare e anche quella di partecipare. Il rischio è quello di cadere nell'esagerazione, di voler imporre un proprio modo di fare, di pensare di poter spiegare ad un meccanico come si fa, ma è un rischio da correre: «Da ogni viaggio, io e mia moglie cerchiamo di portare via qualcosa, uno spunto, uno sguardo, e di replicarlo.

L'evoluzione avviene in questo modo. Penso allo scetticismo nei confronti dei primi freni a disco, oppure della ruota a 29. Ora i freni a disco sono diventati la normalità e la ruota a 29 è anche alla base delle biciclette elettriche, quella a 26 sarebbe stata troppo pericolosa. Se ci pensiamo bene, anche le biciclette elettriche non sembravano poter avere questo sviluppo e tutti le immaginavamo collegate al discorso city bike e bici da passeggio, invece, è andata diversamente. La mountain bike è sempre stata una sorta di avanguardia in questo senso, maggiore diffidenza, invece, l'ha il mondo della strada, un mondo più antico, legato alla tradizione, che pedalava anche quando nessuno si interessava al ciclismo. Questa sorta di gelosia è umanamente comprensibile».

Predazzo è in Trentino Alto Adige, terra in cui i campanilismi tra piccoli paesi sono il sale della quotidianità, tuttavia è un'isola felice. Sarà perché c'è la Scuola Alpina della Guardia di Finanza e qui si trasferiscono anche molte persone provenienti da altre città, sarà perché da queste parti l'accoglienza è effettivamente calorosa e lo scambio di culture è da sempre un valore. Come la bicicletta, che fa parte della quotidianità, degli spostamenti giornalieri degli abitanti: la pianura non è un miraggio e anche senza bicicletta elettrica è possibile percorrere lunghi tratti, magari in famiglia. La bellezza della zona è senza dubbio un vantaggio, anche se, spesso, coloro che vi risiedono non vi danno troppo peso: sono i turisti a permettere a ciascuno di riaprire gli occhi, attraverso un apprezzamento o una fotografia. L'unico neo è l'impossibilità di pedalare in inverno, mancanza a cui suppliscono la mountain bike ed il gravel. Stephanie, la moglie di Manuel, non proviene dal mondo del ciclismo, anche lei dal biathlon e, agli inizi, ha faticato. Ora si è abituata e, anche nel suo caso, il gravel l'ha aiutata: «Non si può immaginare quanto possa essere d'aiuto un punto di vista differente, esterno, che non abbia il background che, invece, noi cresciuti in questo ambiente, piano piano, abbiamo acquisito. Le diverse prospettive sono un vantaggio enorme». Di fronte a chi si approccia per la prima volta al ciclismo le raccomandazioni sono sempre le stesse: scegliere un percorso panoramico ed allo stesso tempo non eccessivamente difficile, se in mtb anche con tratti asfaltati, in caso di difficoltà, un inizio graduale, magari sulle ciclabili e l'uso del casco, perché non significa niente il classico detto, spesso di origine generazionale, «ma io vado piano». La sicurezza viene prima.

Manuel e Stephanie, dopo tanti cambiamenti, quest'anno sono soddisfatti del loro negozio e Bike4Fun continua a crescere. Ogni tanto si scontra con il nervosismo delle persone che, dopo un anno di lavoro, magari si trovano ad affrontare la frenesia o il caos anche in vacanza. Loro capiscono, sanno che può succedere. Hanno, però, un obiettivo, un desiderio: «Vorremmo che il ciclismo fosse sempre più centrale e questo a prescindere da tanti motivi e tante spiegazioni: il ciclismo come viaggio, come stile di vita, oltre che come gare e competizione, perché il ciclismo è tutto questo. E magari, chissà, tutto ciò potrebbe riverberarsi anche sui più giovani, su un nuovo e differente interesse per il ciclismo, una nuova voglia di imparare, di essere curiosi rispetto alla bicicletta. Anche qui, senza esagerazioni, senza forzatura, da parte di tutti noi e di chi li accompagna verso la crescita». Sì, dallo smontare, dal fare, dal rinnovare, come direbbe Manuel, si è costruita una realtà che, giorno dopo giorno, continua a interagire con il mondo delle ruote, degli ingranaggi, dei rapporti. Insomma del vento in faccia in sella, viaggiando ed esplorando.


Evento Points: Bike Line Bagnacavallo

Al lemma "evento", nel vocabolario di Fabio Conti, compare la filosofia di Bike Line, negozio di biciclette, a Bagnacavallo, in via Garibaldi 74. Spiega Fabio, che assieme a Mattia Zoli gestisce l'attività, che l'evento è, per eccellenza, il fulcro di un'attività che si proponga l'obiettivo di promuovere la cultura della bicicletta, questo perché permette la partecipazione delle persone e la conoscenza, di fatto, avviene proprio attraverso la partecipazione. L'evento è il momento in cui, prosegue, le persone si incontrano e sull'onda della curiosità e del senso di comunità anche chi non ha mai pedalato viene coinvolto e, magari, prova per la prima volta. «Inizialmente la spinta era quella di portare la nostra terra al di fuori dei propri confini. Sì, lo spostamento di una bicicletta consente, oltre al viaggio reale, anche quello metaforico, dato dal bagaglio di esperienze e passato che trasporta il pedalatore. Successivamente ci siamo accorti di quanto bene avrebbe potuto fare questo approccio alla nostra comunità: ci sarà tutto il tempo per andare fuori, per esplorare città lontane, però abbiamo il dovere di partire da noi. Di appassionare chi è vicino di casa o di bottega. Di farlo sorridere o di farlo divertire. La nostra Romagna, a ben vedere, con il sorriso ed il divertimento ha una stretta familiarità». Tutto ciò senza rinunciare alla competenza, alla professionalità, semmai provando a coglierne un'altra sfaccettatura, quella legata alla passione per il proprio lavoro.

MAREA
Accanto al colore azzurro e alla schiuma delle onde del mare di Marina Romea, in provincia di Ravenna, Marea è intriso del profumo del mare. Anche l'idea viene da ciò che c'è di più marino: il bagno Polka, i cui titolari si servono da tempo da Bike Line. Dal dialogo, la proposta: «Perché non proviamo ad organizzare assieme un evento strutturato che cerchi di approfondire le potenzialità dell'unione tra i nostri due ambiti lavorativi?». Si tratta della prima iniziativa organizzata da Bike Line fuori dalle mura del negozio con l'idea di coinvolgere quante più persone possibili attraverso una forma di cicloturismo totalmente inclusiva: dagli esperti ai profani, a chi si affaccia per la prima volta con qualche timore in questo mondo. Si svolge sulla durata di un fine settimana: al sabato pomeriggio, sul posto, avviene l'apertura delle iscrizioni, con la consegna del kit di benvenuto e del body per pedalare e con tutte le operazioni svolte dalla segreteria. Tuttavia il sabato è, in realtà, il giorno delle parole: sul palco centrale del bagno Polka, gli ospiti, che, in qualche modo, hanno vissuto alcuni aspetti dell'universo bici, non solo in veste di pedalatori, raccontano le proprie esperienze. Il sole è quello della fine di aprile, i raggi iniziano ad essere più caldi e l'estate non è così lontana: nel 2024 a narrare Dino Lanzaretti, per conoscere meglio la componente del viaggio e dell'avventura, e Iader Fabbri, biologo nutrizionista, che ha svelato agli ascoltatori i segreti della componente alimentazione nel ciclismo.

La primavera fa sì che qualche temporale possa turbare la quiete, ma non è poi così male. La domenica è, invece, il giorno dedicato ai pedali: due percorsi, uno più lungo ed uno più corto, entrambi, però, caratterizzati dalla pianura, nei dintorni del litorale, evitando la collina ed esplorando nuove prospettive vicino alle zone lagunari di Comacchio. A fare da sfondo i fenicotteri, gli specchi d'acqua e la brezza di un maggio imminente. Al ritorno, ancora festa e una lotteria organizzata presso il bagno Polka con diversi premi, cercando di promuovere le specificità del territorio. Circa 150 i partecipanti ed una dimostrazione pratica di fiducia «perché quando chi viene in negozio da te sceglie di partecipare a qualcosa che accade al di fuori di quei locali, vuol dire che si fida del tuo modo di guardare la realtà, vuol dire che apprezza la tua visione e questo fa bene al lavoro di tutti i giorni». Mattia, Fabio e Giulia sono già all'opera per l'edizione 2025 di Marea e chissà che non vi tornino coloro che si sono appassionati solo quest'anno agli ingranaggi della bicicletta ed al suo enorme potenziale, coloro che proprio a Marea l'hanno scoperta, comprendendo la loro passione e facendola propria. La seconda edizione dovrà essere ancora più inclusiva, con un percorso più lungo, magari collinare, tra mare e monti, aggiungendo anche qualcosa dal punto di vista tecnico. Resteranno i talks e, forse, si aggiungerà della buona musica la domenica sera. Il mare sarà sempre il sottofondo: Bagnacavallo non è molto distante. Le acque sono un richiamo al romanticismo ed allo stesso tempo significano privazione delle montagne. Ma l'alba accanto al loro frusciare resta una sensazione indescrivibile, da provare sulla propria pelle. Sono i luoghi delle famiglie, dove le madri ed i padri pedalano vicino ai più piccoli e reciprocamente insegnano ed imparano, mentre vivono la lentezza, lontano dal caos quotidiano.

SCARAMELLO
In romagnolo stretto, per scaramello si intende una strada stretta, un passaggio ostico all'incrocio di due vie, talvolta una scorciatoia, spesso, più semplicemente una strada sconosciuta e dissestata. Allora appare chiaro perché Mattia Zoli e Fabio Conti abbiano così denominato su suggerimento di Marco Casadio e Luca Ferri l'evento che propone ai partecipanti di arrivare alla meta evitando la strada principale, scegliendo l'esplorazione, invece della certezza. Il motto è «godiamoci il viaggio», ma l'edizione 2024 di Scaramello è cambiata radicalmente rispetto a quella dell'anno precedente: nel 2023, infatti, si era costruito un percorso permanente di 330 chilometri, dal mare alle colline. Nel 2024, invece, l'evento si è svolto su un'unica giornata e due percorsi possibili; il più corto, di 70 chilometri, e il più lungo di 110, entrambi collinari. All'origine era previsto anche un ulteriore tracciato di 175 chilometri reso impraticabile dall'alluvione che ha colpito la Romagna. Resta nel cassetto e chissà che in un giorno di sole non possa mostrarsi. «L'alluvione è avvenuta esattamente due settimane prima di Scaramello e, di fronte ad una tragedia di questo tipo, l'istinto è senza dubbio quello di rinunciare, perché le priorità cambiano e quando si perde tutto non si ha di certo in mente un giro in bicicletta. Abbiamo pensato fosse quella la cosa più giusta, poi ci abbiamo riflettuto e siamo giunti ad un'altra conclusione: Scaramello poteva essere un modo per stare vicino a chi aveva perso tutto, magari per aiutare la comunità.
A questo è servita la lotteria di beneficenza, a questo sono serviti i gadget del negozio messi in palio. Il ricavato è, poi, andato al comune di Traversara, una delle zone maggiormente colpite. Non sarà molto, ma è qualcosa. Purtroppo l'unica cosa che si può fare, certe volte, è provare a portare un poco di sollievo, magari un sorriso per alleggerire una quotidianità che mostra il proprio lato peggiore. Tanti nostri amici e conoscenti hanno perso tutto: ti chiedi cosa fare e la risposta è sempre più difficile».

Scaramello arriva a fine settembre, con un sole più arancione che giallo, coi colori caldi dell'autunno imminente ed il rosso che invade le foglie degli alberi. Nel 2024 è coinciso con la festa di San Michele che è per eccellenza la festa a Bagnacavallo: il sabato è il turno degli aperitivi, delle piadine, dei cappelletti e della birra. La domenica girano i pedali, eppure l'arrivo in negozio è ancora l'esaltazione della festa più pura, in cui si concentrano tutte le energie, tra le porte aperte dell'area espositiva ed ancora cibo e bevande. Il profumo di Scaramello è quello della piastra, della piadina, della gastronomia, del ragù che bolle, delle caramelle, della cucina in generale, mentre le vie si riempiono, pullulano con i loro suoni ed i loro rumori, le persone si incontrano, si aiutano, assaggiano l'iconico Gin Scaramello e partecipano alla festa della bicicletta «perché in Romagna una piadina non manca mai e l'avventura e la meraviglia sono il pane della nostra gente».


Garmin: promozione EDGE 540

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Abilità ciclistica: basandosi sullo storico degli allenamenti, identifica i punti di forza e di debolezza di un ciclista;

Coaching adattativo: che si pedali al chiuso o all’aperto, permette di visualizzare gli allenamenti giornalieri suggeriti e invia suggerimenti personalizzati che si adattano in base al carico di allenamento, al recupero e alle prossime gare;

Stamina: permette di monitorare i livelli di sforzo in tempo reale durante l’uscita in bici per vedere quanta energia vi rimane per terminare l’allenamento. Scoprirete quanto sarà divertente provare a completare il proprio giro arrivando a un valore di stamina 0;

Power Guide: consente di gestire gli sforzi con obiettivi di potenza durante il percorso;

GNSS multi-banda: garantisce una maggiore precisione della posizione anche negli ambienti più impervi;

Pianificazione delle salite ClimbPro: ora disponibile anche per percorsi non preventivamente pianificati, permette di visualizzare i dettagli delle salite, come l’ascesa rimanente e la pendenza, oltre a offrire la ricerca delle salite direttamente su Edge e nell’app Garmin Connect prima di partire;

 

Dotato di metriche di allenamento e navigazione avanzata Edge 540 è il perfetto compagno di allenamento del ciclista che vuole migliorare costantemente le proprie performance. Grazie alle informazioni fornite da Firstbeat Analytics, come il VO2 max, Training Status, Training Load, Tempo di recupero e altro ancora, è possibile prendere visione di come il fisico stia rispondendo all’allenamento.

E’ dotato di cartografia integrata aggiornata con mappe migliorate e specifiche per tipo di uscita che utilizzano Trendline Popularity Routing per evidenziare le strade e i sentieri più popolari permettendo di ricercare punti di interesse. Inoltre, le metriche dedicate al mondo MTB forniscono dati come il conteggio e la distanza dei salti, il Grit e il Flow per ogni uscita.

In più, grazie alle funzioni integrate di sicurezza e tracking come LiveTrack, messaggistica di gruppo e rilevamento degli incidenti per tutte le attività, compresa la mountain bike, le uscite in bici non sono mai state così sicure.

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